Qui, proprio al semaforo, è scattato l’agguato. I killer hanno sparato dal lato guida, forse hanno affiancato in moto l’auto ferma al rosso. L’auto ha superato di scatto l’incrocio, come dicono i segni delle ruote per terra. La sgommata è evidente. La corsa dell’auto è finita appena 10 m dopo sul muretto che costeggia la strada e quella sera alla Favarella la tenuta dei Greco nelle campagne di Ciaculli si festeggia perché come annuncia Michele il Papa, il falco è morto.
L’attentato aveva richiesto settimane e attenta preparazione e viene sostenuto da alcuni traditori interni alla famiglia Bontate, in primis dal fratello minore di Stefano Giovanni che ha raggiunto un accordo con i corleonesi per succedere al fratello come nuovo capo della famiglia e dal vice capo di Bontate Pietro Loiacono.
La proposta più interessante dell’antimafia era di condurre accertamenti patrimoniali non solo sui mafiosi, ma anche sulle persone insospettabili sospettate di complicità con la mafia. Si riuscirà finalmente a condurre questi accertamenti? Noi proponiamo, fra le altre cose, accogliendo l’indirizzo della commissione, di spostare l’asse dell’azione preventiva e repressiva da quello che è stato l’andamento tradizionale di inseguire i poveracci.
5.000 diffidati in provincia di Reggio Calabria, 15.000 in provincia di P. Noi diciamo che bisogna smetterla con questa vergogna di inseguire i poveracci la cui maggioranza con la mafia non ha niente a che sptire. A volte si tratta di poveracci proprio. Allora noi diciamo fine della diffida, revisione di tutto il sistema della sorveglianza, del confo, perché spesso sappiamo cosa è diventato e invece concentrare la nostra attenzione su l’illecito arricchimento, perché la mafia ha come fine, appunto, l’illecito
arricchimento. Allora, è lì che dobbiamo mettere il riflettore. >> Alle 9:20 del 30 aprile 1982, con una Fiat 131 guidata da Rosario di Salvo, l’onorevole Pio La Torre sta raggiungendo la sede del Partito Comunista. Quando la macchina si trova in piazza generale Turba, una moto di grossa cilindrata obbliga di salvo che guida ad uno stop immediatamente seguito da raffiche di proiettili.
Da un’auto scendono altri killer a completare il duplice omicidio. Il commando è composto da Salvatore Cucuzza, Scarpuzzedda Greco, Madonia e Lucchese. >> Un primo maggio, quello di domani, diverso in tutta la Sicilia. Le manifestazioni già indette si trasformeranno in una protesta generale contro la violenza della mafia che questa mattina a Palermo ha fatto altre due dit.
L’onorevole Piola Torre, 54 anni, sposato con due figli, segretario regionale del Partito Comunista ed il suo autista Rosario di Salvo, 35 anni, sposato, padre di tre figli. Per tutta la giornata polizia e carabinieri hanno ascoltato i testimoni per ricostruire l’agguato e per dare un volto agli assassini. Avrei voluto che questa manifestazione, la prima alla quale la mia veste nuova, vado partecipando, significasse veramente è soltanto gioia.
Gioia per chi ha raggiunto un traguardo fatto di sacrifici, di rinunie e di lavoro. Purtroppo dobbiamo avvertire e cogliere e sottolineare questa atmosfera che certamente ci rende consapevoli della gravità del gravissimo episodio che come episodio turba, ma come episodio inquadrato in qualcosa di più vasto, deve scuoterci, deve renderci veramente coscienti che dobbiamo stare uniti e insieme.
tutti. Se è vero che esiste un potere, questo potere è solo quello dello Stato, delle sue istituzioni e delle leggi. Il barbaro assassinio del generale dalla Chiesa e della sua giovane moglie non soltanto ha suscitato in tutto il paese profonda commozione, ma ha posto in drammatica evidenza la gravità del fenomeno mafioso e delle sue probabili connessioni con il terrorismo.
Ci si è resi conto, come ha detto il presidente Pertini, che la sfida allo stato democratico è giunta a un livello non più tollerabile. Sembrano infine ritrovare animo e forza di convinzione quelle parole che dalla chiesa pronunciò nel corso di un’intervista appena qualche settimana fa.
Non chiedo leggi speciali disse dalla Chiesa. Chiedo solo chiarezza. riguarda l’omicidio di Piola Torre e del suo autista di Salvo. Lei ha già reso su tempo. >> Confermo confermo quello che ho detto io. Lino di massima ho detto questo che io mi trovavo rinchiuso nel carcere del luciardone, se non ricordo male, alla nona sezione dove ero in compagnia di Giovan Battista Pullarà, Pietro Loiacono ed altri membri della nostra famiglia.
