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Ecco Perché la Marina Militare Italiana fa Paura nel Mediterraneo | da Matapan a Oggi

Per tutta la giornata del 28 marzo 1941  le navi britanniche seguono i movimenti italiani   a distanza di sicurezza, invisibili, tracciando  ogni rotta, ogni virata. Gli ammirai italiani si   affidano ancora all’avvistamento a occhio, alle  vedette e a un concetto di guerra che sta per   essere brutalmente spazzato via. Il dramma si  consuma dopo il tramonto. L’incrociatore Pola   viene immobilizzato da un siluro lanciato  da un aereo britannico e unesca.

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L’amirai   cattaneo a bordo dello Zara riceve l’ordine  di invertire la rotta per andare in soccorso   della nave sorella, portando con sé il fiume e  il cacciatropediniere. È una decisione dettata   dall’onore e dal cameratismo, ma in un’epoca  di guerra elettronica è un suicidio. Le navi   italiane navigano dall’oscurità più totale,  senza alcuna percezione di ciò che le attende.

Dall’altra parte, sugli schermi nadra delle  corazzor britanniche Valiant, Warspite e Baram,   i puntini luminosi delle navi italiane sono  perfettamente visibili. La Miragio Kunigam ha   la visione completa del campo di battaglia. Puoi  scegliere il momento, la distanza, l’angolazione.   Può orchestrare il massacro.

Alle 22:27, a una  distanza di appena 3500 m, ridicolmente breve   per un duello navale, le tre corazzate britanniche  aprono il fuoco simultaneamente. I loro proiettili   illuminano aggiorno le sagome degli incrociatori  italiani, colti di sorprese in modo così totale   da non avere neanche il tempo di brandeggiare  i cannoni. In meno di 5 minuti una tempesta   di proiettili da 381 mm si abbatte sullo Zara e  sul fiume.

Le navi, orgoglio della nostra flotta,   diventano ammassi di ferro incandescente.  esplodono, si capovolgono, affondano,   portando con sé quasi tutto il loro equipaggio.  Poco dopo anche il Pola e i caccia torpedinieri   Alfieri e Carducci vengono annientati. 2303 morti.  La tecnologia aveva schiantato il coraggio. Questa   non fu solo una sconfitta militare, fu un trauma  nazionale.

L’idea che il valore umano potesse   essere annullato da un vantaggio tecnologico  divenne un’ossessione, un fantasma che avrebbe   perseguitato la coscienza della Marina Militare  per decenni. La lezione fu imparata nel modo più   crudele possibile. Mai più saremmo stati ciechi in  battaglia. Mai più. La risposta a quella tragedia   è nascosta in ogni singolo sensore, in ogni  sistema d’arma che equipaggia le nostre navi   oggi. Il dopoguerra è un periodo di macerie, non  solo fisiche, ma anche morali.

L’Italia ha perso,   la sua flotta è decimata, il suo ruolo nel mondo  ridotto ai minimi termini, ma sotto la cenere i   semi della rivincita cominciano a germogliare.  La neonata repubblica italiana entra nella NATO e   con l’inizio della guerra fredda il Mediterraneo  diventa uno dei teatri più caldi dello scontro   tra est e ovest.

Nessun giornale l’ha mai scritto  così, ma è proprio qui che si forge il DNA della   Marina Militare Moderna. Ascolta bene. All’Italia  per la sua posizione geografica, la NATO affida un   compito specifico vitale e incredibilmente  difficile. La lotta antisommergibile ASV   antisubmarine warfare. I potenti sottomarini  nucleari sovietici, la punta di lancia della   flotta di Mosca, avevano nel Mediterraneo il loro  terreno di caccia ideale, dove potevano minacciare   le porte aeree americane della sesta flotta.

Il compito dell’Italia era diventare lo scudo   subacquio della NATO nel Mar Nostrum. Di colpo non  eravamo più solo gli sconfitti, ma una barriera   indispensabile e questo ruolo obbligò la Marina a  una specializzazione forzata. Per decenni, mentre   altre marine si concentravano su grandi navi,  l’Italia divenne maestra nell’arte della caccia ai   sottomarini. Questo significò sviluppare dottrine,  tattiche e soprattutto tecnologie.

