Mi chiamo Salvatore, ma tutti mi chiamavano Turi. Oggi ho 68 anni e vivo in una casa sperduta tra le colline dell’entroterra siciliano, lontano da tutto e da tutti. Per 40 anni ho tenuto chiuso in petto un segreto che mi ha divorato l’anima giorno dopo giorno. Ora che la morte si avvicina e che tutti i protagonisti di questa storia sono morti o in galera, posso finalmente parlare.
Era il 1987 quando tutto iniziò. Io ero un soldato di Cosa Nostra, appartenevo alla famiglia di Corleone sotto Totòina, Ukurtu, come lo chiamavamo noi. Non ero nessuno di importante, solo uno che faceva il suo dovere senza fare troppe domande. Cresciuto per strada a Palermo, orfano di padre morto, ammazzato quando avevo 12 anni, la cosa Nostra era diventata la mia famiglia.
Ricordo perfettamente quel pomeriggio di maggio. Il sole picchiava forte sui tetti di Corleone e l’aria sapeva di Zagara. Rina mi aveva chiamato a casa sua, una villa bianca con le persiane verdi in via Scorsone. “Turi” mi disse con quella sua voce bassa e roca, “Ho bisogno che tu faccia da guardia a mia moglie quando io non ci sono.
” Ci sono troppe chiacchiere in giro, troppi nemici. Ninetta Bagarella, la moglie di Rina, aveva 36 anni ed era ancora una bella donna. Capelli neri raccolti, occhi verdi come il mare di Mondello e un modo di muoversi che ti faceva perdere la testa. Era la sorella di Leoluca Bagarella, anche lui un nome che contava nella famiglia.
Sposata con Riina dal 74, aveva già tre figli, Giovanni, Maria Concetta e Giuseppe. “Tu non parli con nessuno”, mi aveva detto Riina fissandomi con quei suoi occhi freddi. “Tu vedi, senti e zittisci”. “Capisci?” Capisco, Don Totò”, avevo risposto senza immaginare che quelle parole avrebbero segnato l’inizio della mia dannazione. I primi mesi filarono via tranquilli.
Accompagnavo Ninetta quando doveva fare la spesa al mercato di Corleone. La portavo dalle sue sorelle, la aspettavo fuori dalla chiesa quando andava a messa la domenica. Lei mi trattava con rispetto, ma con distacco. Come si fa con la servitù? Io le rispondevo sempre: “Signora” e tenevo gli occhi bassi. Ma le cose iniziarono a cambiare quella sera di settembre, quando Riina era andato a Palermo per un incontro con gli altri capi famiglia.
Ninetta era rimasta sola con i bambini e io dormivo nel garage come mi aveva ordinato Ukurtu. Verso le 2:00 di notte sentìi bussare piano alla porta. Turi, sei sveglio? Era la sua voce. Aprìi la porta e la trovai lì in camicia da notte bianca con i capelli sciolti sulle spalle. Tremava. Ho sentito dei rumori nel giardino”, mi disse.
“Puoi venire a controllare?” Presi la pistola e feci il giro della villa. Non c’era nessuno, solo il vento che muoveva gli ulivi. Quando tornai, lei era ancora lì che mi aspettava. “Grazie, Turi, vuoi un caffè?” Quella fu la prima volta che entrai in cucina, seduto al tavolo dove mangiava la famiglia di Totoriina. Lei mi servì il caffè e si sedette di fronte a me.

Per l’am prima volta mi guardò negli occhi. “Da quanto tempo sei con mio marito? mi chiese, “Da 10 anni, signora, e non hai mai pensato di farti una famiglia?” Quella domanda mi colpì. Avevo 32 anni e non avevo mai avuto una donna fissa. Nel nostro mondo l’amore era un lusso che pochi potevano permettersi.
“Non è tempo, signora.” Lei sorrise per la prima volta, un sorriso triste che mi fece male al petto. “Sai Turi, a volte penso che anche noi donne siamo prigioniere di questa vita. sposate a uomini che non scegliamo, madri di figli che cresceranno in questo mondo di morte. Non sapevo cosa rispondere. Nessuna donna mi aveva mai parlato così con quella sincerità cruda.
