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Ex Fedelissimo della ’Ndrangheta RIVELA: IL VERO CAPO NON ERA Saverio Morabito

Mi chiamo Antonio Caruso, ho 56 anni e per 25 ho vissuto una bugia che ora sento il dovere di smascherare. Quando vedo i telegiornali parlare di Saverio Morabito come del grande capo, del cervello che muoveva tutto, mi viene da ridere amaro. Non sanno un cazzo di niente. Nessuno sa. Sono cresciuto a Platì, nel cuore dell’Aspromonte, dove le strade sono polverose e le case si aggrappano alla montagna.

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 come unghie su una parete. Mio padre faceva il pastore, mia madre cuciva per le famiglie del paese. Eravamo poveri ma onesti, o almeno così credevo. Tutto è cambiato quando avevo 18 anni. Era il 1987 e quella maledetta estate il paese bruciava sotto un sole spietato. Ricordo ancora l’odore della polvere mista al sudore, il rumore delle cicale che sembrava non finire mai.

 Fu allora che conobbi Saverio Morabito. Lo vidi per la prima volta al bar di Peppe, seduto in un angolo con un cappuccino che non toccava mai. Tutti lo salutavano con rispetto, ma lui sembrava sempre guardare oltre, come si aspettasse qualcuno. Aveva 40 anni, capelli neri sempre ben pettinati, occhi scuri che ti bucavano l’anima, vestiva bene, ma non troppo, giusto quel che bastava per distinguersi senza dare nell’occhio.

 “Tu sei il figlio di Caruso, il pastore”, mi disse un giorno avvicinandosi mentre aspettavo l’autobus per Locri. La sua voce era calma, quasi gentile, ma c’era qualcosa sotto che mi faceva venire la pelle d’oca. “Sì, don Saverio”, risposi abbassando lo sguardo. “Come mi aveva insegnato mio padre”.

 Bravo ragazzo, ho sentito che sai leggere e scrivere bene, che hai studiato fino alla quinta superiore. Era vero, ero uno dei pochi del paese ad aver finito le superiori e questo a Platì significava molto. Mio padre aveva fatto sacrifici enormi per mandarmi a scuola a Locri tutti i giorni. Potrei avere bisogno di uno come te, continuò Saverio accendendosi una sigaretta.

 Uno che sa usare la testa, che sa stare al suo posto, ma che quando serve sa anche muoversi. Non capivo cosa intendesse, ma qualcosa nel modo in cui lo disse mi fece tremare, non di paura, ma di eccitazione. Per la prima volta qualcuno mi vedeva, mi notava, vedeva in me qualcosa di diverso. Cosa dovrei fare, don Saverio? Sorrise, ma fu un sorriso strano, come se sapesse qualcosa che io non potevo ancora capire.

 Per ora niente, continua a studiare. Continua a essere quello bravo ragazzo che sei. Quando sarà il momento lo saprai. Se ne andò così, lasciandomi lì con mille domande in testa. Quella sera a cena non riuscii a mangiare. Mia madre mi chiese se stavo bene, ma come potevo spiegarle quello che avevo sentito? Come potevo dirle che per la prima volta nella mia vita mi sentivo importante? Le settimane passarono e Saverio non si fece più vedere.

 Ma io continuavo a pensare a quell’incontro. a quelle parole. Quando sarà il momento lo saprai cosa voleva dire? La risposta arrivò un mese dopo, quando Pino Mammoliti, un ragazzo di Platiì più grande di me, di 5 anni, venne trovato morto in una scarpata lungo la strada per San Luca. Ufficialmente era caduto mentre raccoglieva funghi, ma tutti sapevano che Pino spacciava Shish ai turisti che venivano in montagna d’estate e che ultimamente aveva iniziato a tenere per sé una parte troppo grossa dei guadagni.

Il giorno del funerale, mentre tutto il paese piangeva e pregava, vidi Saverio in fondo alla chiesa. Non pregava, non piangeva, osservava. I suoi occhi si muovevano da una persona all’altra, studiando le facce, le reazioni. Quando il suo sguardo si posò su di me, annuì leggermente, un gesto quasi impercettibile, ma io lo capì.

