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Ex camorrista RIVELA: IL VERO POTERE NON È Francesco Schiavone

 Il vero potere stava altrove in mani che nessuno ha mai voluto vedere. L’inizio della mia carriera criminale fu quasi banale. Nel 1991 mio padre perse il lavoro. La Fiat stava tagliando gli operai e a casa non arrivava più nemmeno un soldo. Mia madre si ammalò. Servivano soldi per le medicine.

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 Gennaro mi propose di fare da palo per alcune rapine nei negozi del centro. 200.000 lire a botta mi disse. In una settimana risolvi i problemi di casa. accettai e da quel momento lentamente iniziai a scendere nell’inferno. Le prime volte ero terrorizzato, stavo fuori dai negozi, fumavo una sigaretta e quando vedevo arrivare i carabinieri dovevo fischiare per avvertire i miei compagni.

 Ma dopo qualche mese iniziai a prendere confidenza con quell’ambiente. Non erano mostri quelli del clan, erano ragazzi come me, cresciuti nella stessa povertà, con le stesse necessità. La differenza era che loro avevano scelto una strada diversa. per uscirne. Nel 1993, quando avevo 21 anni, Gennaro mi portò per la prima volta in una delle riunioni del clan.

 Si tenevano in una masseria abbandonata tra Casal di Principe e San Cipriano d’Aversa. C’erano una trentina di uomini, dai ragazzini come me fino ai vecchi con i capelli bianchi. Al centro del tavolo sedeva Francesco Schiavone. “Guagliù”, disse con quella sua voce roca che ti gelava il sangue. “Quest’anno dobbiamo organizzarci meglio.

 I romani ci stanno mettendo pressione sui cantieri e noi dobbiamo rispondere per le rime.” Parlava di appalti, di percentuali, di mazzette da dare ai funzionari pubblici, ma quello che mi colpì di più fu una frase che disse alla fine della riunione. Ricordatevi che noi siamo solo la faccia della medaglia. Dietro ci sono persone importanti che non devono mai apparire.

Il nostro lavoro è proteggere loro e loro proteggeranno noi. Non capi subito cosa volesse dire. Lo avrei scoperto solo anni dopo. La mia ascesa nel clan fu rapida. Avevo una caratteristica che gli altri non avevano. Sapevo leggere e scrivere bene e soprattutto sapevo parlare con le persone per bene. Mentre gli altri affiliati sembravano quello che erano. Criminali di strada.

 Io riuscivo a mimetizzarmi negli ambienti eleganti. Portavo sempre la giacca e la cravatta. Parlavo in italiano invece che in dialetto. Non alzavo mai la voce. Nel 1995 Francesco Schiavone mi affidò il primo incarico importante. Dovevo accompagnare un imprenditore edile di Aversa che voleva entrare negli affari del clan.

 L’appuntamento era in un hotel a 5 stelle di Napoli, non in qualche catapecchia di periferia, come mi aspettavo. L’imprenditore si chiamava Vincenzo. Marotta aveva sui 50 anni guidava una Mercedes nera e portava un Rolex d’oro al polso. Non sembrava un criminale, sembrava quello che era, un uomo d’affari di successo. Antonio, mi disse Schiavone prima dell’incontro, tu non devi parlare, devi solo stare lì, ascoltare e riferire.

 Ma ricordati, quello che senti oggi non esiste. Mai sentito, mai visto, mai successo. L’incontro durò tre ore. Marotta aveva in mano una cartellina piena di progetti edilizi, centri commerciali, palazzi, residenziali, infrastrutture pubbliche, tutti appalti milionari, ma non stava chiedendo protezione a Schiavone, stava offrendo una partnership.

 Francesco” gli disse, “Io ho i cantieri, tu hai gli uomini, io ho i contatti con la politica, tu hai il controllo del territorio. Se lavoriamo insieme facciamo i soldi veri”. Schiavone annuì, ma poi disse una frase che mi rimase impressa. Vincè, io sono d’accordo, ma sai che le decisioni grosse non le prendo io da solo.

 Devo sentire chi sta sopra di me, chi sta sopra di lui. Francesco Schiavone, il boss assoluto dei Casalesi, il Sandokan che tutti temevano, aveva qualcuno sopra di lui. Quella notte non riusci a dormire. Avevo sempre pensato che la camorra fosse quella che vedevo nei film. boss carismatici che comandavano tutto con la forza e la paura, ma quello che avevo sentito era diverso, era business, era politica, era un mondo che non conoscevo.

 Le settimane successive iniziai a prestare più attenzione a quello che succedeva intorno a me. Notai che Schiavone riceveva spesso telefonate che lo facevano diventare nervoso. Notai che prima di prendere decisioni importanti spariva sempre per qualche ora e quando tornava sembrava aver ricevuto ordini da qualcun altro. Notai che nei nostri summit di clan c’erano sempre delle sedie vuote, come se stessimo aspettando qualcuno che non arrivava mai.

