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I BOSS PIÙ PERICOLOSI D’ITALIA – Capi Senza Paura

Ma la sua brutalità attirò l’attenzione della polizia. Nel 1974  fu arrestato dopo anni di latitanza, tradito da una soffiata. In carcere però continuò a comandare mantenendo un’aura di leggenda. Morì nel 1993 nel carcere di Voghera. Con lui si chiuse il primo capitolo dell’impero dei corleonesi, ma i suoi discepoli, Riina, Provenzano, Bagarella, stavano già scrivendo la storia del terrore.

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Seliggio fu il fondatore. Salvatore Riina fu il re, l’uomo che trasformò la mafia in una guerra contro lo stato. Nato a Corleone il 16 novembre 1930, Salvatore Riina era un ragazzo basso, taciturno, ma dotato di una mente glaciale. Cresciuto nella fame del dopoguerra, trovò in liggio il suo mentore.

Fu lui a introdurlo nella vita criminale. Dopo l’arresto di Liggio, Riina prese in mano la famiglia. In pochi anni spazzò via ogni opposizione trasformando Cosa  Nostra in un esercito di morte. Negli anni 80, con la cosiddetta seconda guerra di mafia, Rina ordinò centinaia di omicidi, boss rivali, magistrati, poliziotti, politici.

Il suo obiettivo  era uno solo, il dominio assoluto, la sua strategia, il terrore. Fece assassinare i capi storici di Palermo come Stefano Bontate e Salvatore Inserillo e prese il controllo della commissione. Nessuna decisione si prendeva senza il suo consenso. Per la prima volta un solo uomo governava la mafia siciliana da Corleone, ma il suo regno di sangue non poteva durare per sempre.

Dopo gli omicidi di Pio La Torre e Carlo Alberto dalla Chiesa e soprattutto dopo le stragi del 1992, Capaci e via D’Amelio, l’Italia intera si rivoltò contro di lui. Il 15 gennaio 1993, dopo 23 anni di latitanza, Riina fu arrestato a Palermo. Nel suo covo trovarono solo il silenzio e il lusso discreto di chi si credeva intoccabile. >> I carabinieri hanno arrestato questa mattina a Palermo Salvatore Reina, il numero uno della mafia siciliana.

Lo vediamo in questa fotografia. Totò Reina era latitante da 20 anni e a lui sono stati addebitati i più grossi delitti di mafia degli ultimi anni. Ehm, ecco, in queste fotografie, naturalmente, lo vediamo anche eh sono foto che risalgono a qualche anno fa. Eh, naturalmente foto di Reina recenti non ci sono, proprio perché di lui si era sempre sentito parlare, ma non non ci sono immagini di adesso.

E sarebbe stato lui il mandante, per esempio, degli assassini del giudice Falcone e Borsellino. >> Morì in carcere nel 2017. All’età di 87 anni, il suo nome resterà per sempre sinonimo di paura. Totò Riina, l’uomo che fece tremare lo stato e distrusse la vecchia Cosa Nostra. Seriina fu il tiranno, Bernardo Provenzano fu il politico, il boss invisibile che tentò di trasformare la mafia in un’impresa silenziosa.

Nato il 31 gennaio 1933, anche lui a Corleone, Provenzano, era diverso da Riina, taciturno, riflessivo, quasi mistico. Lo chiamavano Binnu Utratturi perché travolgeva tutto ciò che trovava davanti, ma la sua forza più grande non era la violenza, era la pazienza. Dopo l’arresto di Riina nel 1993, Provenzano prese il comando di Cosa Nostra senza  proclami, eliminò i vecchi fedelissimi del capo dei capi e impose una nuova linea.

Niente più stragi, niente più guerre. Voleva una mafia invisibile che si infilasse nell’economia, nella politica, negli appalti pubblici. Una mafia che non sparava più, ma che investiva. La Titante per oltre 40 anni, Provenzano, divenne una leggenda. si muoveva tra masserie e rifugi nei dintorni di Corleone, comunicando attraverso i famosi pizzini, piccoli biglietti scritti a mano, pieni di errori e codici religiosi.

