Che afferma di ricevere visioni e sogni divini. Un uomo che si rivolta contro l’Occidente e che, più tardi, nel mezzo di una disastrosa guerra contro la Tanzania, sfida il presidente tanzaniano — sapendo di stare per perdere la guerra — a risolvere il conflitto con un incontro di pugilato. In tutto questo, un uomo che si attribuisce titoli che nessuno potrebbe mai eguagliare: «Sua Eccellenza, Presidente a vita, Maresciallo di Campo Al Hadji Dottor Idi Amin Dada, VC, DSO, MC, CIB, Conquistatore dell’Impero Britannico in Africa in generale e dell’Uganda in particolare».
Un uomo che si congratula con i suoi ministri per avere «il maggior numero di donne manager in Africa» e che consiglia ai suoi medici di «non essere troppo ubriachi davanti ai loro pazienti». Per il mondo, Idi Amin non era soltanto una farsa, ma una serie televisiva completa — un tipo assurdo, magnetico, impossibile da ignorare. Per il suo popolo, il peggior tipo di incubo.
Da cuoco a conquistatore. Da liberatore a boia. Da dittatore a esule — finendo i suoi giorni in Arabia Saudita, nutrendosi solo di arance in qualità di… “fruttariano”. Responsabile della morte di oltre mezzo milione di persone. Questa… è la vera storia di Idi Amin Dada, o di… “Big Daddy”, come più adorava farsi chiamare.
Anni Cinquanta. L’Impero Britannico si sta disintegrando. In Africa, in particolare, la Gran Bretagna sta perdendo la quota più ampia del proprio dominio. Ribellioni e movimenti indipendentisti si stanno diffondendo rapidamente, lacerando l’Impero e dando vita a nuovi Stati nazionali. Per mantenere il controllo, la Gran Bretagna addestra eserciti coloniali composti da popolazioni locali — insegnando loro come reprimere i loro popoli. Ai soldati viene ordinato di incendiare villaggi, torturare sospetti

e di giustiziare i ribelli nelle piazze pubbliche per spezzare ogni resistenza. In una di queste unità — i King’s African Rifles — presta servizio un uomo di origini sud-sudanesi e nubiane: Idi Amin Dada. In Somalia viene inviato a combattere le insurrezioni locali. In Kenya, durante la rivolta dei Mau Mau, si costruisce la sua reputazione — picchiando i prigionieri fino a ucciderli, mutilandoli, tagliando loro le orecchie e costringendo i sospetti a scavarsi la propria fossa. Gli ufficiali britannici lo elogiano per la sua lealtà, il suo coraggio e la sua spietatezza.
Questa lealtà lo fa salire rapidamente di rango. Nel 1959 è sergente dell’esercito coloniale britannico. Nel 1961, tenente. Quando l’Uganda ottiene l’indipendenza nel 1962, il suo servizio all’Impero Britannico termina — ma non la sua carriera militare. Il nuovo governo ugandese, infatti, lo mantiene nei ranghi e lo promuove ulteriormente.
Nel 1964, il primo ministro Milton Obote lo nomina vice comandante dell’esercito e, nel 1966, comandante supremo. Quello stesso anno, il fragile governo ugandese inizia a sgretolarsi sotto il peso della corruzione e delle rivalità tribali. Il re del Buganda, Kabaka Mutesa II, dichiara l’intenzione di separarsi dall’Uganda, rifiutandosi di obbedire al governo centrale. Obote ordina così ad Amin di intervenire.
Amin circonda il palazzo reale con carri armati e artiglieria e apre il fuoco — riducendolo in macerie. Il re fugge in esilio a Londra, segnando la fine dell’antica monarchia ugandese e il consolidamento del potere assoluto di Obote. Per un periodo, Amin e Obote collaborano.
Insieme organizzano rotte di contrabbando — oro e avorio rubati dal vicino Congo, trasportati attraverso l’Uganda da convogli militari e scambiati con denaro e armi con i ribelli congolesi. Una fortuna immensa. Ma Amin diventa sempre più avido. All’insaputa di Obote, inizia a sviare i fondi dell’esercito a proprio vantaggio, arricchendo i suoi ufficiali più fedeli e reclutando soldati provenienti solo dal suo gruppi etnico — musulmani sud-sudanesi e nubiani — in un Paese in gran parte cristiano e profondamente diviso.
Nel gennaio del 1971, Obote finalmente scopre la furbata e pianifica di arrestarlo al ritorno dalla sua conferenza a Singapore. Ma prima che possa agire, Amin colpisce per primo. Conquista Kampala, l’aeroporto, la stazione radio — e il Paese. Obote fugge in Tanzania. Migliaia di ugandesi contrari ad Amin lo seguono oltre confine.