Da quella notte qualcosa cambiò tra noi. Lei iniziò a trovarle sempre una scusa per parlari, un bicchiere d’acqua quando facevo la guardia nel giardino, una sigaretta quando aspettavo fuori dal parrucchiere, un panino quando il servizio si allungava. Piccole attenzioni che mi facevano sentire vivo per la prima volta in anni.
E io, Dio mi perdoni. Iniziai a desiderarla. Non solo il suo corpo, che era bello da togliere il fiato, ma la sua compagnia, le sue parole, il modo in cui mi guardava come se fossi un uomo e non solo un soldato. Un pomeriggio di ottobre, mentre aspettavo che uscisse dalla sarta, iniziò a piovere. Quando tornò alla macchina era fradicia.
I suoi capelli neri le si erano attaccati al viso, la camicetta bianca le si era trasparentata sulla pelle. Salì in macchina e mi sorrise. “Sono come un pulcino bagnato”, disse ridendo. Non riuscì a trattenermi. “Signora, voi siete la donna più bella che abbia mai visto”. Lei smise di ridere e mi fissò.
Per un momento che mi sembrò eterno, non si sentì altro che il rumore della pioggia sul tetto dell’auto. “Turi”, sussurrò. “Non dovevi dirlo?” “Lo so, signora, ma è la verità”. Lei allungò la mano e mi toccò il viso. Le sue dita erano fredde e dolci. Anche tu per me non sei solo una guardia del corpo. Quella fu la nostra prima confessione.
Il primo passo verso l’abisso. Dopo quella confessione sotto la pioggia tutto cambiò. Ninetta e io eravamo come due condannati a morte che aspettano l’esecuzione. Ogni sguardo, ogni parola, ogni secondo passato insieme era un passo più vicino alla dannazione. Ma non riuscivamo a fermarci. Le settimane che seguirono furono un inferno di tensione.
Riina era sempre più spesso fuori casa, impegnato nella guerra che stava conducendo contro i suoi nemici. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino stringevano il cerchio attorno a Cosa Nostra e Ukurtu rispondeva con la violenza che lo aveva reso famoso in tutta la Sicilia. Ogni giorno portava notizie di omicidi, attentati, lupare bianche.
“Questi sbirri pensano di poterci sconfiggere”, mi disse una sera mentre pulivamo le armi nel garage. “Ma si sbagliano. Noi siamo stati qui prima di loro e saremo qui anche dopo.” Io annuivo, ma la mia mente era altrove. Era con Ninetta che quella mattina mi aveva sfiorato la mano passandomi un bicchiere d’acqua, un gesto di un secondo che mi aveva fatto tremare come un ragazzino.
Il punto di non ritorno arrivò una domenica di novembre. Rina era partito per Palermo con Leoluca Bagarella e non sarebbe tornato prima di martedì. I bambini erano dai nonni a Corleone Paese. Ninetta e io eravamo soli nella villa. Era pomeriggio quando lei mi chiamò. Turi, puoi aiutarmi a spostare un mobile in camera da letto? Salì al piano superiore per la prima volta.
La camera da letto era grande, con un letto matrimoniale coperto da un copriletto bianco ricamato. Alle pareti foto di famiglia e crocifissi. L’odore era quello di lei. Gelsomino e sapone di Marsiglia. È questo disse indicando un armadio pesante. Devo spostarlo per pulire dietro. Ci mettemmo uno da ogni parte e iniziammo a spingere.
Le nostre mani si toccarono sul bordo dell’armadio e rimanemmo così, fermi a guardarci. Il cuore mi batteva così forte che pensavo potesse sentirlo. “Ninetta”, sussurrai chiamandola per nome per la prima volta. “Turi?” “No, disse lei, ma non si mosse. Da mesi ci giriamo intorno come due pazzi.
Non posso più fare finta di niente.” Lei chiuse gli occhi. “Sai cosa ci succede se ci scoprono?” Lo sapevo. Avevo visto cosa faceva Riina ai traditori. Pino Greco, soprannominato Scarpuzzedda, lo aveva fatto trovare disciolto nell’acido dopo che aveva saputo che parlava con gli sbirri e quello era solo un pentito, uno che tradiva la moglie del capo dei capi.
“Mi ammazzerebbe con le sue mani”, dissi. “E a te?” “Non voglio neanche pensarci”. “Allora perché stiamo qui?” Non risposi. Invece l’avvicinai a me e la baciai. Le sue labbra erano calde e sapevano di caffè. Lei si irrigidì per un momento, poi mi abbracciò forte, come se stesse annegando e io fossi l’unica ancora di salvezza.
