Tra la polvere e le macerie la strada diventa l’unica vera accademia per il giovane Tommaso. È una giungla urbana dove sopravvive solo chi è più scaltro. raduna attorno a sé una banda di ladruncoli, ragazzini svelti e veloci di mano e grazie a un carisma naturale che non passa inosservato, ne prende immediatamente il comando.
Il bersaglio dei loro furti non sono i disperati del quartiere, ma i soldati tedeschi. Tommaso li odia visceralmente, li vede calpestare la sua terra da padroni e derubarli di notte diventa non solo una necessità, ma una questione d’orgoglio, un’azione che lo esalta profondamente. Raziano benzina, pane e latte per poi rivendere tutto alla Borsa Nera, un mercato parallelo e illegale che tiene in vita una città affamata.
Non si ferma alla piccola criminalità, affin l’ingegno inizia a smerciare tessere falsificate per il razionamento della farina. L’area della guerra lo trasforma definitivamente. Durante un viaggio a Napoli con altri siciliani prende persino parte ad azioni armate contro le truppe tedesche, affiancando ai furti episodi di saccheggio.
Quando torna a Palermo non è più solo un ragazzino di strada, è un leader riconosciuto. Il suo prestigio criminale cresce a dismisura, tanto che ancor prima di stringere legami con la vera mafia, per i vicoli della città iniziano a chiamarlo con rispetto e reverenza, don Masino. La sua vita brucia le tappe anche sul fronte dei sentimenti.
Nel 1944, a soli 16 anni, decide di compiere la classica fuitina e sposa Melchiorra Cavallaro, la donna che gli darà i primi quattro figli. Prima Felicia, poi Benedetto, seguiti da Domenico e Antonio. Appena sposato c’è il tentativo concreto di costruire una vita normale lontano dalla malavita. La giovane coppia si trasferisce a Torino, dove Tommaso viene assunto in una fabbrica di specchi.
Qui mette a frutto l’arte minuziosa imparata in famiglia e dimostra di avere mani d’oro guadagnandosi la stima dei colleghi. È un lavoratore abile, preciso, ma la parentesi da operaio onesto al nord dura poco. La nascita della primogenita felice lo spinge a fare i bagagli e tornare nella sua Palermo, riprendendo a lavorare nella bottega paterna.

Sembra il prologo di una vita ordinaria, di una redenzione possibile, ma le strade del mandamento di Porta Nuova, che lo hanno visto crescere e comandare lo stanno già osservando da vicino. Il destino di don Masino sta per incrociare quello dell’onorata società. C’è un confine invisibile che separa il criminale di strada dall’aristocrazia della malavita.
Un varco che non si attraversa per caso né inviando una candidatura spontanea. Nel 1945, a soli 17 anni, Tommaso Buscetta è pronto a varcare quella soglia. ha già dimostrato di sapersi muovere con disinvoltura e freddezza, ma per entrare nella cerchia ristretta nell’elitta assoluta del crimine siciliano serve un’occasione, un momento preciso in cui il destino decide di metterti alla prova sotto gli occhi delle persone giuste.
L’occasione si presenta con le sembianze di un banale scippo. In una giornata comettante nel dedalo di viuzze del centro di Palermo, un borseggiatore commette l’errore più imperdonabile della sua vita. Ruba l’uomo sbagliato. La vittima non è un passante indifeso, ma Don Gaetano Filippone, il potentissimo e temuto capo della famiglia mafiosa del mandamento di Porta Nuova.
Il giovane Masino, che gravitava in quella zona assiste all’intera scena. Il suo istinto non è quello di scappare o di chiamare le guardie. con uno scatto felino si lancia all’inseguimento del ladruncolo, lo bracca, gli strappa il borsello dalle mani e con estrema defferenza lo riporta intatto al legittimo proprietario. Filippone prende in consegna il maltolto e scruta quel ragazzo.
In cosa Nostra nulla passa inosservato, ogni azione viene pesata. In quel gesto istinvo il vecchio boss non vede solo un favore personale, ma un’attitudine formidabile. Inseguire un criminale per proteggere il patrimonio di un capo famiglia denota fegato, velocità di pensiero e un innato rispetto per le gerarchie del potere occulto.
Da quel momento il mandamento di Porta Nuova decide che è arrivato il momento di reclutare ufficialmente quel diciassettenne. Il corteggiamento mafioso non è mai rumoroso o esplicito, è fatto di sguardi, di mezze frasi. di silenzi densi di significato. Un giorno un emissario si affianca a Masino e pronuncia poche chirurgiche parole.
Masino, tu sei un bravo picciotto, parli poco, ci sono persone che ti vorrebbero nella famiglia. Hai capito? Non c’è bisogno di ulteriori spiegazioni. Buscetta sa perfettamente chi sono quelle persone e cosa comporta quell’invito. Accetta la proposta con un semplice e impercettibile cenno del capo.
Il rito di iniziazione si consuma lontano da occhi indiscreti in una stanza chiusa, immersa in una solennità quasi religiosa. Attorno a un tavolo sono seduti gli uomini di vertice della famiglia. Masino attende in piedi a poca distanza in rigoroso silenzio. È il padrino stesso, don Gaetano a farsi garante per lui davanti agli altri affiliati.
Lo descrive secondo i rigidi canoni dell’onorata società. È un ragazzo pulito, non ha pendenze o faide aperte con altri uomini d’onore, non crea scandali ed è noto per tenere la bocca cucita. Aggiunge una garanzia essenziale. È uno che non ruba, o meglio, non tocca ciò che appartiene ai protetti della famiglia.
Di norma un novizio viene richiesta una macabra prova, spesso un omicidio, per dimostrare la propria lealtà e la freddezza d’animo. Ma per Buscetta si fa un’eccezione clamorosa. La sua fama lo precede. Sanno che ha già ucciso durante gli scontri a Napoli e che non trema davanti a un grilletto. In quell’epoca entrare in quel cerchio magico significava acquisire uno status intoccabile.
La mafia di Porta Nuova svolgeva sul territorio una vera e propria funzione di supplenza rispetto a uno stato debole. Appianava al liti familiari, puniva i ladri non autorizzati e decideva persino l’assegnazione delle case popolari. Il boss si alza dalla poltrona, si avvicina al diciassettenne, detta il dogma assoluto su cui si fonda l’intera organizzazione.
Cosa Nostra viene prima del sangue, degli affetti, del paese. Nessun legame terreno potrà mai superare l’obbedienza all’organizzazione. Poi inizia la liturgia. Filippone prende un ago e punge il dito di Masino. Il sangue sgorga e viene fatto gocciolare su un santino. Un’immagine sacra. Il padrino dà fuoco alla carta che inizia a consumarsi nel palmo della mano del giovane.
Mentre la fiamma gli brucia la pelle, Buscetta non tradisce alcuna emozione e con voce ferma pronuncia il giuramento definitivo. Se tradirò le mie carni bruceranno come questa sacra efficie. È un patto stipulato con il sangue e con il fuoco, una scelta senza via d’uscita, come ammetterà lui stesso rigettando l’idea di poter semplicemente rassegnare le dimissioni da quel mondo.
È come essere prete è per sempre. Da quella stanza esce un uomo d’onore. La sua carriera criminale a inizio. Un giuramento di sangue non ti rende automaticamente un capo, ti fornisce un pass, un’appartenenza, ma la scalata ai vertici del crimine organizzato richiede ambizione, fiuto per gli affari e una propensione quasi genetica al rischio.