Eh, quindi apprendemmo noi all’interno del carcere questo omicidio, a prescindere dai partecipanti che hanno avuto il ruolo di esecutori, che io ho saputo in particolar modo dal Pullarà, perché Pullarà in quel periodo faceva colloqui con un membro di Cosa Nostra, Pietro Agieri, che entrava a colloquio camuff camuffandosi come spacciandosi come il fratello, il fratello della moglie del profeta e e quindi ho saputo in particolar modo dal Pullarà, diciamo, quali erano stati, diciamo, gli esecutori di questa delitto
la Torre che già ho precedentemente. Per quanto riguarda le modalità, il motivo reale di questa eliminazione, >> prima che lei avesse notizia in carcere >> sì >> della reale accadimento dell’omicidio di Piola Torre. Prima ne aveva avuto sentore che c’erano dei malumori per la condotta di Pio La Torre, che c’era nell’aria qualcosa per attuare questo omicidio o no? Sarò sincero, io questo omicidio io ero in carcere, quindi >> era in carcere da tempo, forse >> da già dall’80, dal 2 dicembre 80vo rinchiuso in carcere. In quel periodo
c’era un assaggio di persone, c’era una una lotta contro i così chiamati scappati, i gruppi perdenti di Cosa Nostra e un mare di persone ammazzate nell’ambito familiare dei di questi scappati. Vi erano anche numerosi morti dello Stato, poliziotti ed altri. E nel frattempo questo omicidio non è che ha fatto una risonanza particolare quando è è avvenuto, però è stato oggetto di commento da parte mia di Loiacono, di Bullarà, di profeta, nel senso che abbiamo criticato questo omicidio che sicuramente avrebbe provocato
una reazione e sicuramente una reazione molto negativa nei confronti dell’organizzazione. Era era chiaro e lampante che questo sarebbe avvenuto, come infatti da lì a poco e dopo l’uccisione di dalla chiesa subito hanno varato la legge rognione e la torre. Ecco, ritornando a questi motivi della sua cesione, io sentivo dire in precedenza, prima che venisse fatto l’omicidio che rompeva, che era una persona >> politicante che comunque andava con tutte le sue forze contro Cosa Nostra.
E questa fu la quello che io sentì, ma naturalmente io e diciamo discutendo con Pullarà, con lo Iaccono, con profeta, con le persone di cui potevamo discutere la stessa famiglia, abbiamo pensato che che sicuramente c’era qualcosa che andava al di là da quella semplice irruenza, da quel semplice comportamento, diciamo, nei confronti di Cosa Nostra.
dell’onorevole La Torre, ma è stato un commento nostro, non non altro. un commento perché è stata una situazione certamente negativa nei confronti dell’organizzazione. Anche questo è un delitto comunque sicuramente ascrivibile alla Commissione di Cose Nostre, ma questo per le ragioni generali eh del diciamo tra virgolette Teorema Buscetta o perché appunto Giovan Battista Pullal riferì specificamente che c’erano stati che era stata una deliberazione, cioè c’erano esecutori di famiglie diverse.
Io non voglio dire il teorema Buscetta, cioè il teorema è la regola della struttura, nel senso cheo che più che un teorema è la struttura in se stesso che che è è conformato in questa maniera che >> Sì, mi rendo conto. L’ho detto per intenderci Maria sintetica, >> no? che certi certi delitti di una certa importanza, di una certa rilevanza sociale eh non turbano solo l’opinione pubblica, ma a volte vengono a turbare moltissimo la lo stato detentivo degli imputati di Cosa Nostra e un insieme di cose. Quindi ci può essere la reazione
anche del soldato semplice alcune volte, se ciò non accada, e che fosse delegittimato dalla commissione e anche un soldato semplice potrebbe cominciare a lamentarsi a dire “Adesso io non esco più dal Cacciaro, magari il processo che si sta per fare con me ci sarà un antagonismo in più da parte magari del del giudice nel condannare questi fenomeni delittuosi.
” Quindi è un coinvolgimento totale non solo all’opinione, ma anche della struttura in se stessa. Nel 1983, mentre è rinchiuso nel carcere mandamentale di Castelbuono, Marino Mannoia evade con l’aiuto del fratello Agostino, dimostrando ancora una volta le sue capacità organizzative. Inizia un periodo di latitanza.
Nel frattempo la scena mafiosa palermitana è stata sconvolta dalla seconda guerra di mafia vinta dai corlonesi di Totoriina. La famiglia di Santa Maria di Gesù è stata decimata e il suo capo Stefano Bontate ucciso a fucilate nell’aprile dell’81. Marino Mannoia, fedelissimo di Bontate, si trova in una posizione estremamente pericolosa.
Tuttavia, anziché essere eliminato, viene convocato per un colloquioficatore con lo stesso Totori Ina. In quell’incontro Marino Mannoia, con grande sangue freddo, non lascia trasparire alcun rancore per la morte del suo vecchio capo. La sua abilità di chimico è una risorsa troppo preziosa per essere sprecata. Rina, pragmatico, decide di risparmiarlo e di utilizzarlo.
