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DOCUMENTARIO OCCHIO RAGAZZI – IL MOSTRO DI FIRENZE

eh di tutti i ceti sociali eh e comunque eh si riunivano e diciamo si spartivano zone e materiale e per andare a osservare le coppiette che si appartavano, insomma, nei dintorni. Eh, Spalletti e un altro personaggio di nome Fabbri eh quella sera eh erano proprio sul posto eh e hanno, diciamo, visto perché Spalletti la sua auto è stata avvistata lì e quindi lui c’era, anche perché lui dichiara alla moglie di aver visto i due ragazzi morti, eh, nonostante comunque la la notizia non fosse stata eh diramata da nessuna parte.

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>> Sua moglie dichiara che sapeva del massacro prima ancora che la notizia finisse sui giornali. Eppure, durante gli interrogatori tace,  non offre dettagli utili, si chiude in un silenzio che gli costa l’arresto, accusato di essere l’esecutore materiale. La sua versione non convince  e rimane sospeso tra l’ombra dei sospetti e il buio dei misteri.

 Era davvero coinvolto o fu solo un capro espiatorio facile, incastrato dal suo stesso  vizio di spiare? Il duplice delitto di Mosciano non è stato solo un omicidio, è  stato un rito di terrore, l’inizio di un filo rosso che avrebbe insanguinato la Toscana per oltre un  decennio. 21 agosto 1968.

Siamo a Signa. Una piccola località della provincia di Firenze, una sera d’estate come tante. Antonio Lob Bianco e Barbara Locci, insieme al piccolo Natalino, figlio di lei, escono per un cinema e un gelato. La famiglia, almeno in apparenza, sembra vivere un momento di serenità, ma la verità è più complessa.

 Barbara Locci è sposata con Stefano Mele, Antonio è il suo amante.  I due decidono di appartarsi lungo una stradina isolata accanto a un torrente, mentre Natalino, appena 6  anni, dorme sui sedili posteriori dell’auto.  Poi nel silenzio della campagna gli spari. Antonio e Barbara vengono uccisi all’istante.

 Il bambino viene risparmiato. Qualcuno lo prende, lo solleva, lo porta sulle spalle e lo accompagna davanti a un casolare. Natalino bussa alla porta e quando l’uomo di casa apre si trova davanti una scena surreale, un bambino che in piena notte sussurra che sua madre e suo zio sono morti. La polizia arriva sul posto e avvia subito le indagini.

 Gli occhi  cadono immediatamente sul marito tradito Stefano Mele. Poco dopo, confessa, dice di aver sparato lui per gelosia usando una pistola calibro 22 con proiettili  Winchester riconoscibili dalla lettera H impressa sul fondello, ma l’arma non verrà mai trovata. 15 settembre 1974, Borgo San Lorenzo.

 Due giovani innamorati,  Stefania Pettini e Pasquale Gentilcore, trascorrono la serata con alcuni amici. Pasquale lascia sua sorella davanti a un locale della zona,  promettendo che più tardi li avrebbe raggiunti. >> Io il 14 settembre del 1974 mi trovavo fuori in club. A un certo  punto ho visto la macchina di Pasquale il cuore che accompagnava sua sorella Maria e l’ho visto proprio per un attimo lui poi salito in macchina è andata via.

 I due ragazzi soli in auto decidono invece di appartarsi in un luogo che conoscevano bene. È un angolo isolato  immerso nei boschi. Lì si adagiano in auto scambiandosi effioni. Ma quella quiete  dura poco. Forse un rumore nel bosco. Forse Stefania chiede a Pasquale di andare via. Ma non fanno in tempo.

 Il killer agisce fulmineo. Pasquale viene colpito per primo, ucciso senza scampo. Poi è il turno di Stefania. L’assassino si accanisce con una ferocia disumana. 96  fendenti, un corpo devastato, mutilazioni concentrate nella zona pubblica, come se la violenza non bastasse, un tralcio di vite  viene inserito nelle parti intime della ragazza, un gesto che ha il sapore di un rito oscuro.

Questa volta l’omicidio non  è solo esecuzione, è accanimento, rabbia pura, ritualità morbosa. L’Italia intera  rimane sconvolta. Proprio qui dove oggi troviamo questa lapide sono stati trovati i corpi dei due ragazzi. Il giorno dopo poi abbiamo appreso tutti la notizia della loro morte e ci ha praticamente sconvolto.

 Ho deciso comunque di andare a lì a vedere forse non so per curiosità perché comunque non è che lo conoscessi così bene, però insomma l’avevo visto nel un paese insomma e e quindi la cosa mi dispiaceva e sono ho deciso comunque di andare lì. ehm sono potuto avvicinare pochissimo perché eh lì ehm c’era tantissima polizia, quindi non ci facevano avvicinare per niente, eh però diciamo mi sono ancora di più sconvol, cioè sono rimasto sconvolto quando ho saputo che quei delitti anni dopo venivano associati a ai delitti del

mostro e lì mi ha davvero sconvolto e E e comunque stata davvero una tragedia e tutto Borgo e per tutto >> con il delitto di Borgo  San Lorenzo il mostro inizia a delineare la sua vera identità criminale. Non più soltanto un assassino  che colpisce coppie appartate, ma un serial killer che trasforma l’omicidio in una liturgia di terrore.

 E sarà proprio  poi nel 1981 a Mosciano di Scandicci che quel  filo di sangue diventerà ancora più evidente. Dal 1968 al 1974 fino al massacro di Mosciano, ogni delitto  aggiunge un tassello a un enigma che ancora oggi ci interroga. Un  assassino invisibile, un’arma mai trovata e una catena di morti che segnerà per sempre la storia  criminale italiana.

Travalle di Calenzano, 22 ottobre 1981. Una notte che avrebbe dovuto essere solo un’altra notte d’amore tra due giovani, si trasforma in un incubo senza ritorno. Stefano Baldi,  26 anni, operaio tessile. Susanna Cambi, 24 anni, impiegata.  Fidanzati da 7 anni stavano per sposarsi.

 una coppia allegra, spensierata, una  coppia che guardava al futuro. Quella sera Stefano avrebbe dovuto allenarsi con la sua squadra di calcio,  i Rangers e poi cenare con gli amici per salutare un compagno in partenza. Ma Susanna  aveva altri progetti, voleva passare il tempo con lui sola. Stefano accetta, rinuncia al calcio, rinuncia alla cena e comunica  agli amici che li avrebbe raggiunti più tardi, ma purtroppo non li raggiungerà mai.