Tommaso Buscetta ha tutto questo. Eppure nei primi anni d’affiliato la sua traiettoria in Cosa Nostra non è una linea retta. È un pendolo che oscilla in continuazione tra il desiderio di farsi una vita pulita all’esterno e richiamo inebriante del potere mafioso. Nel 1948, in coincidenza con la nascita del suo secondo figlio Benedetto, Buscetta decide di tentare nuovamente la via dell’emmigrazione e del lavoro onesto.
Lascia Palermo e fa rotta verso l’Argentina, stabilendosi a Buenos Aires, dove apre una fabbrica di specchi. La concorrenza nel settore però è spietata e lo costringe presto a ridimensionare l’attività limitandosi a produrre portaritratti a specchio per sopravvivere. Non è un uomo d’arrendersi facilmente e nel 1950, alla nascita del terzo figlio Antonio, sposta l’intera famiglia in Brasile.
Qui il suo laboratorio ha finalmente un discreto successo. Tuttavia far crollare il suo sogno sudamericano sono le dinamiche familiari. Sua moglie Melchiorra non riesce proprio ad adattarsi al nuovo mondo. Si barrica in casa, rifiuta la nuova cultura e impedisce perfino ai figli di imparare il portoghese. Esausto per questa situazione, nel 1952 Buscetta vende la sua redditizia azienda e riporta l’intera famiglia in Sicilia.
È il punto di non ritorno. Rientrato a Palermo, apre un nuovo laboratorio a termini merese insieme al fratello fedele, ma la sua testa è inevitabilmente altrove. si rimette a totale disposizione del suo capo mandamento Gaetano Filipponi dopo un breve e turbolento viaggio in solitaria a Buenos Aires nel 55, durante il quale rimane bloccato in un albergo a causa del coprifuoco imposto dal colpo di stato militare contro Wamperon, torna definitivamente a Palermo e si tuffa capofitmo nel crimine
che conta. inizia a legarsi ai nomi più pesanti della malavita: Angelo La Barbera, Salvatore Greco e Gaetano Badalamenti. L’organizzazione lo trasforma rapidamente in un sicario spietato e in un gregario di lusso, mettendolo in particolar modo alle dipendenze di La Barbera.
Ma Don Masino è prima di tutto un abilissimo affarista. intuisce che la vera ricchezza non deriva dalle piccole estorsioni di quartiere, bensì dal nascente mercato globale e si lancia nel lucroso contrabbando internazionale di sigarette stupefacenti. La sua smagia di grandezza e di autonomia lo porta però a compiere dei passi falsi.
Nel 58 viene intercettato e arrestato a Taranto dai carabinieri, sorpreso a scortare due camion carichi di sigarette di contrabbando. Sconta 6 mesi di prigione, ma il vero castigo arriva al suo rilascio. Il boss Filuppone lo redarguisce pesantemente. Il codice di Cosa Nostra non ammette deroghe.
Nessun affiliato può avviare un business illegale improprio senza avere prima informato alla famiglia. Evidentemente la lezione non basta. Poco dopo la Guardia di Finanza fa irruzione in una camera d’albergo a Roma arrestandolo. Buscetta non si trova lì per caso. È in compagnia della sua nuova amante Vanda Persichini e di due pesanti trafficanti internazionali, il corso Pascal Mollinelli e il tangerino Salomon Gonzal.
Snodi cruciali per le cosche siciliane. Passa tre mesi rinchiuso a Regina Celi, ma ormai il suo nome e la sua rete di contatti sono noti alle polizie di mezza Europa. Alla fine degli anni 50 Don Masino è una vera celebrità del mondo sotterraneo. Le sue amicizie spaziano fino all’aristroia criminale itoloamericana, arrivando a frequentare Boss del calibro di Laki Luciano e Joe Adonis confinati in Italia.
La consacrazione definitiva giunge però nel 1957. Il potente boss di origine siciliana Giò Bonanno sbarca da New York e organizza un vertice decisivo al ristorante Spanò, il locale sul mare più rinomato di Palermo. Attorno al tavolo sono seduti i capi assoluti di tutte le famiglie. Buscetta, che formalmente è solo un soldato, gode dell’immenso privilegio di sedere proprio accanto a Bonanno, il quale lo elogia apertamente davanti ai vertici mafiosi.
Durante quel pranzo Bonanno lancia una proposta rivoluzionaria, istituire una commissione, una sorta di tribunale supremo e permanente per governare le famiglie e prevenire guerre interne. L’idea viene approvata e Buscetta è tra coloro che si occuperanno di plasmare questo nuovo ordine esecutivo. La sua reputazione va alle stelle, dentro e fuori dalle carceri viene ormai trattato come un re.
è l’archetipo del mafioso moderno, scaltro e globale. Ma proprio quando l’organizzazione sembra aver trovato un suo equilibrio istituzionale, si addensano nubi nerissime. Nel 1959 l’omicidio del boss Michele Navarra su ordine di Luciano Liggio, squarcia il velo della pace innescando l’ascesa sanguinaria dei corleonesi. Un terremoto che presto travolgerà la città e l’esistenza stessa di Tommaso Puscetta.
Adesso il valore era denarsi, adesso il valore era avere la villa al mare o averle in montagna. Adesso il valore era chi sparava di più. giro di pochi anni, fra il 1981 e il 1983, ci furono più di 400 morti in Palermo. In precedenza la mafia non si era voluta immischiare in questione di stupefacenti.
Essi attirava troppo l’attenzione dell’autorità e troppa pressione. Ora invece la parte principale degli affari della mafia era costituita dagli stupefacenti e tutti se ne erano arricchiti. Insieme a gli stupefacenti era venuto più denario, più incorgia e meno onore. I mafiosi non sono le figure romantiche che voi vedete nelle pellicole cinematografiche.
Essi uomini di violenza. Fino a che il pubblico non capirà effettivamente la vera natura di Cosa Nostra, il potere di essa e la sua violenza continueranno. Nei primi anni 60 otto agenti di polizia furono uccisi a causa di una bomba scoppiata in un’auto. A seguito di ciò si verificò uno scalpore pubblico contro la mafia e venne emesso un certo numero di mandati di arresto. I compreso il mio.
>> Nel 1963 Palermo è una polveriera. L’autobomba di Ciaculli uccide sette membri delle forze dell’ordine e l’aria per i mafiosi si fa irrespirabile. Le indagini puntano dritte anche su Tommaso Buscetta. È il momento di sparire. Inizia così la trasformazione di Don Masino in una figura criminale, atipica, globale, quasi mitologica, il boss dei due mondi.
La sua fuga è rocambolesca, passa per la Svizzera, poi vola in Messico con la sua amante, la subret Vera Girotti, dalla quale avrà la figlia Alessandra. Ottenuto un visto per gli Stati Uniti si stabilisce a New York. Qui entra in contatto diretto con la potentissima famiglia mafiosa idoloamericana de Gambino che gli concede un prestito per aprire una pizzeria.
Gli affari decollano e ne apre subito altre due. Nel frattempo conduce una doppia vita sentimentale al limite dell’assurdo. Sposa formalmente la Girotti negli Stati Uniti, ma fa arrivare in America anche la sua prima moglie, Melchiorra, barcamenandosi tra due famiglie ignare l’una dell’altra. Il business della pizza è solo una copertura.