Fu arrestato l’11 aprile 2006 in una masseria di montagna dei cavalli vicino Corleone. Viveva come un eremita, malato e solo. เฮ Eccolo Bernardo Provenzano, piccolo, fragile, a dispetto della sua fama di duro, di potente. Occhiali da vista, una sciarpa bianca, il volto così diverso

dagli denti kit elaborati in questi anni. Eccola l’imprendibile primula che i poliziotti che lo hanno arrestato stamattina alle 11:15 in una massiera di ficuzze. Il bosco che sovrasta Corleone ha sussurrato: “Non sapete cosa fate.” L’arrivo in questura dove si è radunata la folla, poi il lungo rito delle notifiche, 43 anni di latitanze, di reati che ora gli vengono formalmente contestati prima del trasferimento in un carcere del nord a bordo di un elicottero.

Hanno seguito i familiari, i poliziotti e il gruppo ristretto di fiancheggiatori che lo accudiva in quel rifugio che ora è al centro del lavoro degli esperti della scientifica. I poliziotti stanno controllando, verificando i messaggi scritti, i pizzini usati dal boss e ritrovati in gran numero. Provenzano è stato sorpreso mentre iniziava a scrivere a macchina con il più classico degli incipit, carissimo amore mio, una lettera di risposta alla moglie che qualche ora prima gli aveva fatto recapitare un cambio di biancheria. 40 gli esperti

della scientifica che stanno raccogliendo la ricca documentazione che Provenzano portava sempre con sé, dalla quale potrebbero essere avviate altre indagini. Quella che si è conclusa oggi è il frutto di un lungo lavoro di controllo con telecamere nascoste. >> Morì 10 anni dopo, nel 2016, senza mai pentirsi.

Con lui si chiuse definitivamente l’era dei corleonesi, ma il seme del suo metodo, il silenzio e l’invisibilità sopravvive ancora oggi. Se Provenzano fu il politico dell’ombra, Leoluca Bagarella fu la furia cieca della vendetta, l’uomo che visse di odio e di sangue. Nato a Corleone nel 1942, Leoluca Bagarella era il fratello di Calogero e Giuseppe, entrambi uccisi nella guerra di mafia.

Cognato di Totò Riina, ne condivise la visione feroce e paranoica. Era uno dei killer più spietati del clan, temuto anche dai suoi stessi uomini. Negli anni 80 partecipò a decine di omicidi eccellenti, politici, magistrati, poliziotti. era l’esecutore perfetto dei voleri di Riina, ma dopo l’arresto del capo dei capi cercò di imporsi come nuovo leader.

La sua furia però lo rese instabile. Organizzò nuovi attentati nel 1993, Firenze, Milano, Roma, convinto che la strategia del terrore potesse ancora piegare lo Stato. Ma quella stagione era ormai finita. Nel 1995 fu catturato in un appartamento a Palermo. Da allora è detenuto al 41 bis in isolamento totale. Agarella rappresenta l’ultimo respiro della mafia stragista, l’uomo che non seppe accettare che il tempo della paura era finito.

De Bagarella fu il guerriero disperato. Giuseppe Piddu Madonia fu il potere silenzioso dell’entroterra, il boss dei boss di Caltanissetta. Nato a Vallelunga Pratameno nel 1941, Piddu Madonia apparteneva a una delle famiglie più antiche della mafia siciliana. figlio di Francesco Ciccio Madonia, ereditò un impero costruito su traffici, estorsioni e rapporti politici.

Negli anni 70 e 80 fu il punto di riferimento dei corleonesi nella Sicilia centrale. Non amava la ribalta, ma nessuna decisione importante si prendeva senza di lui. Fu accusato di essere tra i mandanti degli omicidi di Pio La Torre, Carlo Alberto dalla Chiesa e dei magistrati Falcone e Borsellino, ma come provenzano  preferiva la discrezione alla violenza diretta.

Nel 1992 tentò di mantenere l’equilibrio tra le varie famiglie, ma lo Stato ormai stava vincendo la sua battaglia. Arrestato nel 1992 e condannato all’ergastolo, Piddu Madonia divenne un simbolo del potere silenzioso, un boss che non urlava, ma decideva la sorte di molti. Ancora oggi il suo nome resta legato alla vecchia Cosa Nostra, quella che univa sangue e politica in un equilibrio perverso.

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