Il soldato guarda la borraccia, poi guarda i suoi compagni. Nella trincea scavata faticosamente nella roccia e nella sabbia compatta ci sono altri otto uomini. Hanno tutti lo stesso sguardo. Occhi incavati. cerchiati di nero dalla stanchezza e dalla disidratazione. Occhi che hanno visto troppe cose. Occhi che non dormono più bene, nemmeno quando il corpo crolla dalla fatica.
Nessuno parla. Che senso ha parlare? Tutti sanno. Sanno che stanotte succederà qualcosa di terribile. I disertori tedeschi, catturati tre giorni fa hanno parlato prima di essere rispediti indietro. Hanno detto che gli inglesi stanno ammassando uomini e materiale come non si è mai visto in Africa. Hanno detto che Montgomery, il nuovo comandante britannico, ha portato migliaia di cannoni, centinaia di carri Sherman nuovi di zecca arrivati dall’America, montagne di proiettili, oceani di benzina e dall’altra parte, dall’altra parte c’è la folgore. 10.000
paracadutisti, 5000 in prima linea, 5000 in seconda. Armati con fucili carcano, mitragliatrici Breda che si inceppano ogni 20 colpi perché la sabbia entra ovunque, mortai da 81 mm e cannoni anticarro da 47. Cannoni che possono bucare un carro leggero, forse. Ma uno Sherman, uno Sherman ride dei 47 mm. Dovevano esserci i carri armati.
Rommel lo aveva promesso. Tenete la posizione, arrivano i Panzer. Ma i panzer non sono arrivati. Sono bloccati più a nord a difendere la costa perché Rommel teme uno sbarco anfibio. O forse non ci sono proprio. Forse sono stati distrutti nelle battaglie precedenti. Forse non c’è più carburante per farli muovere.
Le voci corrono nelle trincee. Si dice che la guerra in Africa sia già persa, che Rommel stia solo guadagnando tempo, che Berlino abbia deciso di sacrificare l’Africa per concentrarsi sul fronte russo. Ma queste sono voci, politica, strategia da generali. Qui nella trincea numero 116 del settore Deirel Munassib realtà è più semplice.
C’è un soldato con due dita d’acqua in una borraccia. C’è una trincea scavata nella sabbia. C’è un fucile con 60 colpi in totale e dall’altra parte, a 2000 m di distanza, nascosti nel buio ci sono i britannici, l’ottava armata, gli uomini di Mongomeri, australiani, neozelandesi, indiani, sudafricani, scozzesi, inglesi, uomini ben nutriti, ben armati, ben riforniti, uomini che hanno dietro di loro la potenza industriale di tutto l’impero britannico e degli Stati Uniti d’America.

Il paracadutista chiude gli occhi per un secondo, sente il vento notturno del deserto che gli sfiora il viso, portando con sé granelli di sabbia finissima che si infilano negli angoli degli occhi, nelle narici, tra i denti. Pensa a casa, pensa alla sua famiglia a Roma o a Napoli o a Palermo, pensa alla madre che forse sta pregando in questo momento davanti all’immagine della Madonna, chiedendo che suo figlio torni vivo.
Pensa alla ragazza che gli aveva promesso di aspettarlo, quella ragazza che aveva baciato l’ultima volta in licenza, un anno fa, quando ancora credeva che la guerra sarebbe finita presto e in modo glorioso. Riapre gli occhi. Davanti a lui, oltre il parapetto basso fatto di sacchi di sabbia e pietre, si estende l’oscurità assoluta del deserto.
Non si vede nulla, ma si sente. Si sente la tensione elettrica che precede la tempesta. Si sente il peso di migliaia di uomini che trattengono il respiro, aspettando l’ordine di attaccare. Guarda l’orologio, un orologio tedesco preso da un cadavere durante una battaglia precedente. Le lancette luminose segnano le 21:48. Tra 10 minuti 882 cannoni britannici apriranno il fuoco simultaneamente.
Sarà la preparazione d’artiglieria più massiccia dalla battaglia di Verdun 26 anni prima. Una tempesta di acciaio e fuoco che cadrà su queste trince per ore, senza sosta, con l’obiettivo scientifico di cancellare ogni forma di vita dal deserto. E qui, in queste buche scavate nella sabbia, ci sono gli italiani della Folgore, senza carri armati nel raggio di 50 km, senza riserve d’acqua, senza speranza di rinforzi.
Il soldato beve un sorso dalla borraccia, l’acqua calda gli scende in gola come benzina. ne rimane uno solo. Poi guarda verso il cielo stellato e sussurra una preghiera che non sa nemmeno di ricordare. Tra pochi minuti l’inferno scenderà sulla Terra 6 mesi prima. Aprile 1942, centro di addestramento di Taranto, Italia meridionale.
Il sole del Mezzogiorno picchia spietato sulla pista polverosa. L’aria trema dal calore. Sulla torre di lancio, alta 30 m, un ragazzo di 20 anni guarda giù. Ha il viso pallido, le maniche tremano leggermente mentre controlla per l’ennesima volta i moschettoni del paracadute. Non è paura, o meglio, è paura, ma è la paura giusta, quella che ti tiene vivo, quella che ti fa controllare ogni fibbia, ogni cinghia, ogni nodo.
Dietro di lui infila altri 50 uomini. Aspettano il loro turno. Alcuni fumano nervosamente, altri pregano sottovoce. Qualcuno ride troppo forte per nascondere la tensione. Hanno tutti la stessa divisa: pantaloni mimetici, giubba aperta sul collo e il metto di cuoio che non protegge un accidente, ma almeno non ti spacca la testa quando atterri male.
Sul braccio sinistro, cucita da poco, la mostrina, un paracadute dorato su sfondo azzurro e sotto la scritta folgore. Fulmine sono i Parà, i paracadutisti della regia aeronautica, ora organizzati nella divisione folgore, l’elite, il fiore all’occhiello dell’esercito italiano, uomini scelti tra migliaia di volontari, uomini che hanno superato selezioni fisiche brutali, test psicologici, addestramenti che avrebbero spezzato la maggior parte degli esseri umani.
Hanno corso 40 km sotto il sole con zaini da 30 kg. Hanno imparato il combattimento corpo a corpo con istruttori che non conoscono pietà. Hanno fatto marce notturne nel fango, esercitazioni di tiro fino a svenire dalla fatica, assalti simulati contro bunker dove il fuoco reale si bilava sopra le loro teste.
Ma chi sono veramente questi uomini? Non sono aristocratici, non sono figli di generali o di industriali milanesi. Guardateli bene. C’è Giuseppe, un contadino siciliano di Agrigento, mani grosse, abituate a spaccare la terra dura sotto il sole. Non ha mai visto il mare prima di arrivare a Taranto per l’arruolamento. Ha firmato come volontario, perché a casa sono in sette fratelli e la terra non basta per tutti.
Ha pensato: “Meglio morire da soldato con onore che morire di fame come un cane.” C’è Mario, operaio dell’Alfa Romeo di Milano, 24 anni, capelli neri sempre unti di brillantina, sorriso storto che fa impazzire le ragazze. “Prima della guerra montava motori, adesso monta paraute.” Ha detto alla madre. “Torno fra 6 mesi con le medaglie sul petto.
Lei ha pianto per tre giorni. C’è Salvatore, scaricatore di porto a Napoli. Spalle larghe come un armadio, braccia che sollevano casse da 100 kg senza battere ciglio. Analfabeta, ma intelligente. Conosce le strade, conosce gli uomini, sa quando qualcuno sta mentendo solo guardandolo negli occhi. Si è arruolato perché voleva vedere il mondo.
“Napoli è bella, diceva, ma il mondo è più grande”. Cosa li unisce? Non la politica. La maggior parte di loro se ne frega del fascismo, di Mussolini, delle retoriche imperiali. Quello che li unisce è qualcosa di più profondo, di più viscerale, è la rabbia. La rabbia di essere considerati codardi, di essere presi in giro, di sentire le barzellette che circolano negli altri eserciti.
Sapete come si chiama un carro armato italiano? Marcia indietro. Perché i soldati italiani hanno le tasche davanti? Così quando fuggono possono mettere le mani avanti. Come si vende un fucile italiano? Mai sparato, lasciato cadere una volta sola. Dopo la disfatta in Grecia, dopo le sconfitte nel deserto, dopo Bedafom, dove interi reparti si arresero senza combattere, l’Italia è diventata lo zimbello delle nazioni in guerra.
E questi ragazzi, questi figli di contadini e operai lo sentono sulla pelle. Vogliono dimostrare che gli italiani sanno combattere. Vogliono cancellare la vergogna, non per il duce, non per la patria astratta, per se stessi, per poter guardare in faccia i loro figli un giorno e dire “Io c’ero e non sono scappato”.
Il ragazzo sulla torre salta, il paracadute si apre con uno schiocco secco, per 30 secondi vola, sente il vento sulla faccia, vede Taranto dall’alto, il mare blu cobalto, le barche nel porto, poi il tonfo. Atterra male, si torce una caviglia, ma è in piedi. Un istruttore urla: “Pù rapido, l’atterraggio deve essere fluido, non come un sacco di patate.
” Ma c’è un sorriso negli occhi dell’istruttore. “Questo ragazzo ce l’ha fatta! È dentro. Il comandante della folgore. È il generale Enrico Frascani, un uomo sulla cinquantina, capelli brizzolati tagliati corti, baffi militari curati, schiena dritta come un palo. È un ufficiale della vecchia scuola.
ha combattuto nella grande guerra, sul Piave, sul Carso, ha visto l’inferno e ne è uscito vivo. Non urla mai, non ha bisogno di urlare. Quando parla gli uomini ascoltano, ha una frase che ripete spesso: “Durante le ispezioni, durante gli addestramenti, quando vede un soldato scoraggiato, meglio morire in piedi che vivere in ginocchio.