Per i successivi 2 anni Marino Mannoia rimane latitante e continua a lavorare come il raffinatore per i nuovi padroni di Cosa Nostra. La sua latitanza termina nel 1985 quando viene rintracciato e arrestato dalla squadra mobile di Palermo. La cattura è roccambolesca, viene scoperto, nascosto nel doppio fondo di un armadio.
Tornato in carcere si trova in una situazione paradossale. Appartiene a una famiglia perdente, ma ha lavorato per tutti. Incella mantiene un profilo basso e pur avendo nemici riesce a sopravvivere. Alimenta la speranza di poter prendere la sua rivincita sui coronesi applicando alla lettera l’antico proverbio siciliano. Calati Yunko che passa la china.
Abbassati giunco che passa la piena. Ogni settimana riceve la visita del fratello Agostino che ormai è diventato uno dei sicari di punta dei corleonesi, parte integrante del loro gruppo di fuoco. Agostino, pur appartenendo a una famiglia diversa, Ciaculli, gli racconta le ultime novità, gli omicidi, gli agguati, le dinamiche interne.
Attraverso di lui Francesco Marino Mannoia rimane informato su tutto ciò che accade all’esterno. 1983, mentre è detenuto nel carcere del Lucciardone, Upacarè inizia a ricevere alcune lettere del suo amico e socio d’affari Tommaso Buscetta. Dopo l’eliminazione dei suoi figli, Buscetta vuole vendicarsi dei corleonesi di Rina, ma in special modo del suo capo famiglia, che Buscetta ritiene il più colpevole, il traditore Pippo Calò.
E Calò è anche il capofamiglia dell’Alberti. >> Tu sei il mio rappresentante, quello che mi rappresenta, quello che dici tu, >> quelle che quello che mi deve quello che deve fare le cose per te. La storia che racconti >> e mi hai fatto abbazzare che famiglia mi hai fatto abbazzare. >> Ma anche questa volta i corlonesi arrivano prima.
Gerland Alberti sfugge miracolosamente a un tentativo di omicidio nel carcere dove in quattro vanno per ucciderlo perché è considerato troppo amico di Galtano Badalamenti e Tommaso Buscetta. Il pentito Francesco Marino Mannoia, testimone oculare del fatto, racconta che il boss riuscì a spezzare l’ago della siringa contenente veleno che Giovan Battista Pulà avrebbe dovuto iniettargli.
Il veleno era arrivato in carcere attraverso l’avvocato Gaetano Zarcone, poi condannato. Fallisce così il tentativo di Buscetta di coinvolgere Upac nella vendetta contro Pippo Calò. Senta, può riferire a questa Corte di Assise circostanze utili per la ricostruzione del tentato omicidio in pregiudizio di Alberti Gerlando. >> Sì, >> prego.
>> Io mi trovavo rinchiuso nella nella settima sezione al terzo piano stanza numero 10. >> In che periodo? Eh, appunto in quel periodo che è stato commesso il tentato omicidio, che credo ricordare febbraio, un giorno, mentre eravamo seduti a pranzo, ero in compagnia di Giovanni Pontade e altri che si appartenevano alla nostra cellula.
Mancava il pulà e e all’improvviso abbiamo sentito delle delle grida provenienti dalla scala, che ci siamo un po’ allarmati. cosa stasse avvenendo. Il Giovanni Bontade ci disse di stare fermi e tranquilli e continuare a mangiare. Sono passati alcuni minuti e fa rientro nella cella Giovan Battista Pullarà. era molto volto in viso, era bianco, agitato, era molto molto nervoso e si sedette al tavolo e avevo tentato di dirci, ma Giovanni cosa è successo? Che che è successo? E lui disse quel cornuto Rupaccarè dice se l’ha fatta Franca.
>> Paccarè chi era >> Paccarè? Gellanto Alberti è un uomo d’onore della famiglia di Portanova che a quel tempo rivestiva la carica di consigliere. vado avanti. Eh, e lui si lamentava dicendo questo, ripeto, scusate, queste frasi che sono quelle le parole che lui usò in quel momento dicendo questo cornuto si dimenava come un’anguilla.
l’è fatta Franca dopo mezz’ora e ci recammo ai passeggi durante il tragitto della scala e scendendo le scale credo di ricordare fra il secondo e il terzo piano. Purtroppo sono passati tanti anni e noi avevamo fatto mettere dei portaceneri eh pieni di sabbia per mettere i mozziconi delle sigarette. Io trovai per la scala un pezzo della dentiera di Gellando Alberti.
Credo di ricordare che fosse il pezzo della dentiera superiore perché aveva una lamella e per potere fare da ponte. >> Che ne fece di questa denti? Io la occultai nel Posacenere in mezzo alla sabbia. dopo che l’abti salvò, comunque se n’è andato nell’infermeria, fu avvicinato su incarico di di Montalto, del Pullarà per ritornare nella stessa sezione dicendogli che dall’esterno era st era sopraggiunto la revoca di quella situazione che si erano resi conto che in effetti il il Gellando Berti era una persona onesta e che non aveva quelle
colpe che loro volevano attribuirci, ma era tutto un inganno. E Gellandobetti gli dice gli dice che io sono onesto e se loro mi ammazzavano ammazzavano una persona onesta. Così Pierolò lo rassicurò che dall’esterno era è stato revocato quel mandato. Avevano il Pullarà, il Giovanni Di Giacomo e lo Spadaro avevano confidato a Nino Billeci, un ragazzo che stava nella stessa cella di Gellando Aberti che doveva dovevano uccidere a Gellanto Aberti.