 Stefano e Susanna si  appartano tra orti e ulivi, cercano intimità, ma nell’ombra qualcuno li osserva. Il mostro di Firenze è lì nascosto, pronto a colpire di nuovo.    L’assassino si avvicina alla golf nera di Stefano. Quattro colpi contro di  lui, cinque contro Susanna. Stefano  viene finito con quattro coltellate.

 Il corpo di Susanna viene trascinato via fino a un canale di scarico a pochi metri di distanza.  Lì subisce il macabro rito del mostro. >>   >> La sportazione del pube contretta agli precisi. Due coltellate colpiscono anche il suo corpo. Ancora una volta i corpi vengono separati. Ancora una volta la morte diventa teatro di un rituale mostruoso.

 La borsetta di Susanna viene svuotata, ma nulla viene rubato. Non è un delitto a scopo di rapina, è un marchio, è un rituale.  Il mattino successivo due contadini trovano i corpi e chiamano i carabinieri. Sono circa le 11:00. Poco prima, intorno alle 9:50. Le famiglie  di Stefano e Susanna avevano denunciato la loro scomparsa.

 Travalle  si sveglia con l’orrore.  Ma un dettaglio cambia le indagini. Quella sera una coppia nei pressi della zona incrocia una vettura sospetta  con a bordo un uomo solitario. È da questa testimonianza che verrà stillato il primo identi  kit dell’assassino, un volto che inizia a prendere forma.

 22 ottobre 1981, fra Valle di Calenzano, un’altra coppia innocente strappata alla vita. Un altro tassello nella catena di sangue del mostro di Firenze. Dopo il duplice omicidio di Travalle, la procura è costretta a una mossa clamorosa. Spalletti viene scarcerato. L’uomo, accusato fino a quel momento di essere il mostro di Firenze, non poteva aver commesso il delitto di ottobre del 1981.

Era già in carcere. Un alibi di ferro che lo scagiona dai fatti, ma non dalle ombre. Perché gli inquirenti restano convinti che Spalletti sapesse che fosse a conoscenza di dettagli mai rivelati, che custodisse segreti inconfessabili, ma il mostro è ancora libero e a questo punto l’indagine deve ricominciare da zero.

 Gli investigatori si concentrano sull’unico anello di congiunzione tra tutti gli omicidi, la pistola, una beretta  calibro 22. sempre la stessa, sempre con proiettili Winchester marchiati dalla lettera H sul fondello. L’arma diventa la chiave, la pista più solida.  Chi ha in mano quella pistola? È il mostro.

 Per questo motivo i fascicoli del passato vengono riaperti. Le carte del 1968, il delitto di Signa. Gli inquirenti si chiedono: davvero Stefano Mele ha agito da solo? Il suo movente, la gelosia, è troppo fragile. Il guanto di paraffina non conferma i colpi esplosi da lui. La sua versione, con continue contraddizioni, non convince mai fino in fondo. Ed è allora che nasce la teoria.

E se Stefano Mele non fosse stato l’unico? E se ci fosse stato un complice, qualcuno che quella notte del 68 lo ha affiancato e che da allora ha custodito la pistola? un complice che negli anni ha continuato la scia di sangue, lasciando dietro di sé corpi mutilati e misteri risolti. L’ipotesi di un secondo uomo: l’ombra dietro l’ombra, un’ipotesi che cambia tutto.

 19 giugno 1982. Montespertoli, località Baccaiano. In paese c’è aria di festa, ma per Paolo Mainardi e Antonella Migliorini sarà l’ultima notte. Paolo ha 22 anni, fa il meccanico. Antonella 19, è operaia. Sono inseparabili, gli amici li chiamano Vinaville, tanto sono uniti. Quella sera prendono l’auto di Paolo e decidono di fare un giro.

Si fermano in una piazzola lungo la strada. Non è un luogo isolato come altri, è uno slargo più vicino al passaggio delle auto, forse una scelta dettata dalla paura che si respira in quei mesi. Stare accanto alla strada sembrava più sicuro. Sembrava perché in qualche modo il mostro sapeva. Li ha seguiti, li ha notati lì fermi, non lo sapremo mai.

 Ma quello che sappiamo è che davanti  al finestrino della loro auto si presenta lui. Il killer spara, colpisce Paolo a una spalla, ma il ragazzo non si arrende. Con uno sforzo disperato mette in moto, ingrana la retromarcia e prova a fuggire. La 127 si muove, sembra che possano salvarsi, ma le ruote posteriori finiscono in un fosso. L’auto resta impantanata.

 Due spari precisi distruggono i fari anteriori. La luce si spegne e davanti a loro, nel buio, c’è il mostro. Sette colpi. Antonella muore sul colpo. Paolo viene ferito gravemente. Ma il killer non ha il tempo di finire il suo lavoro. Due fari si avvicinano e un gruppo di giovani di ritorno dalla festa.

 Pensano a un incidente, si fermano, uno scende, si avvicina, vede un corpo al posto di guida, apparentemente senza vita. Poi nota una donna sul sedile  posteriore, spaventato, torna indietro e corre in paese per avvertire i soccorsi. Quando arriva l’ambulanza la scena è cambiata. Nel posto di guida non c’è più nessuno.

 Al loro arrivo trovano soltanto due corpi, entrambi riversi sul sedile posteriore. Che fine ha fatto l’uomo visto poco prima al posto di guida? Per anni questa anomalia ha alimentato una teoria. Il mostro non sarebbe riuscito a scappare in tempo, si sarebbe finto morto per poi sparire appena avuta l’occasione. Paolo viene portato all’ospedale di Empoli, ma muore poco dopo e allora gli inquirenti tentano una mossa rischiosa.

 Con il consenso della famiglia diffondono una falsa notizia. Che Paolo, prima di morire, abbia fatto in tempo a dire qualcosa sul mostro. È una trappola e sembra funzionare. Qualcuno chiama l’ospedale fingendosi un inquirente per chiedere cosa abbia detto Paolo, ma i telefoni in quel momento non erano sotto controllo e così anche questa pista sfuma.