” Non è retorica fascista, è qualcosa di più antico, è l’onore. L’onore come lo concepivano i soldati romani 2000 anni fa. L’onore come lo concepivano i cavalieri medievali. Non importa vincere, importa come combatti. Importa che quando tutto è perduto tu resti lì in piedi a guardare il nemico negli occhi. Gli addestramenti continuano per mesi.
La sabbia di Taranto non è come quella del deserto africano, ma ci provano. Marciano per 40 km con l’equipaggiamento completo sotto il sole di luglio. Imparano a razionare l’acqua 1 lro al giorno, non di più. Imparano a scavare trincee nella sabbia, a camuffare le posizioni, a sparare con il sole negli occhi.
Imparano che nel deserto non ci sono alberi dove nascondersi, non ci sono case, non ci sono colline, solo sabbia. E chi controlla la sabbia controlla il campo di battaglia. A giugno del 1942 arriva l’ordine. La divisione folgore è pronta. Devono partire per l’Africa. Li imbarcano su navi mercantili. Attraversano il Mediterraneo di notte per evitare i bombardamenti aerei inglesi. Sbarcano a Tobruk.
Quando scendono dalle navi il caldo li colpisce come un pugno in faccia. Non è il caldo dell’estate italiana, è un caldo alieno, innaturale, 50° all’ombra e non c’è ombra. Gli ufficiali di collegamento tedeschi li guardano con sufficienza. Altri italiani pensano più carne da cannone che scapperà alla prima salva. Ma non dicono nulla.
Hanno bisogno di uomini per tenere la linea. Rommel è vicino ad Alessandria, vicino al canale di Suez, ma l’ottava armata inglese si è riorganizzata. Serve qualcuno che tenga le posizioni difensive mentre i panzer avanzano. Ai paracadutisti viene assegnato il settore sud della linea di El Alamain, una striscia di deserto larga 30 km da Deir e El Munassib fino alle depressioni di Cattara.
Un deserto assoluto. Niente acqua, niente vegetazione, niente vita, solo pietra, sabbia e calore che distorce l’aria. Gli dicono che la guerra è quasi finita. Dicono che Rommel è inarrestabile, che tra poche settimane sarà al Cairo, che l’Egitto cadrà, che l’impero britannico crollerà. Dicono che devono solo resistere un po’, tenere la linea, impedire agli inglesi di attaccare da sud mentre i Panzer completano l’avanzata.
I paracadutisti della folgore si sistemano nelle trincee, scavano, piazzano i cannoni anticarro, stendono il filo spinato, preparano le posizioni di fuoco per le mitragliatrici, aspettano l’ordine di avanzare, ma l’ordine non arriva. Passano le settimane, luglio, agosto, settembre, ottobre. Sono ancora lì. Il fronte si è fermato.
Rommel non avanza più, anzi indietreggia. Le navi italiane con i rifornimenti vengono affondate una dopo l’altra. Il carburante scarseggia, le munizioni scarseggiano, l’acqua scarseggia e loro sono lì conficcati nella sabbia a guardare il nulla, mentre il sogno della vittoria rapida si dissolve come un miraggio nel deserto. Ma quando arrivarono nel deserto nulla era come avevano promesso.
Luglio 1942, deserto di El Alamain, settore meridionale. Il sergente Antonio Ridolfi si sveglia alle 5:00 del mattino, non perché suona una sveglia. Non c’è bisogno di sveglia nel deserto, ti svegli perché il sole, anche se non è ancora sorto, comincia a scaldare la sabbia e il calore sale dal basso come se dormissi su una piastra.
Ti svegli perché le mosche, maledette mosche del deserto, ti camminano sulla faccia, entrano nelle orecchie, cercano l’umidità negli angoli degli occhi, ti svegli perché la vescica è piena e devi uscire dalla trincea per pisciare e ogni volta che esci rischi che un cecchino inglese ti prenda di mira.
Ridolfi esce dalla buca, fa ancora fresco, forse 15°. È il momento migliore della giornata, l’unico momento in cui si può respirare senza sentire i polmoni bruciare. Guarda l’orizzonte. Il deserto si estende in tutte le direzioni, piatto, infinito, ipnotico. Nella sua monotonia non ci sono alberi, non ci sono edifici, non ci sono punti di riferimento.
Solo sabbia colorocra, rocce nere sparse qua e là e il cielo che comincia a schiarirsi verso est. si gira e guarda la sua trincea. È una buca scavata nella roccia calcarea e nella sabbia compatta, 3 m per 2, profonda 1,5 m. Sopra un tetto fatto di travi di legno recuperate chissà dove, coperte da teli mimetici e sabbia.
Non protegge dai proiettili d’artiglieria, ma almeno dai raggi sole. Sì. Dentro quella buca dormono altri cinque uomini. Sono ammassati come sardine. Puzzano. Puzzano di sudore rancido, di piedi che non vengono lavati da settimane, di vestiti impregnati di sale e sabbia. Ridolfi piscia lontano dalla trincea.
La urina è scura, quasi marrone, segno di disidratazione grave. Lo sa, tutti lo sanno. Ma che puoi fare? L’acqua è razionata, 1 l a testa al giorno. 1 L. Provate a immaginare, 1 l per bere, per cucinare, per lavarsi. In realtà nessuno si lava, l’acqua è troppo preziosa, si beve tutta e anche così non basta.
La sete è una presenza costante, un tormento che non ti abbandona mai. La gola è sempre secca, la lingua è gonfia, le labbra sono spaccate e sanguinano. Alle 6:00 il sole sorge e nel giro di un’ora la temperatura passa da 15° a 30. Alle 8:00 è già a 40. A mezzogiorno toccherà i 50. 50° all’ombra, ma non c’è ombra.
L’unica ombra è dentro le trincee, sotto quei tetti di fortuna che trasformano le buche in forni. Gli uomini cercano di non muoversi, stanno sdraiati, immobili, respirando lentamente per non sprecare energia. Il metallo delle armi scotta. Se tocchi la canna del fucile senza guanti, ti bruci la pelle. Le munizioni diventano così calde che c’è il rischio che esplodano da sole.
I viver nelle scatolette si lique fanno. La carne in scatola diventa una poltiglia oleosa e disgustosa che bisogna mangiare comunque perché non c’è altro. Il cibo arriva una volta al giorno, se va bene. Camion che vengono dalle retrovie a 30 km di distanza portano razioni. Gallette dure come pietra, scatolette di carne in gelatina, qualche volta, molto raramente pasta asciutta, ma cucinarla è un problema.
L’acqua dolce non c’è. Bisogna usare l’acqua salmastra dei pozzi scavati nel deserto. La pasta ha un sapore orribile, salato e amaro, ma si mangia perché l’alternativa è morire di fame. E poi c’è la diarrea, la dissenteria. è l’assassino silenzioso del deserto, più pericolosa delle pallottole inglesi. L’acqua contaminata, il cibo andato a male, le mosche che portano infezioni, gli uomini si ammalano, perdono liquidi, si disidratano ancora di più.
Alcuni muoiono letteralmente di merda, svuotati dall’interno, ridotti a scheletri in pochi giorni. Il medico della divisione non ha medicine, ha finite le scorte di sulfamidici a luglio. Adesso può solo dire bevi acqua e prega, ma l’acqua non c’è e pregare non cura la dissenteria. La sabbia è ovunque. È un nemico invisibile e pervasivo.
Entra negli occhi provocando congiuntiviti dolorose che rendono quasi ciechi. Entra nei polmoni quando il vento si alza causando tosse secca e bruciore. Entra nelle orecchie, nel naso, nella bocca. Ti svegli con la sabbia tra i denti, mangi sabbia con ogni boccone, bevi sabbia con ogni sorso d’acqua e soprattutto la sabbia entra nelle armi.
I fucili carcano si inceppano ogni 10 colpi. Le mitragliatrici Breda, già di per sé poco affidabili, diventano inutili. Bisogna smontarle, pulirle, oliarle, rimontarle cinque volte al giorno, sei volte. 7. È un lavoro ossessivo, infinito, frustrante, perché sai che tra un’ora la sabbia sarà di nuovo lì dentro i meccanismi, pronta a bloccare tutto nel momento peggiore, quando arriverà il nemico e avrai bisogno che l’arma funzioni.
Intorno alle posizioni della folgore, gli italiani hanno piazzato migliaia di mine. Mine anticarro, mine antiuomo. Campi minati profondi chilometri, sono una protezione. rendono impossibile agli inglesi attaccare con i carri armati senza prima, operazione che richiede tempo e vite umane, ma sono anche una trappola, perché se devi ripiegare, se devi indietreggiare, dove vai? Dietro di te ci sono le tue stesse mine.
Sei in gabbia, puoi solo resistere lì dove sei. Non c’è piano B. E lentamente, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, i paracadutisti della folgore cominciano a capire. capiscono che sono stati abbandonati, che Romel ha concentrato tutte le risorse, tutti i carri armati, tutti i rifornimenti sul fianco nord. Lì ci sono i tedeschi, lì ci sono i panzer, lì c’è la gloria.
Qui al sud ci sono solo gli italiani. Fanteria di seconda categoria, carne da cannone. Il loro compito è semplice: tenere la linea, non avanzare, non conquistare, solo tenere, resistere, morire al loro posto se necessario, ma non lasciare passare il nemico. Non ci sono rotazioni, non ci sono permessi. I soldati che sono arrivati a giugno sono ancora lì a ottobre, 120 giorni senza vedere altro che sabbia e cielo, senza una doccia, senza una notte di sonno tranquillo, 120 notti a dormire vestiti con le scarpe ai piedi, il fucile accanto, pronti a
saltare su al primo allarme. Eppure, in mezzo a questa miseria ci sono gesti, piccoli gesti di umanità che tengono vivi non i corpi, ma le anime. C’è il soldato che divide l’ultima sigaretta in quattro pezzi, uno per sé e tre per i compagni. Fumano a turno passandosi il mozzicone, aspirando quel fumo caldo e acre come se fosse ossigeno puro.