Facemmo l’amore su quel letto dove dormiva ogni notte con Totoriina. Fu dolce e disperato allo stesso tempo, come se sapessimo che poteva essere la prima e l’ultima volta. Dopo rimanemmo abbracciati mentre fuori si faceva buio. Siamo pazzi. disse lei con la testa appoggiata sul mio petto. Lo so, questo non può continuare.
Lo so, ma continuò. Per 6 mesi Ninetta e io fummo amanti clandestini nella casa dell’uomo più pericoloso di Sicilia. Ogni volta che Rina usciva, noi trovavamo un modo per stare insieme nel garage, nel giardino, dietro la villa, una volta perfino in macchina, mentre aspettavamo che finisse di fare la spesa.
Imparai a conoscere ogni centimetro del suo corpo, ogni suo sospiro, ogni sua paura. mi raccontò di quando era ragazza a Corleone, di come aveva sognato di diventare maestra, di come invece era finita sposata a 14 anni con un uomo che già allora ammazzava per vivere. “Non ho mai scelto niente nella mia vita” mi disse una notte mentre giacevamo sul pavimento del garage.
“Neche mio marito, fu mio padre a decidere”. Diceva che i Bagarella dovevano legarsi ai Riina per diventare più forti. “E adesso? Adesso, per la prima volta sto scegliendo io. Sbaglio, ma scelgo. Io le accarezzai i capelli. Anch’io sto scegliendo e ho scelto te, ma il destino in Sicilia è sempre in agguato dietro l’angolo.
Una sera di aprile del 1988 Riina tornò a casa prima del previsto. Ninetta e io stavamo parlando in giardino, seduti sulla panchina sotto il limone. Non stavamo facendo niente di compromettente, ma lui ci guardò con un’espressione che non avevo mai visto prima. Turi mi disse, “Vieni qua.” Mi alzai e lo seguì in casa.
Ninetta rimase fuori, ma la vidi tremare. “Da quanto tempo la conosci?” mi chiese accendendo una sigaretta. “Dal maggio dell’anno scorso, don Totò. Da quando mi avete dato l’incarico? E come la trovi?” Era una domanda tra bocchetto. Lo capi dal modo in cui mi guardava, con quegli occhi piccoli e freddi che avevano visto morire centinaia di uomini.
“È una signora per bene, Don Totò? una moglie e una madre esemplare. Lui tirò una boccata lunga dalla sigaretta. Sì, è vero. Ma sai Turi, a volte ho l’impressione che mia moglie sia, come dire, troppo confidenziale con te. Il sudore iniziò a scendermi lungo la schiena. Don Totò, io rispetto la signora come rispetto voi. Niente di più, niente di meno.
Lo so, Turi, tu sei un uomo d’onore e gli uomini d’onore non tradiscono mai la fiducia che si ripone in loro, vero? Vero, Don Totò mi guardò ancora per qualche secondo che mi sembrarono ore, poi sorrise, ma era un sorriso che faceva paura. Bene, allora domani mattina partirai per Palermo. Ho un lavoro per te.
Il lavoro era un omicidio. Dovevo ammazzare un commerciante che non pagava il pizzo, un lavoro di routine che normalmente avrebbe fatto uno dei suoi sottoposti, ma io capi che era un test o forse una punizione. Quella notte non riusci a chiudere occhio. Ninetta non riuscì a vedermi prima che partissi. Il mattino dopo salì su una Fiat ritmo rubata e partii per Palermo con il cuore pieno di paura e il presentimento che tutto stesse per finire.
Non sapevo ancora che quella sarebbe stata l’ultima volta che vedevo Ninetta viva. Il lavoro a Palermo andò bene, troppo bene. Ammazzai il commerciante davanti al suo negozio in via Maqueda, due colpi alla nuca mentre scaricava delle casse di frutta. Nessuno vide niente, nessuno sentì niente. In Sicilia la cecità e la sordità sono virtù che ti tengono in vita.
Tornai a Corleone tre giorni dopo con la sensazione che qualcosa fosse cambiato. La villa sembrava più silenziosa del solito e Ninetta non venne a salutarmi quando arrivai. Mi disse che era indisposta, che aveva il mal di testa. Riina mi accolse con una pacca sulla spalla. Bravo Turi, hai fatto un buon lavoro.