 Il momento era arrivato. Quella sera, mentre tornavo a casa dalla veglia, lo trovai seduto sul muretto davanti al cimitero. Il sole stava tramontando e le ombre erano lunghe sulla strada. “Ciao Antonio”, mi disse senza guardarmi. “Bella giornata triste, vero?” “Sì, don Saverio”. Pino era un bravo ragazzo. Bravo.

 Si girò verso di me con quello stesso sorriso strano. Pino era un ladro, un ladro che ha rubato alla famiglia. E sai cosa succede ai ladri che rubano alla famiglia? Non risposi, ma il mio silenzio fu risposta sufficiente. Tu non sei come Pino, vero Antonio? Tu sei intelligente. Tu capisci che nella vita ci sono regole e che chi non rispetta le regole deve pagare.

Capisco, don Saverio. Bene, allora forse è arrivato il momento di spiegarti come funzionano veramente le cose. Si alzò e iniziò a camminare verso il centro del paese. Io lo seguì, il cuore che mi batteva forte nel petto. Vedi Antonio, la gente pensa che io sia il capo, che io decida tutto, che io muova i fili.

 E va bene così. È importante che la gente lo creda. Si fermò davanti alla statua di San Giuseppe, al centro della piazzetta principale. Ma la verità è un po’ diversa. Io sono importante, questo sì, sono rispettato, temuto, ascoltato, ma dietro di me c’è qualcosa di più grande, qualcuno che non deve mai apparire, mai essere visto, mai essere nominato.

 Chi? Don Saverio mi guardò dritto negli occhi per la prima volta da quando ci conoscevamo. Questa, caro Antonio, è la prima cosa che devi imparare se vuoi entrare in questa famiglia. Ci sono segreti che si portano nella tomba e ci sono segreti che si portano oltre la tomba. Non capivo completamente quello che voleva dire, ma sentivo che stava per cambiarmi la vita per sempre.

 Domani sera alle 9 alla cappella di Santa Maria delle Grazie, fuori paese, vieni da solo e non dire niente a nessuno, nemmeno a tua madre. Cosa succederà? Conoscerai la verità, quella vera. La cappella di Santa Maria delle Grazie era stata abbandonata da anni. Sorgeva su una collina a 2 km da Platì, raggiungibile solo attraverso un sentiero sterrato che si inerpicava tra ulivi secolari e fichi d’India.

 Di notte, con solo la luna a illuminare il cammino, sembrava il posto più isolato del mondo. Arrivai alle 9 precise, come mi aveva detto Saverio. La cappella era buia, ma la porta era socchiusa. Entrai e subito senti l’odore di umidità e incenso vecchio. Ai piedi dell’altare c’era una candela accesa e accanto a quella candela c’era un uomo che non avevo mai visto prima.

 Era vecchio, sui 70, completamente calvo, con una barba bianca curata e occhi di un azzurro così chiaro che sembravano trasparenti. Vestiva un completo scuro, elegante, ma non vistoso e teneva le mani incrociate davanti a sé come un prete durante la messa. Antonio Caruso disse con una voce profonda, quasi sussurrata.

 Finalmente ci incontriamo. Lei chi è? Chiesi. La voce che mi tremava un po’. Io sono colui che non esiste”, rispose sorridendo leggermente. “Io sono l’ombra dietro l’ombra”. Il nome che nessuno pronuncerà mai nei tribunali, nei giornali, nelle intercettazioni dei carabinieri. In quel momento entrò Saverio insieme a due altri uomini che riconobbi.

 Rocco Barbaro, un tipo sui 50 che gestiva i cantieri edili della zona, e Michele Nirta, che ufficialmente faceva l’autotrasportatore, ma che tutti sapevano essere coinvolto nei traffici verso il nord. Don Francesco” disse Saverio con un rispetto che non gli avevo mai sentito prima, nemmeno quando parlava dei morti. “Il ragazzo è qui, Don Francesco, questo era il suo nome, o almeno così lo chiamavano.

 Ma chi era veramente? Da dove veniva? Come era possibile che un uomo così importante così chiaramente al vertice di tutto, fosse completamente sconosciuto?” “Bene” disse don Francesco avvicinandosi a me. Antonio, stanotte ti offriremo una scelta. Puoi tornare a casa, dimenticare quello che hai visto e sentito, continuare la tua vita normale.