Questo ragazzo gli disse, “Va bene, però Nino Billeci aveva una grande stima e per il carisma che aveva Celland Berti e gli confidò questa cosa. Gli disse su Gellando lo devono ammazzare di nuovo e devono tentare di ammazzarlo di nuovo e questa volta non può non può sfuggire”. L’Arbet si fece trasferire in un altro carcere e a distanza di poco tempo, quando diciamo il Nino Billeci venne scarcerato, venne venne strangolato e e chiuso in un bagagliaio di una macchina.
>> E è la causa di questa >> la causa di questo era perché il Celland Berta aveva fatto sapere agli altri a dire “Ma perché? Allora, non siete non siete onesti, non siete sinceri. Avevate detto che avevate, diciamo, capito che io ero innocente, avevate detto che il mandato era stato revocato, invece Nino Billeci mi ha confidato che dovevano nuovamente tentare di uccidermi.
>> E il Billeci muore per questa sua devozione, per questa situazione. >> Il BCI muore per questa situazione. 28 luglio 1985. Giuseppe Montana, dopo la laurea in giurisprudenza ed aver vinto il concorso, era entrato in polizia ed era stato assegnato alla squadra mobile di Palermo.
All’interno della mobile assume la guida della neonata sezione catturandi, incaricata della cattura dei latitanti mafiosi. Fin da subito si distingue per efficaci risultati. Nel 1983 scopre l’arsenale del boss Michele Greco. L’anno seguente arresta Tommaso Spadaro, tra bandiere e narcotrafficante, noto come il re della cal.
Collabora attivamente con il pulo antimafia, partecipando al cosiddetto Maxi blitz di San Michele del 1984, durante il quale vengono eseguiti centinaia di ordini di cattura. I suoi rapporti con il pool iniziati col giudice Rocco Chinnici rimangono stretti fino all’ultimo giorno di vita. Dopo l’omicidio Chinnici, Montana rilascia una dichiarazione che fotografa bene il clima del tempo.
A Palermo siamo poco più di una decina a costituire un reale pericolo per la mafia e i loro killer ci conoscono tutti. Siamo bersagli facili, purtroppo, e se i mafiosi decidono di ammazzarci, possono farlo senza difficoltà. Giuseppe Montana sapeva di essere un uomo nel mirino. Aveva un conto aperto coi corlonesi, eppure non si era mai tirato indietro.
Continuava a dare la caccia ai latitanti a guidare operazioni sempre più efficaci con la sua sezione catturandi della squadra mobile di Palermo. Le minacce non erano un’ipotesi, ma una realtà quotidiana. Lo raccontava anche il padre di Beppe Luigi Montana che ricordava come il figlio fosse ormai consapevole di essere un bersaglio.
“Siamo tutti sotto tiro”, gli disse una volta. Non era solo un timore, ma una presa d’atto di quanto alla sua attività stesse scuotendo i vertici di Cosa Nostra. Montana conosceva ogni angolo della costa orientale di Palermo, da Acqua dei Corsari a Termini Merese, passando da Bagheria, Porticello, Aspra, paesi dove latitanti si nascondevano da anni e che lui batteva palmo a palmo.
Le sue operazioni parlano da sole. Aveva arrestato Antonio Vernengo, super latitante fratello del boss Pietro, poi Paolo Alfano, Salvatore Rotolo e Michele Mondino, sospettato di gestire una raffineria di eroina. Ma il colpo più eclatante fu la cattura di Antonio Marchese, nascosto in una villa ad acqua dei corsari, circondata da elicotteri e motoscafi per impedirgli la fuga via mare.
Con lui finirono in manette anche la madre e due sorelle, tra cui Vincenzina, fidanzata di Leoluca Bagarella, uno dei capi indiscussi dei corleonesi. A inizio anno, per il suo coraggio, Montana aveva ricevuto una medaglia. Era stato lui a catturare Francesco Marino Mannoia, rintracciato in un doppio fondo di un armadio nella sua abitazione a Bagheria.
Da quel momento Montana aveva intensificato i controlli lungo la costa, monitorando ville e abitazioni isolate che spesso fungevano da nascondigli. Aveva anche dovuto lasciare la casa che aveva preso in affitto ad Aspra, un punto strategico per l’osservazione del territorio. La decisione era arrivata su pressione del capo della Criminal Poll Ignazio D’Antone e del suo vice alla mobile Ninni Casarà.