Iniziamo a   investire pesantemente in sonar, sia scafo che  rimorchiati. diventammo pionieri nell’integrazione   tra navi ed elicotteri specializzati nella  lotta OSV, capendo prima di molti altri che   la combinazione di una piattaforma navale di un  assetto aereo era la chiave per controllare vaste   aeree di mare.

Navi come le fregate Classe Lupo e  Maestrale nate in questo periodo erano gioielli di   ingegneria pensati proprio per questo, veloci,  manovriere e imbottite di sensori per scovare   un nemico silenzioso e invisibile. L’ombra di  Matapan era ancora lì, però la paura di essere   ciechi era stata sostituita da quella di essere  sordi di fronte alla minaccia sottomarina. Ogni   son rinstallato, ogni elicottero imbarcato,  ogni tattica sviluppata era una risposta a   quella paura. La guerra fredda divenne la nostra  palestra.

Per 40 anni, in un silenzioso e costante   duello sotto la superficie, la Marina Militare  costruì un’esperienza che nessun’altra nazione   mediterranea poteva vantare. Questo patrimonio,  questa ossessione per la superiorità dei sensori   sarebbe diventato il fondamento su cui costruire  le navi del XX secolo. La rinascita della Marina   non sarebbe stata possibile senza la spina dorsale  industriale del paese.

Dalle macerie dei cantieri   bombardati risorse un gigante fin cantieri.  Oggi è un nome noto per le navi da crociera,   ma la sua anima è sempre stata militare. Fin  Cantieri non è solo un’azienda, è l’Arsenale   della Repubblica, l’erede di secoli di tradizione  cantieristica italiana. Accanto a Fin Cantieri,   un altro campione nazionale cresceva  specializzandosi proprio in ciò che c’era   mancato a Matapan, l’elettronica, i sensori, il  cervello delle navi.

Quella che oggi conosciamo   come Leonardo è diventata la mente dietro  la forza della nostra flotta. Se Fincantieri   costruisce lo scafo d’acciaio, Leonardo fornisce  il sistema nervoso, radar, sona, comunicazioni e   soprattutto il sistema di combattimento, il  software che integra tutto e permette a una   nave di combattere.

Questa sinergia tra Marina,  Fincantieri e Leonardo ha creato un ecosistema   unico. La Marina definisce i requisiti basati  sull’esperienza sul campo. Leonardo sviluppa la   tecnologia per soddisfarli finché Anti progetta e  costruisce una nave attorno a quella tecnologia,   ottimizzando ogni aspetto. Un primo eccezionale  frutto di questa collaborazione furono propri   cacciatore pediniere classi orizzonti nati negli  anni 2000.

Navi come l’Andrea Doria e il Caio   Duilio erano un salto quantico con le loro 7700  tonnellate erano piattaforme create per il dominio   dello spazio aereo. Il loro sistema missilistico  Palams con i missili Aster poteva creare una bolla   di sicurezza impenetrabile attorno a un gruppo  navale, ma questo era solo l’inizio. Il vero   capolavoro doveva ancora arrivare.

Il mondo  stava cambiando, la guerra freda era finita,   ma nuove minacce emergevano. Serviva una nave non  solo specializzata, ma versatile. una piattaforma   in grado di fare tutto: combattere sottomarini,  difendersi da attacchi aerei, colpire altre navi,   proiettare forze speciali, controllare il  traffico marittimo. La Marina italiana non   voleva solo una nave, voleva la sintesi di  tutta la sua storia.

Voleva una nave che   avesse le capacità antisommergibili della guela  fredda e i sistemi di difesa dell’eorizzonte,   con in più la flessibilità per le nuove sfide.  Voleva una nave che incarnasse la lezione di   Matapan. Vedere e sentire tutto prima e meglio  di chiunque altro. E da questa esigenza nacque   il programma Frem.

Frem sta per fregata europea  multimissione, un programma sviluppato con la   Francia, ma che l’Italia ha interpretato in modo  unico. Le nostre fregate, le classe bergamini,   sono oggi un punto di riferimento mondiale e  non è esagerazione nazionalistica, come molti   credono nei commenti. Cosa le rende effettivamente  così speciali? Non una singola caratteristica,   ma la fusione di tre elementi: invisibilità,  percezione e letalità.

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