 Tuo padre continuerà a fare il pastore, tu troverai un lavoro onesto, magari sposerai una brava ragazza di Platti o di San Luca, avrai figli, invecchierai serenamente. Fece una pausa studiandomi attentamente. Oppure puoi entrare a far parte della vera famiglia, non quella che conoscono i magistrati, non quella di cui parlano i pentiti, non quella che appare nei giornali, la famiglia che conta davvero, quella che da 50 anni muove i fili non solo in Calabria, ma in mezza a Europa.

 Io Io non capisco balbettai. Pensavo che Don Saverio Don Saverio è un uomo d’onore mi interruppe don Francesco. Un soldato valoroso, rispettato, temuto, ma è anche una facciata. Quando i carabinieri arrestano Saverio Morabito, quando i giornali scrivono di Saverio Morabito, quando i pentiti accusano Saverio Morabito, io resto nell’ombra e nell’ombra posso continuare a lavorare.

 Iniziavo a capire, era geniale, in realtà. Saverio era il parafulmine, colui che attirava tutte le attenzioni, tutte le indagini, tutte le accuse. Ma dietro di lui c’era questa figura fantasma che nessuno conosceva, nessuno cercava, nessuno sospettava. Ma chi è lei veramente?” insistetti. Don Francesco sorrise di nuovo, ma questa volta il sorriso aveva qualcosa di triste.

 “Io sono quello che sono diventato quando ho capito che per sopravvivere in questo mondo bisogna essere più furbi di tutti gli altri. Sono nato qui, in questi monti come te, ma ho avuto la fortuna di studiare, di viaggiare, di capire come funziona il mondo là fuori. Si avvicinò all’altare e prese la candela tra le mani.

 Negli anni 60 sono andato a Milano per lavorare. Ho visto come funzionavano gli affari, la politica, l’economia. Ho capito che il vero potere non è quello che si vede, ma quello che rimane nascosto. Sono tornato qui con questa conoscenza e ho iniziato a costruire una rete. Che tipo di rete? Politici, imprenditori, magistrati, forze dell’ordine? Gente del Nord che aveva bisogno dei nostri servizi, gente del Sud che aveva bisogno di protezione.

Ho creato un sistema dove tutti hanno bisogno di tutti, ma nessuno sa chi comanda veramente. Rocco Barbaro si fece avanti. Don Francesco ha costruito quello che abbiamo oggi. I cantieri, le cooperative, gli appalti pubblici, i trasporti. Tutto quello che vedi in giro, tutto quello che dà lavoro alla gente, passa attraverso di lui, ma senza che nessuno lo sappia”, aggiunse Michele Nirta.

 Per il mondo esterno lui non esiste, è solo un vecchio pensionato che vive in una casetta di campagna e cura l’orto. Don Francesco a noi, esatto. E questo mi permette di essere dappertutto senza essere mai da nessuna parte. I miei ordini arrivano attraverso Saverio, attraverso Rocco, attraverso Michele, ma mai direttamente da me.

 E se qualcuno parla? Nessuno parla di quello che non sa, rispose semplicemente don Francesco. I pentiti possono raccontare di Saverio, possono descrivere le sue case, i suoi affari, le sue abitudini, ma di me non sanno niente perché non mi hanno mai visto, mai sentito nominare. Era perfetto, un sistema perfetto di protezione e controllo, ma c’era qualcosa che non quadrava.

 Se lei è così importante, perché mi state dicendo tutto questo? Perché correre il rischio? Don Francesco rimise la candela sull’altare e mi guardò dritto. Negli occhi. Perché sto invecchiando Antonio? Ho 73 anni e non posso andare avanti per sempre. Ho bisogno di qualcuno giovane, intelligente, che possa continuare quello che ho iniziato, qualcuno che possa diventare la mia eredità.

 Ma io non so niente di queste cose. Imparerai, inizierai dal basso, come ho fatto io. Lavorerai con Saverio, conoscerai la famiglia, capirai come funzionano gli affari, ma sempre sapendo che c’è un livello superiore, un piano più alto dove le vere decisioni vengono prese. Saverio si avvicinò e mi mise una mano sulla spalla.