Ma nonostante le intimidazioni Montana aveva continuato a lavorare senza sosta. era convinto di essere vicino a un risultato decisivo. Pochi giorni prima della sua morte era quasi riuscito a catturare Pietro Vernengo e appena una settimana prima aveva fatto irruzione in una villa a Buon Fornello, convinto che lì si stesse tenendo un summit con la presenza di Michele Greco.
Il boss non c’era, ma erano stati arrestati esponenti di spicco legati al clan dei corlleonesi. Secondo il ministro dell’interno dell’epoca, Oscar Luigi Scalfaro, Montana aveva un obiettivo chiaro, arrivare ai vertici di Cosa Nostra. Il giorno successivo a quell’operazione stava già seguendo un’altra pista: direzione Campo Felice di Roccella, ma non avrebbe fatto in tempo.
Il 25 luglio 1985, tre giorni prima della sua morte, la sezione da lui diretta arresta otto uomini del clan greco. Lo stesso Michele Greco riesce a sfuggire alla cattura. In quel periodo Montana sta indagando su Salvatore Montalto, l’attitante legato al mandamento di Ciaculli. L’area è sotto il controllo di Pino Greco, del Scarpuzzedda, un killer tra i più efferati della storia mafiosa.
Montana tenta di convincere Greco a costituirsi anche attraverso contatti con la sua amante Mimma Miceli. Il suo nome è inoltre legato a un’altra figura chiave, l’agente Calogero Zucchetto, infiltrato nella mafia e assassinato nel 1982 proprio da Greco. Dopo l’omicidio Montana promosse un comitato in memoria di Zucchetto e si vociferava che avesse autorizzato operazioni di cattura non convenzionali nei confronti di Greco e Presti Filippo. Voci mai confermate.
Il rapporto con il collega Nini Casarà era molto stretto sia sul piano investigativo che personale. Diversa fu invece la relazione con Ignazio D’Antone, funzionario sospettato di legami con ambienti mafiosi, in particolare con Pietro Vernengo, fratello del primo boss arrestato proprio da Montana.
Il 28 luglio 85, mentre si trova con la fidanzata a Porticello, località marina del Comune di Santa Flavia, Montana viene raggiunto da un commando mafioso. È a pochi metri dal suo motoscafo, pronto a partire per le ferie. Il gruppo è composto da Agostino Marino Mannoia, Pino Greco e Giuseppe Lucchese. Montana viene colpito a morte.
Secondo le ricostruzioni, Emma Mannoia a sparare il colpo fatale, mentre gli altri due contribuiscono a ferirlo gravemente. 6 agosto 1985, è una giornata calda a Palermo. L’aria vibra di tensione, ma nessuno parla. Nini Sarà ha appena lasciato la squadra mobile. È stanco ma lucido, è consapevole e sa benissimo di essere un bersaglio.
Siede sul sedile posteriore di un’alfetta blindata. Davanti al volante Natale Mondo. Accanto a lui Roberto Antiochia, un giovane agente tornato da Roma per dare una mano. Via Croce Rossa numero 81, sono quasi le 14:00. L’auto si ferma, Antiocchia, scende per far uscire Cassarà. Tutto avviene in un attimo. >> Erano trascorsi solo 9 giorni dall’assassinio di un altro funzionario della squadra mobile, il commissario Giuseppe Montana, quando ieri pomeriggio i killer della mafia hanno ucciso ancora crivellando di colpi il vice capo della
mobile Antonino Cassarà, decapitando in questo modo il vertice operativo delle indagini che proprio nei giorni scorsi sembravano aver imboccato una buona strada. La morte, per molti versi ancora oscura, del giovane Salvatore Marino, durante un interrogatorio in questura, ha costituito un duro colpo all’inchiesta avviata in modo così promettente.
Mentre da un lato gli uomini della squadra mobile si sono sentiti messi sotto accusa e lasciati soli, dall’altro è venuto a mancare l’unico anello della maglia che gli investigatori erano riusciti ad agganciare per risalire agli uccisori del commissario Montana. Intanto, mentre nel pomeriggio si sono svolti i funerali delenne agente Roberto Antiochia, quelli di Antonino Cassarà si svolgeranno domani in forma privata.
Lei è a conoscenza di elementi che possono essere utili a questa corte per quanto riguarda questi due questi due episodi di di omicidi. Io non posso che non posso che confermare quello che allora dichiarai e avendo avuto riferito da mio fratello i particolari di questi delitti e e che lui stesso fu uno dei componenti di quel comando.
>> Cominciamo dal dall’omicidio del dottor Montani. Cosa le raccontò suo fratello Agostino? Mio fratello Agostino mi raccontò che lui stesso prese parte a quell’omicidio insieme a Pino Gre Scarpuzzedda, a Mario Prestifilippo e allucchiese lucchiese Giuseppe. E come copertura vi era anche Marino Salvatore.
Il Marino Salvatore aveva in primo tempo fatto accertamenti, appostamenti, anche perché aveva una relazione, così mi disse mio fratello, con una figlia del di quel deposito di barche di quel noleggio. E approfittava anche di questo per a volte poter notare il dottor Montana e quando andava a depositare la barca o il motoscafo di sua pertenenza.
