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EL ALAMEIN: L’ULTIMO RESPIRO DELLA FOLGORE

Il soldato guarda la borraccia, poi guarda i suoi compagni. Nella trincea scavata faticosamente nella roccia e nella sabbia compatta ci sono altri otto uomini. Hanno tutti lo stesso sguardo. Occhi incavati. cerchiati di nero dalla stanchezza e dalla disidratazione. Occhi che hanno visto troppe cose. Occhi che non dormono più bene, nemmeno quando il corpo crolla dalla fatica.

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Nessuno parla. Che senso ha parlare? Tutti sanno. Sanno che stanotte succederà qualcosa di terribile. I disertori tedeschi, catturati tre giorni fa hanno parlato prima di essere rispediti indietro. Hanno detto che gli inglesi stanno ammassando uomini e materiale come non si è mai visto in Africa. Hanno detto che Montgomery, il nuovo comandante britannico, ha portato migliaia di cannoni, centinaia di carri Sherman nuovi di zecca arrivati dall’America, montagne di proiettili, oceani di benzina e dall’altra parte, dall’altra parte c’è la folgore. 10.000

paracadutisti, 5000 in prima linea, 5000 in seconda. Armati con fucili carcano, mitragliatrici Breda che si inceppano ogni 20 colpi perché la sabbia entra ovunque, mortai da 81 mm e cannoni anticarro da 47. Cannoni che possono bucare un carro leggero, forse. Ma uno Sherman, uno Sherman ride dei 47 mm. Dovevano esserci i carri armati.

Rommel lo aveva promesso. Tenete la posizione, arrivano i Panzer. Ma i panzer non sono arrivati. Sono bloccati più a nord a difendere la costa perché Rommel teme uno sbarco anfibio. O forse non ci sono proprio. Forse sono stati distrutti nelle battaglie precedenti. Forse non c’è più carburante per farli muovere.

Le voci corrono nelle trincee. Si dice che la guerra in Africa sia già persa, che Rommel stia solo guadagnando tempo, che Berlino abbia deciso di sacrificare l’Africa per concentrarsi sul fronte russo. Ma queste sono voci, politica, strategia da generali. Qui nella trincea numero 116 del settore Deirel Munassib realtà è più semplice.

C’è un soldato con due dita d’acqua in una borraccia. C’è una trincea scavata nella sabbia. C’è un fucile con 60 colpi in totale e dall’altra parte, a 2000 m di distanza, nascosti nel buio ci sono i britannici, l’ottava armata, gli uomini di Mongomeri, australiani, neozelandesi, indiani, sudafricani, scozzesi, inglesi, uomini ben nutriti, ben armati, ben riforniti, uomini che hanno dietro di loro la potenza industriale di tutto l’impero britannico e degli Stati Uniti d’America.

Il paracadutista chiude gli occhi per un secondo, sente il vento notturno del deserto che gli sfiora il viso, portando con sé granelli di sabbia finissima che si infilano negli angoli degli occhi, nelle narici, tra i denti. Pensa a casa, pensa alla sua famiglia a Roma o a Napoli o a Palermo, pensa alla madre che forse sta pregando in questo momento davanti all’immagine della Madonna, chiedendo che suo figlio torni vivo.

Pensa alla ragazza che gli aveva promesso di aspettarlo, quella ragazza che aveva baciato l’ultima volta in licenza, un anno fa, quando ancora credeva che la guerra sarebbe finita presto e in modo glorioso. Riapre gli occhi. Davanti a lui, oltre il parapetto basso fatto di sacchi di sabbia e pietre, si estende l’oscurità assoluta del deserto.

Non si vede nulla, ma si sente. Si sente la tensione elettrica che precede la tempesta. Si sente il peso di migliaia di uomini che trattengono il respiro, aspettando l’ordine di attaccare. Guarda l’orologio, un orologio tedesco preso da un cadavere durante una battaglia precedente. Le lancette luminose segnano le 21:48. Tra 10 minuti 882 cannoni britannici apriranno il fuoco simultaneamente.