C’è il cappellano militare, don Giuseppe, un prete di campagna con la tonaca polverosa e il crocifisso di legno al collo. Celebra la messa dentro le trincee sotto il tiro sporadico dell’artiglieria inglese. Dice le parole latine: “Mentre le granate fischiano sopra le teste, gli uomini, anche quelli che non credono, si inginocchiano.
Non per Dio, forse, ma per la normalità, per ricordarsi che sono ancora esseri umani, non solo animali che scavano nella sabbia. C’è il sanitario, un ragazzo di Brescia di nome Carlo, a 22 anni e mani delicate da pianista. Quando un soldato viene ferito durante una pattuglia, Carlo esce dalla trincea in pieno giorno con il sole che spacca le pietre, carica il ferito sulle spalle e cammina.
3 km 3 km sotto i 50° con 60 kg di peso morto sulla schiena, mentre i cecchini inglesi gli sparano addosso. Arriva alla postazione medica con il ferito ancora vivo. Lui crolla svenuto dalla fatica e dalla disidratazione, ma il ferito sopravvive. Questi sono i paracadutisti della folgore nell’estate del 1942. Non fanno lanci con il paracadute, non compiono azioni eroiche che finiranno sui giornali, semplicemente resistono giorno dopo giorno.
Resistono al sole, alla sete, alla fame, alla paura, alla solitudine, all’abbandono. Ma tutto questo è solo la prova generale, solo l’attesa, solo il silenzio prima della tempesta. Perché la vera guerra, quella che cambierà tutto, quella che entrerà nei libri di storia, inizierà nella notte del 23 ottobre 1942 e quando inizierà nessuno di loro sarà pronto per quello che verrà.
Settembre 1942, quartier generale dell’ottava armata britannica, 35 km a est di El Alamain. Il generale Bernard Law Montgomery osserva la mappa stesa sul tavolo di legno grezzo. È una mappa dettagliata, aggiornata ogni giorno dalla ricognizione aerea. Mostra ogni trincea, ogni postazione, ogni campo minato del fronte.
Montgomery tiene in mano una matita rossa, traccia una linea, poi un’altra, poi un cerchio intorno al settore sud, il settore tenuto dagli italiani. Intorno al tavolo ci sono i suoi ufficiali di stato maggiore: inglesi, australiani, neozelandesi, uomini con le uniformi stirate, rasati di fresco, ben nutriti, bevono tè caldo servito in tazze di porcellana.
Fuori nei depositi, ci sono montagne di rifornimenti che arrivano ogni giorno dal porto di Alessandria. Cibo, munizioni, carburante, acqua, tutto ciò di cui un esercito ha bisogno per condurre una guerra moderna. Montgomery parla, la sua voce è calma, metodica, priva di emozione. È un generale che tratta la guerra come un problema matematico, un’equazione da risolvere.
Ha passato gli ultimi tre mesi a studiare, pianificare, accumulare risorse. Non è un genio militare come Rommel. Non ha l’istinto del predatore, ma ha qualcosa di più prezioso. Ha la pazienza, la logistica e un impero industriale alle spalle. Signori dice indicando la mappa, l’operazione Lightfoot inizierà il 23 ottobre alle ore 21:40 precise.
La preparazione d’artiglieria sarà la più massiccia mai vista in Africa. 882 cannoni sparano simultaneamente per 6 ore. L’obiettivo è semplice, distruggere le difese nemiche prima ancora che i nostri uomini escano dalle trincee. Un colonnello neozelandese chiede: “E i campi minati, generale?” Montgomery sorride.
Un sorriso freddo da contabile. Abbiamo addestrato squadre di ingenieri. Apriranno corridoi attraverso le mine usando rilevatori elettronici. I carri armati passeranno attraverso questi corridoi. Una volta superati i campi minati, sarà una questione di ore prima che il fronte crolli. Un maggiore australiano indica il settore sud della mappa. Gli italiani.
Montgomery guarda il punto indicato, il settore tenuto dalla divisione Folgore esita per un secondo, poi dice “Gli italiani sono il punto debole”. Rommel lo sa, per questo ha messo lì truppe di seconda linea. Fanteria senza carri armati, senza supporto. Il nostro attacco principale sarà a nord contro i tedeschi, ma manterremo pressione anche a sud.
Gli italiani si arrenderanno dopo il primo bombardamento. Non vale la pena sprecare troppe munizioni su di loro. Nessuno degli ufficiali contraddice, nessuno solleva dubbi. Dopotutto hanno visto cosa è successo negli ultimi due anni di guerra. Hanno visto gli italiani fuggire in Libia, arrendersi a migliaia in Cirenaica, crollare in Grecia.
L’esercito italiano ha una reputazione e non è una buona reputazione, ma i numeri i numeri parlano da soli e i numeri sono schiaccianti. L’ottava armata britannica ha 195.000 uomini. 195.000. È una città intera in armi. Soldati provenienti da ogni angolo dell’impero. Inglesi della madre patria, australiani duri come il ferro.
neozelandesi abituati a combattere in ogni clima, indiani disciplinati, sudafricani volontari, persino greci e polacchi in esilio che vogliono vendicare le loro patrie occupate. Hanno 1000 carri armati, 1000. La maggior parte sono Sherman americani appena arrivati attraverso l’Atlantico. Macchine moderne, affidabili, con cannoni da 75 mm capaci di bucare qualsiasi corazza italiana o tedesca a distanza di sicurezza.
Hanno motori potenti, cingoli larghi che non affondano nella sabbia. sono il prodotto della potenza industriale degli Stati Uniti che ora riversa nel teatro nord africano un diluvio di acciaio e fuoco. Hanno 900 cannoni d’artiglieria, 900 bocche da fuoco che vomitano morte, obici pesanti da 149 mm, cannoni da 105, pezzi da 25 libre che possono sparare 20 colpi al minuto.
E non solo hanno i cannoni, hanno le munizioni. Milioni di proiettili accatati nei depositi. Montgomery ha dato ordine di spare senza economia. “Voglio che il deserto bruci”, ha detto. “Voglio che non rimanga vivo nemmeno uno scarafaggio”. Hanno il dominio assoluto dell’aria. La Royal Air Force controlla il cielo. Centinaia di aerei, Harurry Kane, Speedfire, Bombardieri Wellington e Baltimore volano sopra il deserto giorno e notte, martellando le linee dell’asse, mitragliando i convogli, bombardando le postazioni. I piloti italiani e tedeschi
sono così pochi, così a corto di carburante che ormai escono solo per missioni disperate. Il cielo appartiene agli inglesi e hanno acqua, acqua illimitata, cisterne intere. Ogni soldato britannico ha tutta l’acqua che vuole. Può lavarsi, può bere fino a non avere più sete, può persino sprecarla. Nei campi britannici sono docce improvvisate, c’è cibo fresco che arriva ogni giorno da Alessandria, c’è persino il gelato portato da camion frigoriferi.
È una guerra industriale, una guerra dove la logistica è più importante del coraggio. Dall’altra parte, sul fronte italiano, i paracadutisti della folgore hanno 47 cannoni anticarro. 47. Sono pezzi da 47 mm, modello vecchio. Possono bucare un carro leggero, forse uno Sherman, forse a distanza ravvicinata se colpiscono nel punto giusto se hanno fortuna.
Ma la fortuna nella guerra moderna conta poco. Non hanno carri armati, zero. Rommel ha concentrato tutti i panzer superstiti a nord. ha bisogno di loro per contenere l’attacco principale. Il Sud deve cavarsela da solo. Non hanno aviazione, zero aerei. L’ultimo caccia italiano che hanno visto sorvolare le loro posizioni era due settimane fa.
È stato abbattuto in 3 minuti da quattro Speedf. Non hanno munizioni a sufficienza. Le scorte sono razionate. Ogni soldato ha 60 colpi per il fucile, ogni mitragliatrice ha 3000 colpi. Ogni cannone ha 200 proiettili. Sembra molto, ma non lo è. In una battaglia moderna questo è il consumo di due, forse tre giorni e poi e poi finisce e dovrai combattere con pietre e bastoni, ma c’è qualcosa che Montgomery non sa.
Qualcosa che non può essere misurato con numeri, non può essere segnato su una mappa, non può essere calcolato da nessun computer o stato maggiore. C’è l’onore, c’è la rabbia, c’è la testardaggine. Quella testardaggine italiana viscerale, irrazionale che si rifiuta di arrendersi anche quando la ragione dice che bisogna farlo.
quella stessa testardaggine che ha fatto resistere i soldati italiani sul Piave nel 1918, quando tutto sembrava perduto. Quella stessa testardaggine che fa dire a un contadino siciliano: “Fino a quando ho fiato non mi muovo da qui”. Montgomery guarda ancora la mappa, indica il settore sud con la matita. “Preedo che gli italiani crollino entro 24 ore dall’inizio dell’attacco, 48 al massimo.
Non hanno mezzi per resistere”. Sono razionali, si arrenderanno. Ma Montgomery si sbaglia perché non conosce gli uomini della folgore. Non sa chi sono, da dove vengono, cosa hanno passato. Non sa che quei ragazzi, quei contadini e operai trasformati in paracadutisti hanno già deciso. Hanno deciso che non indietreggeranno, che non alzeranno le mani, che se devono morire moriranno in piedi guardando il nemico negli occhi.