Le disse Agostino da chi fu ordinato questo omicidio? >> Eh, Agostino mi disse che fu ordinato da Pino Greco Scarpuzzet. >> Agostino le parlò dei motivi dell’uccisione del commissario Montana. >> Sì. Eh, io voglio fare una premessa che in quel periodo c’era una un grosso accarimento da parte delle forze dell’ordine, in particolar modo del dottor Cassarana e Mon e Montana, appunto, nella ricerca ai lati tanti.
Ma la cosa che ha fatto trabccare il vaso a questa decisione è stata una fuga di notizia, se vera o falsa, io non sono in grado di stabilirla, che il dottor Cassarà e il dottor Montana avevano dato ordini ai loro uomini che in particolar modo per Pino Greco Scarpa, Lucchese e Prestifilippo dovevano prima ammazzarli e poi arrestarli, anche rientrava nelle nella logica, nell’intelligenza di Cosa Nostra che poliziotti validissimi che non sono avvicinabili si devono eliminare perché passeranno decenni e fino fino a che possono essere
sostituiti dalla stessa validità e quindi dare fastidio a Cosa Nostra. >> Come si svolse si svolsero le fasi di questo omicidio? Agostino gliele ha raccontate. >> Lui mi disse che sono arrivati lui, il lucchese, il pestifilippo e a commettere direttamente questo omicidio. disse anche che il figlio del del gestore del rimessaggio che conosceva mio fratello lo ha riconosciuto e mio fratello temeva che una una reazione nel senso che questo potesse fare delle dichiarazioni fut in futuro.
Comunque a uccidere materialmente il dottor Montana è stato lucchese Mario Cristilippo il mio fratello, perché se non ricordo male a dire da mio fratello il pino greco aveva un fucile e forse si è inciampato, comunque non andava bene. Andiamo a quello che è avvenuto dopo la l’omicidio montana. Dopo l’obcina montana si verifica in questura la morte di del Marino che aveva fatto, lei dice da Paolo >> Salvatore Marino.
Sì, >> di Salvatore Marino che aveva fatto da parte e >> il Marino era stato segnalato attraverso alcuni gli ultimi numeri di targa, adesso non mi ricordo. >> Sì, >> ma comunque mi ricordo che il Marino si presentò spontaneamente accompagnato dall’avvocato Castorino. Questo questo certamente non erano d’accordo Pino Greco a questa presentazione del marino.
Venne fuori dalla questura che il marino era stato percosso brutalmente e il quale il marino era morto a queste a queste torture. Ma venne fuori la notizia buttata fuori ad arte che uno dei maggiori, diciamo, responsabili di quella morte del marino fosse il dottor Cassarà. Quello che scaturì la morte del dottor Cassarai è stata appunto l’eliminazione del marino sotto le torture.
Anche anche in questa in questo delitto Cassarà partecipò mio fratello. >> Chi era presente fisicamente. Ecco, quello che ricordo io, eh, nel posto si trovava Pino Greco Scarpa, Mario Prestifilippo, Nino Madonia, Lucchese Salvatore e Lucchese Giuseppe e Giuseppe Giacomo Gambino, Ciccio Madonia come uomo d’onore alle dirette dipendenze di Stefano Bontato.
Io posso dire solo che omicidi di una certa rilevanza sociale necessariamente per regola devono essere deliberate dalla commissione. >> Ma il fatto che ci fossero ben tre personaggi Madonia Francesco, Gambino e e Greco, >> quelli che ricordo che mio fratello mi disse >> Grec, no, scusi, Greco, erano già capi mandamento, avevano un rilievo notevole in nell’ambito di Cosa Nostra.
Questi tre questi tre individui, queste tre persone parteciparono per la loro abilità tecnica nell’esecuzione di di delitti di particolare rilievo o per dar rilievo alla esecuzione del dell’omicidio casserà, >> no? era per dare rilievo. era un omicidio veramente importante per Cosa nostra perché era il dottor Cassarà era un validissimo e funzionario, un validissimo investigatore, era una persona temutissima dall’organizzazione e allora si è voluto dimostrare anche alle all’interno della struttura stessa che i Madonia sono validi, i il il
Giuseppe Giacomo Gambino è valido, nel senso che io partecipo a questo delitto è un omicidio che riflette un’importanza notevole a Cosa Nostra e noi partecipiamo direttamente. Noi siamo validi quanto voi, quanto te. Ecco, era una dimostrazione anche per la singola per i singoli componenti. >> Va bene.
E allora accompagnatelo di nuovo là dentro. >> >> Nella primavera del 1989 qualcosa si rompe. I corleonesi hanno ormai consolidato il potere e iniziato a tagliare i rami secchi, eliminando anche quei killer che con la loro ferocia e il loro prestigio potrebbero diventare pericolosi. Pino Greco Scarpuzzedda è già stato ucciso.