 Un giorno, era il settembre del 1996, Gennaro mi portò in un bar di caserta per un appuntamento importante. Non mi disse con chi, ma mi raccomandò di fare bella figura. Arrivamo alle 8:00 di sera. Il bar era quasi vuoto, solo qualche cliente al bancone che beveva il caffè. Alle 8:30 entrò un uomo sui 60 anni, vestito elegante, con una borsa di pelle in mano.

 Non sembrava un camorrista, sembrava un avvocato o forse un medico. Si sedette al nostro tavolo senza salutare. “I problemi di Aversa sono risolti”, disse aprendo la borsa e tirando fuori una busta. Marotta avrà l’appalto per il nuovo ospedale, ma deve capire che da ora in poi lavora per noi, non con noi.

 Gennaro prese la busta senza contarla e Francesco. L’uomo sorrise. Francesco farà quello che deve fare. È bravo a fare il boss davanti alle telecamere, ma le decisioni vere le prendiamo noi. Se ne andò dopo 5 minuti. Non seppi mai il suo nome, ma quella sera capi che tutto quello che credevo di sapere sulla camorra era sbagliato.

Francesco Schiavone non era il vero capo, era solo un attore che recitava il ruolo del capo. Dopo quell’incontro al bar di Caserta iniziai a vedere la camorra con occhi diversi. Non era più l’organizzazione di strada che immaginavo, fatta di regolamenti d’onore e codici d’omertà. Era una macchina perfetta dove ogni pezzo aveva la sua funzione e Francesco Schiavone, il temuto Sandokan, era solo la parte più visibile di un meccanismo molto più complesso.

 Nel 1997 mi affidarono un incarico che mi aprì definitivamente gli occhi. Dovevo fare da autista a un amico del clan che veniva da Roma per sistemare alcune questioni. Non sapevo chi fosse, ma le istruzioni erano precise. Dovevo prenderlo all’aeroporto di Capodichino, portarlo in giro per la provincia di Caserta per tre giorni e non dovevo mai lasciarlo solo con nessun altro affiliato.

 L’uomo si chiamava dottor Giuliani, almeno questo era il nome che usava, ed era completamente diverso da tutti i camorristi che conoscevo. Parlava un italiano perfetto, senza accento, portava sempre il giornale sotto il braccio e durante i viaggi in macchina mi faceva domande sulla mia famiglia, sui miei studi, sui miei progetti per il futuro.

 sembrava sinceramente interessato alla mia vita. Il primo giorno lo portai in una villa a Sant’Andrea del Pizzone, dove c’era un incontro con alcuni imprenditori locali. Non mi fecero entrare nella stanza, ma rimasi fuori ad aspettare per 4 ore. Quando uscirono, tutti sorridevano e si scambiavano biglietti da visita come se fossero a un convegno d’affari.

 Antonio, mi disse Giuliani, mentre tornavamo verso Casal di Principe, quello che hai visto oggi è il vero business. Niente sangue, niente violenza, niente drammi da film, solo uomini intelligenti che trovano soluzioni vantaggiose per tutti. E Francesco? Gli chiesi. Lui non c’era. Giuliani sorrise.

 Francesco è importante per altre cose. Lui è quello che i giornali fotografano, quello di cui parlano i pentiti. Quello che finisce sui telegiornali. È il nostro scudo. Finché tutti pensano che il potere sia suo, nessuno viene a cercare i veri responsabili. Il secondo giorno lo portai a Napoli, in un palazzo elegante del Vomero.

 L’appuntamento era con un avvocato civilista molto noto in città. L’avevo visto spesso sui giornali e con un funzionario della Regione Campania. Anche questa volta rimasi fuori, ma riuscìi a sentire qualche pezzo di conversazione. Stavano parlando di una legge regionale sui rifiuti che doveva essere approvata entro la fine dell’anno.

 Il funzionario spiegava che c’erano alcune resistenze in consiglio regionale, ma che con i giusti incentivi si poteva risolvere tutto. L’avvocato proponeva di creare una società di consulenza che avrebbe assistito i consiglieri regionali nella stesura dei testi normativi. I nostri amici di Casal di Principe”, disse Giuliani, “sono molto interessati al settore dei rifiuti, hanno le competenze operative, noi abbiamo quelle legislative, è una partnership naturale.

