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DOCUMENTARIO TOMMASO BUSCETTA L’UOMO CHE DISTRUSSE COSA NOSTRA

Tra la polvere e le macerie la strada  diventa l’unica vera accademia per il giovane Tommaso. È una giungla urbana dove sopravvive solo chi è più scaltro. raduna attorno a sé una banda di ladruncoli, ragazzini svelti e veloci di mano e grazie a un carisma naturale che non passa inosservato, ne prende immediatamente il comando.

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Il bersaglio dei loro furti non sono i disperati del quartiere, ma i soldati tedeschi. Tommaso li odia visceralmente, li vede calpestare la sua terra da padroni e derubarli di notte diventa non solo una necessità, ma una questione d’orgoglio, un’azione che lo esalta profondamente. Raziano benzina, pane e latte per poi rivendere tutto alla Borsa Nera, un mercato parallelo e illegale  che tiene in vita una città affamata.

Non si ferma alla piccola criminalità, affin l’ingegno inizia a smerciare tessere falsificate per il razionamento della farina. L’area della guerra lo trasforma definitivamente. Durante un viaggio a Napoli con altri siciliani prende persino parte ad azioni armate contro le truppe tedesche, affiancando ai furti episodi di saccheggio.

Quando torna a Palermo non è più solo un ragazzino di strada, è un leader riconosciuto. Il suo prestigio criminale cresce a dismisura, tanto che ancor prima di stringere legami con la vera mafia, per i vicoli della città iniziano a chiamarlo con rispetto e reverenza, don Masino. La sua vita brucia le tappe anche sul fronte dei sentimenti.

Nel 1944, a soli 16 anni, decide di compiere la classica fuitina e sposa Melchiorra Cavallaro, la donna che gli darà i primi quattro figli. Prima Felicia,  poi Benedetto, seguiti da Domenico e Antonio. Appena sposato c’è il tentativo concreto di costruire una vita normale lontano dalla malavita. La giovane coppia si trasferisce a Torino, dove Tommaso viene assunto in una fabbrica di specchi.

Qui mette a frutto l’arte minuziosa imparata in famiglia e dimostra di avere mani d’oro guadagnandosi la stima dei colleghi. È un lavoratore abile, preciso, ma la parentesi da operaio onesto al nord dura poco. La nascita della primogenita felice lo spinge a fare i bagagli e tornare nella sua Palermo, riprendendo a lavorare nella  bottega paterna.

Sembra il prologo di una vita ordinaria, di una redenzione possibile, ma le strade del mandamento di Porta Nuova, che lo hanno visto  crescere e comandare lo stanno già osservando da vicino. Il destino di don Masino sta per incrociare quello dell’onorata società.  C’è un confine invisibile che separa il criminale di strada dall’aristocrazia della malavita.

Un varco che non si attraversa per  caso né inviando una candidatura spontanea. Nel 1945, a soli 17 anni,  Tommaso Buscetta è pronto a varcare quella soglia. ha già dimostrato di sapersi muovere con disinvoltura e freddezza, ma per entrare nella cerchia ristretta  nell’elitta assoluta del crimine siciliano serve un’occasione,  un momento preciso in cui il destino decide di metterti alla prova sotto gli occhi delle persone giuste.

L’occasione si presenta con le sembianze di un banale scippo. In una giornata comettante nel dedalo di viuzze del centro di  Palermo, un borseggiatore commette l’errore più imperdonabile della sua vita. Ruba l’uomo sbagliato. La vittima non è un passante indifeso, ma Don Gaetano Filippone, il potentissimo e temuto capo della famiglia mafiosa del mandamento di Porta Nuova.

Il giovane Masino, che gravitava in quella zona assiste all’intera scena. Il suo istinto non è quello di scappare o di chiamare le guardie. con uno scatto felino si lancia all’inseguimento del ladruncolo, lo bracca, gli strappa il borsello dalle mani e con estrema defferenza lo riporta intatto al  legittimo proprietario. Filippone prende in consegna il maltolto e scruta  quel ragazzo.

In cosa Nostra nulla passa inosservato, ogni azione viene  pesata. In quel gesto istinvo il vecchio boss non vede solo un favore personale, ma un’attitudine formidabile. Inseguire un criminale per proteggere il patrimonio di un capo famiglia denota  fegato, velocità di pensiero e un innato rispetto per le gerarchie del potere occulto.

Da quel momento il mandamento di Porta Nuova  decide che è arrivato il momento di reclutare ufficialmente quel diciassettenne. Il corteggiamento mafioso non è mai rumoroso o esplicito, è fatto di sguardi, di mezze frasi. di silenzi densi di significato. Un giorno un emissario si affianca a Masino e pronuncia poche chirurgiche parole.

Masino, tu sei un  bravo picciotto, parli poco, ci sono persone che ti vorrebbero nella famiglia. Hai capito? Non c’è bisogno di ulteriori spiegazioni. Buscetta sa perfettamente chi sono quelle persone e cosa comporta quell’invito. Accetta la proposta con un  semplice e impercettibile cenno del capo.

Il rito di iniziazione si consuma lontano da occhi indiscreti  in una stanza chiusa, immersa in una solennità quasi religiosa. Attorno a un tavolo sono seduti gli uomini di vertice della famiglia. Masino attende in piedi a poca distanza in rigoroso silenzio. È il padrino  stesso, don Gaetano a farsi garante per lui davanti agli altri affiliati.

Lo descrive secondo i rigidi canoni dell’onorata società. È un ragazzo pulito, non ha  pendenze o faide aperte con altri uomini d’onore, non crea scandali ed è noto per tenere la bocca cucita. Aggiunge una garanzia essenziale. È uno che non ruba, o meglio, non tocca ciò che appartiene ai protetti  della famiglia.

Di norma un novizio viene richiesta una macabra prova, spesso un omicidio, per dimostrare la propria lealtà e la freddezza  d’animo. Ma per Buscetta si fa un’eccezione clamorosa. La sua fama lo precede. Sanno che ha già ucciso durante gli scontri a Napoli e che non trema davanti a un grilletto. In quell’epoca entrare in quel cerchio magico significava acquisire uno status intoccabile.

La mafia di Porta Nuova svolgeva sul territorio una vera e propria funzione di supplenza rispetto a uno stato debole. Appianava al liti familiari, puniva i ladri non autorizzati e decideva persino l’assegnazione delle case popolari. Il boss si alza dalla poltrona, si avvicina al diciassettenne, detta il dogma assoluto su cui si fonda l’intera  organizzazione.

Cosa Nostra viene prima del sangue, degli affetti, del paese. Nessun legame terreno potrà mai superare l’obbedienza all’organizzazione. Poi inizia la liturgia. Filippone prende un ago e punge il dito di Masino. Il sangue sgorga e viene fatto gocciolare su un santino. Un’immagine sacra. Il padrino dà fuoco alla carta che inizia a consumarsi nel palmo della mano del giovane.

Mentre la fiamma gli brucia la pelle, Buscetta non tradisce alcuna emozione e con voce ferma pronuncia il giuramento definitivo. Se tradirò le mie carni bruceranno  come questa sacra efficie. È un patto stipulato con il sangue e con il fuoco, una scelta senza via d’uscita, come ammetterà lui stesso rigettando l’idea di poter semplicemente rassegnare le dimissioni da quel mondo.

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