 Baccaiano resta un enigma, un delitto che ancora oggi alimenta sospetti e teorie mai risolte. Dopo il duplice delitto di Baccaiano, Firenze piomba nel terrore. >> Però ci sono dei ragazzi come voi che continuano a andare da soli isolati. Secondo te perché lo fanno? Quale ragionamento fanno se fanno un ragionamento? Non lo so, forse perché perché ne sentano bisogno, ma io penso se se c’hanno un po’ di cervello non lo farebbero.

Non lo fanno perché in questo tempo è da proprio da pazzi, secondo me. Non siamo più tranquilli in un bosco come si poteva essere più. >> La città non  è più la stessa. Ogni coppia, ogni famiglia vive con l’incubo del mostro. Un genitore lo dice chiaramente ad un giornalista: “La sera andiamo al cinema, così lasciamo le case libere ai figli. Abbiamo paura”.

 Il timore di lasciare i ragazzi soli diventa una regola non scritta, un’abitudine nata dalla paura. Ma avete avuto la sensazione che i vostri genitori in qualche modo abbiano cambiato un po’ la loro atteggiamento, siano un pochino più comprensivi, diciamo. >> Sì, sì, son comprensivi. Ci hanno me mi hanno detto se vuoi venire vieni in casa se devi però non penso mai v casa dico babbo, per piacere va a fare una giratina.

 Penso proprio non glielo dirò mai. Non ce l’ho il coraggio di dirglielo. >> La polizia stessa diffonde un volantino.  Titolo secco, inquietante. Occhio ragazzi, è un appello diretto ai  giovani, un invito alla prudenza, un avvertimento che diventa il simbolo di un’epoca. Ma non basta. L’opinione è pubblica, vuole risposte, la pressione cresce,  il mostro deve avere un volto, un nome e gli inquirenti credono  di averlo trovato.

 La pista dei sardi torna prepotente, la pistola è  sempre la stessa e riporta l’attenzione al 22 agosto 1968. Quella sera  forse Stefano Mele solo, forse insieme a lui c’era Francesco Vinci. Durante un interrogatorio lo stesso  Mele aveva fatto il suo nome e non è un dettaglio da poco.

 Anche Vinci,  come altri, aveva avuto una relazione con Barbara Locci, la moglie di Mele. Così il sospetto prende forma. E se l’omicidio di Signa fosse stato frutto di una gelosia incrociata del marito e dell’amante insieme, gli indizi non finiscono qui. Vinci  era stato avvistato nei pressi del delitto di Borgo San Lorenzo nel 1974 e nel 1982, poco dopo il massacro di Baccaiano, si è liberato in fretta della sua auto in Maremma.

 Per gli inquirenti sono prove sufficienti. Le manette scattano. Francesco Vinci viene arrestato. Per Firenze è un sollievo.  La città tira un respiro profondo. Finalmente il mostro ha un volto. Finalmente la  paura sembra poter finire, ma è solo un’illusione, perché mentre la vita torna lentamente alla normalità, la ferita che il mostro ha inflitto al cuore dei fiorentini  e di tutti gli italiani continua a sanguinare.

>>  >> I giorni passano, i volantini della Questura, quelli con scritto “Occhio ragazzi”, piano piano si staccano dai pali della luce. La gente li strappa, se ne libera. Il mostro sembra solo un brutto ricordo. I ragazzi tornano a vivere la meravigliosa campagna fiorentina, a cercare la loro intimità tra vigne e ulivi.

 La paura sembra svanita. In quei giorni a Firenze arrivano due ragazzi tedeschi, Horst Meer  e Jens Uv Rush. A bordo del loro furgoncino Volkswagen girano per ammirare una delle città più  belle del mondo. Trovano un posto che sembra perfetto, un angolo immerso nella campagna, ma a due passi dal centro, un luogo tipico delle colline fiorentine, capace di regalare silenzio, natura e scorci incantevoli sulla città.

Quella bellezza nella notte del 9 settembre 1983  si trasforma in sangue e terrore. Mentre i due ragazzi sono nel retro del loro furgone, il mostro colpisce ancora. Sette colpi esplosi da un finestrino laterale. Non è un’arma qualsiasi, è sempre lei. La Beretta Calibro 22 con proiettili Winchester marchiati con la lettera H sul fondello. È tornato.

 Il mostro ha colpito di nuovo. Questa volta però qualcosa va storto. Il killer si accorge troppo tardi che non si tratta della solita coppia di amanti. Nel furgone non c’è una donna, ci sono due uomini. Forse confuso dalla folta  chioma bionda di Jensuver, forse preso dall’abitudine a colpire solo coppie etero.

 Il mostro sbaglia, spara, ma poi fugge. Non tocca i corpi, non mette in atto alcun rituale. Sul luogo restano quattro bossoli e alcune riviste pornografiche omosessuali. Un dettaglio che alimenta il sospetto di un depistaggio. Qualcuno vuole far credere che le vittime siano state scelte apposta per confondere le acque. Gli inquirenti sospettano che tutto questo serva a scagionare Francesco Vinci ancora in carcere e tornano a battere sulla pista sarda.

 Questa volta finiscono indagati e arrestati anche Giovanni Mele e Piero Mucciarini, fratello e cognato di Stefano Mele. sempre loro, sempre quel clan, perché l’unica costante ancora una volta è la pistola. Ma la pista sarda si rivela un vicolo cieco. Le prove non bastano, gli indizi non reggono. Vinci, mele e mucciarini vengono scarcerati.

 Ancora una volta il mostro  sfugge e ancora una volta le indagini devono ricominciare da capo. M. È il 29 luglio 1984.  Pierontini ha 18 anni, lavora come barista al bar della Stazione. Claudio Stefanacci ha 21 anni, è studente  e d’estate aiuta nel negozio di famiglia. Sono due ragazzi del Mugello,  cresciuti insieme, due bravi ragazzi con famiglie irrispettabili da amici a innamorati. Tra loro è sbocciato

un amore giovane e  felice. Gli amici li ricordano sorridenti, pieni di vita. Nelle foto  i loro occhi raccontano la gioia di chi ha ancora tutta la vita davanti. Quella sera Pia è stanca, resta a casa a  cena con la madre e Winnie a convincerla a uscire. È una bella serata di luglio.

