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Ex membro della Cosa Nostra CONFESSA: Il VERO CAPO NON È Toto Riina

Si allontanò senza dirmi il suo nome. Più tardi chiesi a mio zio chi fosse quell’uomo. Zio Calogero divenne pallido e mi portò fuori, lontano da orecchie indiscrete. Salvatore mi sussurrò. Quello è don Bernardo Provenzano, ma non è questo il suo vero potere. Lui rappresenta qualcosa di molto più grande e più antico di quello che tu puoi immaginare.

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E se vuoi restare vivo, non fare mai domande su di lui. Quella notte non riusci a dormire. Sentivo che la mia vita era appena cambiata per sempre, ma non sapevo ancora in che modo. Quello che scoprì negli anni seguenti avrebbe scosso le fondamenta di tutto quello che credevo di sapere sulla nostra organizzazione.

Gli anni passavano e la mia posizione nell’organizzazione cresceva. Ero diventato uno degli uomini di fiducia del gruppo di Corleone, ma più salivo nella gerarchia, più domande mi sorgevano spontane. Era il 1982 quando tutto iniziò a diventare chiaro. Il generale dalla chiesa era appena stato ucciso a Palermo e tutta la Sicilia era sotto assedio.

I carabinieri facevano retate ogni giorno, gli arresti si moltiplicavano, ma stranamente alcuni di noi sembravano sempre sfuggire ai controlli. Una sera Rina mi chiamò nella sua casa di campagna. Era nervoso, agitato, cosa rara per lui. Camminava avanti e indietro nella stanza, fumando una sigaretta dopo l’altra.

Salvatore mi disse, “Domani devi andare a Palermo. C’è un incontro importante”. Con chi, Don Totò? chiesi. Non fare domande, vai da don Bernardo, lui ti dirà tutto. Il giorno seguente mi recai nella villa di Provenzano, sui monti sopra Palermo. Lo trovai nel suo studio, ma non era solo. C’era un uomo che non avevo mai visto prima, alto, elegante, vestito come un professore universitario.

Aveva un accento del Nord Italia e parlava con Provenzano come se fossero vecchi amici. “Salvatore, mi disse don Bernardo, ti presento il nostro amico di Milano. Lui ci aiuta a coordinare alcune attività speciali. L’uomo del nord mi strinse la mano e sorrise, ma dietro quel sorriso c’era qualcosa di inquietante.

“Ho sentito parlare molto bene di te”, mi disse. “Don Bernardo mi ha detto che sei una persona fidata. Questo è importante perché quello di cui parleremo oggi non deve mai uscire da questa stanza.” Si sedettero entrambi e io rimasi in piedi, come si conviene a un soldato davanti ai suoi superiori.

Quello che seguì cambiò per sempre la mia comprensione della cosa nostra. Vedi Salvatore! Iniziò l’uomo del nord, la gente pensa che la mafia sia solo un problema del sud, ma la verità è che noi siamo solo una parte di un sistema molto più grande, un sistema che ha radici in tutta Italia e non solo in Italia. Provenzano annuì e aggiunse: “Quello che il pubblico vede con Riina e gli altri è solo il teatro.

La vera direzione viene da molto più in alto. Più in alto di donna. Totò”, chiesi incapace di nascondere la mia sorpresa. I due uomini si guardarono e sorrisero. “Molto più in alto”, disse l’uomo del nord. Riina è un esecutore, bravo nel suo lavoro, ma sempre un esecutore. Le decisioni importanti, quelle che riguardano i grandi affari, la politica, i rapporti internazionali, vengono prese altrove.

Dove? Osai chiedere. A Roma, a Milano e qualche volta anche più lontano, rispose Provenzano. Ma questo non è affar tuo. Il tuo compito è fare quello che ti diciamo senza fare domande. Quell’incontro durò 3 ore. Mi spiegarono che dovevo organizzare una rete di comunicazione segreta parallela a quella ufficiale dell’organizzazione, una rete che collegava direttamente alcuni di noi con persone che non erano siciliane, che non erano nemmeno del sud.

Uscii da quella villa con la testa che mi girava. Tutto quello in cui avevo creduto fino a quel momento sembrava una menzogna. La cosa nostra non era quello che pensavo, era solo un pezzo di un puzzle molto più grande e molto più pericoloso. Nei mesi seguenti la mia vita divenne un continuo viaggio tra Sicilia, Roma e Milano.

Ufficialmente ero ancora un soldato del gruppo di Corleone, ma in realtà stavo costruendo una rete di contatti che andava ben oltre i confines della tradizionale mafia siciliana. Il mio contatto principale a Roma era un uomo chiamato il professore. Non sep mai il suo vero nome, ma era evidente che aveva collegamenti ai più alti livelli della politica italiana. Leupiupus.

Nostre riunioni si svolgevano sempre in luoghi diversi. Qualche volta in un ristorante elegante di Trastevere, altre volte in un appartamento anonimo nei pressi del Vaticano. “La bellezza del nostro sistema” mi spiegò una sera mentre cenava ostacoli ed archivi in un ristorante di lusso, “È che nessuno vede il quadro completo.

Riina pensa di comandare la Sicilia, i politici pensano di usare la mafia per i loro scopi e la mafia pensa di usare i politici, ma tutti in realtà servono a qualcos’altro. A cosa?” chiesi. Agli affari, naturalmente, il traffico di droga, il riciclaggio di denaro, gli appalti pubblici, tutto questo genera miliardi di lire ogni anno.

Ma questi soldi non restano in Sicilia, viaggiano, si trasformano, diventano investimenti legali e questo richiede un coordinamento che va molto oltre quello che può fare un gruppo di pastori siciliani, per quanto feroci. Era la prima volta che qualcuno mi parlava apertamente del vero scopo dell’organizzazione.

Non era il potere territoriale, non era nemmeno il controllo della Sicilia, era il denaro, enormi quantità di denaro che dovevano essere gestite con metodi che richiedevano competenze che noi siciliani non avevamo. A Milano il mio referente era un banchiere. Anche lui non mi disse mai il suo nome vero, ma tutti lo chiamavano il dottore.

La sua banca aveva filiali in Svizzera, a Londra e perfino in alcuni paesi dell’America Latina. Vedi Salvatore” mi disse durante il nostro primo incontro nel situa ufficio al centro di Milano. Voi in Sicilia siete molto bravi a procurare certi prodotti e siete ancora più bravi a far rispettare gli accordi, ma quando si tratta di far sparire le tracce di migliaia di miliardi di lire, servono altri strumenti.

Mi mostrò alcuni documenti che non capi completamente, ma che riguardavano trasferimenti di denaro tra banche di diversi paesi. cifre enormi che si muovevano con la stessa facilità con cui io mi muovevo tra i paesi della Sicilia. Tutto questo, disse indicando i documenti. È possibile solo se c’è un coordinamento perfetto tra le diverse componenti dell’operazione.

I vostri amici siciliani si occupano dell’acquisizione e della distribuzione, i nostri amici romani si occupano della protezione politica e noi qui a Milano ci occupiamo della digestione finanziaria. E Riina sa di tutto questo? chiesi. Il dottore sorrise freddo. Riina sa quello che deve sapere e quello che deve sapere è molto meno di quello che pensa di sapere.

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