” Quando uscimmo dal palazzo, Giuliani mi disse una cosa che non ho mai dimenticato. “Vedi Antonio, la gente pensa che la camorra sia fatta di pistole e coltelli, ma le armi vere sono altre: le leggi, i decreti, gli appalti, i permessi. Chi controlla quelli controlla tutto.” Il terzo giorno fu il più rivelatore. Giuliani volle andare a Castel Volturno, in una zona industriale dove c’erano decine di capannoni abbandonati.

 mi disse di parcheggiare davanti a uno di questi, apparentemente identico a tutti gli altri, ma quando entrammo scoprì che era tutt’altro che abbandonato. Il capannone era diviso in uffici moderni con computer, fax, telefoni, archivi pieni di documenti. C’erano almeno 15 persone al lavoro, impiegati, segretarie, tecnici.

 Sembrava la sede di una multinazionale, non un covo di camorristi. Giuliani mi fece fare un giro completo. In un ufficio c’erano le mappe di tutti i cantieri pubblici della campagna con annotazioni sui responsabili, sui tempi di realizzazione, sulle ditte appaltatrici. In un altro c’erano i bilanci di decine di società, alcune che riconoscevo come nostre, altre che non avevo mai sentito nominare.

 In un terzo c’erano fascicoli su politici, magistrati, imprenditori, con foto, documenti personali, informazioni riservate. Questo è il cervello dell’operazione mi spiegò Giuliani. Da qui coordiniamo tutto, gli investimenti, le partnership, le strategie. Francesco e i suoi uomini si occupano del territorio, noi ci occupiamo del resto.

 Chi erano loro? Giuliani non me lo disse mai, esplicitamente, ma negli anni seguenti iniziai a capirlo da solo. Erano imprenditori che avevano bisogno di appalti pubblici, erano politici che avevano bisogno di voti, erano professionisti che avevano bisogno di clienti, erano banchieri che avevano bisogno di investimenti e tutti insieme avevano bisogno di una cosa, qualcuno che controllasse il territorio e garantisse che i loro piani non venissero disturbati.

 La camorra, quella vera, non era fatta solo dai soldati come me e dai boss come Francesco Schiavone. Era fatta anche da persone insospettabili che non avevano mai sparato un colpo in vita loro, ma che muovevano milioni di euro con una telefonata. Nel 1998 Schiavone mi promosse a responsabile delle relazioni esterne.

 Il mio compito era fare da collegamento tra il clan e il mondo legale, imprenditori, professionisti, politici locali. Era un ruolo delicato che richiedeva discrezione e intelligenza, ma soprattutto richiedeva di non fare mai domande. Iniziai a frequentare ambienti che non avevo mai visto prima, cene eleganti in ristoranti di lusso, convegni su sviluppo economico e legalità, inaugurazioni di opere pubbliche.

 C’erano sempre le stesse facce, sindaci, assessori, consiglieri regionali, imprenditori, avvocati, ingegneri e tutti sapevano chi ero, anche se nessuno lo diceva apertamente. Antonio rappresenta alcuni investitori privati della zona di Caserta. era la formula che usavano per presentarmi. È molto competente sui temi dello sviluppo territoriale.

 Era tutto vero, in un certo senso. Rappresentavo davvero degli investitori privati, solo che questi investitori erano camorristi ed ero davvero competente sui temi dello sviluppo territoriale, solo che il mio tipo di sviluppo prevedeva tangenti, estorsioni e intimidazioni, ma la cosa che mi colpiva di più era l’atteggiamento di quelle persone.

 non sembravano impauriti o costretti a collaborare con noi, sembravano felici di farlo perché la collaborazione era vantaggiosa per tutti. Noi garantivamo che i loro progetti andassero avanti senza intoppi. Loro garantivano che i nostri interessi fossero tutelati. Un esempio concreto. Nel 1999 doveva essere costruita una nuova strada che collegava Casal di Principe con l’autostrada.

 Il progetto valeva 50 miliardi di lire. L’appalto doveva essere assegnato attraverso una gara pubblica, ma tutti sapevano come sarebbe andata a finire. Il sindaco di Casal di Principe, che conoscevo personalmente, mi chiamò tre mesi prima della gara. Antonio mi disse: “Abiamo un piccolo problema tecnico alcune ditte esterne stanno mostrando interesse per l’appalto della strada.

Bisognerebbe scoraggiarle.” Non mi stava chiedendo di minacciare nessuno, mi stava chiedendo di far sapere a quelle ditte che partecipare alla gara non sarebbe stato conveniente e io lo feci con una serie di telefonate educate ma chiare. Ingegnere, dicevo ai responsabili delle ditte, ho saputo che siete interessati al progetto della strada di Casal di Principe.

 Vi consiglio di valutare bene se ne vale la pena. Il territorio è complicato, ci sono molte variabili da considerare. Nessuna minaccia esplicita, solo un consiglio amichevole. Ma tutte le ditte esterne ritirarono la loro candidatura. L’appalto andò a una società locale che avevamo suggerito noi. Il sindaco fu felice, l’impresa fu felice, noi fummo felici e Francesco Schiavone non dovette nemmeno saperlo.