Quel verme non darà più fastidio a nessuno. Nei giorni che seguirono, notai che l’atmosfera in casa era strana. Ninetta mi evitava, non mi guardava mai negli occhi e quando doveva parlarmi lo faceva solo per le cose necessarie. I bambini sembravano più silenziosi del solito e perfino la domestica, una vecchia che lavorava per Irina da 20 anni, mi guardava con un’espressione che non riuscivo a decifrare.
Una sera, mentre cenavo nel garage, come sempre, sentì delle voci concitate provenire dalla villa. Riina stava gridando e ogni tanto si sentiva la voce di Ninetta che piangeva. Poi silenzio. Il giorno dopo Riina mi chiamò nel suo studio. era seduto dietro una scrivania di mogano con davanti alcuni fogli e una pistola, una beretta che conoscevo bene perché era quella che usava per i lavori più importanti.
“Turri, siediti”, mi disse senza alzare gli occhi dai fogli. Mi sedetti di fronte a lui cercando di mantenere la calma, ma dentro di me sapevo che era arrivato il momento che avevo sempre temuto. Sai iniziò Rina, in tutti questi anni ho imparato che la famiglia è la cosa più importante del mondo. La famiglia di sangue, ma anche quella che ti scegli.
Cosa Nostra è la mia famiglia e io sono il padre di tutti voi. Annui senza dire niente. Un padre deve proteggere la sua famiglia da qualsiasi minaccia. Anche quando quella minaccia viene da dentro, si alzò e venne verso di me. Aveva in mano la pistola. Mia moglie mi ha confessato tutto, Turi. Sentì il mondo crlarmi addosso. Ninetta aveva parlato, aveva confessato la nostra relazione.
Ora sarei morto e probabilmente anche lei. Don Totò provai a dire, ma lui mi zittì alzando una mano. Non dire niente, non serve. Lei mi ha detto tutto. Di come tu l’hai sedotta, di come l’hai minacciata. di come l’hai costretta a tradirmi. Non era vero. Era stata una cosa nata da sola, senza costrizioni, senza minacce, ma capì che Ninetta aveva inventato quella versione per salvarsi la vita e io non potevo biasimarla.
“Lei è una donna debole”, continuò Rina. “e tu hai approfittato della sua debolezza. Hai tradito la mia fiducia, hai disonorato la mia famiglia, hai violato le regole più sacre di Cosa Nostra”. mi puntò la pistola alla testa. Il metallo era freddo sulla mia tempia. Sai qual è la punizione? Per chi tradisce? Lo so, don Totò. Dimmi qual è la morte.
Esatto, la morte. Rimase così per quello che mi sembrò un’eternità. Io aspettavo il colpo pensando agli ultimi mesi passati con Ninetta, al sapore delle sue labbra, al calore del suo corpo. Se dovevo morire almeno sarei morto per amore. Poi Riina abbassò la pistola. Ma oggi sono buono”, disse con un sorriso che mi gelò il sangue.
“Tu non morirai, almeno non subito.” Si sedette di nuovo dietro la scrivania. “Vedi Turi, ammazzarti sarebbe troppo facile, troppo veloce. Tu devi soffrire come hai fatto soffrire me. Devi pagare ogni giorno per quello che hai fatto.” Non capivo dove volessi andare a parare. “Da oggi tu lavorerai per me come hai sempre fatto, ma non sarai più la guardia del corpo di mia moglie. Avrai altri compiti.
Compiti che ti faranno ricordare ogni giorno il prezzo del tradimento. Mi consegnò una busta. Dentro ci sono i dettagli del tuo primo nuovo lavoro. Un pentito che vuole collaborare con la giustizia. Devi trovarlo e farlo tacere per sempre in modo che tutti capiscano cosa succede a chi tradisce Cosa Nostra.
Presi la busta con mani che tremavano. Don Totò e la signora. Il suo sorriso si allargò. Mia moglie ha bisogno di una lezione, ma questo non ti riguarda più. Quella notte non chiusi occhio. Il giorno dopo, prima di partire per il nuovo lavoro, riuscìi a vedere Ninetta mentre stendeva i panni nel giardino.