Poco dopo  arriva Claudio con la sua Panda celeste. I due partono decisi a trascorrere qualche  ora insieme. Si dirigono verso la boschetta, un posto poco  distante dal paese, immerso tra i campi di erba medica. Entrano in retromarcia e si  fermano. Si spostano sui sedili posteriori, scambiandosi tenere fusioni, ma dietro  i cespugli qualcuno li osserva.

 Un’ombra studia il momento migliore per colpire. Il killer  si muove lentamente, si avvicina al lato destro della Panda, poi esplode i primi colpi. Il finestrino  si frantuma. Pia viene colpita al volto e al braccio, Claudio alla testa e al petto. A distanza ravvicinata,  nessuna possibilità di scampo.  Poi, come sempre, il mostro compie il suo rituale.

 Trascinà Pia fuori dall’auto, attraverso il campo. Lì, a pochi metri, consuma l’orrore, l’asportazione del pube e del seno sinistro. Due coltellate alla gola, su Claudio 10 fendenti. La violenza non conosce limiti. Il mostro ha colpito di  nuovo.  Una segnalazione anonima guida gli inquirenti al ritrovamento dei corpi.

Intanto  tutto il paese si mobilita per cercare i due giovani, ma è troppo tardi. >> Diciamo che nell’84 fu una telefonata che avvisò eh  che ci fu un incidente pressi, diciamo, vicino alla boschetta. questo desto sospetto proprio anche perché la mancanza dei ragazzi incominciava  ad andare oltre l’orario che di solito eh tornavano a casa anche in quei tempi che era normale appunto  diciamo come tutti ben sappiamo e la nostra generazione l’ha portata un certo oraro di tornare a casa non poi avvenne

anche un fattore eh in più che aiutò diciamo il risolvamento dei ragazzi e fu l’amico  che eh forse se magari un po’ restivo all’inizio, però disse, “Guarda, io so  i ragazzi dove ogni tanto si appartano, forse magari un po’ con paura di  trovare la brutta sorpresa”. E così purtroppo avvenne il ragazzo andò a vedere, diciamo, nella piazzola,  vide la macchina, però non ebbe coraggio di avvicinarsi e tornò subito in paese ad avvertire  gli altri.

>> Firenze piomba di nuovo nell’oscurità, il panico dilaga. Vicchio è sconvolta. Le famiglie sono distrutte,  ma da questo dolore nasce anche la forza. Il padre di Pia, Renzo Rontini, trova il coraggio di reagire, trasforma il luogo dell’omicidio in un  memoriale per ricordare i ragazzi che ancora oggi è curato con rispetto e devozione e soprattutto Renzo dedica la sua  vita a cercare la verità.

 abbandona il lavoro da meccanico navale e si dedica interamente alle indagini, collaborando con forza, con determinazione. Divento un simbolo  della lotta contro il mostro. Morirà anni dopo di infarto davanti alla questura di Firenze dopo aver ritirato il mensile del sindacato di polizia, un uomo che  ha dato la sua vita per la ricerca della verità.

Questo documentario lo dedichiamo a lui, a Renzo Rontini e insieme a lui a tutte le vittime  e alle loro famiglie. >>   >> 1985. I boschi toscani,  tanto belli quanto sinistri, diventano il palcoscenico di nuove ombre. Siamo a Monte Morello.  Una coppia di giovani francesi pianta la propria tenda godendosi le meraviglie di un paesaggio che sembra uscito da un dipinto.

Un guardia caccia  li nota, si avvicina e li avverte. In quella zona il campeggio è vietato, non solo li mette in guardia su un maniaco che da anni uccide giovani coppie nelle campagne fiorentine. I due ragazzi raccolgono  i propri effetti personali e decidono di andarsene. Quando il guardiaca caccia torna più tardi nello stesso  punto non trova più la tenda.

 Al suo posto una scoperta inquietante. Tre cerchi di pietre, uno aperto con all’interno peli di animali bruciati, uno chiuso con una croce e due bacche. L’ultimo vuoto e aperto. Scopeti,  San Cascian in Val di Pesa. È l’8 settembre 1985. Nadin Muriot 36 anni e Già Michelle Cravacvili 25 anni. >>  >> Due turisti francesi hanno deciso di accamparsi proprio qui  con la loro tenda canadese.

 Dopo un viaggio tra le bellezze della Toscana. La loro presenza non passa inosservata.  Nadin, bellissima, si sdraia spesso al sole in costume  attirando gli sguardi della gente del posto. La sera, rientrati dalla passeggiata in paese, i due si rifugiano nella tenda concendendosi  tenerezze e intimità. Donne.

Madonna. Sì. >> Poi nel silenzio della campagna la notte si squarcia, un coltello lacera la tela della tenda. Da quello squarcio appare una  mano, stringe una pistola, una beretta calibro 22, la stessa di  sempre. Tre colpi c’entrano Nadin. Jean Michelle viene ferito, ma riesce a scappare.

 Si lancia nel buio, non andrà lontano, viene raggiunto e pugnalato  a morte. Il suo corpo martoriato sarà nascosto con vecchi secchi e tappi di vernice. Il killer torna da Nadin, completa il rituale, asporta il pube e il seno sinistro, poi ricompone il corpo all’interno  della tenda richiudendola come a voler cancellare le tracce.

Una messa in scena  glaciale, ma su questo delitto pesano ancora molte ombre. La data l’8 settembre viene contestata. Alcuni ritengono  che la strage possa essere avvenuta prima. La dinamica, la ricostruzione ufficiale non convince. Troppe contraddizioni, troppi errori investigativi. Un’impronta di scarpa numero 44 trovata sul posto viene attribuita al mostro, ma in seguito si scoprirà che era di un giovane carabiniere intervenuto  sulla scena.

 I bossoli, fondamentali per confermare la pistola, vengono recuperati soltanto dopo con un metal detector, invece di essere  trovati subito come avrebbero dovuto. Un lavoro d’indagine compromesso che lascia più domande  che risposte. Eppure il mostro non si ferma qui. Dopo l’omicidio invia una lettera alla Procura di Firenze.