 Questo era il vero potere della camorra. Non dover usare la violenza perché tutti sapevano che esisteva. Non dover minacciare esplicitamente perché il messaggio arrivava lo stesso. Non dover comandare direttamente perché il sistema si autoregolava. e Francesco Schiavone, lui continuava a essere il volto pubblico dell’organizzazione.

 Quando i carabinieri facevano le indagini cercavano lui. Quando i giornalisti scrivevano articoli sulla camorra casertana parlavano di lui. Quando i pentiti raccontavano la loro storia citavano lui come il capo. Assoluto. Ma io sapevo che non era così. Sapevo che dietro Sandokan c’era un mondo invisibile, fatto di uomini in giacca e cravatta che decidevano le sorti dell’economia campana senza mai sporcarsi le mani.

 Sapevo che la vera camorra non era quella che finiva sui giornali, ma quella che stava nei palazzi del potere e sapevo che un giorno qualcuno avrebbe dovuto raccontare questa verità. Gli anni tra il 2000 e il 2005 furono quelli in cui raggiunsi il massimo della mia influenza all’interno del sistema. Non ero più solo un affiliato che eseguiva ordini.

Ero diventato un ponte tra due mondi, quello criminale e quello istituzionale, e in quella posizione privilegiata scoprì quanto fosse sottile il confine tra legalità e illegalità. Francesco Schiavone in quegli anni era diventato una vera e propria celebrità criminale. I media lo dipingevano come l’ultimo dei grandi boss della vecchia camorra, un uomo spietato che controllava tutto con il terrore.

 Le sue foto finite sui giornali lo mostravano sempre con lo sguardo duro, i baffoni folti, l’espressione di chi non ha paura di niente e di nessuno. Ma io che lo frequentavo quasi quotidianamente sapevo che Francesco viveva in uno stato di stress costante, non per paura dei carabinieri o dei magistrati. Quello faceva parte del mestiere, ma per la pressione che subiva da chi stava sopra di lui.

 Ogni decisione importante doveva essere concordata, ogni iniziativa doveva essere autorizzata, ogni mossa doveva essere preventivamente discussa con persone che nessuno conosceva. Antonio mi disse una sera del 2001 mentre tornavamo da una riunione a Napoli. A volte penso che sarebbe meglio essere un operaio, almeno quello sa chi è il suo capo. Era una confidenza rara.

Francesco di solito non parlava mai dei suoi dubbi o delle sue paure, ma quella sera era particolarmente nervoso perché durante la riunione aveva ricevuto l’ordine di congelare alcune attività che stavano rendendo molto bene al clan. Il motivo era politico. Alle elezioni regionali del 2000 aveva vinto un governatore che non era gradito ai nostri partner romani.

 Il nuovo presidente della regione aveva iniziato a fare controlli più severi sugli appalti pubblici e aveva nominato una commissione anticamorra per monitorare i cantieri della provincia di Caserta. Dobbiamo abbassare il profilo per un po'”, aveva detto il coordinatore durante la riunione, un uomo sui 50 anni che veniva da Roma e che tutti chiamavano semplicemente dottore.

 Non possiamo permetterci di finire sui giornali in questo momento. Francesco deve sparire dalla circolazione. E così Francesco Schiavone, il terribile Sandokan, il boss assoluto dei Casalesi, fu costretto a vivere in semiclandestinità per 6 mesi, mentre altri prendevano le decisioni al posto suo.

 Ma chi erano questi altri? Nel 2002 ebbi finalmente l’opportunità di scoprirlo. Mi fu assegnato un compito delicatissimo. Dovevo organizzare un incontro ultra riservato tra alcuni rappresentanti del nostro clan e una delegazione di amici che arrivavano da Roma, Milano e persino dall’estero. Il summit doveva svolgersi in una location assolutamente sicura e discreta.

 Dopo molte valutazioni scegliemmo una villa storica a Capua, di proprietà di un imprenditore tessile che collaborava con noi da anni. L’incontro era previsto per una domenica di ottobre. Dovevano esserci 12 persone, tre del nostro clan, Francesco Schiavone, suo fratello Walter e il consigliere Enzo Bocchetti, tre partner romani, tre milanesi, due stranieri che parlavano un inglese perfetto e un mediatore che non riuscii mai a identificare chiaramente.

 Arrivai alla villa alle 7:00 del mattino per controllare che tutto fosse a posto. La location era perfetta, isolata, circondata da un parco di 10 ari, con un sistema di videosorveglianza privato che copriva tutti gli accessi. Il proprietario, l’ingegnera Modio, aveva fatto preparare un buffet di alto livello e aveva licenziato tutto il personale per la giornata.

