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DOCUMENTARIO ULTRAS FRATELLANZA E 0DI0

 Ascolti, abbiamo attivato l’ambulanza con il medico lì casatello. Ma cosa successo? Ce lo può dire? >> È una arma di fuoco. >> Dove? Ha un braccio dove? Alo. Alcol 118. Quando capisce l’infermiera comincia a dare istruzioni precise, dice tamponate l’emorragia con qualunque cosa avete sottomano e gli amici di Gabriel usano le sciopaccia.

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L’importante è son partiti, c’h hanno attivato ora pochi minuti, comunque arrivano, partono da ospedale.  >> La notizia della morte di Gabriele si diffonde in un attimo. Arriva alle tifoserie della Lazio e dell’Inter ancora prima che qualcuno capisca davvero cosa sia successo. Bastano pochi messaggi, pochi minuto e subito le due tifoserie si muovono all’unisono.

>> Chiedono che la partita non venga disputata. Non c’è spazio per altro. Nessuno vuole vedere il pallone rotolare come se nulla fosse. Nel piano di questo caos arriva il comunicato del questore di Arezzo, parla alla stampa, si scusa per l’accaduto e dice apertamente di essere amareggiato. Le sue parole arrivano ovunque, ma la tensione rimane altissima.

 Siamo veramente letteralmente profondamente addolorati per quello che è successo perché è coinvolto un nostro collega che di solito opera benissimo e questa volta forse ha fatto, dico forse ha pensato di sparare due colpi in aria a scopo intimidatorio per cercare di convincere eh, come dire con dati di fatto che la polizia era lì.

 Poi arriva anche l’annuncio del presidente della Feder Calcio. Interio è sospesa e le altre partite inizieranno con 10 minuti di ritardo e si giocherà con il lutto al braccio. Una decisione immediata, ufficiale, messa nero su bianco, ma per gli ultrasta. Non vogliono distinzioni, non vogliano misure a metà.

 Per loro quel giorno nessuna partita dovrebbe essere giocata, nessuna. Ore 13:41. A Milano alcune centinaia di ultrasse nerazzurri intonano cori contro la polizia. Perraiti, fermate il campionato. La vita di un tifoso non ha significato.  >> Ore 13:52 è ufficiale. Interlazio non si giocherà. La Federazione d’intesa con la Lega Nazionale Professionisti ha ritenuto di procedere al rinvio della partita Inter Lazio e ovviamente per manifestare la sua vicinanza e il lutto per questo evento incredibile e tristissimo di rinviare l’inizio delle partite di 10

minuti e di giocare con il lutto al braccio.  Le partite stanno per cominciare, ma l’atmosfera negli stadi italiani è tutt’altro che normale. Le tifoserie continuano a gridare che non si deve giocare e non ha senso scendere in campo mentre un ragazzo è appena morto in autostrada.

 Le curve sono compatte, rumorose, decise. A Bergamo, durante Atalanta- Milan, la situazione degenera. I tifosi iniziano a urlare contro la polizia, richiamano i propri giocatori e l’intimamo, chiaramente a non giocare. La tensione sale in pochi minuti, alcuni iniziano a danneggiare le vetrate che separano gli spalti dal campo sportivo nel tentativo di entrare.

 L’arbitro davanti al caos crescente non ha altra scelta, sospende la partita. >> Ore 15:10 a Bergamo inizia Atalanta- Milan. Il clima è surreale. Pochi minuti di gioco e dalla curva atalantina piovono fumogeni. Poi un gruppo di tifosi armati di un tombino cerca di sfondare la vetrata che li separa dal campo. L’arbitro Saccani ferma il gioco.

 Alcuni giocatori dell’Atalanta vanno a mediare con la curva. La richiesta è chiara. Sospendete la partita, oggi non si gioca. Ore 15:32, le squadre rientrano negli spogliatoi. La partita è sospesa. >> Intanto all’autogrill di Badi Alpino, dove tutto è accaduto poche ore prima, arrivano la famiglia di Gabriele, suo fratello e diversi tifosi laziali.

 Ma non solo loro. Da tutta Italia cominciano a muoversi gruppi di tifosi, ognuno con i propri colori, le proprie sciarpe, i propri simboli. Li ripongono lì, una accanto all’altra. Un segno di solidarietà. >> Ore 16:43. Cristiano, il fratello di Gabriele Sabre, ha raggiunto il casello di Arezzo.