Dalla Tanzania, i fedelissimi di Obote si riorganizzano, si riarmano e tentano di riconquistare l’Uganda. Le forze di Amin li annientano al confine. Migliaia di persone vengono uccise. All’interno dell’Uganda, Amin ordina l’eliminazione di chiunque sia sospettato di fedeltà a Obote — insegnanti, giornalisti, funzionari pubblici, studenti.
Le vittime vengono allineate e fucilate, colpite a martellate in testa, strangolate con filo spinato e gettate nel Nilo. Senza più rivali politici e con l’esercito completamente sotto il suo controllo, Amin si incorona… Presidente dell’Uganda. All’inizio, l’Occidente lo accoglie come un uomo “moderato” — come il nuovo uomo ‘’forte’’ dell’Africa orientale.
Dopotutto, Obote era impopolare per le sue simpatie socialiste e i suoi legami con l’Unione Sovietica. La Gran Bretagna e Israele, in particolare, lo sostengono. Israele addestra i piloti ugandesi, fornisce consiglieri militari e contribuisce alla costruzione dell’aeroporto di Entebbe, mentre la Gran Bretagna ripristina commercio e aiuti.
Ma presto Amin inizia a pretendere concessioni — vuole cose gratuitamente, come ricompensa per la sua lealtà. Quando Gran Bretagna e Israele si rifiutano di dargli quel che vuole, insistendo che paghi, l’alleanza con l’Occidente… crolla immediatamente. Nel 1971, poco dopo aver preso il potere, Idi Amin visita Israele per incontrare la prima ministra Golda Meir.
Chiede aerei da combattimento, carri armati e fucili — tutto gratuitamente. Golda Meir, naturalmente, rifiuta con cortesia. Umiliato, Amin rientra in Uganda ferito nell’orgoglio e colmo di risentimento. Nel luglio del 1972 ordina la chiusura dell’ambasciata israeliana a Kampala, l’espulsione di tutti i consiglieri israeliani e il taglio di ogni relazione diplomatica con il Paese — trasformandosi dall’oggi al domani da uno dei leader africani più filo-israeliani a uno dei più ostili nei suoi confronti.
Quello stesso anno, alle Nazioni Unite, Amin invia un telegramma in cui elogia Adolf Hitler per aver ucciso milioni di ebrei — aggiungendo, però, che ciò che aveva fatto «non era stato… abbastanza», e definendo Israele come «una nazione di criminali». Ora, bisognoso di nuovi alleati, Amin compie improvvisamente il pellegrinaggio dell’Hajj alla Mecca e si reinventa come il campione della solidarietà musulmana.
Si autoproclama «Difensore dell’Islam in Africa», spostando la propria alleanza da Israele e dall’Occidente al mondo arabo — alla Libia di Muammar Gheddafi, che lo inonda di denaro e armi; all’Arabia Saudita, che gli concede prestiti e petrolio; e all’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, che apre campi di addestramento in Uganda.
Poi, nell’agosto del 1972, arriva la sua vendetta contro la Gran Bretagna — una decisione che arriverà a distruggere completamente l’economia ugandese. Amin afferma che una notte Allah gli sia apparso in sogno ordinandogli di espellere tutti gli asiatici dal suo Paese.
Il giorno seguente firma un decreto che concede 90 giorni a tutti gli asiatici residenti a lasciare l’Uganda. All’inizio vengono colpiti solo gli asiatici in possesso di passaporto britannico. Nel giro di poche settimane, l’ordine si estende a indiani, pakistani e persino ad asiatici con cittadinanza ugandese — in totale circa 80.000 persone.
Le regole cambiano di continuo: inizialmente viene detto loro che possono portare con sé una «quantità ragionevole» di beni — pari a qualche migliaio di euro — ma presto Amin limita la quantità a soli 100 scellini ugandesi per famiglia, circa 35 euro adeguati all’inflazione. Ai posti di blocco, i soldati li derubano, li picchiano, costringono gli uomini a restare a faccia a terra mentre mogli e figlie vengono aggredite.
Tutto ciò che possiedono — case, attività commerciali, fabbriche — viene confiscato e distribuito agli amici di Amin, ai ministri e ai soldati, la maggior parte dei quali non ha alcuna competenza per gestirlo. Il risultato è un collasso economico immediato. Quelle 80.000 persone erano medici, commercianti, banchieri, ingegneri e imprenditori — la spina dorsale dell’economia ugandese.
Le fabbriche chiudono dall’oggi al domani, i negozi si svuotano di prodotti, l’inflazione esplode e lo scellino ugandese precipita. Sebbene gli asiatici rappresentassero meno dell’uno per cento della popolazione, generavano quasi il 90 per cento delle entrate fiscali del Paese.
