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Ex mafioso PENTITO RIVELA: I SOLDI NON PASSANO DA Giovanni Brusca

Mi chiamo Salvatore. Salvatore Messina, anche se questo nome ormai non significa più nulla. Per 40 anni ho vissuto nel silenzio, nascosto dietro l’omertà che ci teneva tutti legati come catene invisibili. Oggi, a 72 anni, con la morte che mi respira sul collo e il peso di troppi segreti che mi schiaccia il petto, ho deciso di parlare non per pentimento, non per redenzione, ma perché la verità deve uscire prima che io me ne vada.

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Sono cresciuto a Corleone negli anni 60, quando il paese puzzava ancora di sangue e di paura. Mio padre, Calogero Messina, faceva il contadino per don Luciano Leggio e io, ragazzino di 12 anni, già sapevo che alcune cose non si dovevano mai dire. Alcuni nomi non si dovevano mai pronunciare. La mafia non era qualcosa di cui si parlava.

La mafia semplicemente era come l’aria che respiravamo, come il sole che sorgeva ogni mattina sulle colline brulle della Sicilia centrale. Casa nostra era una catapecchia di due stanze in via Bentivegna, con i muri scrostati e il tetto che perdeva quando pioveva forte. Ma mio padre non si lamentava mai. Figlio mio mi diceva mentre si lavava le mani sporche di terra nel catino di latta, “Chi lavora per Don Luciano non muore mai di fame e soprattutto non muore.

” Capì il significato di quelle parole quando avevo 14 anni. Era l’estate del 1966 e in paese si parlava sottovoce di Michele Navarra, il medico che per anni aveva comandato a Corleone prima che Leggio prendesse il potere. Navarra era morto in un agguato due anni prima, ma ancora c’era chi mormorava che non tutti i suoi uomini erano stati eliminati.

Una sera, mentre tornavo dai campi dove avevo passato la giornata a badare alle pecore di zio Peppe, vidi mio padre parlare con un uomo che non riconobbi. Era alto, magro, vestito di nero, con un cappello calato sugli occhi. Parlarono per 10 minuti davanti al bar centrale. Poi l’uomo se ne andò verso la chiesa. Chi era quello? chiesi a papà quando tornò a casa.

Guardò con quegli occhi stanchi che aveva sempre dopo aver lavorato nei campi di don Luciano. Nessuno che tu debba conoscere, salva tu. E se qualcuno ti chiede, tu non hai visto niente. Il giorno dopo l’uomo in nero fu trovato morto in una scarpata fuori paese. I carabinieri dissero che era scivolato, ma tutti sapevamo che gli uomini di Leggio non perdonavano mai chi cercava di riorganizzare i resti della banda Navarra.

Fu quella la prima volta che capì veramente cosa significasse vivere a Corleone. Non bastava lavorare e tacere, dovevi anche dimostrare la tua lealtà quando serviva, anche se significava vedere un uomo morire e far finta di niente. A 18 anni entrai ufficialmente in Cosa Nostra. Non fu una scelta romantica né un sogno di potere, fu necessità pura.

Mio fratello minore Peppino aveva fatto il cretino con la figlia sbagliata, quella di Calogero Bagarella, capodecina di una famiglia di Palermo. Il messaggio arrivò chiaro attraverso don Luciano. O Peppino moriva o io diventavo uomo d’onore e rispondevo personalmente dei suoi errori. La cerimonia si svolse in una masseria abbandonata sulle colline sopra Corleone in una notte senza luna dell’ottobre 1972.

C’erano don Luciano Leggio, Salvatore Riina, che allora era ancora il suo braccio destro, e altri cinque uomini che riconobbi solo di vista. L’aria sapeva di sterco di capra e di umidità. Salvatore Messina disse don Luciano con quella sua voce che sembrava uscire da una grotta. Sei qui per entrare nella nostra famiglia? Sai cosa significa? Sì, don Luciano, significa che da oggi la tua famiglia di sangue viene dopo la famiglia d’onore.