L’intelligence britannica fornisce rapporti. Prigionieri italiani catturati durante le pattuglie hanno parlato, hanno detto che il morale è basso, che mancano acqua e cibo, che i soldati sono stanchi, malati, demoralizzati, tutto vero. Ma quello che i prigionieri non dicono, perché forse non lo sanno nemmeno loro, è che sotto quella stanchezza, sotto quella disperazione, c’è qualcosa di più duro della pietra.
C’è la decisione di non cedere, non oggi, non domani, mai. E così, mentre Montgomeriy pianifica la vittoria facile, mentre gli ufficiali britannici brindano già al successo imminente, dall’altra parte del deserto, nelle trincee polverose, gli italiani aspettano. Aspettano l’inevitabile. Puliscono i fucili, controllano le granate, scavano un po’ più in profondità e aspettano.
23 ottobre 1942, ore 21:40, gli ultimi secondi di pace, gli ultimi respiri prima che l’inferno si scateni, l’ultima volta che il deserto sarà silenzioso, poi il mondo esploderà. 23 ottobre 1942, ore 21:40 precise. C’è un secondo, un singolo secondo sospeso nel tempo in cui tutto è ancora normale.
Il soldato nella trincea numero 116 respira, guarda le stelle, pensa a casa, la sua mano stringe la borraccia vuota. È un momento di calma assoluta, innaturale, come se l’universo stesso stesse trattenendo il fiato. Poi l’universo esplode. Non c’è un preavviso, non c’è un colpo singolo che annuncia l’inizio.
C’è solo un lampo improvviso che illumina l’intero orizzonte a est, così accecante che gli uomini chiudono istintivamente gli occhi e subito dopo il suono. Non è un boato, non è un’esplosione, è qualcosa di più primitivo, di più terrificante. È un rombo fisico che non entra dalle orecchie, ma ti investe come un’onda solida.
È il suono della Terra stessa che viene fatta a pezzi. 882 cannoni sparano nello stesso istante. 882 tuoni metallici che si fondono in un unico urlo continuo, ininterrotto, apocalittico. Il cielo si accende di arancione, rosso, giallo. Le fiammate dei cannoni britannici creano una linea di fuoco lunga chilometri e poi 5 secondi dopo inizia a cadere la pioggia.
non di acqua, di acciaio e fuoco. Le prime salve colpiscono le linee italiane con una precisione matematica. Montgomery ha calcolato tutto. Ha le coordinate esatte di ogni trincea, di ogni postazione, di ogni bunker. I suoi osservatori hanno passato mesi a mappare il deserto. Adesso quella mappa si trasforma in sentenze di morte.
I proiettili arrivano con un sibilo acuto, lacerante che cresce di volume fino a diventare insopportabile. Poi l’impatto. Le granate da 150 mm esplodono con una forza che cancella interi pezzi di realtà. Dove un secondo prima c’era una trincea con cinque uomini dentro, adesso c’è solo un cratere fumante largo 10 m e profondo 5.
Gli uomini non sono morti, sono vaporizzati, cancellati. Non rimane niente, nemmeno un brandello di uniforme. Il soldato, nella trincea numero 116 si butta a terra, si appiattisce contro il fondo della buca, cercando di diventare parte della sabbia, diffondersi con la pietra. Intorno a lui il mondo sta finendo. Le esplosioni sono così ravvicinate che non c’è pausa. Boom boom boom boom.
Non sono colpi distinti, è un tappeto continuo di fuoco che si sposta lentamente lungo tutta la linea difensiva, macinando tutto ciò che incontra. La Terra non trema, vomita, si solleva in colonne di sabbia e roccia alte 50 m. Le onde d’urto si propagano attraverso il suolo come terremoti artificiali. Gli uomini nelle trincee vengono sballottati come bambole.
Alcuni battono la testa contro le pareti di pietra e perdono i sensi. Altri hanno il timpano che scoppia per la pressione. Il sangue cola dalle orecchie, caldo, scuro. Un proiettile cade direttamente sopra la trincea numero 97. Il tetto di fortuna, fatto di travi e teli mimetici viene disintegrato. La terra intorno crolla. La trincea si riempie di sabbia in tre secondi.
Gli uomini dentro cercano di scavare, di respirare, ma la sabbia è pesante, soffocante. Muoiono sepolti vivi, a pochi metri sotto la superficie, con le bocche aperte in un urlo silenzioso che nessuno sentirà mai. Dopo 15 minuti di bombardamento, metà dei posti avanzati della folgore non esiste più. Cancellati, coperti da tonnellate di sabbia e roccia.
I sopravvissuti sono isolati, non possono comunicare. I fili telefonici sono stati tagliati dalle esplosioni. Le radio non funzionano perché le antenne sono state abbattute. Ogni trincea è un’isola di terrore nel caos. Dentro la trincea numero 116, il sergente Ridolfi è ancora vivo. Non sa come, è coperto di sabbia, ha la faccia tagliata da schegge microscopiche.
Le orecchie gli fischiano così forte che non sente più nulla. Ma è vivo. Guarda i suoi uomini. Uno è morto, la testa fraata da una pietra scagliata dall’esplosione. Due sono feriti. Sanguinano da ferite alla testa e alle braccia, ma camminano. Gli altri tre sono in stato di shock. Hanno gli occhi vuoti, fissano il vuoto, tremano incontrollabilmente.
Ridolfi cerca di gridare per farsi sentire, ma la sua voce è un sussurro inaudibile nel frastuono. Afferra un soldato per la giubba, lo scuote, cerca di riportarlo alla realtà. L’uomo lo guarda come se non lo riconoscesse, poi improvvisamente scoppia in lacrime. Non è vergogna, non è codardia, è il crollo psicologico di un essere umano sottoposto a uno stress che nessun corpo, nessuna mente è progettata per sopportare.
Il bombardamento continua un’ora, 2 ore, 3 ore, 4 ore. Non è possibile abituarsi. Il cervello umano non può adattarsi a questo livello di violenza. Ogni esplosione è un trauma nuovo. Ogni sibilo che si avvicina è la certezza della morte. Gli uomini pregano, recitano il Padre nostro, l’Ave Maria, preghiere che non dicevano dall’infanzia.
Alcuni impazziscono, si alzano in piedi, escono dalla trincea, corrono nel deserto urlando, cercando di scappare dall’inferno. Vengono uccisi in pochi secondi da nuove esplosioni o dalle schegge che volano come proiettili. I sanitari cercano di raggiungere i feriti. È impossibile. Appena escono dalle trincee vengono investiti dal fuoco.
Un giovane medico della Croce Rossa si lancia comunque. Corre piegato in due verso una trincea dove qualcuno urla aiuto! Arriva a metà strada. Una granata cade a 3 m da lui. L’esplosione lo solleva in aria come una foglia. Ricade 10 m più in là, non si muove più. Alle 2:00 di notte, dopo 4 ore e 20 minuti, il bombardamento finisce.
si ferma con la stessa improvvisa brutalità con cui era iniziato. L’ultima granata esplode e poi silenzio. Ma non è un silenzio reale, è un silenzio ovattato, spettrale. Gli uomini sopravvissuti hanno le orecchie distrutte, sentono solo un fischio acuto, continuo, insopportabile. È come essere sott’acqua. I suoni arrivano lontani, distorti, irreali.
Ridolfi si alza lentamente, guarda fuori dalla trincea. Quello che vede non è il deserto che conosceva, è un paesaggio lunare, alieno, crateri ovunque. La sabbia è nera, bruciata, ci sono pezzi di metallo contorti ovunque. Resti di equipaggiamenti, di armi, di corpi. Il fumo e la polvere creano una nebbia densa che rende difficile vedere oltre i 20 m.
Cerca di fare un appello, conta gli uomini. Nella sua compagnia c’erano 120 soldati prima dell’attacco, adesso riesce a stabilire il contatto con 67. Dove sono gli altri? Morti, sepolti, dispersi? Un terzo della forza combattente cancellata in quattro ore senza nemmeno vedere il nemico. I feriti sono ovunque. Uomini con braccia strappate, con le gambe ridotte a poltiglia sanguinolenta, con schegge conficcate nel petto, nella schiena, nella faccia, gemono debolmente, chiedono acqua. Ma l’acqua non c’è.
Le cisterne sono state distrutte, le borracce sono vuote, non c’è morfina per alleviare il dolore, non ci sono bende sufficienti. I sanitari fanno quello che possono strappando le camicie per fare garze improvvisate, ma è inutile. Molti moriranno dissanguati nelle prossime ore. Ridolfi cerca di ristabilire il contatto con il comando di battaglione.
Manda un corridore. L’uomo parte correndo nel buio. Non tornerà. Manda un secondo. Nemmeno lui torna. Ridolfi capisce che è solo, che ogni trincea è sola, che non ci sarà aiuto, che devono cavarsela da soli e poi nel silenzio irreale sente un nuovo suono. All’inizio è debole, lontano, ma cresce. È un rumore metallico, ritmico, inconfondibile.
Cingoli, motori diesel, i carri armati. Ridolfi guarda verso est. Nel buio tra i fumi e la polvere vede luci, fari, decine di fari che si avvicinano lentamente. Sono gli Sherman britannici. Avanzano in formazione, protetti dal buio e dalla cortina di polvere sollevata dal bombardamento. Ridolfi guarda la sua posizione. Ha un cannone anticarro da 47 mm.
Uno solo, è sopravvissuto per miracolo. Gli altri sono stati distrutti. Il cannone è servito da tre uomini. Uno di loro è ferito alla spalla, ma può ancora sparare. Ridolfi fa un calcolo rapido. Nella sua testa la matematica è semplice e terribile. Un cannone, 200 proiettili, dall’altra parte 300 carri armati britannici che avanzano verso di lui.
Non c’è strategia, non c’è tattica geniale, c’è solo una scelta, sparare finché ci sono proiettili. E poi quando i proiettili finiscono, combattere con le bombe a mano. E quando finiscono le bombe combattere con i fucili. E quando finiscono i colpi dei fucili combattere con i pugni, con i denti, con le pietre.