 Antonio, mi disse mentre controllavamo le sale, quello che succede oggi qui non deve mai essere saputo da nessuno, nemmeno dalla tua famiglia, nemmeno dal prete quando ti confesserai. è più importante della tua vita. I primi ad arrivare furono i romani, tre uomini eleganti sui 40 anni che viaggiavano in una BMW nera con autista.

 Uno di loro lo riconobbi subito. Era un avvocato molto famoso che avevo visto spesso sui giornali come esperto di diritto amministrativo. Gli altri due si presentarono solo con il nome di battesimo. I milanesi arrivarono mezz’ora dopo. Anche loro viaggiavano in auto di lusso. Anche loro erano vestiti da manager di successo.

 Uno aveva una cartellina piena di grafici e tabelle. Un altro portava un computer portatile, una novità per l’epoca. Il terzo aveva al collo una macchina fotografica professionale. Gli stranieri furono gli ultimi. Arrivarono in elicottero, un elicottero privato che atterrò nel parco della villa e scesero con la sicurezza di chi è abituato a questo tipo di trasporti.

 Parlavano un inglese americano, ma uno dei due aveva chiaramente origini italiane. Francesco Schiavone arrivò alle 9:00 in punto con il fratello Walter e Bocchetti. era vestito con un completo scuro, la cravatta ben annodata, i capelli pettinati con cura. Non sembrava un boss mafioso, sembrava un imprenditore che va a un consiglio di amministrazione.

L’incontro durò 8 ore. Io rimasi sempre fuori dalle sale, ma riuscii a capire di cosa stavano parlando grazie ad alcune conversazioni che sentìi durante le pause. Il tema principale erano i nuovi mercati. L’Europa dell’Est si stava aprendo agli investimenti occidentali e c’erano opportunità enormi in settori come l’energia, le telecomunicazioni, le infrastrutture, ma servivano capitali ingenti e soprattutto servivano garanzie che i progetti andassero avanti senza intoppi.

 Il problema, sentìi dire a uno dei milanesi durante una pausa, sigaretta è che quei paesi hanno ancora sistemi istituzionali fragili. Servirebbe qualcuno che sa come muoversi in situazioni complicate e noi sappiamo come muoverci, rispose Francesco Schiavone. Ma dobbiamo essere sicuri che dall’Italia nessuno ci metta i bastoni tra le ruote.

 Di questo non ti preoccupare intervenne l’avvocato romano. Abbiamo i contatti giusti a tutti i livelli: Ministeri, Banca d’Italia, servizi segreti. Se il progetto è serio, avremo il semaforo verde. Uno. degli stranieri quello con l’accento americano tirò fuori una mappa dell’Europa dell’Est. Abbiamo già individuato tre paesi prioritari: Romania, Bulgaria, Albania.

 In tutti e tre ci sono governi flessibili e in tutti e tre ci sono settori economici che hanno bisogno di investimenti rapidi. Che tipo di investimenti? chiese Walter Schiavone. Energia soprattutto centrali elettriche, gas dotti, reti di distribuzione, ma anche turismo nelle zone costiere e ovviamente edilizia, centri, commerciali, complessi residenziali, infrastrutture.

 Era tutto legale, almeno sulla carta. Società regolarmente costituite che investivano in paesi stranieri attraverso bandi pubblici o accordi commerciali. Ma io capivo che dietro quei progetti c’era la stessa logica che utilizzavamo in campagna. Controllo del territorio, pressioni sulle istituzioni, eliminazione della concorrenza.

 La differenza era che stavolta si giocava su scala internazionale con capitali enormi e con una rete di complicità che andava ben oltre la camorra casertana. Durante il pranzo, che si svolse in un’atmosfera rilassata e cordiale, sentì parlare anche di altro, di elezioni politiche che si sarebbero svolte l’anno successivo in Italia, di nomine in enti pubblici che dovevano essere orientate nella direzione giusta, di appalti per le grandi opere che stavano per essere banditi.

 “Il ponte sullo stretto è una priorità assoluta” disse l’avvocato romano. “Chi si aggiudica quell’appalto controlla l’economia del Mezzogiorno per i prossimi 20 anni e chi lo decide? chiese Francesco. Lo decidono i politici, ma i politici decidono in base alle pressioni che ricevono e noi sappiamo come fare pressione. Nel pomeriggio la discussione si fece più tecnica.

 Tirarono fuori bilanci, piani di investimento, organigrammi di società. Era evidente che non stavano improvvisando. Era tutto studiato, pianificato, organizzato nei minimi dettagli. Uno dei milanesi illustrò quello che chiamò il modello di integrazione verticale. In pratica, ogni grande progetto doveva essere controllato dalla fase di progettazione fino alla fase di realizzazione, passando per il finanziamento, l’approvazione burocratica, l’assegnazione degli appalti, la fornitura dei materiali.