 Antonio, questa è un’opportunità che capita una volta nella vita. Don Francesco ha scelto te tra centinaia di giovani. Ha visto in te qualcosa di speciale. Cosa dovrai fare? Per ora niente di diverso disse don Francesco. Continuerai a vivere la tua vita normale, ma ogni tanto avrai dei piccoli incarichi.

 Portare un messaggio, consegnare un pacco, incontrare qualcuno. Cose semplici ma importanti. E pian. Piano, se dimostri di essere affidabile, conoscerai la vera estensione della nostra organizzazione. E se dico di no, torni a casa e dimentichi tutto. Ma ricorda, questa conversazione non è mai avvenuta. Noi non ci siamo mai incontrati.

 E Don Francesco? Don Francesco non esiste. Guardai quegli uomini lì nella cappella buia, illuminati solo da quella candela tremula. Sentivo che stavo per prendere la decisione più importante della mia vita. Potevo tornare alla mia esistenza normale, sicura, prevedibile o potevo entrare in un mondo che nemmeno immaginavo, un mondo di potere e pericoli che andava ben oltre quello che credevo di conoscere.

 Io io accetto, dissi, sorprendendo me stesso per la fermezza della mia voce. Don Francesco sorrise e annuì lentamente. Bene, allora benvenuto nella vera famiglia, Antonio Caruso. La tua nuova vita inizia stanotte. I primi mesi furono come vivere due vite parallele. Di giorno ero sempre Antonio Caruso, il figlio del pastore che aiutava in casa e cercava un lavoro onesto.

 Di sera però iniziava la mia vera esistenza. I compiti all’inizio erano semplici, come aveva promesso don Francesco. Portare buste sigillate da Platì a Reggio Calabria, da San Luca a Cosenza, da Locri fino a Villa San Giovanni. Mai sapevo cosa contenessero quelle buste e mai facevo domande. Saverio mi aveva spiegato la regola d’oro fin dal primo giorno.

 Nella nostra famiglia ognuno sa solo quello che deve sapere, niente di più, niente di meno. Ma piano piano, incontro dopo incontro, iniziavo a intravedere l’immensità di quello che Don Francesco aveva costruito. Ricordo la prima volta che andai a Milano. Era novembre del 1988 e avevo appena compiuto 19 anni. Dovevo consegnare una valigetta a un certo dottor Martinelli in via Brera.

 Mi aspettavo di incontrare qualcuno come noi, magari un calabrese trasferito al nord. Invece mi trovai davanti un uomo sui 50, elegantissimo, con un ufficio al settimo piano di un palazzo. Signorile, avvocato civilista, specializzato in diritto commerciale con una clientela che includeva alcune delle più importanti aziende italiane.

 “Ah, tu devi essere il ragazzo di don Francesco” mi disse in perfetto italiano settentrionale, senza neanche un accento. “Come sta il nostro amico?” Bene, dottore, mi ha detto di consegnarle questo. Prese la valigetta senza aprirla e me la ripose in una cassaforte dietro la scrivania. Poi mi offrì un caffè e iniziò a parlare del più e del meno, del tempo, di Milano, della Calabria, ma c’era qualcosa nei suoi occhi, un rispetto misto a timore quando nominava Don Francesco che mi fece capire quanto profonde fossero le

radici di quella relazione. Sai Antonio mi disse mentre stavamo per salutarci, Don Francesco è un uomo straordinario. Ha una visione del futuro che va oltre quello che riusciamo a immaginare noi comuni mortali. Quello che ha costruito durerà per generazioni. Negli anni successivi avrei capito cosa intendeva.

La rete di Don Francesco non era fatta solo di criminali e picciotti, era un intricato sistema di relazioni che andava dalle istituzioni politiche alle alte sfere dell’economia, dalla magistratura alle forze dell’ordine. Un sistema dove ognuno aveva il suo ruolo e il suo tornaconto, dove i favori si scambiavano come moneta corrente e dove il silenzio era garantito dalla mutua convenienza.