 È composta con  lettere ritagliate dai giornali. All’interno un lembo di pelle del seno sinistro di Nadin, un macabro trofeo, un modo per dire “Ho colpito ancora”. Il piano però  fallisce. La lettera arriva due ore dopo il ritrovamento dei  corpi segnalati da un cercatore di funghi. La scelta delle vittime non è stata casuale.

 Due stranieri,  senza una famiglia pronta a dare l’allarme la sera stessa. Le prede ideali. E a questo  punto torna in mente Montemorello, la tenda sparita, i tre cerchi di pietre trovati  al suo posto. Quei simboli, analizzati in seguito da esperti di ritualistica, vengano interpretati come segni esoterici  e, secondo alcuni annunciano la morte.

Da qui nasce una nuova pista, la pista esoterica,  un enigma dentro l’enigma che da quel momento diventerà parte integrante  del mistero del mostro di Firenze. Questa indagine sembra non avere fine. Il mostro continua a colpire indisturbato. Coppie massacrate, famiglie distrutte, un’intera regione che vive nel terrore.

 Ma la giustizia non può restare ferma.  Servono risposte, servono certezze. La pista sarda ormai  è stata accantonata definitivamente. Restano i dubbi sull’arma, sempre la stessa. Beretta calibro 22 con proiettili Winchester marchiati  con la lettera H sul fondello, ma i sardi non sono più il bersaglio delle indagini.

 A questo punto i sostituti procuratori Pierluigi Vigna e Paolo Canessa  decidono di affidarsi alla scienza. Chiedono al professor Franco  De Fazio, docente universitario di criminologia, di tracciare un profilo del mostro.  Secondo De Fazio, il mostro è un uomo tra i 35 e 40 anni, alto circa 1,85 m, ha  una cultura anglosassone e soffre di menomazioni sessuali e uccide a scopo di lipidine e soprattutto agisce  da solo.

 Ma questa diagnosi non ferma il caos, anzi i mezzi di informazione amplificano le teorie. Si parla di un macellaio perché conosce bene i coltelli, anzi no, di un medico perché sa colpire con precisione chirurgica.  Ognuno ha la sua verità, ognuno ha il suo mostro. Persino i servizi segreti mettono gli occhi sulla vicenda.  Il SISDE incarica il professor Francesco Bruno, criminologo, di redigere un rapporto, un lavoro dettagliato che però, per ragioni mai chiarite, non verrà mai letto  dagli inquirenti. Intanto le indagini

sul territorio si moltiplicano. A San Casciano si comincia a parlare di uno svizzero. Nella sua villa si dice si tengano  rituali esoterici. La villa viene perquisita da cima a fondo, ma non emerge nulla, nessuna prova, nessun indizio concreto. Si passa allora a rileggere i luoghi del delitto e qui spuntano particolari inquietanti.

 Nel 1981, accanto al corpo di Carmela De Nuccio a Mosciano, era stata trovata una piramide di Sassi e se colleghiamo  quella piramide ai cerchi di pietre di Montemorello ritrovati nel 1985, la pista esoterica comincia ad assumere una logica. Forse un filo invisibile lega  quei segni.

 Forse il mostro non agiva solo con la pistola e il coltello, ma con simboli che parlavano un linguaggio nascosto. Nel 1986 la squadra antimostro prende una nuova direzione. Al comando arriva Ruggero Perugini, un investigatore di razza formato sulle scienze comportamentali e sulle tecniche di analisi degli assassini  seriali presso l’FBI.

 Perugini porta con sé un nuovo approccio completamente diverso da quello usato fino a quel momento. Introduce strumenti fino ad allora inimmaginabili per la polizia italiana, i computer. Incrocia dati, ricostruisce profili, restringe il cerchio dei sospettati e uno dopo l’altro i nomi vengono depennati fino a quando la lista si riduce a uno solo.

 Un nome già noto alle cronache per la sua violenza. un uomo che nel 1951 aveva già ucciso, colto sul fatto, mentre la sua fidanzata Miranda Bugli consumava un rapporto con un certo Bonini, lo accoltella a morte, un uomo accusato di aver abusato sessualmente sulle figlie, un guaier delle campagne fiorentine. Il suo nome è Pietro Pacciani.

 La Sam inizia un’indagine a tutto campo. Vengono messi sotto controllo i suoi telefoni, la sua abitazione, i suoi spostamenti quotidiani, ogni suo passo viene seguito, ogni dettaglio monitorato, poi scatta la perquisizione e da quel momento emergono elementi che per gli inquirenti hanno il sapore della prova schiacciante.

>> Ad un certo punto di questa vicenda ai carabinieri verrà inviata una lettera anonima dove all’interno troveranno una molla di una beretta avvolto da una federa. Successivamente, durante una perquisizione verrà ritrovata il pezzo di federa a cui era stata tagliata questo pezzo inviato ai carabinieri. Oltre a questo ci sono anche degli oggetti appartenuti ai ragazzi tedeschi, almeno si presume, e è un portasapone e un album da disegno.

 E poi abbiamo eh diciamo la prova che incastra un po’ durante i processi paciani ed è il bosso ritrovato all’interno di un palo di cemento. in casa Pacciani nell’orto. Insomma, questo bosso lo perrò più avanti. Negli anni verrà fuori che i i segni che insomma dovrebbero marchiare il bossolo sono stati altefatti.

 Quindi diciamo che il bossolo c’è stato messo da qualcuno, non si sa chi e non si sa perché. >> La cronologia, la stessa degli omicidi, rafforza i sospetti. Le date coincidono perfettamente con i periodi in cui Pietro Pacciani era in libertà. Ogni delitto, secondo questa logica, si incastra con la sua vita. Per gli inquirenti non ci sono più dubbi.

 Il mostro di Firenze  ha finalmente un volto. Nel 1991 Pietro Pacciani riceve un avviso di garanzia. Il contadino di Mercatale viene portato davanti a un giudice con l’accusa più terribile di tutte, essere l’esecutore materiale del mostro di Firenze. Finalmente comincia il processo. Giornalisti da tutto il mondo accorrono a Firenze.