Perché gli uomini della folgore hanno già deciso. Hanno deciso che non si arrendono. Hanno deciso che questa linea non si passa. Non oggi, non domani, mai. E mentre i carri armati britannici si avvicinano rombando nel buio, Ridolfi grida ai suoi uomini: “Ai posti, prepariamoci! La vera battaglia sta per iniziare.
24 ottobre, ore 6:00 del mattino, Alba. Il sole sorge sul deserto trasformato in cimitero. La luce rivela uno scenario da fine del mondo. Crateri fumanti, carcasse di veicoli con torte, cadaveri sparsi nella sabbia. E nel mezzo di questa devastazione i sopravvissuti della folgore guardano verso est, sentono il rombo che si avvicina.
I carri armati non sono 10, non sono 20, sono centinaia. Avanzano in formazione lentamente, inesorabilmente, come una marea d’acciaio. Cruiser, Grant, Sherman. Macchine alte 3 m, larghe 4, pesanti 30 tonnellate. Ogni carro ha un equipaggio di quattro o cinque uomini al sicuro dentro la corazza. Ogni carro ha un cannone da 75 mm e tre mitragliatrici.
Il sergente Ridolfi guarda attraverso il binocolo. Conta, smette di contare a 150. È inutile, ce ne sono troppi. Si volta verso il cannone anticarro da 47 mm. è l’unico rimasto nella sua sezione. Il servente, un ragazzo di Torino di nome Pietro, sta già caricando il primo colpo.
Le sue mani tremano leggermente, ma il gesto è preciso, meccanico, ripetuto 1le volte nell’addestramento. Quando sono a 800 m spari, ordina Ridolfi, non prima. Dobbiamo essere sicuri di colpire. Pietro annuisce, non parla, ha la gola troppo secca per parlare. Aspetta, i carri si avvicinano. 700 m, 600, 500. Ridolfi alza la mano. Ancora. I carri sono enormi.
Adesso riempiono tutto l’orizzonte. Adesso fuoco. Il cannone spara. Il rinculo è violento, la granata fila via sibilando, colpisce il primo Sherman in pieno. Sulla fiancata c’è uno schianto metallico, una scintilla e poi niente. Il carro continua ad avanzare. La granata è rimbalzata, rimbalzata come un sasso lanciato contro un muro di cemento.
Pietro carica di nuovo, spara, colpisce un cruiser. Ancora niente. Il proiettile da 47 mm è troppo piccolo, troppo debole. Non ha abbastanza energia cinetica per perforare la corazza frontale dei carri britannici. Può bucare solo i fianchi o il retro a distanza ravvicinata. Ma per fare questo bisogna aspettare che il carro sia a meno di 100 m e a 100 m il carro ti vede e ti uccide.
I carri britannici aprono il fuoco. I cannoni da 75 mm sparano proiettili esplosivi. Ogni colpo che colpisce una trincea la cancella. Un proiettile c’entra il parapetto vicino al cannone di Pietro. L’esplosione scaglia in aria sacchi di sabbia e pietre. Una scheggia colpisce Pietro alla testa, cade all’indietro senza un suono. È morto prima di toccare terra.
Ridolfi guarda il cadavere del ragazzo. Non ha tempo per pensare. Urla qualcun altro al cannone, muovetevi. Un altro soldato si lancia avanti. Si chiama Marco. Aveva lavorato in una fabbrica a Bologna. Carica, spara, manca, carica di nuovo. Questa volta colpisce un Grant sul fianco.
C’è una scintilla più grande del fumo. Il carro rallenta. Forse ha danneggiato i cingoli, ma non si ferma. Continua ad avanzare zoppicando, ma sempre avanzando. I carri sono ormai a 200 m. È il momento. Ridolfi urla: “Bombe incendiarie! Adesso dagli altri settori, dalle trincee circostanti, saltano fuori gli uomini. Hanno in mano bottiglie, non sono molotov elaborate, sono semplicemente bottiglie di vetro riempite di benzina con uno straccio infilato nel collo come miccia.
stracci imbevuti di olio e accesi con fiammiferi che si spengono al vento del deserto. Alcuni non si accendono, alcuni si spengono mentre l’uomo corre, ma alcuni funzionano. Un paracadutista di nome Salvatore esce dalla trincea, corre verso un carro armato che passa a 20 m, correato, zigzagando, mentre le mitragliatrici del carro cercano di centrarlo.
I proiettili sollevano fontane di sabbia ai suoi piedi. Arriva a 10 m, lancia la bottiglia, vola in un arco perfetto, si infrange contro lo scafo, il liquido infiammato si spande, entra nelle griglie di aerazione, il motore prende fuoco. Dopo 30 secondi il portello del carro si apre, i carristi inglesi escono, avvolti dalle fiamme urlando.
Salvatore li guarda, poi si gira e corre verso la trincea. Una raffica di mitragliatrice lo prende in pieno, cade faccia avanti nella sabbia. Un altro paracadutista, Giuseppe, ha legato insieme cinque bombe a mano src. È una bomba artigianale, pesante, letale. Aspetta nascosto dietro un relitto di camion bruciato. Un carro Grant passa vicino.
Giuseppe si lancia fuori, si butta sotto il carro rotolando nella sabbia. Il cingolo gli passa sopra a pochi centimetri dalla testa. Infila il grappolo di bombe sotto la pancia del carro. Tira la spoletta. 5 secondi. Rotola via. L’esplosione solleva il carro di 30 cm. ricade con un tonfo metallico. I cingoli si spezzano, il carro è immobilizzato.
Giuseppe si rialza, una scheggia gli ha aperto il braccio, ma è vivo. Corre verso la trincea ridendo come un pazzo, ma per ogni carro distrutto 10 ne arrivano e il prezzo è terribile. Su 10 uomini che tentano di distruggere un carro con le bombe, nove muoiono. È matematica crudele, è il calcolo della disperazione.
Nel settore Charlie il sergente Carlo Clementi è solo. Tutti i suoi uomini sono morti o feriti. È rimasto lui e il cannone anticarro. Carica, spara, carica, spara. Il suo mondo si riduce a questi due gesti. Non pensa più, è diventato parte della macchina. Le sue mani sanguinano perché le maniglie del cannone sono roventi sotto il sole, ma non sente dolore.
Colpisce un carro sui cingoli, si ferma, colpisce un altro sul fianco, prende fuoco, un terzo, un quarto. I carri britannici lo individuano, concentrano il fuoco su di lui. I proiettili piovono intorno al suo cannone. Clementi continua a sparare fino all’ultimo colpo. Quando finiscono le munizioni del cannone, prende il fucile, spara contro gli abita. È inutile, ma spara comunque.
Quando finiscono i colpi del fucile, prende le bombe a mano, ne lancia una, 2, 3, poi, un proiettile da 75 mm colpisce la sua posizione. L’esplosione lo scaglia via come un pupazzo. Quando i britannici riconquistano quella posizione, trovano il corpo di Clementi in una voragine. Intorno quattro carri armati bruciati.
Uno dei comandanti inglesi dirà poi nel rapporto: “Abiamo impiegato 20 minuti e 12 carri per eliminare quella postazione”. Pensavamo fosse una batteria completa. Quando siamo arrivati abbiamo trovato un uomo solo e un cannone. La battaglia continua per 3 giorni. 72 ore di inferno ininterrotto. Gli italiani non usano solo i cannoni e le bombe, usano l’astuzia.
La disperazione genera inventiva, fingono la ritirata. I carri britannici, vedendo gli italiani scappare, avanzano fiduciosi. Entrano in un campo minato che gli italiani stessi avevano piazzato mesi prima. Esplosioni, carri che saltano in aria, ruote strappate, equipaggi maciullati. Usano i relitti. I carri distrutti diventano bunker improvvisati.
Paracadutisti si nascondono sotto le carcasse fumanti, sparano da sotto i cingoli rotti. I britannici avanzano pensando che il relitto sia vuoto. Improvvisamente raffiche di mitragliatore partono dal basso, confusione, panico e poi ci sono le notti. Le notti sono degli italiani. Piccoli gruppi, cinque o sei uomini, escono dalle trincee, strisciano nella sabbia per chilometri, raggiungono le linee britanniche, non fanno battaglie, fanno assassini, tagliano la gola alle sentinelle, minano i depositi di munizioni, sabotano i camion, poi
spariscono nel buio prima dell’alba. I britannici cominciano ad avere paura della notte, raddoppiano le guardie, ma non basta. Dopo tre giorni il bilancio è incredibile. La divisione Folgore, con i suoi mezzi ridicoli, con le sue armi obsolete, ha distrutto 120 carri armati britannici.
120, più di qualsiasi divisione tedesca in questa battaglia, di più di quanto Montgomeriy avesse previsto in uno scenario pessimistico. Ma il prezzo è spaventoso, la divisione sta scomparendo. Dei 5.000 uomini iniziali in prima linea ne rimangono 2000. 3000 sono morti, feriti, dispersi, sepolti sotto la sabbia. Le trincee sono piene di cadaveri.
L’odore della decomposizione si mescola con quello della cordite e del gasolio bruciato. Non c’è più acqua, le ultime cisterne sono state distrutte. Gli uomini bevono l’acqua dei radiatori dei camion bruciati, mescolata con antigelo e ruggine. Si ammalano, vomitano, ma bevono comunque, perché senza liquidi muori in 24 ore, non c’è più cibo.
Le ultime scatolette sono finite due giorni fa. Gli uomini masticano erba secca, pelle di cinture, qualsiasi cosa per ingannare lo stomaco. Le munizioni stanno finendo. Ogni colpo adesso è prezioso. Gli ufficiali ordinano: “Sparate solo se vedete il bianco degli occhi”. Non è retorica, è razionamento. Ridolfi guarda i suoi uomini, sono spettri.