La sua mente strategica è proiettata sul narcotraffico internazionale. Dopo un breve rientro segreto in Europa nel 1970 per discutere il golpe borghese, viene arrestato a Brooklyn e, una volta rilasciato su cauzione capisce che gli Stati Uniti scottano troppo. Fugge così a Rio de Janeiro, in Brasile.
Qui chiude la relazione con Vera e si lega alla giovanissima Cristina De Almeida Gismarez. figlia di un noto avvocato. Sotto mentite spoglie, buscetta architetta, un impero della droga impressionante. Fiumi di eroina e cocaina partono dal Sud America per inondare le pizzerie di New York gestite dai Gambino.
Crea persino una flotta aerea privata e una compagnia di taxi per riciclare i proventi milionari. Ma il 2 novembre 1972 il castello di carte crolla. La polizia brasiliana smantella la rete trovando nel suo deposito blindato 25 miliardi di lire di eroina pura. Torturato brutalmente Don Masino non cede e viene estradato in Italia.
Il 5 dicembre 1972 attraversa la porta carraia del carcere palermitano del Lucciardone. Quella che dovrebbe essere la fine della sua carriera si trasforma in un trionfo carcerario. Per lui la galera non è un luogo di punizione, ma un nuovo regno da amministrare. Cardone diventa a casa sua, parla da pari a pari con la direzione del penitenziario, ottenendo privilegi impensabili in cambio di un’assoluta e rigorosa pace interna.
Niente sommosse, niente evasioni. Sfruttando il suo innato carisma, si impone come l’uomo della mediazione, una sorta di sindacalista antieliteram della malavita. Il suo capolavoro organizzativo avviene nell’infermeria del carcere. riesce a far trasferire lì, con finte diagnosi mediche, tutti i principali uomini di onore detenuti, creando di fatto uno stato autonomo all’interno della prigione.
Nasce così il mito del Grand Hotel Lucciardone. Nell’infermeria si radunano regolarmente dai 25 ai 30 boss che condividono una grande sala da pranzo arredata con tavoli, sedie e frigoriferi pieni di bottiglie di champagne, whisky e prelibateze. Mentre gli altri detenuti mafiosi simolano la febbre iniettandosi il latte nelle vene per farsi ricoverare.
Buscetta si distingue anche in questo. Conserva nel frigorifero un misterioso siero che mischiato alle urine durante le visite fiscali simola i sintomi di gravi malattie. Il suo potere si estende ben oltre Palermo. Tra il 72 e il 79 Buscetta viene trasferito in ben 13 prigioni diverse in tutta Italia.
I suoi spostamenti sono così frequenti e brevi da assembrare le fermate di un autobus. In pochi giorni passa dal Lucciardone a Termini Merese per poi tornare indietro. Ovunque vada agisce da pacere e punto di riferimento per l’intera comunità carceraria. Questo surreale periodo di detenzione dorata termina nel febbraio del 1980.
Trasferito nel carcere piemontese delle nuove ottiene il regime di semilibertà quando gli manca solo un anno per estinguere la pena. Fuori dalle sbarre però tira una brutta aria. I corleonesi di Totorrina stanno preparando una mattanza per prendere il controllo di Palermo. Buscetta affiuta il massacro imminente, rifiuta di schierarsi, fa perdere le sue tracce e nel gennaio del 1981 prende Cristina e i figli e fugge di nuovo in Brasile.
Spera di essersi lasciato la guerra alle spalle, ma la mafia non dimentica mai. Puoi fuggire dall’altra parte dell’oceano, puoi cambiare il tuo nome, la tua voce, persino i connotati del tuo viso con la chirurgia plastica. Ma c’è una cosa che per la mafia non potrai mai nascondere, il tuo sangue. Nella logica distorta di Cosa Nostra, quando il re è fuoriportata, si massacra la sua corte e la corte di Tommaso Buscetta è composta da persone che con il crimine non hanno mai avuto nulla a che fare.
Siamo agli inizi degli anni 80 e la Sicilia sprofonda in un abisso di terrore. È scoppiata la seconda guerra di mafia. I corleonesi, guidati dalla furia calcolatrice di Totorrina hanno deciso di prendersi Palermo con la forza, spazzando via la vecchia guardia, boss di primissimo piano come Stefano Bontato e Salvatore Inzerillo cadono sotto il piombo dei sicari.
Buscetta, rintanato in Brasile intuisce il massacro e sceglie di estraniarsi rifiutando gli inviti dei vecchi alleati a tornare in Sicilia per guidare la riscossa. Ma l’assenza non basta a salvarlo. I corlleonesi sanno che finché Don Masino è in vita rappresenta una minaccia letale. Difondono ad arte la falsa notizia che Buscetta stia per tornare in segreto a Palermo per avvelenare i boss rivali durante un banchetto.
È il pretesto perfetto, poiché non riescono a scovarlo in Sud America, decidono di colpirlo dove fa più male. una spietata vendetta trasversale contro i suoi parenti per sagli facili e del tutto estranei alle dinamiche mafiose. Il primo colpo, il più devastante, arriva nel 1982. Riguarda Benedetto e Antonio, i due figli maschi nati dal suo primo matrimonio.
>> Aveva supplicato i suoi figli di stare lontani dalla mafia. Che ci fate ancora a Palermo? Venite in Brasile. Al telefono c’era una donna che urlava. Era sua nuora e ha raccontato che il giorno prima i figli di Tommaso erano spariti. In quel preciso momento è sbiancato in volto, non affiatato, ma aveva capito.
Non avrebbe più rivisto i suoi figli. Erano già morti. Non potevano rivelare dove si trovava il padre, non lo sapevano. Li hanno torturati e li hanno ridotti in fin di vita. Poi li hanno sciolti nell’acido. >> Sì, li hanno sciolti nell’acido. >> Sono ragazzi normali, vivono le loro vite, ma portano un cognome che ormai è una condanna a morte.
Scompaiono nel nulla, inghiottiti da quella che in Sicilia chiamano lupara bianca. Il mandante di questa atrocità è l’uomo da cui Buscetta meno se lo sarebbe aspettato, Pippo Calò, il suo vecchio capo mandamento e amico di antica data, ormai passato segretamente dalla parte dei corleonesi. La prima moglie di Buscetta, disperata, cerca i figli per tutta Palermo.
Telefona in continuazione proprio a Calò, implorandolo di aiutarla, di dirle dove siano i suoi ragazzi, ma il boss si nega scomparendo nel nulla. Solo molti anni dopo, un pentito di seconda generazione, Salvatore Cancemi rivelerà l’orribile verità urlandola in faccia allo stesso Calò. Durante un processo i due ragazzi erano stati strangolati con le loro stesse mani.
Per Buscetto è un dolore insopportabile. Piangerà amaramente, torturato dal pensiero che i suoi figli siano stati serviziati per fargli rivelare il suo nascondiglio in Brasile. Un’informazione che i ragazzi in realtà non possedevano affatto. Sono morti senza nemmeno avere la possibilità di tradirlo. Ma la mattanza è appena iniziata.
I killer colpiscono ovunque, fanno irruzione in una pizzeria The New York Place, uccidendo tre persone e risparmiando per miracolo solo Licia, la figlia di don Masino, che in quel momento si trovava alla cassa. >> Santo Stefano di Sangue ha raggiunto il culmine ieri sera con la strage del New York Place, una pizzeria dove due killers hanno ordinato quattro pizze e dopo aver chiesto del proprietario di Zaioli, hanno aperto il fuoco uccidendoli tutti e tre.