 Non ammazzato un fratello a 28 anni con un colpo di pistola. >> Quanti erano in quanti erano? >> Omicidio un omicidio volontario. >> È un’immagine che contrasta con quello che spesso si racconta del mondo ultras. Di solito si parla di violenza, di scontri, incidenti e ciò che fa notizia, ciò che riempie i titoli. Ma non è tutto, anzi è solo la superficie.

 Dietro quella parola ultras universo fatto di fratellanza, di solidarietà concreta, di persone che quando c’è un’emergenza sono tra le prime a farsi avanti. C’è chi li ha visti spallare fango dopo le alluvioni, aiutare a sistemare case, quartieri, strade colpiti dalle emergenze, ma queste cose semplicemente fanno meno rumore.

 E anche in questa occasione il mondo ultras ricompatta, si stringe intorno alla famiglia di Gabriele, intorno alla tifoseria della Lazio e lo fa senza bandiere, senza rivalità, senza secondi fini. Quello che chiedono è chiaro, semplice, diretto, giustizia per Gabriele Sandri. Con il passare delle ore la tensione non si attenua, anzi cresce.

 Quando arriva la sera, Roma sembra una città sotto assedio. Nel mondo ultras circola di tutto, tranne una cosa fondamentale, la notizia dell’arresto del poliziotto. Nessuno ne al corrente e l’assenza di informazioni certe diventa benzina su un fuoco già acceso. I cori iniziati come protesta cambiano tono, si trasformano in rabbia, in frustrazione accumulata, in ferocia.

 Le strade intorno ai punti nevralgici della città diventano teatro di scontri pesanti tra tifosi e polizia e la situazione degenera in poco tempo. Volano oggetti, partono cariche e il conflitto va avanti per ore senza tregua. È un caos che divora la notte romana, una tensione che non riesce più a contenersi. Alla fine si contano diversi agenti feriti, segno di quanto la giornata sia ormai uscita completamente dal controllo.

 Così si chiude questa domenica nate come una giornata di sport e finita nel peggiore dei modi. Una conclusione amara, confusa, violenta che lascia dietro di sé solo domande, ferite aperte e un dolore che non si spegnerà facilmente. Forze dell’ordine, le caserme della polizia e dei carabinieri della zona diventano gli obiettivi da colpire e un intero quartiere viene preso in ostaggio.

Via, via, via, via. Sti sossi del mezzo. Aspè qua, qua >> e qui è cominciato il tuyo. Tiravano sedie da lì dal bar. Hanno preso le sedie dal bar e tiravano e i bastoni la polizia che gli voleva appresso lì addirittura hanno dato fuoco a hanno dato fuoco al bar. Lì c’è st assalti qui intorno.

 Qui qui era un quartiere pieno di polizia, nel senso che si sentiva sirene, bombe che che scoppiavano da tutte le parti, non si capiva più niente. Non stavamo. In via Ferdinando Fuga viene assaltato il commissariato di polizia. Dentro vi sono solo tre agenti. Oh, >> non potevano fare assolutamente nulla perché uno perché erano seppisi dentro, erano due persone contro non si sa quante perché il portone era pieno di di persone, di ragazzi insomma che cercavano da entrare.

 Hanno sfondnato, hanno rotto il cancello d’entrata, però sono arrivati fino alla porta blindata dove lì hanno provato a spaccare se non insomma ha resistito i vetri, insomma, hanno resistito. La battaglia dura quattro lunghe ore, poi alle 22:30 tutto finisce. È la conclusione di una giornata tremenda e assurda iniziata alle 9:00 del mattino con un colpo di pistola sull’autostrada e la morte di un ragazzo di 28 anni.

>> Nei giorni che seguono il tempo sembra scorrere, ma la ferita rimane lì aperta, viva, come se nessuno riuscisse davvero a metterci una distanza. Il calcio riprende, le squadre tornano a giocare, ma l’atmosfera è diversa. Ogni partita, ogni coro, ogni ingresso in campo porta con sé il peso di quello che è successo.

Il poliziotto coinvolto viene sospeso dal servizio, ma la solidarietà attorno alla famiglia di Gabriele continua a girare per l’Italia senza fermarsi. E poi succede qualcosa che nessuno si sarebbe aspettato, una scena che rimane impressa proprio per chi arriva, da chi? Sulla carta dovrebbe essere l’opposto.