Aveva un livido sulla guancia sinistra e un taglio sul labbro. Mi guardò per un secondo e in quel secondo vidi tutto: la paura, il dolore, il rimorso. Poi distolse lo sguardo e continuò a stendere. Partì quella mattina stessa, destinazione Trapani. Il pentito si chiamava Vincenzo Aiello, un ex soldato della famiglia di Mazzara che aveva deciso di collaborare con il giudice Falcone.
Dovevo ammazzarlo prima che potesse testimoniare. Lo trovai in una casa sicura fuori città. Era solo, protetto da due carabinieri che eliminai senza difficoltà. Quando entrai nella casa, Aello mi stava aspettando seduto a un tavolo con le mani giunte. So perché sei qui, mi disse Rina ti ha mandato. Sì, sai che anch’io ho tradito? Come te lo guardai senza capire.
Anch’io ho tradito la famiglia continuò. Ma io ho tradito per salvare mia figlia. Tu per cosa hai tradito? Non risposi. Estrassi la pistola e gli sparai tre colpi al petto. Morì subito, senza soffrire. Era l’ultima gentilezza che potevo fare. Quando tornai a Corleone due giorni dopo, la villa era vuota. Rina era partito per uno dei suoi rifugi segreti e con lui tutta la famiglia.
Ninetta, i bambini, tutti scomparsi. La domestica mi disse che la signora era stata portata via quella mattina stessa. Dove? Le chiesi. Lei scosse la testa e si fece il segno della croce. Non rividi mai più Ninetta. Seppi solo anni dopo che era morta in un incidente stradale vicino ad Agrigento.
L’auto su cui viaggiava si era schiantata contro un albero. Nessun testimone, nessun superstite. Ma io so che non fu un incidente. Io so che Rina mantenne la sua promessa. Ninetta pagò per il nostro amore con la vita e io sono rimasto qui a soffrire ogni giorno come lui voleva. Dopo la morte di Ninetta io diventai un altro uomo.
O forse smisi di essere un uomo del tutto. Rina mi usava come il suo esecutore personale, quello che chiamavano quando c’era da fare i lavori più sporchi, omicidi, torture, intimidazioni. Non importava quanto fosse orribile il compito, io lo facevo senza fiatare, perché dentro di me era già tutto morto. Per 5 anni fui la sua ombra di morte.
Ammazzai pentiti, magistrati, carabinieri, giornalisti. Ammazzai Giovanni Falcone nel maggio del 92 insieme a Cosa Nostra che preparò mezzo kilometro di autostrada imbottita di tritolo. Vidi saltare in aria quella Fiat croma bianca e dentro di me non provai niente, nemmeno soddisfazione. Due mesi dopo toccò a Paolo Borsellino.
Anche lì c’ero io a guardare l’esplosione da lontano. Via D’Amelio si riempì di fumo e di urla e io pensai solo che anche lui aveva avuto una moglie, dei figli, come Ninetta, come me in un altro mondo possibile. Marina si sbagliava se pensava che ammazzando Falcone e Borsellino avrebbe fermato lo Stato. Anzi, fu l’inizio della fine.
Arrivarono gli eserciti, i Ross, i magistrati da tutta Italia. La Sicilia divenne un campo di battaglia e noi eravamo sempre più braccati. Nel gennaio del 93 arrestarono Riina. Io non c’ero quando lo presero. Ero in missione a Catania per ammazzare un commerciante che collaborava con la polizia. Quando seppi la notizia provai una strana sensazione, non gioia, perché ormai non ero più capace di provarla, ma una specie di sollievo, come se finalmente potessi smettere di correre.
Però non smisi. Continuai per inerzia, passando da un capo all’altro, da una famiglia all’altra. Leoluca Bagarella, il cognato di Riina e fratello di Ninetta, mi tenne con sé per qualche mese. Era l’unico legame che mi rimaneva con lei, anche se non parlavamo mai del passato. Una sera, mentre eravamo nascosti in un casolare nelle madonie, Bagarella mi chiamò fuori.
Turi mi disse, “Devo chiederti una cosa e voglio che tu mi dica la verità”. Sapevo già cosa stava per chiedermi. Mia sorella continuò. prima di morire mi disse cose strane. Disse che tu eri l’unico uomo che l’aveva mai trattata come una persona, non come un oggetto. Non risposi lei ti amava davvero? Guardai le stelle sopra le montagne siciliane.