 Nel 1990, quando avevo 21 anni, ebbi la mia prima vera prova di fiducia. Saverio mi chiamò una mattina presto e mi disse di prepararmi per un viaggio importante. Destinazione: Roma. Dovrai incontrare una persona molto importante mi spiegò mentre salivano in macchina. Un onorevole ti consegnerà un pacco che dovrai portare direttamente a don Francesco.

 Nessun altro lo deve vedere, nessun altro lo deve sapere. un onorevole Democrazia Cristiana, sottosegretario al Ministero dei Lavori Pubblici, un amico di vecchia data. Il viaggio fino a Roma mi sembrò interminabile. Continuavo a chiedermi cosa ci facesse un sottosegretario della Repubblica con la nostra famiglia, ma quando arrivai all’appuntamento, in un ristorante elegante vicino a Piazza di Spagna, iniziai a capire.

 L’onorevole Giuseppe Tamburino era un uomo sulla sessantina, capelli grigi, occhiali dorati. l’aspetto del politico di lungo corso che aveva visto nascere e morire a governi. Parlava con l’accento romano, ma quando nominò Don Francesco qualcosa nel suo tono cambiò. “È da tanto che non lo sento” mi disse consegnandomi una borsa di pelle marrone. Spero stia bene.

“Sta benissimo, onorevole. mi ha detto di salutarla da parte sua. Ricambio i saluti e digli digli che la questione di cui abbiamo parlato l’ultima volta si sta risolvendo nel modo giusto. I cantieri della Salerno Reggio Calabria avranno i fondi che servono. Quando tornai a Platì e consegnai la borsa a don Francesco, lui la aprì davanti a me per la prima volta.

 Dentro c’erano documenti, mappe, progetti e una grossa busta piena di banconote da 100.000 lire. Vedi, Antonio”, mi disse sfogliando i documenti. “Questo è il vero potere, non quello che si esercita con le pistole o con le minacce, quello che si costruisce con la pazienza, con l’intelligenza, con la capacità di essere indispensabili”.

 Mi mostrò una mappa della Calabria costellata di segni rossi. Ogni segno rosso è un cantiere, un appalto, un’opera pubblica che passa attraverso le nostre imprese, strade, ponti, edifici pubblici, impianti di depurazione, miliardi di lire che entrano nelle nostre tasche legalmente attraverso società regolarmente costituite con tanto di bilanci in ordine e tasse pagate.

 Ma come è possibile? È possibile perché abbiamo amici ovunque, politici che hanno bisogno di voti e di finanziamenti per le campagne elettorali, imprenditori che hanno bisogno di protezione e di manodopera a basso costo, funzionari pubblici che hanno bisogno di integrazione al loro stipendio. Ognuno ha qualcosa che gli altri vogliono e noi siamo i mediatori.

 Mi fece sedere davanti a una vecchia scrivania di legno e tirò fuori un quaderno nero rilegato in pelle. Questo è il vero tesoro della nostra famiglia”, disse aprendolo. “Dentro ci sono nomi, date, cifre, accordi, tutto quello che serve per far funzionare il sistema.” sfogliò alcune pagine mostrandomi elenchi di nomi che riconoscevo dai telegiornali, deputati, senatori, assessori regionali, sindaci, dirigenti di grandi aziende.

 Questi sono i nostri soci in affari, gente che ufficialmente non ha niente a che fare con noi, ma che in realtà dipende da noi per la loro stessa sopravvivenza politica ed economica. E se qualcuno dovesse tradirci? Don Francesco chiuse il quaderno e mi guardò con quegli occhi azzurri che sembravano vedere tutto. Per tradirci dovrebbero prima ammettere di aver collaborato con noi e quello significherebbe autodistruggersi.

No, Antonio, il nostro sistema è perfetto perché è basato sulla complicità reciproca. Nessuno può denunciare noi senza denunciare se stesso. In quel momento capì la genialità diabolica di quello che Don Francesco aveva creato. Non era solo un’organizzazione criminale, era un sistema politico economico parallelo, un potere che si alimentava da solo e che cresceva ogni giorno di più.