 Tutti vogliono vedere il mostro. Il processo si apre in un clima di speranza. Forse dopo anni di terrore la giustizia sta per dare un volto definitivo all’incubo. Cominciano le testimonianze e ciò che emerge di Pietro Pacciani è un ritratto cupo e inquietante. Molti lo descrivono come un uomo iroso, violento. C’è chi giura di averlo visto mentre spiava giovani coppe appartate nelle stesse piazzole dove anni dopo il mostro avrebbe colpito.

  Altri raccontano di averlo visto nei dintorni proprio delle sere in cui avvengono gli omicidi. In aula tornano le ombre del suo passato, le condanne per abusi sulle figlie, l’omicidio del 1951. Una delle figlie testimonia che il padre dava loro da mangiare, cibo per cani, come se fossero bestie.  Sul banco dei testimoni compare anche Mario Vanni, postino di San Casciano  e amico di Pacciani.

 Il suo atteggiamento è reticente e sembra sapere qualcosa, ma non vuole dirlo. Il silenzio che pesa come un macigno. Ma basterà tutto questo a dimostrare che Pietro Pacciani era davvero il mostro di Firenze. >> Le testimonianze raccolte durante il processo, intanto voglio dire che sono state testimonianze di personaggi abbastanza estrosi.

 Il processo a volte era a tratti comico, pur parlando di mh situazioni, diciamo, drammatiche. Eh, però eh tantissime persone hanno notato eh Pietro Pacciani eh nelle piazzole durante un rapporto, insomma, intimo eh con il proprio partner e diciamo quelle sono state davvero tante e hanno messo sicuramente Pietro Pacciani in una posizione scomoda.

 Sicuramente il passato vivento nei Pacciani non l’ha aiutato perché lui insomma ha avuto una vita di di errori, ne ha fatti tantissimi, pensiamo alle figlie, pensiamo a un omicidio avvenuto nel 51, cioè tutto questo, diciamo, ha influito in maniera negativa durante il processo. I giudici e specialmente prima dei giudici, i pubblici ministeri hanno puntato tantissimo a su questa tesi.

Quindi battevano molto su sul passato violento di Pacciani e i giudici, diciamo, hanno visto Pacciani in un ottica violenta e quindi una persona che poteva tranquillamente svolgere un certo tipo di delitto. >> Per il pubblico ministero Paolo  Canessa le prove sono schiaccianti. Ci sono la cartuccia Winchester  nascosta nel Pallo di cemento, gli oggetti personali riconducibili alle vittime e tutte le testimonianze  che lo collocano nelle vicinanze delle scene del crimine.

Canessa insiste anche sull’omicidio  del 1951. Secondo l’accusa, in quella circostanza, Pacciani rimase ossessionato da un dettaglio. Vide Bonini toccare con  forza il seno sinistro della sua fidanzata Miranda Bugli. Un’immagine che per il pubblico ministero si è impressa  nella mente di Pietro Pacciani fino a diventare un marchio di sfregio e che avrebbe riproposto  decenni dopo sulle vittime del mostro con l’asportazione proprio del seno sinistro.

 Gli avvocati di Pacciani  però ribattono con forza, dicono che non basta, che gli indizi pur gravi non  costituiscono una prova inconfutabile di colpevolezza. Il giudice deve decidere e alla fine Pietro Pacciani viene condannato, colpevole di essere il mostro di Firenze per gli omicidi dal  74 all’85, assolto invece per il delitto del 68.

 La sentenza  è pesantissima, 14 ergastoli. Ma giustizia è stata fatta davvero? >> Le prove raccolte su Petro Pacciani, diciamo che non sono state  solidissime e facevano un po’ d’acqua da tutte le parti. in primis, diciamo, ricordiamo il Bossolo, che poi in seguito verrà fuori che è stato artefatto.

 Ci sono state anche testimonianze di  cui hanno visto Pietro Pacciani nelle vicinanze delle piazzole e e questa cosa però fondamentalmente non è che può determinare che lui possa aver commesso determinati delitti. Eh, poi ci sono i soldi, eh, anche quello è una è un tema molto caldo durante il  processo perché comunque Pacciani aveva accumulato una piccola fortuna e, diciamo, era incompatibile col suo stile di vita e  quindi anche questo sicuramente non ha influito a era come se qualcuno avesse pagato Bacciani  per eh

fare determinate azioni e quindi anche questa cosa qui ha influito molto sulla futura poi condanna di di Pietro Bacci. >> Per il padre di Pierontini  Renzo non c’è alcun dubbio. Finalmente giustizia è stata fatta. Anche  altri familiari delle vittime trovano sollievo nella condanna.

 Il mostro, dicono, è in carcere,  ma dietro quella sentenza restano le ombre e con esse una domanda che non smette di tormentare.  Il mostro di Firenze è stato davvero catturato? Ci manca soltanto che ci ammazzino  a noi. Ci hanno controllato da capo a piedi. >> Ma non ha nessun rammarico. >> Io rammarico? Niente.

 Vorrei trovare quello che veramente ha costruito questa sceneggiata. >> È una sceneggiata, la chiam >> questa è una sceneggiata. Gli avvocati difensori non accettano la condanna di Pietro Pacciani. Per  loro non è il mostro di Firenze, quindi parte il ricorso. Nel 1996 comincia il processo d’appello,  ma l’atmosfera è diversa.

L’opinione pubblica è spaccata. Molti non credono più  che Pacciani sia davvero il mostro, perché le prove raccolte non portano a una certezza  assoluta di colpevolezza. L’accusa guidata ancora dal pubblico ministero Paolo Canessa decide di puntare  tutto su nuove testimonianze che a suo parere avrebbero potuto ribaltare definitivamente  la vicenda.

 Vuole portare in aula quattro testimoni soprannominati alfa, beta, delta e gamma, ma il giudice non li ammette per un problema procedurale.  Quei testimoni non entreranno mai nel dibattito e l’accusa si ritrova senza le sue carte più forti. La difesa  composta dagli avvocati Fioravanti e Bevacqua con la giunta del penalista Marazzita sfrutta la situazione.