>> >> Gli assassini hanno invece risparmiato la donna che sedeva alla casa. La ragazza felice a Buscetta è infatti la moglie del Genova, ma soprattutto la figlia di don Masino. Non si esclude però che Masino Buscetta, legato ai clan dei perdenti, sia tornato a Palermo per vendicare due suoi figli misteriosamente scomparsi.
Poco dopo il Comando di morte si presenta nella storica vetreria di famiglia. I proiettili falciano il fratello Vincenzo e il nipote, trucidati tra gli specchi e i vetri del loro onesto lavoro. Nessuno viene risparmiato. >> Soltanto, ecco, mi dicono in questo momento che sono arrivate le immagini. Vediamo un momento di vederla insieme.
Ecco, il Palermo sembra essere diventata un mattatoio. I killer fecero scempio. Prima spararono in faccia a mio fratello che era seduto alla schivania. Mio nipote corse per aiutare il padre, ma non era armato, uccisero anche lui. >> Cade sotto i colpi dei sicari anche Pietro Busetta, il cognato di Tommaso, marito di sua sorella Serafina.
Un delitto così assurdo e crudele che spingerà Serafina, intervistata da un giornalista, a maledire pubblicamente il fratello e a ripudiare il proprio cognome. Il bilancio finale è apocalittico. Tra l’82 e l’84 i corleonesi sterminano due figli, un fratello, un genero, un cognato e quattro nipoti alla fine della guerra si conteranno ben 11 parenti trucidati.
Cosa Nostra ha strappato le sue stesse regole, quei valori ideali in cui il giovane Masino aveva creduto affiliandosi nel 1945. Il rispetto, la difesa dei deboli si sono rivelati per quello che erano, una gigantesca sanguinaria menzogna. L’organizzazione si è trasformata in una macchina da soldi e da guerra, dominato unicamente da chi spara di più.
Tommaso Buscetta, rintanato nel suo esilio. È un uomo braccato, divorato dai sensi di colpa e dal lutto. La mafia gli ha tolto tutto. Ed è proprio dal fondo di questa disperazione assoluta che nascerà il seme della sua clamorosa vendetta. La lunga corsa del boss dei due mondi finisce il 23 ottobre del 1983.
Dopo settimane di pedinamenti discreti e silenziosi, 40 poliziotti brasiliani circondano la sua abitazione a San Paolo e arrestano Tommaso Buscetta insieme alla moglie Cristina. Rinchiuso nelle carceri della capitale, sa perfettamente cosa l’aspetta. Il governo italiano preme per l’estradizione e tornare a Palermo significa finire dritto nelle fauci dei corleonesi che hanno già sterminato la sua famiglia e non aspettano altro che chiudere il conto con lui. È il 7 luglio del 1984.
Lungo i corridoi del carcere brasiliano l’aria è densa, quasi irrespirabile. Seduto sulla branda della sua cella, Buscetta prende una decisione radicale e definitiva. Prende carta e penna e inizia a scrivere una lettera da addio a Cristina. La donna che ama. Le sue labbra si muovono impercettibilmente mentre la penna scivola sul foglio tracciando parole cariche di una disperazione lucida e calcolata.
>> Amore, ancora una volta ti procuro di dispiaceri, ma spero che questo sia veramente l’ultimo. Non hai mai smesso di volermi bene, di vedermi come il principe azzurro. Ma io, il tuo principe azzurro, non posso essere il tuo guzzino. Che destino paradossale. Vi abbandono perché vi amo. Sono in una cella senza finestra.
Mi sento solo, immensamente solo. Quando mi hanno comunicato che dovevo ritornare in Italia, ho detto “No, la faccio finita qui”. Nel corso della notte Tommaso Buscetta è stato ricoverato in un ospedale di Brasilia dopo aver assunto una dose di strichnina, un veleno potentissimo. Domani il capo mafia avrebbe dovuto essere trasferito in Italia dove deve rispondere dell’accusa di traffico di stupefacenti.
La moglie di Buscetta Cristina è arrivata in ospedale visibilmente agitata. ha dichiarato che era completamente all’oscuro dei propositi di suicidio del marito. La donna ha negato di essere stata lei a fornire al consorte la strichinina, come sostiene la polizia. >> È molto comodo scaricare su di me le loro responsabilità.
Toccava alle autorità proteggerlo. Non potrei mai mettere a repentaglio la vita di mio marito. Abbiamo quattro figli. Nella sua mente la sua stessa esistenza è diventata una condanna a morte per chiunque gli stia vicino. Si definisce un’ombra così ingombrante e rassicura alla moglie che senza di lui potrà crescere i bambini senza paura e seppellire per sempre il passato.
Il suo intento è chiaro, vuole che la sua morte funga da scudo per evitare ulteriori ritorsioni sui familiari ancora in vita. Il suo viso è severo, gli occhi non tradiscono alcuna emozione. Ha nascosto con cura sotto le unghie una piccola dose di stricknina, un veleno letale. Estrae la polvere bianca, la versa in un bicchiere e senza la minima esitazione ne beve il contenuto.
Poi si sdraia sulla branda in rigoroso e impassibile silenzio, attendendo che la morte faccia il suo corso. Proprio in quel momento il rumore metallico delle chiavi rompe il silenzio. Le guardie carcerarie aprono la porta della cella. Alzati, andiamo. Lo stanno conducendo all’aeroporto di Rio de Gianeo, dove ad attenderlo c’è un volo dell’Allitalia e il vice questore della polizia italiana Gianni De Gennaro, incaricato di riportarlo in patria.
Buscetta si alza e si consegna alle autorità senza dire una parola, ma durante il tragitto, dentro il fulgone blindato, il veleno entra in circolo. Quando le guardie aprono il portellone in prossimità di un ospedale militare di Brasilia per accertare le sue condizioni, lo trovano riverso in uno stato di semicoscienza mentre respira a fatica.
In un primo momento i soccorritori pensano a un infarto fulminante. La fortuna o il destino gioca però un ruolo cruciale. Il medico che per primo gli presta soccorso è un esperto in avvelenamenti. Capisce subito che non si tratta di un attacco cardiaco, ma di stricnina. I medici agiscono in fretta curandolo con piccole dosi di curaro come antidoto.
La quantità ingerita non era sufficiente a ucciderlo all’istante, ma l’intervento tempestivo è decisivo per salvargli la vita. Il risveglio di Tommaso Buscetta non avviene in una stanza di ospedale, ma a 10.000 m di altezza riprende conoscenza a bordo del DC10 dell’Alitalia diretto a Roma. Ha il viso pallidissimo e gonfio ed è avvolto in una coperta.
si guarda intorno spaesato e la prima cosa che mette a fuoco è l’uomo seduto accanto a lui che lo osserva in silenzio. “Chi è lei? Dove mi trovo?” domanda il boss. “Sono il vicequestore De Gennaro, la riporto in Italia. In quel preciso istante, l’uomo che per tutta la vita ha seguito le regole di Cosa Nostra comprende che il suo tentativo di farla finita è fallito per una ragione precisa”.
Sono ancora vivo, allora sussurra, vuol dire che è destino. Morirei comunque. È la mafia che ha firmato la mia condanna. Adesso voglio rimediare ai miei sbagli. Le pupille del poliziotto brillano mentre i due si fissano. Dal fondo della sua disperazione Don Masino pronuncia le parole che faranno crollare il muro di omertà secolare della criminalità siciliana.