Era una notte chiara e si vedeva la via Lattea come un fiume di latte nel cielo nero. Sì, dissi, e anch’io amavo lei. Bagarella annuì lentamente. Lo immaginavo. Ninetta non era capace di mentire fino in fondo. Si accese una sigaretta e fumò in silenzio per un po’. “Sai come morì davvero?” mi chiese poi.
In un incidente stradale? No, Rina la fece ammazzare da Leoluca Scuderi, Umaliddu, le sparò mentre dormiva nella casa dove l’aveva portata ad Agrigento. Poi bruciò tutto e mise il cadavere. Nell’auto che fece schiantare contro l’albero. Senti qualcosa spezzarsi dentro di me. L’ultima illusione, forse quella che lei almeno fosse morta senza soffrire.
Perché me lo dici? Chiesi. Perché hai il diritto di saperlo? E perché Umaliddu è ancora vivo? Se vuoi posso dirti dove trovarlo. Non ci pensai neanche un secondo. Dimmi dove. Scuderi viveva a Gela, nascosto in una casa nel quartiere Marchitello. Ci andai quella stessa settimana. Lo trovai che guardava la televisione solo e ubriaco.
Era ingrassato, aveva i capelli bianchi e le mani che tremao. Quando mi vide capì subito perché ero lì. Tu sei quello di Ninetta, disse senza alzarsi dalla poltrona. Sì, è passato tanto tempo, non abbastanza. Estrassi la pistola. Lui non cercò neanche di scappare o di supplicare. Fallo disse. Tanto sono già morto dentro da anni. Gli sparai tre colpi, come avevo fatto con il pentito di Trapani, ma questa volta provai qualcosa.
Non soddisfazione, non vendetta, solo una specie di pace amara. Dopo l’omicidio di Scuderi capi che era arrivato il momento di sparire. Avevo 50 anni, ero ricercato da tutta la polizia d’Italia e non avevo più niente per cui vivere, tranne i ricordi. Preparai la mia fuga con calma, come avevo fatto per tutti i lavori della mia vita.
Prima però volli fare un’ultima cosa. Andai a Corleone, alla villa dove avevo vissuto i mesi più belli e più terribili della mia vita. Era abbandonata con i vetri rotti e l’erba alta nel giardino, ma il limone era ancora lì e anche la panchina dove ci sedevamo io e Ninetta. Mi sedetti per l’ultima volta sotto quell’albero e pensai a lei, al suo sorriso triste, alle sue mani fredde, al modo in cui diceva il mio nome.
Piansi per la prima volta in 10 anni, piansi fino a non avere più lacrime. Poi partii e non tornai mai più. Adesso sono qui, in questa casa sperduta tra le colline, a aspettare la morte. Ho 72 anni e un tumore che mi sta mangiando dentro. I dottori dicono che mi restano pochi mesi, forse settimane e io sono contento.
Finalmente potrò rivedere Ninetta. Non so se esiste il paradiso o l’inferno. Probabilmente andrò all’inferno per tutto quello che ho fatto, ma se esiste un posto dove le anime si ritrovano, io spero di trovare lei e di poterle dire che l’ho sempre amata, che non è passato un giorno senza che pensassi a lei, che il nostro amore è stato l’unica cosa vera della mia vita maledetta.
Questa è la mia storia, il mio ultimo segreto. L’ho raccontata perché nessuno dimentichi che anche nei posti più bui della Terra a volte nasce l’amore. Un amore che costa la vita, che distrugge tutto, ma che vale più di qualsiasi ricchezza o potere. Ninetta Bagarella morì per colpa mia, ma per 6 mesi in quella villa di Corleone fu la donna più libera di Sicilia e io per 6 mesi fui l’uomo più felice del mondo.
Ora chiudo gli occhi e aspetto che venga la fine e sogno una ragazza dai capelli neri che mi aspetta sotto un albero di limone in un giardino dove non arriva mai la violenza degli uomini. Alcune storie non dovrebbero mai essere raccontate, ma quando la morte si avvicina, perfino i segreti più terribili chiedono di venire alla luce.
Questa è la confessione di un uomo che ha amato la donna sbagliata nel posto sbagliato, al momento sbagliato e che ha pagato per questo amore con 40 anni di solitudine e rimorsi.
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