Significa che se ti diciamo di ammazzare tuo padre, tu lo ammazzi senza fare domande. Significa che il silenzio è la tua seconda pelle e la vendetta è la tua religione. Mi punse un dito con una spina di fico d’India, mise qualche goccia del mio sangue su un’immaginetta di Sant’Antonio, poi la bruciò con un fiammifero.

Come brucia questa immagine? Così brucerà la tua anima se tradirai Cosa Nostra. Quella notte tornai a casa diverso. Non ero più Salvatore Messina, il figlio del contadino di Corleone. Ero un soldato di una delle organizzazioni più potenti e spietate del mondo e ancora non sapevo che quello era solo l’inizio di un viaggio che mi avrebbe portato nel cuore più nero e nascosto della mafia siciliana.

I primi anni li trascorsi facendo il soldato semplice. Estorsioni ai commercianti del paese, controllo del territorio, qualche pestaggio quando serviva a disciplinare chi non pagava il pizzo o parlava troppo. Niente di troppo complicato, ma abbastanza per farmi capire come funzionava veramente il sistema. La prima estorsione che feci fu al panettiere Giuseppe Termine, un ometto di 50 anni con sei figli e una moglie malata di cuore.

Andai nel suo negozio una mattina di novembre mentre stava infornando il pane per la giornata. “Peppe”, gli dissi appoggiandomi al bancone. “Sai chi sono?” Lui smise di impastare e mi guardò con occhi spaventati. “Sei il figlio di Calogero Messina”. “Esatto. E sai per chi lavora mio padre?” annuì senza dire niente. Bene, allora sai anche che questo paese deve essere tranquillo e sicuro per tutti e per mantenerlo così chi lavora qui deve contribuire.

2000 lire al mese ogni primo del mese è poco? No, 2000 lire non erano poco per uno come lui. Ma Termine non protestò, prese i soldi dal cassetto e me li diede senza dire una parola. Quello fu il mio primo stipendio da mafioso, ma avevo un talento particolare che mi distingueva dagli altri soldati. Sapevo fare i conti, non come quei cafoni che sapevano solo sparare e urlare.

Io capivo i numeri, capivo come far girare i soldi senza lasciare tracce, capivo che il vero potere non stava nella violenza, ma nel controllo dell’economia. Fu don Luciano stesso ad accorgersene quando gli portai i conti delle estorsioni del mese con tutti i calcoli precisi, divisi per quartiere e per categoria di commerciante.

Messina mi disse, “tu non hai la testa di un soldato, hai la testa di un ragioniere”. Non sapevo se era un complimento o un insulto, ma capi che era l’inizio di qualcosa di diverso quando nel 1978 mi chiamarono a Palermo. Don Totori in persona mi convocò in una villa a Bagheria, una di quelle case signorili con il giardino pieno di limoni e la vista sul mare che sembravano appartenere a un mondo completamente diverso da quello delle strade polverose di Corleone.

Inna mi ricevette nel bimmo sedasi salone principale seduto dietro una scrivania di Mogano che doveva costare più di quanto mio padre guadagnava in un anno. Aveva 48 anni, i capelli ancora neri pettinati all’indietro e quegli occhi freddi che ti studiavano come fossi una bestia al mercato. Messina mi disse con quella voce raschiante che sarebbe diventata famosa in tutta Italia.

Mi hanno detto che sei bravo coi numeri. Faccio quello che posso, don Totò. Bene, perché abbiamo bisogno di qualcuno che sappia far sparire certi movimenti. Il mondo sta cambiando, ragazzo. Non basta più ammazzare e basta. Bisogna essere più furbi, più moderni. Bisogna imparare a far parlare i soldi invece delle lupare.

Ricordo ancora l’odore di Zagara nell’aria e il rumore delle onde che si infrangevano sugli scogli in fondo al giardino. Riina si alzò, andò alla finestra e rimase in silenzio per qualche minuto guardando il mare. Sai cosa penso io, Messina? Penso che tra 20 anni la gente si dimenticherà dei morti, ammazzati, ma non si dimenticherà mai di chi gli ha rubato la casa, il lavoro, il futuro.

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