Mi ascolti bene? Glielo dirò una volta soltanto. Io desidero collaborare, parlerò con il giudice Falcone. E io ho perso figli, cognati, fratelli, nipoti, nessuno di loro era un uomo d’onore e questo è quello che più mi ha tormentato. Io non mi sono mai lamentato che cercassero me, stava in gioco delle parti, ma i miei figli no.
mie figli non entravano. Quindi questa è una delle ragioni più vere che io ho posto a me stesso per poter collaborare con la giustizia. Roma, aeroporto di Fiumicino, 15 luglio 1984. L’aereo dell’Italia a terra sulla pista, circondato da un dispositivo di sicurezza che l’Italia non ha mai visto per un singolo detenuto.
Ci sono cecchini appostati sui tetti dei terminal, elicotteri che sorvolano l’area a bassa quota, decine di auto blindate e agenti armati di mitragliette schierati lungo tutto il perimetro. L’aria è tesa, carica dell’adrenalina che precede gli eventi storici quando Tommaso Buscetta pare in cima alla scaletta.
Il suo aspetto è quello di un uomo segnato. È avvolto in una coperta, il viso ancora pallido e gonfio per gli strascichi del veleno ingerito in Brasile, sorretto fisicamente dagli agenti della scorta. >> Occhiali scuri, aria distaccata e le manette nascoste da una coperta. Così è arrivato all’aeroporto di Fiumicino il boss mafioso Tommaso Buscetta.
Il boss mafioso, prima di partire aveva tentato il suicidio. Un momento di debolezza o la convinzione che stavolta difficilmente sarebbe riuscito a tornare in libertà. >> Non è più il boss dei due mondi sfarzoso e inavvicinabile, ma l’impatto della sua figura rimane devastante. Il suo ritorno non è un semplice rimpatrio, è un’operazione militare ad altissimo rischio perché Cosa Nostra è pronta a tutto pur di chiudergli per sempre la bocca.
Viene caricato a bordo di un furgone blindato e sfreccia verso il centro di Roma, scortato da un impressionante corteo a sirene spiegate. La sua destinazione finale è un luogo anonimo e segreto individuato in un’aurea inaccessibile della questura. L’isolamento deve essere totale e invalicabile. Una volta chiuso tra quelle quattro mura, prima ancora di cominciare a mettere a verbale i segreti di mezzo secolo di delitti, Buscetta stabilisce una precondizione linguistica e mentale irrevocabile.
Rifiuta con ferocia l’etichetta di pentito. Non sopporta quel termine. Non è un uomo attraversato da una crisi mistica. Non cerca la soluzione della Chiesa né il perdono della società civile, non rinnega in alcun modo il suo passato e non si considera un peccatore in cerca di redenzione. Si ritiene piuttosto un soldato profondamente tradito dai suoi stessi generali.
La sua è una diserzione lucida, fredda, un atto di rottura politica contro un’organizzazione che non riconosce più. Ma quali sono le vere motivazioni che spingono un criminale del suo calibro a spezzare il dogma secolare dell’omertà? L’opinione pubblica pensa immediatamente alla vendetta. I corleonesi gli hanno appena sterminato due figli innocenti, un fratello, un cognato, nipoti e amici storici.
Eppure, per Don Masino, la vendetta è una questione strettamente privata che si risolve col piombo, non certo nei commissariati. Lo dirà a chiare lettere, se fosse stato mosso solo dal desiderio di vendicarsi, avrebbe preso le armi e fatto giustizia da sé. Il vero motore della sua defezione è profondamente ideologico. Buscetta è convinto che la Cosa Nostra a cui aveva prestato giuramento nel 1945 sia morta e sepolta.
Credeva o si era illuso che quell’organizzazione fosse nata per difendere i deboli dai prepotenti, seguendo un codice d’onore rigoroso in cui non si sfiorano donne e bambini. Ora invece l’ascesa dei corleonesi guidati da Totorrina ha trasformato la mafia in una spietata dittatura sanguinaria mossa unicamente dall’ingordigia del denaro, del narcotraffico e dalla ferocia cieca.
Un’entità brutale che strangola innocenti non rispetta più alcuna regola pur di mantenere il potere assoluto. Questa non è la mafia ferma, questo è un cancro. Decide di parlare per estirpare quella malattia, per distruggere un’abberrazione che ha infettato irremediabilmente la sua terra. Tuttavia, Buscetta è un tattico nato e non si consegna allo Stato a occhi chiusi.
Detta regole precise, trattando da pari a pari con le istituzioni, sa perfettamente che nell’Italia dei primi anni 80 non esiste alcuna legge sulla protezione dei collaboratori di giustizia. Rompere il silenzio restando nel paese equivale a un suicidio certo. Pretende quindi garanzie assolute per sé e per i familiari superstiti. La sua richiesta è perentoria, esige un accordo internazionale che coinvolga gli Stati Uniti d’America.
solo entrando nel loro programma di protezione e testimoni, ottenendo una nuova identità, coperture economiche e un rifugio sicuro oltre oceano, sarà disposto a votare il sacco. C’è infine un confine investigativo che traccia in modo netto fin dai primissimi istanti. è pronto a smantellare l’architettura militare di Cosa Nostra, a svelarne le gerarchie, le regole, le rotte mondiali della droga, i mandanti degli omicidi, ma si rifiuta categoricamente di toccare il cosiddetto terzo livello, ovvero i legami occulti tra la mafia e i vertici politici.
Ritiene che lo Stato italiano sia ancora troppo debole e compromesso per reggere un simile terremoto. Sfiorare i palazzi del potere di Roma, avverte, significherebbe veder vanificato l’intero sforzo investigativo. finendo per essere screditato o eliminato. Le condizioni sono chiare, il perimetro è sigillato con le spalle finalmente coperte e la mente lucida.
Tommaso Buscetta si prepara a compiere il passo senza ritorno. Il muro di gomma dell’omertà siciliana sta per crlare. L’incontro che l’Italia attende da decenni non si consuma in un’aula sfarzosa, ma nell’intimità claustrofobica di una stanza blindata. È l’estate dell’84. Roma è assediata da un caldo feroce.
L’esilio romano di Tommaso Buscetta, appena atterrato e preso in consegna inizia negli uffici della Criminal Poll per poi spostarsi rapidamente in una più anonima e torrida saletta dell’infermeria della Questura. Unico sottofondo in quei giorni cruciali è il ronzio metallico di un vecchio ventilatore. Dall’altra parte del tavolo siede Giovanni Falcone.
I primi giorni di Faccia a Faccia si trasformano in un lungo, estenuante e silenzioso duello psicologico. Prima di iniziare a verbalizzare i segreti di mezzo secolo di crimini, i due uomini si studiano. L’ex boss è un manipolatore nato, un affabolatore abituato a sedurre e comandare chiunque. C’è un elemento invisibile che disarma immediatamente le reciproche difese.
Sono entrambi palermitani. Condividono il medesimo humus culturale, la stessa gestualità e una rara capacità di interpretare i silenzi e il peso specifico delle omissioni. Nonostante questa profonda e istintiva connessione, il magistrato non si lascia incantare. Falcone è un uomo di legge, implacabile e metodico.
spegne sul nascere ogni tentativo di divagazione o retorica, mettendo in chiaro il perimetro del loro lavoro con estrema fermezza. esige nomi e fatti circostanziati, avvertendo che ogni singola parola verrà trascritta a verbale. Non si accontenta di teorie generali, ma pretende riscontri oggettivi, incroce i dati e scava spietatamente nelle contraddizioni.