Secondo i pentiti Francesco Marino Mannoia e Pino Marchese, Greco viene eliminato con il metodo della lupara bianca da Giuseppe Lucchese e da Vincenzo Puccio nell’autunno inoltrato del 1985 in una villa tra Bagheria e Ficarazzi dove Greco vive in latitanza. I killer suonano alla porta, Greco gli apre e li fa entrare per un caffè.
Greco e Lucchese sono molto amici. Mentre Greco è seduto al tavolo, intento a fare conti, il lucchese si alza con una scusa e a tradimento da dietro gli spara alla nuca. Ci sono altre due persone arrivati con i primi Agostino Marino Mannoia, fratello di Francesco, e Filippo la Rosa. Inizialmente Totoriina fa circolare la voce in Cosa Nostra che Greco sia scappato negli Stati Uniti per trascorrere la latitanza.
>> Pino Scarpa, quand’è che lei l’ha conosciuto? Che cosa può dire in ordine a questo? >> Io ho conosciuto Pino Greco Scarpa quando ancora eravamo molto molto giovani. Io credo che avevo 19 anni. Lui aveva un paio di mesi meno di me come dico aveva perché è stato ucciso e noi ci ci vedevamo quasi tutti i giorni, eravamo dei ragazzi stravaganti, facevamo delle rapine, delle scoribande, dei furti, tanto che un giorno a lui e a me volevano in qualche modo darci una lezione, addirittura volevano ammonirci abbastanza, diciamo, gravemente perché
il pino greco era un ragazzo di buona famiglia, nel senso nel senso di famiglia e di Cosa Nostra, anche se il padre non era uomo d’onore, ma veniva da da una famiglia che che diciamo era inserita in questo ambiente e poi perché lui stava discretamente bene, nel senso che aveva delle proprietà terriere.
di terreno, ma eravamo molto scapestrati e quindi è rimasto fra di noi una grande amicizia quasi da ragazzi. Poi siamo diventati uomini d’onore. Lui è fatto parte della famiglia Ciaculli, io in a far parte della famiglia dei Pontati. Ma i nostri rapporti non sono mai venuti meno. Ci frequentavamo sempre, anche se più saltuariamente, ma eravamo veramente degli ottimi amici.
>> Vediamo Scarpa. Non c’è più, dice lei. >> Sì. >> E da chi è stato ucciso? Quando >> Scarpa è stato ucciso nella nell’autunno dell’85. Io mi trovavo al carcere del Tani che era erano i primi dell’86. Mi scrisse una lettera mio fratello. Cap quella lettera >> suo fratello >> Agostino. Certamente non mi parlò chiaramente delle del pino Greco Scarpa, ma mi disse “Siamo alla Mercè, è facile vendere una persona per niente”.
Ma io non capivo questo significato, ma mi preoccupai di cosa stesse accadendo. Ebbi modo poi quando rientrai da Trapani a Palermo, che da lì a poco doveva cominciare marketo. Nel frattempo credo che mio fratello fosse è stato tratto in arresto e abbiamo avuto modo di fare dei colloqui interni alla struttura carceraria e mio fratello mi disse che Pino Greco era stato ucciso e mi raccontò tutto l’episodio.
Vi disse che si trovavano in una villetta, in una casa di campagna nella zona Bella Cera o comunque in quei in quei pressi lì, >> nella zona della >> Bella Cera che sarebbe fra Bagheria Bella Cera, in quella in quella zona del della periferia di Palermo. Sì. mi disse che lui era in compagnia di Vincenzo Puccio e stavano giù in al piano terra, diciamo, nella nella campagna di questa villetta.
Sopra vi era Pino Greco Scarpa e Giuseppe Lucchese e La Rosa, mi ricordo il nome di La Rosa, comunque che è imparentato anche con Pino Greco Scarpa. A un certo punto si sentono delle esplosioni d’arma da fuoco. Il pulcio gli dice a mio fratello, Agostino, vai sopra ad aiutare a pulire. Ecco, questa è la situazione del del Pinor.
>> Ok, questa è la situazione di Scarpazzetta. Eh sì, perché Lucchese gli ha sparato un colpo alla nuca, mentre lui era intento a fare dei conti sul tavolo. Eh, accadimento di dietro gli ha sparato alla nuca. >> Ora tocca ad altri. Il 21 aprile 1989 Agostino Marino Mannoia esce di casa e non fa più ritorno.
La sua auto, una Renault 5, viene ritrovata nei pressi di Bagheria con gli sportelli aperti, le luci accese e vistose tracce di sangue sui sedili. Per Francesco detenuto non ci sono più dubbi. La settimana successiva il fratello non si presenta al consueto colloquio in carcere e mai più lo farà. Marino Mannoia non batte ciglio.
È assolutamente disdicevole per un uomo d’onore dare sfogo ai propri sentimenti in queste occasioni. In pubblico finge di credere alla versione ufficiale che vuole Agostino vittima di una vendetta delle famiglie perdenti, ma dentro di sé capisce che il suo spazio vitale si è ristretto all’improvviso. Se hanno ucciso suo fratello è solo questione di tempo prima che venga al suo turno.