Sarà la preparazione d’artiglieria più massiccia dalla battaglia di Verdun 26 anni prima. Una tempesta di acciaio e fuoco che cadrà su queste trince per ore, senza sosta, con l’obiettivo scientifico di cancellare ogni forma di vita dal deserto. E qui, in queste buche scavate nella sabbia, ci sono gli italiani della Folgore, senza carri armati nel raggio di 50 km, senza riserve d’acqua, senza speranza di rinforzi.

Il soldato beve un sorso dalla borraccia, l’acqua calda gli scende in gola come benzina. ne rimane uno solo. Poi guarda verso il cielo stellato e sussurra una preghiera che non sa nemmeno di ricordare. Tra pochi minuti l’inferno scenderà sulla Terra 6 mesi prima. Aprile 1942, centro di addestramento di Taranto, Italia meridionale.

Il sole del Mezzogiorno picchia spietato sulla pista polverosa. L’aria trema dal calore. Sulla torre di lancio, alta 30 m, un ragazzo di 20 anni guarda giù. Ha il viso pallido, le maniche tremano leggermente mentre controlla per l’ennesima volta i moschettoni del paracadute. Non è paura, o meglio, è paura, ma è la paura giusta, quella che ti tiene vivo, quella che ti fa controllare ogni fibbia, ogni cinghia, ogni nodo.

Dietro di lui infila altri 50 uomini. Aspettano il loro turno. Alcuni fumano nervosamente, altri pregano sottovoce. Qualcuno ride troppo forte per nascondere la tensione. Hanno tutti la stessa divisa: pantaloni mimetici, giubba aperta sul collo e il metto di cuoio che non protegge un accidente, ma almeno non ti spacca la testa quando atterri male.

Sul braccio sinistro, cucita da poco, la mostrina, un paracadute dorato su sfondo azzurro e sotto la scritta folgore. Fulmine sono i Parà, i paracadutisti della regia aeronautica, ora organizzati nella divisione folgore, l’elite, il fiore all’occhiello dell’esercito italiano, uomini scelti tra migliaia di volontari, uomini che hanno superato selezioni fisiche brutali, test psicologici, addestramenti che avrebbero spezzato la maggior parte degli esseri umani.

Hanno corso 40 km sotto il sole con zaini da 30 kg. Hanno imparato il combattimento corpo a corpo con istruttori che non conoscono pietà. Hanno fatto marce notturne nel fango, esercitazioni di tiro fino a svenire dalla fatica, assalti simulati contro bunker dove il fuoco reale si bilava sopra le loro teste.

Ma chi sono veramente questi uomini? Non sono aristocratici, non sono figli di generali o di industriali milanesi. Guardateli bene. C’è Giuseppe, un contadino siciliano di Agrigento, mani grosse, abituate a spaccare la terra dura sotto il sole. Non ha mai visto il mare prima di arrivare a Taranto per l’arruolamento. Ha firmato come volontario, perché a casa sono in sette fratelli e la terra non basta per tutti.

Ha pensato: “Meglio morire da soldato con onore che morire di fame come un cane.” C’è Mario, operaio dell’Alfa Romeo di Milano, 24 anni, capelli neri sempre unti di brillantina, sorriso storto che fa impazzire le ragazze. “Prima della guerra montava motori, adesso monta paraute.” Ha detto alla madre. “Torno fra 6 mesi con le medaglie sul petto.

Lei ha pianto per tre giorni. C’è Salvatore, scaricatore di porto a Napoli. Spalle larghe come un armadio, braccia che sollevano casse da 100 kg senza battere ciglio. Analfabeta, ma intelligente. Conosce le strade, conosce gli uomini, sa quando qualcuno sta mentendo solo guardandolo negli occhi. Si è arruolato perché voleva vedere il mondo.

“Napoli è bella, diceva, ma il mondo è più grande”. Cosa li unisce? Non la politica. La maggior parte di loro se ne frega del fascismo, di Mussolini, delle retoriche imperiali. Quello che li unisce è qualcosa di più profondo, di più viscerale, è la rabbia. La rabbia di essere considerati codardi, di essere presi in giro, di sentire le barzellette che circolano negli altri eserciti.

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