 Smonta l’impianto accusatorio pezzo dopo  pezzo e al momento della sentenza il verdetto è clamoroso. Pietro Pacciani viene assolto. Un colpo durissimo per molti familiari delle  vittime convinti fino all’ultimo della sua colpevolezza. Ma la vicenda  non finisce qui. Canessa non si arrende, ricorre in Cassazione e la Cassazione  decide. Il processo va rifatto.

 Una nuova possibilità per  chiarire, una nuova occasione per stabilire la verità, ma quel processo  non ci sarà mai. Il 22 febbraio del 1998 Pietro Pacciani viene trovato morto nella sua abitazione  di Mercatale. La versione ufficiale parla di arresto cardiaco, ma le circostanze ancora oggi restano avvolte dal mistero.

 Ah. >>  >> Ancora una volta non siamo arrivati a niente. Il primo sospettato di essere il mostro di Firenze, Pietro Pacciani è morto senza una condanna definitiva, assolto nell’ultimo grado di giudizio. Per le famiglie delle vittime è un colpo durissimo. Non hanno avuto giustizia per i loro cari, ma Paolo Canessa non si arrende.

 insieme al commissario Michele Giuttari riprende in mano i fascicoli, rilegge le testimonianze, le seziona parola per parola e si concentra su una in particolare, quella di Mario Vanni, il postino di San Casciano. In quell’occasione Vanni era apparso reticente, come se sapesse più di quanto volesse ammettere. Si riparte da lì. Dalle indagini emergono altri nomi.

 Il testimone denominato Beta viene risentito, è Giancarlo Lotti, un manovale di San Casciano. Sotto pressione Lotti crolla, ammette tutto, dice che ad uccidere era stato Pietro Pacciani. Ma non era solo, con lui c’era anche Mario Vanni e aggiunge lui stesso, Giancarlo Lotti, aveva partecipato attivamente a quattro delitti.

 È un colpo di scena clamoroso. Il mostro di Firenze non è un killer solitario, ma un gruppo di uomini, un trio oscuro che la stampa ribattezza i compagni di merende.  Mario Vanni, ex postino, è conosciuto in paese anche per episodi violenti. Spinse dalle scale la moglie incinta provocandole l’aborto. Apparentemente un uomo debole, ma si diceva fosse soggiogato dalla personalità di Pietro Pacciani.

Giancarlo Lotti invece è un manovale dal fisico imponente con una mente fragile segnato da un deficit cognitivo. In paese lo chiamano katanga, il Grullo, lo scemo del villaggio, Vanni, Torsolo, lo scarto della mela. e Pacciani vampa per il suo  carattere focoso e un vecchio episodio in cui giocando a fare il mangiafuoco rimase ostionato  in volto.

 Secondo Lotti Pacciani lo aveva minacciato. Se non lo avesse aiutato nei delitti  avrebbe detto in paese che era omosessuale. Un marchio che Lotti non voleva portarsi addosso, pur probabilmente essendolo davvero. Le dichiarazioni di Lotti trovano eco nelle in altre testimonianze.  Alcuni lo collocano con la sua auto vicino alle piazzole degli omicidi.

 Fernando Pucci, testimone Alfa, racconta di una notte del 1985. era insieme a Lotti al ritorno da una serata  quando questi si fermano con la scusa di un bisogno fisiologico. In realtà voleva mostrargli qualcosa, il delitto dei francesi agli scopeti. Secondo Pucci, furono Pacciani e Vanagni a  compiere quell’omicidio.

Poi arriva la voce di Gabriella Ghiribelli,  prostituta di San Casciano. racconta che Pacciani e Vanni frequentavano un  casolare poco distante dagli scopeti, abitato da un santone, Salvatore indovino. Dice  che lì si tenevano strani rituali e che lei stessa, lavorando come domestica, aveva trovato più volte tracce di sangue.

 Un altro testimone, Lorenzo Nesi, racconta di aver accompagnato Mario Vanni in quel casolare. Vedendolo tornare, entrò a cercarlo e vide un uomo con una tunica. Rimase con l’idea che lì dentro si compissero riti misteriosi. Tra i frequentatori di quel luogo  compare persino il nome di Francesco Vinci, già coinvolto anni prima nelle indagini.

 Una coincidenza inquietante  e si parla persino di un medico che partecipava a quei raduni. Ma di questa figura torneremo a parlare più avanti. Per Canessa adesso non ci sono più dubbi. Le nuove testimonianze insieme alla confessione di Giancarlo Lotti  fanno crollare la tesi del killer solitario. Si va a processo. Nonostante la difesa di Mario Vanni  guidata dall’avvocato Filastò.

Il giudice crede alla alle parole di Lotti e degli altri testimoni. Il verdetto è pesante. Mario Vanni viene condannato all’ergastolo per gli ultimi cinque omicidi. Giancarlo Rotti riceve una condanna a 30  anni per gli ultimi quattro. In appello l’ergastolo per Vanni viene confermato, mentre la pena di lotti scende a 24 anni.

 Nella sentenza il giudice  aggiunge un dettaglio inquietante. Non hanno agito per conto proprio, ma su commissioni. E così si apre un nuovo capitolo nelle indagine,  la ricerca del mandante. >>  >> a seguito della sentenza che condanna Mario Vanni e Giancarlo Lotti. Si apre un nuovo capitolo, la ricerca del mandante.

 Perché se davvero i compagni di merende hanno agito su commissione, chi era colui che ordinava e soprattutto chi pagava? Durante l’interrogatorio di Lotti era emerso un dettaglio agghiacciante. I feticci prelevati dai corpi delle vittime venivano consegnate a un medico in cambio di denaro, un compenso, una ricompensa del sangue.

 Gli investigatori cominciano a scavare e trovano tracce di movimenti sospetti nei conti correnti di Pacciani e Divanni. Alla sua morte Pacciani lascia dietro di sé una piccola fortuna che con il suo lavoro di bracciante non avrebbe mai potuto accumulare. Due case di proprietà, oltre 100 milioni di lire in banca e buoni postali, un patrimonio che stride con la sua vita semplice e rosa. E c’è di più.

Alcuni versamenti compaiono in coincidenza con le date di certi omicidi. Anche Mario Vanni, il postino, nonostante lo stipendio modesto, aveva accumulato oltre 50 milioni di lire e  diversi buoni postali, denaro che, secondo gli inquirenti, potrebbe essere collegato ai compensi per gli efferati delitti.