Prima del derby Lazio- Roma, Francesco Totti, capitano della Roma e simbolo dell’eterna rivale della Lazio, si avvicina alla curva laziale, si ferma davanti all’immagine di Gabriele Sampri, stampata su uno striscione, la tocca, la bacia e depone un mazzo di fiori. Tutto questo sotto gli applausi della curva avversaria.

 Una cosa rara, potentissima, che va oltre colori, bandiere e rivalità. Subito dopo, insieme ad altri, Totty srotola uno striscione semplice, ma diretto. Una frase che in quel momento pesa più di 1000 discorsi. Le lacrime non hanno colore ed è vero, il dolore non guarda la maglia, non sceglie una curva, non segue una rivalità, è dolore e basta.

Va bene, preferisco non parlare, un momento sicuramente particolare, i due capitani, due uomini sicuramente più rappresentativi che arrivano sotto la curva e c’è l’applauso della curva della Lazio a Francesco Totti e credo che sia molto bello tutto questo perché insomma si sa che Totti in quanto fuori classe, in quanto nemico fa paura.

 C’è tutta la curva in play in questo momento che applaude. Sale il coro, insomma, un momento sicuramente emozionante. Vorrei far sentire l’audio di questo momento, proprio un applauso che ha tantissimi significati simbolici.    Ilaria,

>> ecco qua. Abbiamo voluto gustarlo fino in fondo. Stefano. Sì, dimmi. No, dicevo è stato bello anche il il bacio del fratello di di di Gabriele Sandri che in questo momento vedete al centro fra i due capitani di Lazio e Roma. Il bacio con Francesco Totti è evidentemente visibilmente emozionato. Un momento toccante per lui.

 È bello, è stato bello vedere i tifosi della Lazio dare la mano a Francesco Totti, baciarlo è sicuramente un inedito. E adesso c’è Totti che applaude la curva della Lazio e credo che sia davvero un momento irripetibile perché Totti è un tifoso genuinamente tifoso ed è chiaro che sente la rivalità con la curva della Lazio, ma in questo momento non conta davvero nulla.

Grazie Stefano, è stato veramente bello, bello, profondamente bello vedere queste immagini. Io vorrei che Mario, vive profondamente la realtà romana le commentasse. Ha detto Stefano De Grandis, è un inedito, no? Nel senso che >> Sì, soprattutto è una cosa diversa. È una cosa diversa vedere anche, ho visto, ci sono stati dei tifosi laziali che si sono sbracciati per dare la mano a Totti, cioè vedere questo questo entusiasmo comune sinceramente non non è è molto insolito.

 Non so chi l’ha organizzato, ma è stata una bella idea ed è venuta bene. >> Luciano Spalletti ha visto le immagini insieme a noi Spalletti, insomma è un bel modo di iniziare. Ovviamente Spaletti faceva riferimento al fatto che bisogna godere fino in fondo dello spettacolo, quindi quella sana rivalità che diventa poi assolutamente anche sfottò, no? Spalletti.

Basta che siano limitati e sani fatti in maniera intelligente. È un è un bell’inizio dove tutte e due le tifoserie avevano già lavorato in precedenza e dove poi ci hanno dato questa possibilità di riscoprire poi un modo di vivere lo sport che va che va protetto, che va coltivato e questo deve essere un punto di partenza.

 Gabbo deve essere poi ehm colui che ha dato poi una svolta importante nel vivere poi le situazioni di sport. >> Intanto la giustizia inizia il suo percorso lento ma inesorabile. Alla fine il poliziotto Luigi Spaccarotella viene condannato a 9 anni e 4 mesi per omicidio volontario per aver tolto la vita a Gabriele Sandri.

 Una sentenza che segna un punto fermo, ma che non cancella il vuoto lasciato, >> perché è giusto condannare chi compie reati gravissimi, tipo devastazioni di città, eh cose del genere, ma è giusto anche colpire senza attenuanti, senza chi spara deliberatamente contro una macchina giusto       Quella di Gabriele è una brutta pagina

del calcio italiano, una di quelle che nessuno vorrebbe mai ricordare, ma purtroppo non è l’unica perché c’è un’altra giornata nera che riporta tutto di nuovo a Roma, la finale di Coppa Italia Napoli-Fiorentina. un’altra partita che finirà nella storia per motivi che con lo sport non dovrebbero avere nulla a che fare.

