C’è un punto di non ritorno nella vita politica di un Paese, una linea sottile e tagliente che separa il necessario compromesso democratico dalla perdita totale di identità e dignità. E quando a tracciare questa linea, evidenziando senza sconti il superamento del limite, è un intellettuale del calibro di Massimo Cacciari, non ci troviamo di fronte a una normale polemica parlamentare. Ex sindaco di Venezia, filosofo prestato alla cosa pubblica e per decenni voce critica e lucida in grado di decostruire le retoriche del progressismo italiano, Cacciari ha recentemente sferrato un attacco frontale, brutale e definitivo contro la strategia del suo stesso schieramento: il cosiddetto “Campo Largo”. Le sue parole non sono la solita frecciata lanciata per conquistare il titolo di un giornale, ma assomigliano piuttosto a un’autopsia eseguita in diretta su un progetto politico che, a suo avviso, è già clinicamente morto.
L’accusa che Cacciari muove al Partito Democratico e ai suoi alleati è durissima: non stiamo assistendo a ingenuità tattiche o scivoloni di percorso, ma alla scelta fredda, deliberata e cinica di sacrificare storia, coerenza e visione sull’altare della mera matematica elettorale. Ma cosa accade alla democrazia quando l’unico obiettivo di una coalizione diventa impedire all’avversario di vincere? Cosa succede quando la proposta politica evapora per lasciare spazio a una pura e semplice barricata istituzionale? Il filosofo lancia un monito spaventoso: il Campo Largo non è un progetto per il futuro del Paese, ma un “bunker”, una zattera di salvataggio per una classe dirigente in debito d’ossigeno, e dentro quel bunker l’aria sta rapidamente finendo.
Per comprendere appieno la gravità di questa diagnosi, bisogna allontanarsi dai salotti televisivi e immergersi nella ruvida realtà territoriale. Il vero banco di prova, il laboratorio di questo controverso esperimento, è la Campania. In questa regione, il centrosinistra sta tentando un’operazione che appare come una forzatura contro natura: trasformare la politica in pura gestione del potere, svuotandola di ogni tensione etica e programmatica. Da una parte troviamo il governatore uscente, Vincenzo De Luca, uomo dall’indiscusso radicamento territoriale e dal potere solido; dall’altra c’è l’alleanza tra il PD e il Movimento 5 Stelle, guidato da figure come Roberto Fico e Giuseppe Conte. Attenzione al paradosso, che Cacciari non manca di sottolineare: pur di frenare l’avanzata della destra, il PD nazionale di Elly Schlein sembra disposto a sacrificare i propri esponenti locali, costringendoli ad abbracci innaturali con coloro che fino a ieri li attaccavano ferocemente. Questa non è strategia politica, sentenzia implicitamente Cacciari; è “cannibalismo”. In Campania, dunque, non è in gioco solo il destino di una giunta regionale, ma la sopravvivenza stessa della sinistra italiana come entità pensante e progettuale, ridotta ormai a comitato elettorale permanente.

La strategia messa in campo si basa su un principio che funziona solo sulla carta: l’unione incondizionata di tutte le forze di opposizione, indipendentemente dalla loro reale compatibilità. È la logica del “tutti dentro”, un minestrone caotico che unisce anime politiche incompatibili. Tuttavia, questa complessa architettura manca totalmente di fondamenta solide. Segue fedelmente il cinico adagio primum vivere, deinde philosophari, che nel linguaggio brutale delle segreterie di partito si traduce in: prima assicuriamoci le poltrone e raccogliamo i voti, poi, forse, decideremo cosa farne. Non vi è traccia di una convergenza su riforme strutturali, visioni economiche o grandi temi internazionali come la guerra in Ucraina o le infrastrutture. Partiti che fino a poco tempo fa si scambiavano accuse feroci di incompetenza, sono oggi stretti in un abbraccio soffocante con l’unico scopo di sommare le proprie percentuali per sperare di superare il consenso di Giorgia Meloni. La vittoria elettorale cessa così di essere il mezzo per realizzare una visione di società e diventa il fine ultimo, l’ossessione autoreferenziale che uccide la politica riducendola a gestione condominiale di interessi contrastanti.
Il fulcro di questo disastro strategico, secondo l’analisi impietosa di Cacciari, risiede nella leadership. Ed è qui che il filosofo riserva i colpi più duri alla segretaria del PD, Elly Schlein, definendola con un ossimoro devastante: “la più brava del nulla”. Non si tratta di un insulto gratuito, bensì della diagnosi tecnica di una competenza comunicativa svuotata di reale sostanza. Schlein padroneggia l’immagine, l’armocromia, gli slogan perfetti per i social media e i salotti televisivi, ma dietro la facciata impeccabile si nasconde un vuoto strategico abissale. Naviga a vista, terrorizzata dall’idea di scontentare le correnti interne e di irritare l’ingombrante alleato pentastellato. È l’immagine di un pilota impeccabile, seduto in una monoposto potente ma ferma ai box, senza che nessuno abbia tracciato la rotta verso il traguardo.

In modo del tutto paradossale, il severo accademico finisce per rivalutare, politicamente parlando, la figura di Giuseppe Conte. L’ex premier, pur considerato espressione del populismo, dimostra di possedere una visione machiavellica molto più strutturata rispetto all’attuale guida della sinistra. Conte sa posizionarsi e sa aspettare, portando avanti una strategia chiara: erodere l’elettorato del PD da sinistra, cannibalizzando l’alleato proprio mentre finge di abbracciarlo. Che il partito erede delle grandi tradizioni intellettuali e strutturali italiane si sia ridotto a inseguire la sopravvivenza tattica, subendo l’agenda dettata da movimenti nati dalla protesta anti-sistema, è l’interrogativo bruciante che Cacciari pone con forza.
Il meccanismo perverso svelato da questa analisi è l’invenzione e l’uso strumentale del “nemico gigante”. Costruire l’immagine del governo Meloni come minaccia assoluta serve unicamente a mascherare la propria totale assenza di contenuti. Il “non siamo loro” è divenuto l’unico, flebile collante di un’alleanza che, se domani vincesse le elezioni, imploderebbe il giorno successivo alla prima vera decisione su giustizia, economia o politica estera. È un ricatto morale perpetrato ai danni degli elettori, costretti a scegliere il presunto male minore. E a pagare le spese di queste manovre di palazzo sono i cittadini, che vedono i problemi reali — dai salari stagnanti a una sanità pubblica al collasso — trasformarsi in spicciola merce di scambio. L’avvertimento di Massimo Cacciari è un allarme rosso: un partito che esiste solo “contro” qualcuno è un parassita politico destinato a scomparire non appena l’ostacolo viene rimosso o, peggio, si normalizza e si rafforza, come sta accadendo con l’attuale Presidente del Consiglio. Siamo di fronte alla fine della politica come progettualità visionaria e l’inizio dell’era della fredda amministrazione del consenso.
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