 Ma torniamo alla figura del medico. Nel 2001 una telefonata inquietante scuote l’Italia intera.  Una voce anonima dice: “Ti facciamo fare la fine del medico morto nel lago. >> Sarai sacrificato in nome di Satan come il grande dottor Narducci.  Sarai sacrificato in nome di Satan come il grande dottor Nard. Il riferimento è chiaro.

 Il dottor Francesco Narducci, morto nel 1985, ufficialmente per annegamento nelle  acque del lago Trasimenu. Ma quella telefonata afferma, senza mezzi termini che Narducci non è morto per un incidente, è stato ucciso. Le autorità di Perugia aprono un’indagine. Ma torniamo indietro, è l’8 ottobre 1985, un mese dopo l’ultimo omicidio attribuito al mostro, Narducci esce con la sua barca dal porticciolo di San Feliciano e da lì scompare.

 Poche ore dopo la barca viene ritrovata ferma tra le canne dell’isola polvese. Il corpo viene recuperato 5 giorni più tardi e riconsegnato rapidamente alla famiglia che provvede a una sepoltura discreta, troppo discreta. Dopo la telefonata del 2001, gli inquerenti riprendono in mano le fotografie del cadavere.

 Notano che le proporzioni del corpo misurate rispetto alle mattonelle del pontile non coincidono con quelle di Narducci. Si ipotizza una sostituzione di cadavere. I legali della famiglia Narducci smentiscono con forza, ma il dubbio resta. Nel 2002, per fugare ogni incertezza, il corpo viene riesumato. Il risultato è sconvolgente.

 È davvero Francesco Narducci. Ma la causa della morte non è annegamento, è strangolamento, un omicidio mascherato. Gli avvocati della famiglia continuano a parlare di incidente, di morte accidentale, ma per gli investigatori perugini il quadro è chiaro. La vicenda è collegata al mostro di Firenze e nel 2004 la pista porta a San Casciano Val di Pesa.

 Il capo della squadra investigativa Michele Giuttari ordina una perquisizione a casa di Francesco Calamandrei, titolare di una delle farmacie del paese. Con lui finiscono sotto indagine un dermatologo universitario, un avvocato e un imprenditore. Secondo l’accusa sarebbero loro i mandanti, il livello superiore, coloro che pagavano  per avere i feticci delle vittime.

 Testimoni raccontano che Calamandrei fosse legato a Narducci, che insieme partecipassero a orge messe nere. C’è chi afferma addirittura che Narducci avesse a disposizione un appartamento proprio a San Casciano. La famiglia Narducci smentisce con forza. Francesco, dicono, non conosceva Calamandrei e non sapeva nemmeno dove fosse San Casciano.

 Il processo che segue assolve Francesco Calamandrei. Eppure tra i faldoni restano ancora oggi ombre, piste oscure, domande senza risposta. Quello che rimane di questa sturda storia  sono più domande che risposte. Un labirinto di indagini, sospetti, morti e depistaggi che  ancora oggi non trova una vera uscita.

 Ma una cosa è certa, tutti coloro che hanno orbitato intorno alla vicenda  del mostro di Firenze sono morti in circostanze più che misteriose. Francesco Vinci, fucilato, incaprettato  e dato alle fiamme nella sua auto insieme a un altro uomo. Milva Malatesta, frequentatrice della casa del mago indovino, uccisa con suo figlio di soli 3 anni.

 Il padre,  renato malatesta, trovato impiccato, ma i piedi toccavano terra. un suicidio impossibile o  un omicidio mascherato. Lo stesso Pietro Pacciani, il principale indiziato, muore in circostanze sospette.  Aveva assunto un farmaco per l’asma, incompatibile con la sua grave malattia cardiovascolare.

 Il dottor Francesco Narducci, che secondo alcune piste  poteva essere uno dei mandanti, rimane avvolto nel mistero. La sua morte ufficialmente per annegamento, ma con troppi interrogativi  mai risolti. Alla luce di tutto questo, tra intrighi, intrecci, sospetti, indagati, resta soltanto una certezza  giudiziaria, la condanna di Mario Vanni e Giancarlo Lotti per alcuni dei duplici omicidi.

 Ma possiamo  davvero dire che basta? Questa storia, quella del mostro di Firenze, non è soltanto cronaca nera, è una ferita collettiva,  un dolore che non ha mai trovato giustizia piena. Dietro le sigle processuali, i  faldoni di indagine, i depistaggi e le infinite ipotesi, ci sono loro. Giovani vite spezzate,  famiglie distrutte, genitori e fratelli che non hanno mai smesso di chiedere la verità.

Giovanni, Carmela, Stefania, Pasquale,  Susanna, Stefano, Paolo, Antonella, Pia, Claudio, Horst, Jen, Nadin, Jean-Michel,  nomi che oggi rischiano di diventare solo ombre in una cronaca infinita, ma che invece erano sorrisi, progetti,  amori, sogni, interro. Ai loro cari è rimasto soltanto il vuoto e un’infinità  di domande.

 È davvero possibile che un contadino, un postino e un manovale abbiano portato avanti tutto questo da soli? O dietro quelle notti di sangue  si nascondeva una rete più oscura, più potente, che ancora oggi non ha un volto? Non lo sappiamo,  forse non lo sapremo mai, ma quello che sappiamo con certezza è che a distanza di decenni la Toscana  e con lei l’Italia intera non ha dimenticato.

 Non ha dimenticato i ragazzi innamorati che cercavano  solo un angolo di intimità. Non ha dimenticato i loro sorrisi congelati nel tempo, non ha dimenticato la paura che ha cambiato  per sempre la vita di un’intera generazione. Questa storia non finisce qui, non finisce perché finché non ci sarà verità  resterà aperta e forse un giorno con nuove tecnologie e nuove indagini i fantasmi del passato troveranno  finalmente un nome e un volto.

 Fino ad allora il nostro pensiero va a loro, alle vittime, alle famiglie che hanno lottato  e a chi non si è mai arreso nel cercare la verità. Perché giustizia non è vendetta, giustizia è memoria e la memoria non muore  mai. >> 

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