 Ma c’è un problema”, continuò Don Francesco, il tono che si faceva più serio. “Questo sistema funziona finché rimane invisibile. Se dovesse mai venire alla luce, se qualcuno dovesse mai collegare i punti, tutto crollerebbe come un castello di carte”. Cosa vuole dire? Voglio dire che la nostra forza è anche la nostra debolezza.

 Viviamo nell’ombra e nell’ombra dobbiamo rimanere per sempre. Quelle parole mi rimasero impresse nella mente. Negli anni seguenti, mentre la mia posizione nella famiglia cresceva e le mie responsabilità aumentavano, compresi sempre meglio il peso di quel segreto. Eravamo i padroni invisibili di un regno che nessuno sapeva esistere e quella invisibilità era tutto quello che avevamo.

 Ma l’invisibilità, come avrei imparato a mie spese, è una cosa fragile. Basta un niente per spezzarla. Il 1992 fu l’anno in cui tutto iniziò a crollare, anche se all’inizio non ce ne rendemmo conto. Tangentopoli scoppiò come una bomba nel mondo politico italiano e molti dei nostri amici finirono sotto indagine. L’onorevole Tamburino fu arrestato a giugno per corruzione e con lui caddero una dozzina di altri politici che comparivano nel quaderno nero di don Francesco.

 Non è niente ci disse Don Francesco durante una riunione notturna nella solita cappella. Tempeste politiche ne abbiamo viste tante, passerà anche questa. Ma io vedevo qualcosa nei suoi occhi che non avevo mai visto prima. Preoccupazione. Per la prima volta in tutti quegli anni Don Francesco non sembrava avere tutto sotto controllo.

 Il vero problema arrivò nel 1993, quando Giovanni Falcone e Paolo Borsellino furono uccisi. L’opinione pubblica si scatenò contro la mafia e lo Stato rispose con una repressione senza precedenti. Le forze dell’ordine ricevettero poteri speciali. I magistrati misero sotto indagine chiunque avesse anche solo un lontano collegamento con le cosche e noi che per decenni eravamo rimasti invisibili iniziamomo a sentire il fiato sul collo.

La prima crepa nel sistema si aprì quando arrestarono Rocco Barbaro. Durante una perquisizione nella sua casa trovarono un’agenda con alcuni numeri di telefono sospetti. Numeri che se qualcuno avesse fatto i controlli giusti avrebbero potuto portare a persone che ufficialmente non avrebbero mai dovuto avere contatti con un dranghetista.

Rocco non parlerà”, disse Saverio, ma la sua voce non suonava più sicura come un tempo. “Il problema non è se parlerà o no”, replicò don Francesco. “Il problema è quello che potrebbero scoprire da soli.” Aveva ragione. I magistrati di quegli anni erano diversi da quelli del passato, più motivati, più preparati, con mezzi tecnologici che prima non esistevano.

 Le intercettazioni telefoniche diventarono la norma, i controlli bancari si intensificarono. La collaborazione internazionale tra forze di polizia aumentò. Il nostro mondo perfetto, basato sulla segretezza e sulla complicità, iniziò a scricchiolare. Nel 1994 arrivò il colpo che cambiò tutto. Un pentito di Reggio Calabria, Antonino Callea, iniziò a raccontare ai magistrati di un vecchio che nessuno conosceva, ma che tutti rispettavano.

 Non sapeva il suo nome, non aveva mai visto la sua faccia, ma aveva sentito sussurrare. Della sua esistenza da altri uomini. Onore. “C’è qualcuno sopra, Morabito?” disse Callea durante un interrogatorio che lessi anni dopo negli atti processuali. “Qualo che decide davvero, ma non so chi sia”. Bastò quella frase per scatenare l’inferno.

 I carabinieri iniziarono a indagare su chiunque avesse mai avuto contatti con Saverio. Analizzarono ogni movimento bancario sospetto, ogni chiamata telefonica, ogni incontro. Don Francesco convocò una riunione d’emergenza, non nella cappella. Stavolta, ma in una casa di campagna sperduta tra i monti dell’Aspromonte, un posto che usavamo solo nelle occasioni più importanti.