  Ciro Esposito era uno di quei ragazzi che potresti incontrare ovunque, uno che non ha niente a che fare con gli stereotipi spesso applicati al tifo. 30 anni, napoletano, una famiglia per bene alle spalle e un lavoro semplice ma dignitoso, l’autolavaggio di famiglia dove passava le giornate tra schiuma, motori e chiacchiere con i clienti.

 E poi c’era il Napoli, la sua vera grande passione, un amore totale, viscerale di quelli che ti fanno macinare chilometri senza pensarci due volte. Quel Napoli, proprio quello che seguiva da una vita, era arrivato a giocarsi la finale di Coppa Italia contro la Fiorentina. La Fiorentina per il suo settimo trionfo in Coppa Italia.

 Il Napoli per alzare la Coppa Nazionale per la quinta volta nella sua storia. La quarta del campionato, la Viola contro il Napoli, contro gli azzurri, terzi. Una partita importante, attesa, carica di tensione sportiva. Le due tifoserie non si amano particolarmente, questo era noto e il questore di Roma decide di non rischiare.

 Schiera un numero adeguato di forze per prevenire eventuali disordini, ma non tutto l’area che si respira non è quella di una guerra annunciata, è la solita atmosfera da grande evento, un mix tra la simpatia toscana e il folklore partionopeo fatto di cori, risate, bandiere, colori. Valenti, ci deve stare per la vittoria ci deve stare senza lingua, chiaramente senza lingua questa fron  >> i pullman partono presto da entrambe le città.

 Da Napoli come da Firenze il viaggio non è fatto solo di ultras. ma di persone qualsiasi, famiglie, bambini, ragazzi, adulti, gente che vuole semplicemente vivere una giornata di festa e portarsi a casa un trofeo che vale tanto, chilometri su chilometri di entusiasmo, di speranze, di voglia di esserci. Quando arrivano a Roma tutto sembra filare liscio.

 L’organizzazione prevede che i pullman vengano smistati in uscite diverse proprio per evitare contatti diretti tra le tifoserie. E così avviene. Ogni gruppo prende la propria strada, si dirige verso lo stadio seguendo le indicazioni, senza incroci pericolosi, senza tensioni evidenti. In quel momento nessuno può immaginare che da lì a poco quella giornata apparentemente normale si trasforma in uno dei capitoli più neri del calcio italiano.

 Quella che doveva essere una normale giornata di sport si trasforma rapidamente in un caos ingestibile. Le strade di Roma vengano letteralmente paralizzate da una quantità enorme di pullman e auto diretti allo stadio. File interminabili, claxon, colpi di sirena, motori che si spengono, la città va in blocco totale. Allora, già che ha bloccato i tifosi del Napoli con calma gli facesse capire a questi signori che devono stare fermi, buoni e li scortiamo noi dove devono andare.

 Alcuni pullman nel tentativo di arrivare in tempo per il fischio d’inizio, decidono di sganciarsi dalla colonna ufficiale e provare percorsi alternativi. Una scelta che si rivela disastrosa. Molti restano incastrati nelle stradine strette della periferia romana, dove è impossibile andare avanti o tornare indietro. Altri finiscono nelle zone sbagliate dove vengono assaltati da tifoserie locali o gruppi avversari.

 La situazione diventa ingestibile e arrivare allo stadio sembra quasi impossibile. Passati. >> Eccoli. Eccoli. Madonna >> perché ora ci st il pullman che fall e >> occhio ragazzi occhio dove so giù. Via! Si parte o no? Dai, cazzo, gli sbirri, figlio di >> che macchina. Allora, andiamo a metterci >> che sono i deficia ahia ahia i capelli i capelli.

>> Scusate, succede >> è tranquillo, è tranquilla. Ma sposta su >> io Madonna,  >> l’hai visto o no? Eh, >> che ci vuole a no? Eh si va via no >> inizia a sparare il >> lui ragazzi. Su, >> giù. >> Andate giù >> ragazzi la gamba. Ah, è la mia. >> Andate giù. Vai giù. >> Ritorno, ritorno. Due che venivano qua.

>> Oh, arrivano, rivano. Ci si leva. Dai. Oh. Viagli qualcosa, >> ragazzi. >> Guardate tocca le gomme Giovanni. Ma >> andiamo ragazzi via. Mato fermi, fermi qui. Una di handicappati handicappati. Siamo andati a fogn preso i vigili e ci hanno portato polizia municipale. C’hanno un coso.