Stranamente è proprio questo muro di estremo rigore a conquistare la fiducia definitiva del collaboratore. In quel giudice Buscetta non vede un nemico da raggirare o un burocrate di passaggio, ma l’incarnazione dello Stato, per come dovrebbe essere? saldo, onesto, portatore di una giustizia forte e per la prima volta superiore al potere mafioso.
A partire dal 21 luglio prende il via una maratona investigativa ininterrotta che si protrarrà per 4 mesi. I colloqui diventano sessioni massacranti arrivando a toccare punte di 12 ore consecutive al giorno. Falcone ascolta, riempie a mano migliaia di foglie di block notes ed elabora una mole di informazioni semplicemente inimmaginabile in quelle settimane di totale isolamento.
Il testimone fornisce alla giustizia italiana la vera e propria stele di rosetta della criminalità siciliana. Prima di quel momento le istituzioni brancolavano nel buio. La magistratura ignorava l’esistenza di una struttura verticista e unitaria. non conosceva le rigide regole di affiliazione e ignorava perfino che il nome corretto e interno dell’organizzazione fosse Cosa Nostra.
È un termine che viene svelato al mondo per la prima volta proprio tra quelle quattro mura. Buscetta disegna organigrammi complessi, illustra le origini e le funzioni della commissione, l’organo supremo di governo delle cose. Decri moventi degli omicidi più oscuri e mappa con precisione millimetrica le rotte internazionali del narcotraffico.
La pressione esterna e mediatica attorno a loro è schiacciante, ma all’interno della stanza si respira la consapevolezza di essere entrati in un territorio inviolato. un archivio di segreti inaccessibile a chiunque altro fino a quel momento. La tensione sale però vertiginosamente quando l’interrogatorio tocca il potere reale.
Buscetta è diretto, spiega a Falcone che la mafia non è un corpo estraneo alla società, ma vive in perfetta simbiosi con essa, protetta e mimetizzata all’interno dei palazzi istituzionali. Eppure, fedele al patto imposto a se stesso fin dal suo arrivo, l’ex padrino si pianta sulla soglia di quell’abisso. Si rifiuta categoricamente di fare i nomi dei grandi intoccabili e dei referenti politici.
Avverte le autorità che quella strada è ancora troppo pericolosa e intimamente convinto che l’Italia non sia strutturalmente pronta a sopportare un simile terremoto politico. messo alle strette dalla tenacia investigativa di Falcone, blinda il cosiddetto terzo livello con una profezia amara, avvisando il giudice che rivelare quei segreti in quel preciso momento storico avrebbe portato entrambi alla rovina, finendo per farli passare per pazzi e scredintando l’intera inchiesta.
>> >> I nomi dei referenti politici restano così temporaneamente fuori dai verbali, ma la diga dell’omertà è ormai crollata in modo irreversibile. L’obiettivo imminente è chiaro e condiviso. Usare quelle inestimabili confessioni per distruggere l’esercito militare dei corleonesi.
Le migliaia di pagine compilate in quell’estate gettano le fondamenta strutturali per l’offensiva giudiziaria più imponente mai lanciata nel paese. L’impianto accusatorio è solido. La prova è formata. Lo Stato è finalmente pronto a trascinare l’onorata società alla sbarra. Il palcoscenico per la resa dei conti finale non è un tribunale qualunque, ma una vera e propria fortezza edificata a tempo di record in soli 6 mesi di lavori frenetici.
Il 10 febbraio 1986 a Palermo si aprono le pesanti porte d’acciaio dell’aula bunker, una struttura titanica di forma ottagonale e dipinta di verde costruita a ridosso del carcere del Lucciardone e progettata per resistere persino ad attacchi missilistici. Per la prima volta nella storia della Repubblica Italiana lo Stato non si limita a processare il singolo criminale per il singolo reato, ma porta alla sbarra un intero esercito sovversivo.
La Mole del maxi processo rappresenta un’enormità giudiziaria e logistica senza precedenti. 475 imputati, oltre 200 affocati difensori, circa 600 giornalisti accreditati da ogni angolo del pianeta e un volume di faldoni processuali talmente vasto da ricoprire intere stanze e un processo alla mafia stessa, alla sua spietata essenza e alla sua storica inaccettabile impunità.
Nelle immense gabbie allestite sul fondo dell’aula si accalcano lo stato maggiore del crimine siciliano. >> Questa non è una domanda. Spendiamo 10 minuti, presidente. >> L’atmosfera nei primi giorni è surreale e carica di strafottenza. Ci sono boss che fumano grossi sigari sfrontatamente come Luciano Lizzo, altri che giocano a carte ostettando totale indifferenza e figure dall’apparenza mite, come Michele Greco, soprannominato il Papa, che si rivolgerà alla Corte augurando la pace con toni quasi clericali. Sembrano
intocabili, convinti che anche questa volta il castello accusatorio crollerà nel nulla. Ma quando il 3 aprile dell’86 giunge il momento della testimonianza chiave, l’aria nell’aula cambia di colpo. >> Signor presidente, volevo comunicarle che l’imputato Tommaso Bruscetta, che ho rinunziato a comparire è a disposizione della Corte.
Tommaso Buscetta fa il suo ingresso scortato da un imponente e rigidissimo schieramento di forze dell’ordine con tiratori scelti appostati ovunque. Attraversa l’immenso spazio a testa alta con un contegno fiero vestito con un elegante abito e i famosi occhiali da sole a goccia. Al suo passaggio, il frastono abituale delle gabbie, le risate e il brusio incessante si spengono all’istante.
Cala un silenzio assordante, denso, carico di tensione e di un odio palpabile. I boss rinchiusi dietro le sbarre lo fissano incessantemente. Molti di loro, fino a 10 anni prima, lo veneravano, chiedevano i suoi favori, pendevano dalle sue labbra, considerandolo un maestro indiscusso. Ora lo guardano con il terrore misto a rabbia di chissà che quell’uomo ha il potere di seppellirli per sempre.
Per garantire la sua sicurezza in un ambiente così saturo di minacce, il collaboratore viene fatto sedere al riparo di una massiccia struttura formata da tre enormi pannelli di vetro antiproiettili. È da quella trincea trasparente che l’ex padrino sferra il suo colpo mortale. Prendendo la parola davanti alla corte, presieduta dal giudice Alfonso Giordano, Buscetta non si limita a indicare i singoli sicari, si trasforma in un lucido e spietato analista del crimine.
Espone pubblicamente in mondo visione la radiografia strutturale dell’organizzazione. demolisce in un solo istante la vecchia e comoda tesi difensiva, secondo cui delitti palermitani sarebbero stati il frutto di una criminalità disorganizzata, di banali faide di quartiere o di cani sciolti.
Al contrario, spiega ai giudici, che Cosa Nostra è un vero e proprio stato nello Stato, dotato di un ordinamento ferocemente unitario, gerarchico e verticistico. Illustra il funzionamento del suo organo di governo assoluto, la commissione, chiarendo un principio inossidabile. Nessun delitto eccellente o nessuna mossa strategica possono mai avvenire senza il consenso esplicito e collegiale dei vertici.
Le sue affermazioni blindano il teorema elaborato dalla magistratura, dimostrando che i capi, pur non premendo materialmente un grilletto da decenni, sono i mandanti indiscussi e colpevoli di ogni singola esecuzione. >> La commissione è composta da tutti i capi mandamenti. I capi mandamenti vengono scelti in seno a tre famiglie.