Hanno gli occhi incavati, le labbra nere e crepate, la pelle bruciata dal sole fino a sembrare cuoio. Non parlano quasi più, non hanno la forza. Si muovono lentamente come vecchi. Molti hanno la dissenteria e lasciano tracce di sangue nella sabbia, ma nei loro occhi c’è ancora qualcosa. Non è più speranza. La speranza è morta il primo giorno. È qualcosa di più duro.
È testardaggine, è rabbia. È l’orgoglio di chi ha deciso che se deve morire morirà in piedi. Ridolfi guarda verso est. Il sole sta tramontando. È il terzo tramonto dall’inizio della battaglia. sa che stanotte arriverà un’altra ondata e domani un’altra e dopodomani un’altra. Non sa per quanto ancora potranno resistere, forse un giorno, forse due, ma resisteranno, perché questa è la folgore.
E la folgore non indietreggia, ma il peggio, il peggio deve ancora arrivare. 27 ottobre 1942, ore 15. Nel bunker sotterraneo che serve da quartier generale della Folgore, il generale Enrico Frascani tiene in mano un foglio di carta. È arrivato un’ora fa, portato da un corriere motociclista tedesco che ha attraversato il deserto sotto il fuoco nemico.
Il messaggio è breve, scritto in tedesco e tradotto frettolosamente in italiano da un ufficiale di collegamento. Frascani lo legge di nuovo, anche se ormai lo conosce a memoria. Situazione insostenibile. Fronte nord sfondato. Ordinata ritirata generale verso Fuca. Tutte le unità italiane devono ripiegare immediatamente. Rommel.
Frascani posa il foglio sul tavolo di legno grezzo. Guarda i suoi ufficiali. Sono cinque comandanti di battaglione, maggiori e capitani. Hanno le uniformi ridotte a stracci, volti scavati dalla fatica, barbe lunghe, occhi rossi per la mancanza di sonno. Ma la schiena dritta, sempre la schiena dritta. Signori dice Frascani con voce calma, il Feld maresciallo Rommel ordina la ritirata.
Il fronte tedesco a nord è stato sfondato. Mongomeri ha passato le linee. Se non ci ritiriamo ora rischiamo l’accerchiamento totale. Dobbiamo abbandonare El Ain e ripiegare verso ovest, verso Fuca, poi verso la Libia. Silenzio nella stanza. Solo il ronzio di una mosca che gira in tondo vicino alla lampada a petrolio.
Uno degli ufficiali, il maggiore Tonini, parla per primo. Generale, con quale mezzo ci ritiriamo? Frascani guarda la mappa stesa sul tavolo, fa un gesto vago con la mano. I tedeschi hanno già portato via tutti i camion disponibili per salvare i panzer. Le divisioni italiane a nord hanno requisito il resto per trasportare i feriti. A noi non è rimasto niente.
E l’acqua? Chiede un altro ufficiale, il capitano Marini. Per raggiungere Fuca sono 100 km a piedi attraverso il deserto. Servono almeno 4 giorni di marcia. Quanto acqua abbiamo? Frascani guarda il suo ufficiale logistico. L’uomo risponde con voce piatta: “Meno di 200 l in totale per 2000 uomini sono 10 cl a testa. Un bicchiere”.
Marini fa un respiro profondo. Non ce la facciamo. Se usciamo nel deserto senza acqua, saremo morti prima di sera. Morti di sete o presi dai britannici che ci inseguiranno con le auto blindo. Un terzo ufficiale interviene. E le mine? Siamo circondati dai nostri stessi campi minati. Per uscire dobbiamo attraversare le fasce che abbiamo piazzato di notte, senza mappe dettagliate, perché le mappe sono bruciate durante un bombardamento.
Perderemo metà degli uomini prima ancora di iniziare la ritirata. Il maggiore Tonini guarda Frascani dritto negli occhi. Generale ci sta dicendo che se restiamo moriamo e se ce ne andiamo moriamo comunque. Frascani annuisce lentamente. Sì, questa è la situazione. Il silenzio torna a calare, pesante, definitivo.
Gli ufficiali si guardano tra loro. Non c’è panico nei loro volti. C’è solo una strana calma. La calma di chi ha capito, di chi ha accettato. Frascani parla di nuovo e questa volta la sua voce è diversa. Non è più la voce di un generale che dà ordini, è la voce di un uomo che parla ad altri uomini. Se ce ne andiamo, moriremo come cani nel deserto, disidratati, dispersi, catturati, mentre fuggiamo con la lingua gonfia e gli occhi ciechi dal sole.
Se restiamo, moriremo qui, ma qui abbiamo le trincee, abbiamo le posizioni, abbiamo ancora qualche proiettile e soprattutto qui siamo soldati. Possiamo morire combattendo, non fuggendo. Il capitano Marini chiede cosa propone generale Frascani guarda la mappa, indica il settore sud, quello tenuto dalla folgore.
Propongo che restiamo, che teniamo questa linea ancora un giorno, due giorni, il tempo necessario perché i tedeschi e le altre divisioni italiane si ritirino senza essere inseguiti. Noi diventiamo la retroguardia, copriamo la ritirata dell’asse e quando non avremo più munizioni, quando non potremo più resistere, allora vedremo.
Nessuno parla, ma uno dopo l’altro gli ufficiali annuiscono, non con entusiasmo, non con gioia, ma con quella dignità silenziosa di chi ha fatto una scelta e la accetta fino in fondo. Frascani prende il microfono della radio, chiama la frequenza del comando tedesco. Dopo alcuni minuti di fruscio risponde un operatore.
Frascani chiede di parlare con Rommel. Gli dicono che il Feld maresciallo è occupato. Frascani insiste: “Ditegli che è urgente, ditegli che è folgore. Passa un minuto.” Poi la voce di Rommel, stanca, Roca. Generale Frascani, “Feld maresciallo” risponde Frascani in tedesco o stentato. Abbiamo ricevuto l’ordine di ritirata, ma la folgore non può ritirarsi, non abbiamo mezzi.
Non abbiamo acqua, resteremo qui, terremo la posizione, copriremo il vostro ripiegamento. Don’t worry about us. Dall’altra parte della radio c’è silenzio, un silenzio lungo, interminabile. Poi la voce di Rommel, improvvisamente rotta dall’emozione. Generale, io non c’è bisogno di dire nulla, signore. Fate quello che dovete fare.
Noi faremo quello che dobbiamo fare. Chiudo la comunicazione. Buona fortuna, Feld maresciallo. Frascani spegne la radio prima che Rommel possa rispondere. si toglie la cuffia, le sue mani tremano leggermente, gli ufficiali lo guardano, nessuno dice nulla, non c’è niente da dire. Anni dopo, ufficiali tedeschi presenti nel bunker di Rommel quel giorno racconteranno che quando la comunicazione si interruppe, il Feld maresciallo restò immobile per quasi un minuto, poi si tolse gli occhiali e si strofinò gli occhi.
Molti dei presenti giurarono di aver visto lacrime. Rommel, la volpe del deserto, il generale che aveva terrorizzato gli inglesi per 2 anni, piangeva per una divisione italiana che aveva scelto di morire. 27 ottobre, ore 18, tramonto. Gli ufficiali escono dal bunker, tornano alle loro unità, radunano i soldati, spiegano la situazione.
Le parole sono semplici, dirette, non possiamo ritirarci, restiamo qui, combattiamo fino alla fine. I soldati ascoltano, alcuni abbassano lo sguardo, altri fissano l’orizzonte. Nessuno protesta, nessuno chiede spiegazioni. Sanno, hanno sempre saputo che sarebbe finita così. Nella trincea numero 61 il sergente Ridolfi raduna i suoi 11 uomini superstiti.
“Ragazzi, dice, “domani sarà dura, forse è l’ultimo giorno. Se qualcuno vuole scrivere una lettera a casa, fatelo stanotte, io la porterò con me. Se sopravvivo, la spedirò, se non sopravvivo, almeno l’avrete scritta”. Gli uomini tirano fuori pezzi di carta stropicciata, matite spezzate, scrivono con calligrafia incerta, seduti sul fondo della trincea alla luce di una candela.
Scrivono alle mogli, alle madri, ai figli che non rivedranno. Non scrivono cose eroiche, non scrivono “Sono morto per la patria o viva l’Italia”. Scrivono cose semplici: “Perdonami se ti ho fatto soffrire”. Cresci il bambino dicendogli che il papà gli voleva bene. Mamma, non piangere troppo. Il cappellano militare don Giuseppe va di trincea in trincea.
Ha la tonaca talmente sporca che non si capisce più che è nera. Porta con sé solo un crocifisso di legno e un’ampollina d’olio santo, quasi vuota. Non fa prediche, non parla dell’inferno o del paradiso, semplicemente benedice gli uomini, traccia il segno della croce sulla fronte di ognuno, dà la soluzione generale.
Qualsiasi cosa abbiate fatto, dice, Dio vi perdona, andate in pace. Un soldato, uno di quelli che non entrava in una chiesa da 10 anni, scoppia a piangere come un bambino. Don Giuseppe lo abbraccia, lo tiene stretto, non dice nulla. Cosa si può dire? In un altro settore, un soldato siciliano di nome Calogero ha tirato fuori una fotografia.
È la sua famiglia, moglie e tre bambini. La foto è sbiadita, macchiata di sudore e sabbia. Calogero la guarda a lungo, poi la bacia, la infila nel taschino della giubba sopra il cuore. State lì, mormora, se mi prendono vi trovano vicino al cuore. Un altro soldato, Giuseppe, ha una piccola armonica a bocca, la tira fuori, comincia a suonare.