 Se controlli tutta la filiera, spiegò, puoi garantire margini di profitto che vanno dal 200 al 300% e soprattutto puoi garantire che nessun concorrente ti soffi il lavoro. Ma come si fa a controllare tutta la filiera?” chiese Bocchetti. Semplice. Ogni anello della catena deve essere in mano a persone fidate, progettisti che lavorano per noi, banche che ci finanziano, politici che approvano, imprese che eseguono, fornitori che vendono solo a noi.

 E se qualcuno non vuole collaborare, allora interviene Francesco, o meglio, interviene la reputazione di Francesco. Spesso basta quello. A fine giornata, prima di salutarsi, tutti i partecipanti firmarono un documento che uno degli stranieri aveva preparato. Non riuscii a leggerlo, ma capi che era una specie di patto di non aggressione tra le varie organizzazioni rappresentate.

 Da oggi, disse il mediatore che aveva coordinato l’incontro, siamo tutti soci della stessa azienda, un’azienda che non ha nome, non ha sede legale, non ha bilancio, ma che è la più potente d’Europa. Francesco Schiavone sembrava soddisfatto, ma anche un po’ intimidito dalla dimensione del progetto. Mentre tornavamo verso Casal di Principe, mi disse: “Antonio, oggi ho capito che la camorra è molto più grande di quello che immaginavo e molto più pericolosa.

 Aveva ragione. Il 2006 fu l’anno in cui tutto iniziò a crollare, non per opera dei magistrati o delle forze dell’ordine, loro continuavano a inseguire le ombre concentrandosi sui boss visibili come Francesco Schiavone, ma per una guerra interna che nessuno aveva previsto. Il problema nacque da una questione apparentemente banale, la divisione dei profitti dei nuovi investimenti internazionali.

 I progetti nell’Europa dell’Estano rendendo molto più del previsto, ma i partner, romani e milanesi, volevano modificare gli accordi presi durante il summit del 2002. “Franceso,” mi disse il dottore durante una delle sue visite mensili a Casal di Principe, “dobbiamo rivedere le percentuali. I vostri uomini sono bravi a controllare il territorio, ma per i mercati internazionali servono competenze diverse.

 Servono persone che parlano le lingue, che conoscono le leggi europee, che sanno muoversi negli ambienti diplomatici. Era una maniera educata per dire che i casalesi erano diventati il partner minore di un’alleanza che avevano contribuito a creare. Francesco lo capì subito e non la prese bene. “Dottore”, rispose con quella voce roca che usava quando era arrabbiato. Gli accordi erano chiari.

Noi garantivamo la sicurezza, voi garantivate i contatti. Adesso che i soldi iniziano ad arrivare, non potete cambiare le regole del gioco. Ma il dottore aveva dalla sua una carta che Francesco non poteva battere, il controllo delle istituzioni. Con una serie di telefonate riuscì a far aprire tre inchieste giudiziarie sui cantieri controllati dai casalesi, a bloccare due appalti pubblici importanti e a far trasferire il questore di Caserta, un uomo che aveva sempre mantenuto un profilo morbido nei confronti del clan.

Il messaggio era chiaro. Se Francesco non accettava le nuove condizioni, la protezione istituzionale sarebbe venuta meno e senza quella protezione i mioten indizion casalesi sarebbero diventati vulnerabili. Ma Francesco Schiavone aveva sottovalutato quanto fosse cambiato il mondo intorno a lui. I vecchi equilibri tra politica, economia e criminalità si stavano modificando.

L’Europa stava diventando più integrata, i controlli sui capitali più severi, l’opinione pubblica più sensibile ai temi della legalità. Il modello di camorra che aveva funzionato per 30 anni stava diventando obsoleto. La prima avvisaglia arrivò nel marzo del 2006. Uno dei nostri uomini di fiducia, Carmine Schiavone, nessuna parentela con Francesco, nonostante il cognome, fu arrestato mentre trasportava una valigia con 2 miliardi di lire in contanti.

 Non era un arresto casuale, qualcuno aveva fatto la soffiata. “È impossibile”, disse Francesco quando gli riportai la notizia. Carmine era fidatissimo e l’operazione era coperta, ma non era impossibile, era la dimostrazione che i nostri protettori avevano iniziato a scaricarci. Carmine fu processato con rito abbreviato, condannato a 8 anni e durante il processo tirò fuori alcuni nomi che fino a quel momento erano rimasti nell’ombra.

 Non nomi di camorristi, quelli li conoscevano già tutti. Nomi di imprenditori, professionisti, politici che avevano collaborato con noi. Persone che fino a quel momento si erano sentite al sicuro dietro la cortina di silenzio che proteggeva i livelli alti del sistema. La reazione fu immediata e feroce. Nel giro di una settimana tre dei nostri affiliati più importanti furono arrestati con accuse inventate di sana pianta.