>> Vi sono altre altre cariche in seno alla famiglia. >> Sì. rappresentanti, sottocapo, consiglieri, capi di se uccide un capo famiglia senza il consenso della famiglia stessa, le reazioni sono guerre di mafia. >> Durante i lunghi ed estenuanti controinterrogatori, decine di avvocati della difesa provano a metterlo in difficoltà.
cercano di screditarlo scavando nel suo passato, provocandolo sulle sue innumerevoli amanti o sui suoi vecchi traffici di droga. Ma lui non perde mai la calma, risponde con proprietà di linguaggio, scandendo le parole, sfoderando un’ironia tagliente che disorienta i legali abituati a criminali che si trinceravano dietro dialetti incomprensibili e vuoti di memoria.
Ma il Maxir Processo è anche il teatro di una resa dei conti profondamente viscerale. Il culmine emotivo del dibattimento si consuma con il confronto diretto tra il collaboratore e Pippo Calò. Un tempo erano fratelli. Calò era stato il suo capo mandamento, l’uomo a cui aveva affidato la sua stessa vita, ma si era segretamente venduto all’ala sanguinaria dei corlonesi, arrivando a gestire in prima persona con il fammigerato metodo della lupara bianca.
l’eliminazione di due giovani figli di Don Masino. Quando i due si trovano finalmente faccia a faccia, separati solo dalle sbarre e dai microfoni, la tensione tocca il punto di rottura. Talò, vestito in modo impeccabile, tenta di recitare la parte del gentiluomo caluniato. Cerca di mantenere le distanze adottando un tono falsamente cortese e distaccato, ma l’ex boss è implacabile, lo fissa negli occhi e con una voce ferma che rimbomba in tutta l’aula lo inchioda alle sue responsabilità più vili. gli rinfaccia
pubblicamente di aver finto affetto, di aver accarezzato i suoi figli quando erano bambini, per poi farli vigliaccamente strangolare. Decenni dopo. Calò Balbetta, cerca di negare ogni addebito, finge di non conoscere le dinamiche interne all’organizzazione e prova a difendersi con frasi di circostanza.
E a questo punto che Buscetta cala la sua trappola più devastante, smontando l’ipocrisia del rivale con una lucidità assoluta. Lo incalza inerabilmente sul delitto di Giannuzzo Lalicata, un oscuro omicidio interno alla famiglia mafiosa che Calò aveva orchestrato in gran segreto e poi cercato maldestramente di coprire agli occhi degli altri affiliati.
Buscetta gli ricorda esattamente le date, i luoghi, i pretesti usati per attirare la vittima e soprattutto le menzogne specifiche che Calò aveva raccontato per giustificare quella sparizione improvvisa. Espone in modo lampante le contraddizioni del boss, dimostrando alla corte che Calò non solo conosceva perfettamente le regole di Cosa Nostra, ma ne era uno dei manipolatori più spietati.
> Presente Buscetta, a me ancora continuo sentire. >> Senti, non mi chiamare neanche Buscetta, eh. dici un nome qualsiasi. Allora, >> perché tu hai calpestato a chi hai calpestato a chi hai accarezzato? Scusa, scusa un attimo, mi scusi presidente, lui lo sai rapporti che avevo con suo fratello. Sì, risulta questo rapporto con tuo fratello? Vai avanti, continua che ti risponderò subito.

Vabbè, allora io siccome conosco conoscevo abbastanza bene il fratello con le lacrime agli occhi, disse mi raccontò proprio il fatto di vede dice Masina che cosa mi ha comprato? Se n’è andato di nuovo, mi ha lasciato un figlio in carcere, un altro drogato. Questo raccontato, dico di che cosa è capace il signor Buscini, ma se non Buscell e io sono arrabbiato costui ma >> arrabbiato.
Lascia stare, non ti arrabbiare perché si arrabbia i cani. in 400 pagine di interrogatorio non ho mai toccato a nessun problema familiare di nessuna persona. Ma io è molto strano il comportamento di un uomo d’onore il quale lui è parlare delle mie vicende personali di famiglia. C’è di più che l’unica verità che lui dice in questa aula è che mio fratello aveva un’amicizia molto cara con lui, però lui sta dimenticando in questo momento di essersi seduto insieme a tutta la commissione per decidere la fine di mio fratello e di mio nipote. Lui doveva
solo limitarsi a non parlare della mia famiglia. >> >> È vero, tuo figlio è un ragazzo ingenuo, un ragazzo pulito, un ragazzo a posto, vero? >> Sì, sì. Mascalzone, mascalzone sei >> sentite. Famiglia mi hai fatto ammazzare. Perché non mi faceva ammazzare? >> La storia che racconta. Ma non ti preoccupare perché non mi hai trovato sconfitto di fare >> adesso non mi puoi fare ammazzare perché sono ben guardato.
Non devi aspettare qualche anno. >> Non te ne puoi andare devi aspettare qualche anno per fare sconfitto di qua. Non te ne puoi andare >> perché tu sei ipocrita, bugiardo, mafioso. Ma ipocrita l’hai divato tu. Tu continua ad essere annuzzo legata con le tue mani l’hai fatto. >> Di fronte all’evidenza di quel nome, un riferimento così intimo e inoppugnabile alle logiche di sangue del loro stesso mandamento, il castello difensivo di Calò crolla miseramente in diretta.
L’imputato perde la sua spavalderia, suda, si innervosisce palesando a tutti la sua totale malafede. Quell’istante rappresenta la vittoria processuale e psicologica assoluta del collaboratore di giustizia. La solidità inossidabile dei suoi ricordi polverizza la credibilità della difesa pezzo dopo pezzo.
Il 16 dicembre dell’87, dopo ben 36 giorni ininterrotti di Camera di Consiglio, la Corte d’Assise pronuncia una sentenza che fa la storia del paese. I numeri del verdetto si abbattono come una scure sulla certezze millenaria della criminalità. 19 ergastoli e 2665 anni complessivi di reclusione per centinaia di imputati.
Il maxi processo sancisce il trionfo dello Stato e per l’uomo che ha spezzato l’omertà segna il compimento di una missione epocale. Ha consegnato i suoi carnifici alla giustizia degli uomini, smantellando la cupola e cancellando per sempre il mito dell’invincibilità mafiosa. L’uscita di scena dall’aula bunker palermitana segna per Tommaso Buscetta l’ingresso definitivo in un limbo di anonimato assoluto.
Completata la sua missione giudiziaria primaria, l’ex padrino viene immediatamente assorbito dai rigidi protocolli di massima sicurezza del governo degli Stati Uniti. Le autorità federali americane gli forniscono una nuova identità, documenti fittizzi e una copertura economica, sottoponendosi persino a complessi interventi di chirurgia plastica per cancellare definitivamente ogni tratto del suo volto noto.
Il carismatico leader criminale che un tempo dettava legge nei mandamenti smette formalmente di esistere, rimpiazzato da un cittadino americano senza alcun passato. Eppure la consapevolezza di essere perennemente nel mirino della fazione corleonese lo condanna a vivere in un logorante stato d’allerta. L’esilio oltreoceano si rivela una prigione psicologica, un’esistenza fatta di spostamenti segreti, guardie del corpo e di un isolamento totale lontano migliaia di chilometri dalla sua terra d’origine.