Oh, c’hanno un ferro. Prendi questo. Tira avanti. Tira questo. Tira questo. Ma perché non si va via? Grazie a te. Oh, niente. Por maestra  >> è in questo clima di totale blocco che moltissimi tifosi fanno l’unica cosa che resta da fare. Scendono dai pullman e dalle auto e proseguono a piedi verso lo stadio.

 Tra queste persone c’è anche Ciro Esposito che, come tanti altri, pensa semplicemente di raggiungere la partita, nulla di più. La lunga colonna di tifosi napoletani procede a passo tranquillo, chiacchierando, cantando, avanzando lentamente verso la meta, ma a un certo punto succede qualcosa che cattura la loro attenzione. Al centro sportivo adiacente c’è una persona che comincia a urlare e lanciare petardi verso i pullman fermi, una figura che molti riconoscono, Daniele De Santis, già noto alle forze dell’ordine e appartenente a un gruppo di ultras

romani. Le sue urle e le sue offese provocano l’inevitabile. Un gruppo di tifosi napoletani decide di affrontarlo. Tra loro c’è anche Ciro. La tensione esplode in pochi secondi. Nasce una colluttazione concitata, confusa e in quel momento la situazione precipita. De Santis estrae una pistola e spara alcuni colpi.

 Alcuni di questi colpiscono Ciro Esposito. Il suo corpo agonizzante viene subito portato via dal punto esatto degli scontri e spostato sulla via principale nella speranza di poter ricevere aiuto il più in fretta possibile.   No, no, no.  Oh, >> pistola contro un tifoso unambulanza urgentemente. Genova 02. Bene.

 Dove dobbiamo mandare i soccorsi? Dove? Con esattezza dove la mandiamo subito? Abbiamo giàato. Di quinto. Tord quinto cavalcavia fuori italico. Ma chiamate l’ambulanza Genova 02 con urgenza >> 02corso scorrere immediatamente. >> No, non ce la fa. fa eh mamma mia. Ma stanno sbattendo a tutta forza stone. >> Oh non ce la faangulambulanza centro.

>> Sollecito di nuovo. La sollecito di nuovo. Dai 40. Com’è la situazione lì? >> Mandateci l’ambulanza. Siamo sollecitate e riollecitata e la stiamo riollecitando di nuovo. >> Poco dopo arriva una volante della polizia che dà immediatamente l’allarme e chiama l’ambulanza. Ma anche in quel momento il traffico impazzito di Roma continua a creare problemi.

 L’ambulanza fatica ad avvicinarsi bloccata dagli ingorghi, dai pullman fermi e dalle strade completamente paralizzate. È una corsa contro il tempo dentro una città che proprio in quell’istante sembra essersi fermata nel punto sbagliato. Le ore passano e il fischio d’inizio si avvicina sempre di più, ma lo stadio l’atmosfera non ha più nulla della festa che si respirava al mattino.

 La notizia degli spari e del ferimento di Ciro Esposito si è ormai diffuso ovunque, come un’onda che cresce senza fermarsi. Le tifoserie sono sempre più agitate, nervose, tese, gli stessi volti che poche ore prima erano sorridenti e pieni di entusiasmo. Ora sono scuri, stravolti, tirati. Nessuno sa cosa succederà.

 Intanto, nelle zone riservate alla sicurezza, le autorità iniziano a chiedersi seriamente se giocare la partita oppure no. La situazione è delicatissima, il timore è chiaro. Se la partita venisse sospesa, migliaia di tifosi potrebbero riversarsi nelle strade di Roma con la tensione alle stelle. Un rischio enorme, quasi ingestibile, che potrebbe trasformare la città in un teatro di guerriglio urbana.

Così si decide di fare qualcosa di impensabile, cercare direttamente il parere delle tifoserie. Un gruppo di persone, tra cui esponenti della questura e della prefettura di Roma, si muovono verso la curva napoletana per capire che aria tira, mentre le massime autorità dello Stato presenti per la partita osservano una scena con evidente imbarazzo.

 È in quel momento che gli sguardi si posano su Gennaro De Tommaso, noto come Genny Carogna. è a lui che si rivolgono, è lui che viene interpellato per capire se i tifosi siano disposti o meno ad accettare che la partita venga giocata. E la risposta arriva con un gesto tanto semplice quanto incredibile. Il pollice alzato, si gioca e da lì a breve, contro ogni logica, contro ogni buon senso, la partita inizia davvero.