 “Dobbiamo sparire”, disse senza girarci intorno. “Tutti quanti per sempre”. “Come sparire?” chiesi. “Avevo 25 anni ed ero diventato il suo braccio destro, l’unico oltre a Saverio che conosceva davvero l’estensione del nostro sistema. Io me ne vado. Domani mattina. Ho dei documenti falsi preparati da anni. una casa in un paese dell’Est Europa dove nessuno mi troverà mai.

Chi comanda a Buccinasco: la terra dei clan e l'attesa per Micu Papalia, il Papa di 'ndrangheta in cella dal 1977- Corriere.it

 Saverio continuerà a fare la faccia pubblica della famiglia, attirerà l’attenzione su di sé, come ha sempre fatto. E tu? mi guardò a lungo prima di continuare. Tu dovrai scomparire in un modo diverso. Dovrai diventare invisibile rimanendo in vista, trovare un lavoro normale, sposarti, fare figli, vivere una vita onesta, ma tenere vivo il ricordo di quello che abbiamo costruito e il sistema, tutto quello che abbiamo fatto, il sistema sopravviverà.

 i contatti che abbiamo creato, le amicizie che abbiamo coltivato, i debiti di riconoscenza che abbiamo accumulato. Tutto questo rimarrà anche senza di noi. Ma deve dormire per anni, forse per decenni, fino a quando il mondo non si sarà dimenticato di noi. Quella fu l’ultima volta che vidi Don Francesco.

 Il giorno dopo, quando andai nella sua casetta di campagna, non c’era più niente. Nessun mobile, nessun documento, nessuna traccia che qualcuno avesse mai vissuto lì. era scomparso nel nulla, proprio come aveva sempre saputo fare. Saverio fu arrestato nel 1995. Lo processarono per associazione mafiosa, estorsione, traffico di stupefacenti.

 Lo condannarono a 20 anni, di cui ne scontò 12. Durante tutto quel periodo non pronunciò mai il nome di don Francesco. Nemmeno sapevo se se lo ricordasse ancora o se aveva fatto come me. Sepolto quel ricordo così in profondità da convincersi che fosse stato solo un sogno. Io feci come mi aveva detto don Francesco.

 Trovai un lavoro come impiegato alle poste. Sposai una brava ragazza di Platì. Ebbi due figli. Per 30 anni vissi una vita normale, tranquilla, onesta. La gente del paese mi stimava, mi considerava una persona per bene che era riuscito a restare fuori dai guai. Ma ogni tanto, quando leggevo sui giornali di arresti eccellenti, di politici coinvolti in scandali, di appalti pubblici assegnati in modo sospetto, vedevo la mano invisibile di don Francesco.

 Il sistema che aveva creato continuava a funzionare anche senza di lui, come un organismo che vive di vita propria. E allora capivo che aveva avuto ragione. Il vero potere non è quello che si vede, è quello che rimane nascosto, che agisce attraverso altri, che non lascia tracce. Oggi ho 56 anni.

 Saverio Morabito è morto 2 anni fa di cancro nel suo letto di casa. I giornali hanno scritto di lui come dell’ultimo grande capo della vecchia Andrangheta, l’uomo che aveva guidato una delle cosche più potenti della Calabria. Hanno ricostruito la sua vita, i suoi affari, i suoi crimini, ma non hanno mai scritto di Don Francesco, perché Don Francesco non è mai esistito, almeno ufficialmente.

 Non c’è una sua foto negli archivi della polizia, non c’è il suo nome in nessun fascicolo giudiziario, non ci sono intercettazioni che lo nominano. È un fantasma che ha creato un impero e poi è svanito nel nulla, ma io so che è ancora là fuori. Magari è morto di vecchiaia in qualche sperduto paese dell’Est Europa, portando i suoi segreti nella tomba, oppure è ancora vivo, nascosto da qualche parte, che continua a muovere i fili di un sistema che lui stesso ha messo in moto 40 anni fa.