Le note sono malinconiche, stonate, ma riconoscibili. O sole mio! Altri soldati nelle trincee vicine cominciano a canticchiare pianissimo per non farsi sentire dai britannici, ma cantano. Cantano della loro terra, del sole di Napoli, del mare blu, delle strade dove correvano da bambini. Cantano della vita mentre aspettano la morte.
La notte scende sul deserto, è l’ultima notte per molti di loro. Il cielo è pieno di stelle. Le stesse stelle che guardavano dall’Italia quando erano a casa, quando la guerra era solo una parola nei giornali. Ridolfi guarda le stelle, pensa che forse domani a quest’ora sarà lassù o forse sarà solo polvere mescolata con la sabbia del deserto. Non importa più.
Quello che importa è che ha fatto quello che doveva fare. Ha resistito, non è scappato, è rimasto al suo posto. Domani è il 28 ottobre 1942, l’ultimo giorno della Folgore. 28 ottobre 1942. Ore 6 del mattino. Il sole sorge per l’ultima volta sulla folgore. È un’alba rossa, violenta, come se il cielo stesso fosse in fiamme.

Nel quartier generale britannico, a 15 km dalla linea del fronte, il generale Mongomeri guarda i rapporti della notte. I suoi ufficiali gli hanno appena comunicato una notizia che non riesce a credere. Gli italiani sono ancora lì? chiede incredulo. “Sì, signore” risponde un maggiore. “Il settore sud non è stato abbandonato. La divisione Folgore tiene ancora le posizioni.
” Montgomery sbatte il pugno sul tavolo. “È impossibile. Abbiamo bombardato quella zona per 6 giorni. Abbiamo mandato tre ondate di carri armati. Come possono essere ancora lì?” L’ufficiale non risponde. Non ha risposte, nessuno ce le ha. Perché quello che sta succedendo a Ella Lama Main non ha senso militare, non ha logica, è contro ogni principio della guerra moderna.
Un’unità senza munizioni, senza acqua, senza cibo, senza speranza, dovrebbe arrendersi. È razionale, è sensato, è umano, ma la folgore non si è arresa. Montgomery prende una matita, traccia un cerchio rosso sul settore sud della mappa. Voglio che quel settore venga cancellato entro mezzogiorno. Mandate la terza brigata corazzata, tutto il supporto di artiglieria disponibile e la fanteria.
Voglio che non rimanga vivo nemmeno un topo. Gli ordini vengono trasmessi. L’ultima offensiva contro la Folgore viene preparata con precisione industriale. 50 carri armati Sherman, 3000 fanti britannici e neozelandesi, 12 batterie di artiglieria. È un’operazione che normalmente verrebbe usata per sfondare una linea fortificata difesa da una divisione completa.
Qui viene usata contro 300 italiani disidratati e senza munizioni. Nelle trincee italiane i superstiti della folgore si preparano. Il sergente Ridolfi conta i suoi uomini. Sono sette. Sette su 150 che erano nella sua compagnia 5 giorni fa. Controllano le armi. Il cannone anticarro è distrutto. La canna spaccata dall’ultimo colpo sparato ieri sera.
Hanno un fucile mitragliatore Breda con 32 colpi. Tre fucili carcano con circa 15 colpi ciascuno, quattro bombe a mano. È tutto chiede un soldato, un ragazzo di 19 anni che 3 mesi fa lavorava in una fattoria in Toscana. È tutto conferma Ridolfi, poi tira fuori la sua borraccia. È vuota da tre giorni. Le labbra gli si sono spaccate così profondamente che quando parla sanguinano.
La lingua è gonfia, nera. Gli occhi bruciati dal sole vedono doppio, ma è ancora in piedi. Guarda verso est, vede la polvere che si alza. Sono i carri. Arrivano. Ragazzi, dice Ridolfi, e la sua voce è un sussurro raco. È l’ultima volta. Spariamo finché abbiamo munizioni, poi le bombe, poi vedremo. I carri britannici avanzano lentamente in formazione.
Sono enormi, invincibili. Le torrette ruotano cercando bersagli. Le mitragliatrici sono pronte. Dietro i carri la fanteria avanza a piedi, protetta dall’acciaio mobile. A 500 m i carri aprono il fuoco, le granate cadono sulle trincee italiane. Esplosioni, sabbia e roccia che volano in aria. Una trincea viene centrata in pieno.
Gli uomini dentro scompaiono, letteralmente vaporizzati. A 300 m il mitragliatore Breda italiano comincia a sparare. Colpi singoli, lenti, perché il meccanismo è intasato dalla sabbia e bisogna sparare con calma, altrimenti si inceppa. I proiettili colpiscono lo scafo dei carri, fanno scintille, non penetrano, ma continuano a sparare perché è quello che devono fare.
A 200 m i fucili italiani entrano in azione. I fanti sparano contro gli abitacoli dei carri, contro i periscopi, contro qualsiasi cosa vedano. È inutile, ma sparano. Ogni colpo è un atto di volontà, un rifiuto di arrendersi. A 100 m le bombe. Gli ultimi paracadutisti escono dalle trincee, corrono verso i carri con le bombe in mano, le lanciano, alcune esplodono, pochi danni.
I soldati vengono falciati dalle mitragliatrici, cadono nella sabbia contorcendosi, sanguinando. Alcuni cercano di rialzarsi, non ce la fanno. Il mitragliatore Breda spara l’ultimo colpo, poi tace. Finito. Il soldato che lo serviva guarda l’arma per un secondo, poi prende il fucile, spara i suoi ultimi cinque colpi, poi butta via il fucile, tira fuori il coltello.
È un coltello da combattimento, lama lunga 20 cm. Si alza e corre verso il carro più vicino. Urla, non sono parole, è un urlo primordiale. Animale. Arriva a 10 m. Una raffica di mitragliatrice lo prende in pieno petto. Vola all’indietro, cade, non si muove più. I carri sono ormai sulle trincee, passano sopra schiacciando tutto.
I soldati italiani, che sono ancora nelle buche, vengono sepolti dalla sabbia smossa dai cingoli o schiacciati dal peso di 30 tonnellate di acciaio. Qualcuno cerca di scappare. Viene abbattuto dai fanti britannici che ora avanzano dietro i carri sparando metodicamente. In un settore gli ultimi 12 paracadutisti escono dalla trincea.
Non hanno più munizioni, non hanno più bombe, hanno solo i coltelli e le baionette. Avanzano verso i fanti britannici. Camminano, non corrono, camminano perché non hanno più la forza di correre. Alcuni barcollano, cadono in ginocchio, si rialzano, continuano ad avanzare. Un soldato britannico, un ragazzo scozzese di 21 anni che dopo la guerra scriverà un libro di memorie, vedrà questa scena.
scriverà: “Venivano verso di noi con i coltelli. Alcuni non riuscivano nemmeno a stare in piedi. Crollavano per la disidratazione, si rialzavano, facevano tre passi, cadevano di nuovo, ma continuavano ad avanzare. Li abbiamo fucilati. Cos’altro potevamo fare?” Cadevano e quelli che potevano si rialzavano e ricominciavano a venire avanti.
Non ho mai visto niente di più terribile in tutta la guerra, nemmeno in Germania nel 45. Quelli erano pazzi o dei, non lo so. Alle 10:00 del mattino il silenzio cala sul settore sud di El Alamain. Non ci sono più spari, non ci sono più esplosioni, solo il vento che solleva la sabbia sui crateri e sui cadaveri. La folgore ha cessato di esistere come unità combattente.
Nel bunker del comando il generale Frascani è circondato. Con lui ci sono 32 uomini, 32 superstiti su 5.000. Hanno sparato tutto, non hanno più niente. Sentono i carri britannici che girano intorno al bunker, sentono voci in inglese che urlano: “Surrender, come out, hands up”. Frascani guarda i suoi uomini.
Hanno i volti neri di polvere e sangue, gli occhi vuoti, le divise ridotte a stracci. Sono scheletri viventi, ma stanno in piedi, ancora in piedi. “Signori,” dice Frascani, “È finita. Abbiamo fatto quello che potevamo, ora usciamo, ma usciamo come soldati. Prende un fazzoletto bianco dalla tasca, ma non lo lega a un bastone.
Prende un pezzo di carbone dalla stufa spenta, scrive sul fazzoletto con calligrafia tremante. Folgore non si arrende, Folgore è finita. Poi esce dal bunker, gli altri lo seguono, escono uno alla volta con le mani alzate, ma camminano dritti, la schiena dritta, gli sguardi fissi davanti a sé. I carri britannici formano un semicerchio.
I fanti hanno i fucili puntati. Un maggiore britannico avanza, guarda Frascani, guarda il fazzoletto con la scritta, legge. Non parla italiano, ma fa tradurre da un interprete. Quando capisce cosa c’è scritto, esita per un secondo, poi fa una cosa che nessuno si aspetta, si mette sull lattenti e saluta militarmente. È un gesto rarissimo.
Un nemico che saluta un altro nemico sconfitto, un riconoscimento di qualcosa che va oltre la bandiera, oltre la politica. Oltre la guerra stessa è il riconoscimento del coraggio. Frascani risponde al saluto, poi lentamente si toglie la pistola dalla fondina e la porge al maggiore britannico. “È finita” dice in un inglese stentato.
“I 32 italiani vengono fatti prigionieri, ma prima di essere portati via dato loro l’ordine di formare un piccolo plotone. Camminano tra due file di soldati britannici. Sono coperti di sabbia, di sangue secco, di polvere. Barcollano per la debolezza. Alcuni devono essere sostenuti dai compagni, ma camminano in formazione passo dopo passo e i soldati britannici su entrambi i lati stanno sul lattenti.