> Dovevamo commentare una partita di calcio, dovevamo commentare una finale di Coppa Italia. Nonostante gli appelli di Papa Francesco, i segnali di amicizia tra i due allenatori e anche tra i due presidenti, eccoci qui a commentare una notizia di cronaca con tre feriti, uno gravissimo e un capitano che è rimasto a bordo campo per tanto tempo e adesso va a parlare con i tifosi che hanno ritirato le bandiere e uno spot non soltanto per il nostro calcio, ma per il nostro sport si sta trasformando veramente questa sera, gentili

telespettatori, in una macchia di vergogna. È una Andrea, scusami, sono stato costretto ad allontanarmi. Mi trovavo sotto la curva, ma sentite, saranno arrivate sei- sette bombe carta e sono stato costretto ad allontanarmi. >> No, ma i fumogeni sono decine. >> Sì, è stato è stato veramente un lancio pirotecnico. Giustosa.

>> C’è da dire c’è da dire Andrea, che i capi della tifoseria avevano chiesto calma a tutta la curva, ma in questo momento prevale la rabbia e il lancio di bombe. Però avevano chiesto, raccomandato a tutti calma per parlare con Mare Ksek. Mi sembra che una persona sia stata anche ferita.

 Viene portata fuoriato una persona. Eh sì, eh sì. Stefano, non so se riesci ad avvicinarti alla zona, ma dobbiamo avere contezza, mentre c’è uno Stuart che è stato Ecco, intanto i presidenti si parlano, ma uno Stuward è proprio sotto la nostra postazione, è stato portato via visibilmente scosso per il >> Sì.

 nel tunnel tra la curva nord e la Montemario. >> Una decisione che resta ancora oggi il simbolo di come tutta questa vicenda sia stata gestita. Quelle immagini fanno rapidamente il giro del mondo, il confronto sotto la curva, l’incertezza, il caos sugli sparti. Il vigile del fuoco ferito da un fumogeno è una scena che mette in luce tutte le contraddizioni di quella serata, mostrando quanto la situazione sia sfuggita di mano e quanto sia stata gestita in modo confuso, improvvisato, quasi surreale, mentre il calcio italiano sprofonda nell’umiliazione.

Il 25 giugno 2014 arriva la notizia che tutti speravamo di non sentire. Dopo settimane di lotta, interventi, speranze, miglioramenti minimi seguiti da peggioramenti improvvisi, Ciro Esposito muore a causa delle ferite riportate il giorno della partita. Una notizia che taglia il fiato, che spegne definitivamente qualsiasi illusione rimasta.

 Napoli si ferma, l’Italia si ferma e il dolore della sua famiglia diventa il dolore di un intero paese. Sì.              Ora Ciro non c’è tutta, ma io sono certa e sicura che lui già gode dalla gloria di Dio. Centinaia di persone, gli amici,

i familiari, tutti quanti là in silenzio, con rispetto, con educazione. Noi siamo stati l’orgoglio vostro e voi sarete il nostro orgoglio. In questi giorni hanno fatto capire all’Italia come la storia che avevano già scritto era diverso. Avevano già messo Ciro sul banco degli imputati, i napoletani come colpevoli, i tifosi dei Napoli che avevano sbagliato.

Noi poi avevamo raggiunto la prova definitiva che siano iscatria, eravamo tutti brutti storti e cattivi. Oggiamo  oggi parliamo di Ciro abbiamo dimostrato che Ciro non solo è innocente ma che la verità sta venendo fuori. La verità di un ragazzo che si è messo tra l’udio e persone che volevano andare a vedere la partita e per questo è stato ammazzato.

>> Sul fronte giudiziario il percorso va avanti passo dopo passo fino alla sentenza definitiva. Daniele De Santis viene condannato a 16 anni di reclusione per l’uccisione di Ciro Esposito. È il punto più duro, più pesante di una storia che non avrebbe mai dovuto esistere. Questa vicenda diventa un’altra triste pagina per lo sport italiano, un’altra macchia che ricade sulle istituzioni accusate di non essere riuscite a gestire né prevenire ciò che stava accadendo quella sera.

 E soprattutto un altro dolore insanabile per una famiglia che ha perso un figlio per una partita di calcio. Un copione che purtroppo abbiamo già visto e che nessuno vorrebbe più rivedere e che continua a ricordare quanto fragile possa essere la linea che separa la passione dalla tragedia.

Disclaimer : This content may be created by AI for entertainment purposes. Any resemblance to real persons, events, or places is coincidental.