 E so che da qualche parte, in questo momento, c’è un altro ragazzo come ero io, un ragazzo intelligente, ambizioso, che cresce in qualche paese della Calabria e che un giorno incontrerà qualcuno che gli dirà: “Potrei avere bisogno di uno come te”. Qualcuno che gli racconterà che dietro i capi visibili, dietro quelli che finiscono sui giornali e davanti ai tribunali, c’è sempre un’ombra più profonda, un potere che non ha nome né volto, ma che continua a esistere, a crescere, a influenzare la vita di milioni di persone, perché questa è la

verità che ho portato dentro per 30 anni. L’andrangheta che conoscete voi, quella dei processi e degli arresti, è solo la punta dell’iceberg, la parte che emerge, che si lascia vedere, che serve a nascondere quello che sta sotto. Il vero potere dell’andrangheta non sta nei kalashnikov o nelle bombe, sta nella sua capacità di essere invisibile, pur essendo ovunque, di condizionare senza apparire, di comandare senza esistere.

Saverio Morabito era un grande uomo d’onore, questo è vero, ma non era il capo. Era solo un attore che recitava la parte del capo, mentre il vero regista rimaneva dietro le quinte. E adesso che Saverio è morto e che io sono un vecchio che ha deciso di rompere il silenzio, forse pensate che tutto sia finito, che con questa confessione si chiuda un capitolo? Vi sbagliate.

 Don Francesco mi ha insegnato che il vero potere si trasmette come un testimone di generazione in generazione che non muore con le persone, ma continua a vivere attraverso il sistema che hanno creato. Da qualche parte, in questo momento, c’è un altro Don Francesco, uno che nessuno conosce, che nessuno cerca, che nessuno sospetta, uno che ha imparato la lezione e che continua l’opera.

 L’ombra dietro l’ombra esiste ancora e continuerà a esistere finché qualcuno sarà disposto a credere che il potere vero sia quello che si vede. Io ho 70 anni adesso e ho deciso di parlare perché non ho più nulla da perdere. I miei figli sono cresciuti onesti, lontani da questo mondo. Mia moglie non ha mai saputo niente del mio passato.

 La mia vita normale è stata davvero normale. Ma ogni notte, prima di addormentarmi, penso a don Francesco. Mi chiedo se sia ancora vivo, se legga sui giornali delle operazioni antimafia e sorrida pensando a quanto poco sappiano davvero. Mi chiedo se da qualche parte, in una casa anonima, di una città anonima, ci sia un vecchio che sfoglia un quaderno nero e decide il destino di politici e imprenditori che non sanno nemmeno di essere nelle sue mani.

 Mi chiedo se il sistema che abbiamo costruito 40 anni fa sia ancora attivo, ancora efficiente, ancora invisibile. E la risposta, “Lo so, è sì, perché il vero genio di don Francesco non è stato creare un’organizzazione criminale, è stato creare un’idea, l’idea che il potere più grande è quello che nessuno vede. E le idee, a differenza degli uomini sono immortali.

 Questo è tutto quello che posso dirvi. Il resto lo scoprirete da soli se avrete il coraggio di guardare oltre le apparenze, oltre i nomi che conoscete, oltre le storie che vi raccontano. Dietro ogni Saverio morabito c’è sempre un Don Francesco. Dietro ogni ombra c’è sempre un’ombra più profonda. Fine.

 Questa storia è stata ricostruita dalle confessioni di Antonio Caruso registrate nel 2024 prima della sua morte per cause naturali. Le autorità hanno aperto un’indagine sulle rivelazioni contenute in questo racconto, ma finora non sono emersi elementi concreti per confermare l’esistenza di Don Francesco o del sistema da lui descritto. Molti investigatori ritengono che si tratti di fantasie di un vecchio, forse colpito da demenza senile.

 Altri credono che Caruso abbia voluto deliberatamente depistare le indagini inventando una figura inesistente per proteggere i veri responsabili. Ma c’è un terzo gruppo di investigatori che prende sul serio queste confessioni. Sono quelli che hanno passato una vita a indagare sulla Andrangheta e che sanno quanto questa organizzazione sia complessa, sofisticata, capace di evolversi e adattarsi.

 Sono quelli che si chiedono e se Antonio Caruso avesse detto la verità? E se dietro ogni boss arrestato, ogni operazione di polizia, ogni processo che fa notizia ci fosse davvero qualcosa di più profondo e nascosto? E se l’andrangheta che conosciamo fosse davvero solo la punta dell’iceberg? La risposta a queste domande forse non la sapremo mai o forse la stiamo già vivendo senza rendercene conto.

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