 Due cantieri che stavamo controllando furono chiusi per irregolarità amministrative. Un imprenditore che lavorava con noi da 10 anni fu dichiarato fallito da un tribunale di Roma. Francesco capì che la guerra era iniziata, ma era una guerra che non poteva vincere. I suoi nemici non erano altri clan criminali che poteva affrontare con la violenza.

Jailed camorra boss 'Sandokan' turns state's witness - General News - Ansa.it

 erano uomini in giacca e cravatta che muovevano i fili del potere da uffici blindati e che potevano distruggerlo senza sparare un colpo. Antonio mi disse una sera di maggio mentre passeggiavamo nel giardino della sua villa, forse è arrivato il momento di cambiare aria. Ho qualche soldo messo via all’estero, potremmo sparire, ricostruire da un’altra parte.

 Era la prima volta che lo sentivo parlare di ritirata. Francesco Schiavone, il boss che per 20 anni aveva terrorizzato la campagna, stava pensando di fuggire. Ma era troppo tardi. Il 17 luglio 2006 alle 6:00 del mattino, 300 carabinieri circondarono la villa dove Francesco viveva da anni. L’operazione si chiamava Spartacus e era il risultato di 3 anni di indagini coordinate dalla direzione distrettuale antimafia di Napoli.

 Francesco fu arrestato senza opporre resistenza. Quando i carabinieri entrarono nella sua camera da letto, lo trovarono già vestito seduto sul bordo del letto con una valigia preparata ai suoi piedi. “Mi stavo aspettando”, disse al comandante dell’operazione. “Sapevo che prima oh, poi sarebbe arrivato questo momento. Insieme a Francesco furono arrestate altre 62 persone, ma quello che mi colpì di più fu chi non venne arrestato.

Nessuno degli imprenditori che avevano partecipato ai nostri affari, nessuno dei politici che avevano preso le nostre mazzette. Nessuno dei professionisti che ci avevano aiutato a riciclare i soldi. L’operazione Spartacus fu raccontata dai media come un grande successo nella lotta alla camorra.

 Francesco Schiavone fu dipinto come il super boss che finalmente era stato catturato. I giornali scrissero che con il suo arresto si chiudeva un’epoca della criminalità organizzata campana. Ma io sapevo che non era così. Sapevo che Francesco era solo la punta dell’iceberg e che la parte più pericolosa dell’organizzazione era rimasta intatta.

Dopo l’arresto di Francesco mi aspettavo che tutto il sistema crollasse, invece scoprì che aveva continuato a funzionare perfettamente solo con altri volti. Walter Schiavone, fratello di Francesco, prese il controllo formale del clan, ma le decisioni importanti continuavano a essere prese da persone che nessuno conosceva.

 Per 6 mesi cercai di mantenere il mio ruolo di mediatore tra il mondo criminale e quello legale, ma mi accorsi che non servivo più. I partner, romani e milanesi avevano trovato altri canali per gestire i loro affari in Campania. Canali più discreti, più sofisticati, meno visibili. Nel dicembre del 2006 ricevetti una telefonata che mi cambiò la vita.

 Era il dottore che non sentivo da mesi. Antonio mi disse, “Dobbiamo vederci, ho una proposta da farti”. Ci incontrammo in un hotel di Napoli, lo stesso dove 6 anni prima avevo assistito al primo summit tra Francesco e gli imprenditori, ma questa volta l’atmosfera era diversa. Il dottore era nervoso, guardava continuamente l’orologio, parlava a voce bassissima.

Il problema, mi disse, è che le cose si stanno complicando. Le inchieste su Francesco potrebbero allargarsi, qualcuno potrebbe parlare, qualcuno potrebbe fare nomi che non dovrebbe fare. Capii subito dove voleva arrivare. Mi stava offrendo una via d’uscita. Sparire dall’Italia, trasferirmi all’estero, iniziare una nuova vita con una nuova identità.

 In cambio dovevo garantire il mio silenzio assoluto su tutto quello che avevo visto e sentito. “Quanto tempo ho per decidere?”, gli chiesi. 48 ore mi rispose, dopo le opzioni si riducono. Tornai a casa quella sera con la consapevolezza che la mia vita criminale era finita. Ma restava una domanda: dovevo accettare l’offerta del dottore e sparire nel nulla oppure dovevo trovare il coraggio di raccontare la verità? La risposta arrivò tre giorni dopo, quando lessi sui giornali che Carmine Schiavone era morto in carcere per un malore improvviso.