>> Ecco mio padre che mi guarda storto. >> Ecco, è mio padre. >> Non devi correre con la mano. >> Ma se non corre. >> Sì, ma io ti ho visto in cucina che tu vai kg 100. Ah, sientato. >> Questa fragile routine viene spazzata via in modo brutale nel 1992. Le tremende esplosioni di Capaci e di via D’Amelio che disintegrano sull’asfalto siciliano i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino lo colpiscono con una forza di un trauma insanabile.
Buscetta avverte che le istituzioni italiane hanno clamorosamente fallito, dimostrandosi del tutto incapaci di proteggere i propri servitori più esposti e coraggiosi. Comprende che la bestia corleonese possiede ancora una potenza militare tale da poter ricattare l’intera nazione. Mosso da un misto di rabbia incandescente e disperazione, l’ex boss prende la decisione più dirompente della sua carriera di collaboratore.
Sceglie deliberatamente di infrangere l’ultimo grande patto che si era autoimposto 8 anni prima, decidendo di abbattere il muro del silenzio sul cosiddetto terzo livello. torni in Italia ha determinato a puntare il dito contro i vertici stessi dello Stato, svelando per la prima volta le collusioni inconfensabili tra l’onorata società e il potere politico nazionale.
Le sue deposizioni si abbattono come un ciclone sulle stanze dei bottoni romane. Accusa apertamente la Democrazia Cristiana e chiama in causa Giulio Andreotti, il politico più potente e intoccabile dell’Italia Repubblicana. per decenni alla guida indiscussa del governo. Davanti ai magistrati illustra con freddezza una rete di incontri segreti, patti elettorali e favori reciproci che hanno garantito per mezzo stolo una storica impunità alle cosche.
È un atto d’accusa feroce, un attacco frontale senza precedenti a un sistema di potere marcio che ha permesso lo sterminio di magistrati, poliziotti e cittadini inermi che vedrà la soluzione di Giulio Andreotti. Il destino ha però in serbo per lui un ultimo titanico duello. Nel 1993, dopo 24 anni di latitanza incontrastata, viene finalmente catturato Totorrina, il capo assoluto dei corleonesi.
Buscetta viene richiamato al banco dei testimoni e si ritrova nell’aula di un tribunale costretto a guardare negli occhi la mente criminale che ha ordinato la distruzione della sua dinastia. Da una parte l’ex padrino cosmopolita, dall’altra la belva. Rina, chiuso dietro le sbarre della gabbia, adotto una strategia subdola e viscida.
Indossa la maschera grottesca del contadino ignorante. Si finge un padre di famiglia devoto e timorato di Dio. Cerca di screditare Buscetta sul piano morale definendolo pubblicamente un uomo dissoluto, un traditore pieno di amanti, del tutto indegno di essere ascoltato da una Corte di Giustizia. La reazione di Don Masino è una lezione di freddezza assoluta.
Non si lascia trascinare nel fango della rissa verbale, alza lo sguardo e con una voce tagliente come il ghiaccio smonto all’oscena ipocrisia del dittatore. Ricorda ai giudici all’Italia intera chi hanno veramente di fronte. Un criminale spietato che rivendica una finta moralità cattolica mentre ordina di strangolare ragazzini innocenti, che scioglie i nemici nell’acido e che ha annegato la Sicilia nel sangue.
Senta, senta. Lei quando ha rifiutato il confronto, cioè ha rifiutato, ha rifiutato di sottoporsi al confronto, ha detto “Io non voglio essere sottoposta a confronto con Buscetta perché non è della mia statura. È uno che c’ha troppi amanti.” Ma lei che cosa ne sa? >> Non ho detto amante, ho detto anche tante mogli. Tante mogli, tante donne.
Vabbè. E io posso dire >> e che ne sa lei? >> Io posso dire che l’ho letto e nei giornali perché tutti si visti e tutti i giornali le portano. Poi, signor presidente, come mio nonno, patto di mio nonno, che io quando mi riferisco di moralità passo dalla mia famiglia. Mio nonno è rimasto vedovo a 40 anni e aveva cinque figli con papà e non ha cercato più moglie, non ha sposato e mia madre è rimasta vedova a 36 anni, quindi noi viviamo nel nostro paese di correttezza morale.
E >> lei aveva chiesto il confronto con tutte le persone che >> aveva chiesto, ora ho letto queste cose, signor giudice, non voglio fare più i confronti con questo signore. Cosa è successo nel frattempo da quando è stato interrogato la prima volta ad oggi? Perché lei rifiuti questo? Eh, signor giudice >> che decida di non discolparsi.
Signor giudice, io sono pure anche Ho diritto a non rispondere. Non voglio rispondere, non è un mio diritto. Non è che lei mi può imporre di di rispondere. >> Eh >> no, nessuno le può imporre di non rispond di rispondere a Buscetta. >> Signor Giud, signor Giudice, cè che insiste perché lei non ha niente da insistere.
Io l’ l’ho che non voglio fare i confrontti, ho il mio diritto e quindi mi ottengo il mio diritto di non fare i confronti. >> Io ho il diritto di parlare. >> Certo, può dire tutto quello che vuole e puoi chiedergli tutto quello che vuole. >> A lui stesso, con quanto coraggio lui può dire a me di moralità quando è l’artefice della fine dei miei cari.
Questo individuo può parlare di moralità quando ha ucciso tanta gente innocente. Lui parla di moralità a me. Dov’è la sua moralità, Rina? La faccia vedere, la faccia conoscere. Dov’è la tua moralità? Dov’è la tua moralità? Dov’è? Perché hai andato letto con tua moglie? Io lo so perché eri troppo preso a seguire le cose mafiose.
Tu eri troppo preso per diventare la star della cosa nostra. Quindi non ti preoccupavi delle donne, ti preoccupavi di inseguire altre cose, io invece ho inseguito altre cose. Le tue cose non mi interessavano. Io con questo ho concluso. Io non ho niente da dire perché già già io mi sento un è risatonico, sarcastica. >> Rina, lei può non rispondere, però se si diverte o partecipa alla corte perché si diverte o non si diverte più.
Non commettono. >> Il finto per benismo di Rina si schianta definitivamente contro il muro di verità innalzato dal suo grande accusatore. Dopo questo catartico atto di giustizia, le luci si spengono. Tommaso Buscetta si ritira per sempre nel suo esilio americano. Negli ultimi anni della sua vita rilascia rarissime dichiarazioni, manifestando una profonda e amara delusione per la mancata distruzione di Cosa Nostra da parte delle istituzioni italiane.
avverte che l’attenzione è calata, che il mostro si è solo inabissato, diventando ancora più invisibile e insidioso. Il suo corpo, miracolosamente sopravvissuto a guerre di mafia, veleni letali e complotti incrociati, si arrende infine a un nemico inesorabile. Un cancro lo spenge il 2 aprile del 2000, all’età di 71 anni, in un letto di ospedale a North Miami, in Florida.
viene seppellito in gran segreto in una tomba anonima sotto un nome falso che il mondo non conoscerà mai. Finisce così la parabola di un uomo irripetibile, il ragazzino ribelle dei vicoli di Palermo, il boss dei due mondi, colui che da solo ha raso al suolo i pilastri dell’onorata società, costretto a vivere da re e a morire da fantasma.
la maggior parte della mia vita come membro della mafia siciliana e ho visto molti cambiamenti in questa organizzazione al punto di non sentirmi ulteriormente legato dal codice dell’omertà o del silenzio.
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