In questo fatto deloso ho avuto il ruolo proprio di informare i miei cugini Marchese Antonina e Marchese Giuseppe di di fare al più presto questo omicidio di Puccio Vincenzo sitere del Lucciardone. In sostanza e i fatti il Puccia Vincenzo dopo la morte di Greco Giuseppe Scarpa ne ha preso il posto. è diventato il rappresentante della famiglia di Ciagulli e capomandamento sotto disegnazione della commissione.
Il il Puccio poi è stato arrestato, mentre era arrestato era il lucchese che dirigeva un po’ le file le file delle del gioco. >> Lucchese Lucchiseddo >> Lucchiso. Però il pucio era sempre con il capo il capo mandamento. E un giorno, un giorno mi fa sapere i miei cugini Marchese Antonino e Marchese Giuseppe mi fanno sapere tramite Marchese Gregorio, fratello di quest’ultimi, di stare attento a Marino Mannoi Agostino, di guardarmi da lui in quanto il pucio Vincenzo aveva delle intenzioni contro Totorrina e i suoi

alleati. Di conseguenza, siccome il fratello il Mannoia, il Mannoia Francesco era vicino al puccio, di conseguenza anche Agostino sapeva del complotto, quindi di stare attento ad Agostino. sarei stato convocato da dallo zio perché a Totorrina noi lo chiamavamo affettuosamente zio e che poi sarei stato convocato da Totorrina, io ad altre persone per ci faceva sapere ci faceva conoscere bene un po’ la situazione.
Dopo la la scomparsa di Marino Mannoia Agostino sono stato convocato da da Nato Totorrina e ci ha mandato un appuntamento in via Regione Siciliana. è iniziato, prima ci hanno presentati tutti gli hanno detto il Totorino ha detto “Ci conosciamo”. Non ci conoscevamo perché era la prima volta che io io personalmente vedevo Totorrina.
Io non conoscevo né Totorrina e né Angelo La Barbera. Hanno detto qui siamo tutti la stessa cosa e si è iniziato il è iniziato il discorso. Per primo punto. Il l’errin ha detto che Agostino Marina Mannoia era stato oppresso da Cosa Nostra, cioè era stato fatto sparire ed era opera da Cosa Nostra.
anche se lo sapevo, però cioè lo sapevo che non lo dovevo dire di questo discorso a nessuno. L’hanno fatto sapere a me e mio cugino per salvaguardare me e vedere un po’ di sapermi autoregolare su sull’andamento di Agostino. Di conseguenza di dice è stato fatto sparire in quanto era amico di di Puccio. Puccio è un traditore, non voglio più sentire dire che Puccio sia un uomo d’onore.
Di conseguenza dice Puccio deve andare eliminato. Nel settembre del 1989, dopo mesi di tormenti interiori, Rita, la sua compagna, si presenta agli uffici del Nucleo Centrale anticrimine della Polizia di Roma. Con coraggio e determinazione dichiara che Francesco Marino Mannoia è pronto a collaborare con la giustizia.
pone una condizione categorica, vuole parlare solo con due persone, il giudice Giovanni Falcone e il funzionario di polizia Gianni De Gennaro, gli unici di cui si fida. La notizia arriva a Falcone che capisce immediatamente l’importanza dell’evento. Per la prima volta un uomo d’onore proveniente dalla fazione dei corlonesi o comunque da loro coptato è disposto a rompere il muro dell’omertà.
decise di collaborare eh nell’89, settembre-ot ottobre 89 eh mi a disposizione la mia conoscenza dell’organizzazione e alcuni fatti da me commessi, in particolar modo il traffico degli stupefacenti, eh l’aver fatto parte all’associazione criminosa denominata Cosa Nostra, di aver avuto porto e detenzione di Harvi, ma eh no, in quel in quel periodo non dissi delle responsabilità di sangue che al quale io ero coinvolto, ma lasciai lasciai una traccia alla buonanima del dottor Falcone che era chiaramente leggibile, il fatto che
avevo commesso avevo commesso dei crimini molto gravi di quale dovevo Devo vergognarmi che sicuramente avrei rivelato. La collaborazione di Marino Mannoia non poteva rimanere impunita. Il 23 novembre 1989, mentre lui e Falcone sono a Roma, un comando di Cosa Nostra colpisce nel cuore della sua famiglia.
A Bagheria, in un agguato, vengono uccise sua madre Leonarda Costantino, sua sorella e sua zia. È una strage, un avvertimento terrificante. Nonostante il dolore e la paura, Marino Mannoia decide di andare avanti. Il giorno dopo, con il volto grigio ma composto, dice a Falcone: “Un impegno è un impegno. La sua determinazione non viene meno.
” I luoghi di questa storia non scompaiono. Sto costruendo un archivio di mappe per chi vuole ripercorrerli. passo dopo passo. Se volete farne parte, trovate tutto nelle informazioni del canale.
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