Nessuno parla, nessuno ride, nessuno fa commenti. È un corridoio silenzioso di rispetto. L’unico suono è il vento del deserto che sospira tra i relitti. Il maggiore britannico guarderà quella scena e dirà poi al suo comandante: “Signore, ho visto molti soldati coraggiosi, tedeschi, polacchi, francesi, ma non ho mai visto niente di simile, quegli uomini hanno combattuto con niente e hanno combattuto fino alla fine.
Se avessimo avuto un esercito così, avremmo conquistato il mondo. La battaglia di Ella Lama Main è finita per la Folgore. La divisione è stata cancellata. Dei 10.000 uomini che erano arrivati in Africa ne sono sopravvissuti meno di 300. Gli altri sono morti, dispersi, sepolti nella sabbia del deserto. Ma la loro storia non finisce qui, perché quello che hanno fatto in quei 12 giorni entrerà nella storia militare mondiale come uno degli esempi più puri di resistenza disperata.
Diventerà materia di studio nelle accademie militari. Gli inglesi stessi, nei loro rapporti ufficiali scriveranno che la folgore ha ritardato l’avanzata britannica di 6 giorni. Sei giorni che hanno permesso a Rommel di salvare quel che restava dell’Africa Corps. Ma c’è un’altra storia, una storia più piccola, più umana che verrà raccontata anni dopo e quella storia cambia tutto.
28 ottobre 1942, ore 20, quartier generale britannico. Il generale Montgomeri è seduto alla sua scrivania da campo. Davanti a lui un ufficiale di stato maggiore con una cartellina di documenti. Sono i rapporti finali della giornata. L’ufficiale legge con voce monotona: settore nord, avanzata di 12 km.
Settore centrale, resistenza tedesca in ritirata. Settore sud, divisione italiana folgore distrutta. Mongomeri alza lo sguardo. Prigionieri. L’ufficiale consulta i fogli. 274 uomini. Signore, su una forza iniziale stimata in 5000. Monggomeri si toglie gli occhiali, strofina gli occhi stanchi. 274 ripete: “Eli altri morti, signore, o dispersi.
Ma in questo deserto disperso significa morto. Non ci sono posti dove nascondersi, non c’è acqua. Silenzio nella tenda, si sente solo il generatore che ronza all’esterno. Montgomery guarda la mappa sulla parete. Il settore sud è cerchiato in rosso, un piccolo rettangolo sulla carta, pochi chilometri quadrati, ma quel rettangolo ha assorbito 6 giorni di combattimenti, migliaia di tonnellate di munizioni, 150 carri armati distrutti o danneggiati.
Folgore dice Montgomery quasi a se stesso. Fulmine, abbagliato a valutarli. Abbiamo pensato che fossero come gli altri italiani che abbiamo affrontato, invece hanno combattuto come leoni, come maledetti leoni. Si alza, cammina verso la mappa, tocca il settore sud con un dito. Fate sapere ai campi di prigionia.
I soldati della folgore possono tenere le loro mostrine, i loro gradi. Nessuno li spoglia delle insegne. Se lo sono guadagnato, l’ufficiale annota sorpreso. È una concessione rarissima. Di solito ai prigionieri viene tolto tutto ciò che li identifica come soldati, ma Montgomery ha deciso diversamente. “Signore, chiede l’ufficiale esitando, “devo includere questo nel rapporto ufficiale?” Montgomery si rimette gli occhiali.
Sì, scrivi esattamente quello che ho detto, che gli italiani della Folgore hanno combattuto con un coraggio che poche altre unità hanno mostrato in questa guerra, che hanno tenuto una posizione insostenibile per 12 giorni, che se avessi avuto soldati così avremmo già vinto la guerra. Londra, Camera dei Comuni, novembre 1942. Winston Churchill è in piedi al suo banco.
Il Parlamento è riunito in seduta straordinaria per discutere della vittoria di El Alamain. È la prima grande vittoria britannica dopo anni di sconfitte. L’atmosfera è euforica, i deputati applaudono. Churchill alza la mano per chiedere silenzio. Signori dice con la sua voce profonda e roca, la vittoria di Ela la Lama Main segna la svolta in questa guerra.
Il generale Montgomeri ha dimostrato che possiamo battere l’asse, ma sarebbe disonesto, da parte mia non riconoscere il valore di alcuni dei nostri nemici. Mormorio nella sala. Churchill continua. Dobbiamo rendere onore al coraggio della fanteria italiana, in particolare della divisione paracadutisti folgore che ha resistito fino all’ultimo uomo.
Questi soldati hanno dimostrato che il valore militare non dipende dalla bandiera che si porta, ma dall’uomo che la porta. È una dichiarazione straordinaria. Churchill, che solo un mese prima aveva definito l’Italia il ventre molle dell’Europa, ora sta elogiando pubblicamente soldati italiani. Alcuni deputati applaudono, altri restano in silenzio a disagio, ma le parole sono state dette verranno riportate da tutti i giornali.
Germania, quartier generale di Rommel in ritirata, dicembre 1942. Erwin Rommel scrive le sue memorie. Seduto in una tenda fredda con una lampada a cherosene che illumina appena la pagina, scrive a mano. La sua calligrafia è precisa, ordinata da ufficiale prussiano. La battaglia di Ela la Main è stata persa per molte ragioni, scrive.
Mancanza di carburante, mancanza di rifornimenti, superiorità numerica nemica. Ma se devo indicare un momento in cui ho visto la vera essenza del soldato, non è stato tra le file tedesche. È stato guardando la resistenza della divisione folgore. Uomini senza mezzi, senza speranza, che hanno combattuto perché avevano deciso che era la cosa giusta da fare.
Se avessi avuto più divisioni così, avremmo preso il Cairo e forse avremmo vinto la guerra. Rommel si ferma, rilegge quello che ha scritto, per un attimo esita, poi lascia le parole così come sono, perché sono la verità. I numeri finali arrivano settimane dopo. Sono freddi, burocratici, ma raccontano una storia terribile. Divisione folgore. 10.
000 uomini all’inizio della campagna, 4500 morti o dispersi, 274 prigionieri, di questi 137 moriranno nei mesi successivi nei campi di prigionia britannici in Egitto, non per maltrattamenti, ma per le conseguenze della disidratazione, delle ferite non curate, delle malattie contratte nel deserto.
L’età media dei caduti, 22 anni. Ragazzi, contadini, operai, studenti trasformati in paracadutisti, morti in un deserto straniero a migliaia di chilometri da casa, per una guerra che probabilmente non capivano fino in fondo, ma sono morti in piedi 1946, 4 anni dopo la battaglia. Sul luogo dove sorgevano le trincee della folgore, una commissione mista italobritannica erige un monumento.
È una stele di pietra semplice, sobria. Non ci sono figure eroiche, non ci sono soldati scolpiti in pose marziali, solo pietra e parole. In italiano e in inglese la stessa frase: “Qui si fermarono i paracadutisti della folgore. Il deserto e il tempo non cancelleranno la traccia del loro sangue”. L’inaugurazione avviene in una giornata ventosa.
Sono presenti veterani britannici, alcuni ufficiali italiani sopravvissuti, delegazioni di entrambi i governi. Quando scoprono la lapide tutti stanno in silenzio, anche il vento sembra fermarsi. Un vecchio generale britannico che era maggiore a Ela la Main si avvicina a un veterano italiano. Hanno entrambi i capelli bianchi, le schiene curve.
Il britannico tende la mano, l’italiano la stringe. Non dicono nulla. Cosa si può dire? Erano nemici, hanno cercato di uccidersi. Ora sono solo due vecchi che hanno sopravvissuto all’inferno. Ma cosa significa tutto questo? Qual è la lezione? La folgore non ha salvato Rommel. L’Africa Corps è stato sconfitto comunque non hanno vinto la battaglia, non hanno nemmeno salvato se stessi.
95% di loro sono morti, eppure hanno fatto qualcosa che nessuno si aspettava. hanno dimostrato che l’onore esiste, che anche in una guerra industriale dove gli uomini sono numeri e la morte è prodotta in serie da macchine, può esistere ancora qualcosa di antico, qualcosa che non si misura in chilometri conquistati o nemici uccisi.
Hanno dimostrato che ci sono cose per cui vale la pena morire. In un’epoca dove la propaganda aveva trasformato la guerra in uno spettacolo, dove i soldati erano considerati ingranaggi di una macchina, la folgore ha ricordato al mondo che dietro ogni divisa c’è un uomo. Un uomo che fa una scelta, la scelta di restare, di non fuggire, di guardare la morte in faccia e dire “Non oggi, non mi muovo.
” Oggi anno 2025, 83 anni dopo, se andate in Egitto, se prendete la strada che da Alessandria va verso la Libia, a un certo punto vedrete un cartello. È il Ala Main War Cemetery, il cimitero di guerra. Ci sono migliaia di tombe britanniche, tedesche, italiane, tutte uguali, tutte bianche sotto il sole.
E se continuate ancora un po’, troverete quel monumento, la stele di pietra. Le parole sono ancora leggibili, anche se la sabbia del deserto le ha corrose leggermente. Fermatevi lì, spegnete il motore, scendete, state in piedi in quel silenzio assoluto del deserto. Non c’è niente per chilometri, solo sabbia, pietre, il cielo azzurro infinito.
E se chiudete gli occhi, se ascoltate davvero, forse sentirete qualcosa. Non è il vento, è qualcosa di più profondo. È il sussurro di 5000 voci che non si sono mai spente. Sono ancora lì, nel deserto, di vedetta, perché alcuni morti non muoiono mai. Alcuni morti restano per sempre nel luogo dove hanno scelto di non indietreggiare, dove hanno piantato i piedi nella sabbia e hanno detto fino a qui, non un passo oltre.
E quella linea, quella linea invisibile tracciata nel deserto 83 anni fa è ancora lì. La folgore è ancora lì per sempre.
Disclaimer : This content may be created by AI for entertainment purposes. Any resemblance to real persons, events, or places is coincidental.