Carmine, l’uomo che aveva iniziato a parlare, l’uomo che aveva fatto alcuni nomi scomodi, l’uomo che poteva rivelare i collegamenti tra la camorra e il mondo istituzionale. Capi che anche per me il tempo stava scadendo. Se volevo sopravvivere dovevo scegliere da che parte stare e scelsi di stare dalla parte della verità.

 Il 15 gennaio 2007 mi presentai negli uffici della direzione distrettuale antimafia di Napoli. Il magistrato che mi ricevette, il dottor Giuseppe Narducci, mi guardò con diffidenza quando gli dissi che volevo collaborare con la giustizia. “Lei sa che diventare collaboratore di giustizia significa raccontare tutto?” mi disse tutto quello che ha fatto, tutto quello che ha visto, tutti i nomi che conosce, senza omissioni, senza sconti, senza protezioni per nessuno.

Dottore gli risposi, io sono qui per raccontare una storia che nessuno ha mai raccontato, la storia di una camorra che non finisce mai sui giornali, perché i suoi capi non assomigliano ai boss che tutti conoscono. E iniziai a parlare. Parlai per 18 ore consecutive, per tre giorni consecutivi. Raccontai tutto.

 Gli incontri segreti, i summit internazionali, i nomi dei partner romani e milanesi, i progetti nell’Europa dell’Est, le complicità istituzionali. Il dottor Narducci mi ascoltava con un’espressione sempre più incredula. Quello che gli stavo raccontando era molto più grande di una normale inchiesta di Camorra.

 Era un sistema di potere che attraversava l’Italia intera, che collegava la criminalità organizzata meridionale con l’economia del nord e con la politica nazionale. Se quello che dice è vero, mi disse alla fine del terzo giorno, stiamo parlando di uno scenario completamente diverso da quello che immaginavamo. Stiamo parlando di una camorra che non è più solo un fenomeno locale, ma che è diventata parte integrante del sistema economico italiano.

 aveva ragione e io ero lì per dimostrarlo, ma sapevo anche che la mia collaborazione con la giustizia sarebbe stata solo l’inizio di una battaglia molto più grande, una battaglia contro un sistema di potere che aveva le sue radici nella storia d’Italia, che si era evoluto nel corso dei decenni e che non sarebbe crollato solo perché un ex camorrista aveva deciso di raccontare la verità.

Francesco Schiavone, il terribile Sandokan, era stato arrestato e condannato. Ma i veri padroni della camorra erano ancora liberi, ancora potenti, ancora invisibili e continuavano a comandare dall’ombra, come avevano sempre fatto. Oggi, mentre scrivo queste righe nella casa protetta dove vivo da 15 anni, Francesco Schiavone sta scontando l’ergastolo nel carcere di opera a Milano.

 è diventato il simbolo della camorra casertana, l’uomo che secondo i media incarnava tutto il male della criminalità organizzata campana. Ma io so che Francesco è stato solo un attore in uno spettacolo più grande. Un attore bravo, convincente, carismatico, ma pur sempre un attore. I veri registi di quello spettacolo non sono mai finiti sui giornali.

 I loro nomi non sono mai stati pronunciati nelle aule di tribunale. Le loro foto non sono mai apparse sui manifesti della polizia. Alcuni di loro sono diventati ministri, altri sono alla guida di multinazionali, altri ancora occupano posizioni di vertice in banche, università, ordini professionali. Tutti continuano a essere rispettati, stimati, considerati pilastri della società civile e tutti sanno che io so.

 La mia collaborazione con la giustizia ha portato a 127 condanne definitive, ma non è servita a smantellare il sistema che ho descritto in queste pagine, è servita solo a tagliare alcuni rami dell’albero, mentre le radici sono rimaste intatte. Perché la verità è che la camorra non è un corpo estraneo nella società italiana, è parte integrante di un meccanismo di potere che attraversa tutto il paese, dal sud al nord, dalla criminalità alle istituzioni, dall’economia alla politica.

 Francesco Schiavone è stato il capro espiatorio perfetto, abbastanza potente da essere credibile come super boss, abbastanza isolato da poter essere sacrificato senza danni collaterali. La sua caduta ha permesso a tutti gli altri di continuare a operare indisturbati, anzi di rafforzarsi. Oggi la camorra è più forte di quando Francesco comandava a Casal di Principe.

 È solo diventata più invisibile, più sofisticata, più integrata nel sistema legale. E io che ho contribuito a costruire quel sistema, vivo con il peso di questa consapevolezza, ma vivo anche con la speranza che un giorno qualcuno legga questa storia e capisca che la lotta alla criminalità organizzata non può limitarsi ad arrestare i boss che finiscono sui giornali.

 Deve andare più in profondità, deve toccare i veri centri del potere, deve avere il coraggio di guardare dietro le quinte dello spettacolo. Solo così si potrà davvero sconfiggere la camorra, quella vera.

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