Dopo di ciò, non resta alcuna economia funzionante — solo agricoltura di sussistenza. Eppure Amin chiama tutto questo una «liberazione economica». La Gran Bretagna, coordinandosi con India, Canada e Kenya, evacua i profughi per via aerea. Il mondo condanna Amin. E Amin risponde con battute. Dopo che un devastante sciopero dei minatori nel 1974 mette a nudo la fragilità dell’economia britannica, Idi Amin coglie l’occasione per lanciare una campagna parodistica — il «Save Britain Fund». Negozi ugandesi espongono cassette di cartone per raccogliere denaro,
caffè, banane e manioca «da inviare come aiuti alimentari ai britannici affamati». Allo stesso tempo, Amin invia telegrammi beffardi di «solidarietà» al primo ministro britannico Edward Heath, nei quali inizia a definirsi il «Re Senza Corona di Scozia», sostenendo: «Solo gli scozzesi mi riescono a capire veramente — perché anche loro sono oppressi dai britannici».
In un telegramma arriva persino a congratularsi con Heath per l’«eccellente fisico» di sua moglie, aggiungendo che spera «un giorno di visitare Londra per congratularsi personalmente con lei». Verso il 1975, la paranoia divora Amin. Kampala si riempie di polizia segreta. Ministri vengono arrestati, ufficiali giustiziati con l’accusa di tradimento.
Lo spettacolo che diverte all’estero il mondo, nasconde il terrore che si sta consumando all’interno dell’Uganda. Poi, nel 1976, arriva l’umiliazione che segna l’inizio della sua caduta. Un volo Air France da Tel Aviv a Parigi, con scalo ad Atene, viene dirottato da quattro terroristi — due palestinesi e due tedeschi.
Dopo una breve sosta a Bengasi, in Libia, l’aereo prosegue nel cuore dell’Africa e atterra a Entebbe, in Uganda. Amin si precipita all’aeroporto — saluta con la mano, ride, promette di «fare da mediatore tra le due parti», assicura al mondo che sta «gestendo personalmente la situazione». In realtà, però, si schiera con i dirottatori, ordinando ai soldati ugandesi di proteggerli sorvegliando il terminal.
L’evento passerà alla storia come il Raid di Entebbe — una vicenda che abbiamo già raccontato in dettaglio in questo documentario, disponibile qui sul nostro canale. In breve: utilizzando i progetti del terminal di Entebbe, costruito anni prima proprio da architetti israeliani, il Mossad e le Forze di Difesa Israeliane pianificano una delle operazioni di salvataggio più audaci della storia moderna.
Nella notte del 3 luglio 1976, i commando israeliani volano per 4.000 chilometri attraverso il Mar Rosso e l’Africa centrale, atterrando a Entebbe nel buio della notte. In soli 90 minuti, assaltano il terminal, uccidono tutti i dirottatori e le guardie ugandesi, caricano i 103 ostaggi sugli aerei e li riportano a casa. Quando Amin viene a conoscenza di questa operazione, esplode di rabbia e ordina immediatamente l’uccisione di Dora Bloch — una donna anziana di origine britannico-israeliana che era stata ricoverata in un ospedale di Kampala dopo essersi ammalata durante il dirottamento.
Per Amin, il Raid di Entebbe diventa un’umiliazione che lo perseguita. Subito dopo, giura vendetta vantandosi di come gliela farà pagare a Israele, fantasticando su come colpirà Israele dall’interno. Poco dopo, anche la Gran Bretagna interrompe ogni residuo rapporto con l’Uganda. In questo momento di totale fallimento, invece di ammettere la sconfitta, Amin gonfia il proprio mito verso l’infinito, autoproclamandosi: «Sua Eccellenza, Presidente a vita, Maresciallo di Campo Al-Hadji Dottor Idi Amin Dada, VC, DSO,
MC, CIB, Signore di tutte le bestie della Terra e dei pesci dei mari, Re di Scozia e Conquistatore dell’Impero Britannico in Africa in generale e dell’Uganda in particolare». Dove, «Al-Hadji» si riferisce al suo pellegrinaggio alla Mecca. «Dottore» deriva da una laurea honoris che ha costretto l’Università di Makerere a conferirgli.
«VC», «DSO» e «MC» — stanno rispettivamente per la Victoria Cross, Distinguished Service Order e Military Cross — tutte onorificenze militari britanniche che non ha mai guadagnato. E «CIB» è un titolo che si è inventato da solo: «Conquistatore dell’Impero Britannico». Nella vita quotidiana, ama farsi chiamare «Big Daddy» — e arriva persino a farsi piacere l’appellativo di «Hitler Nero», che sostiene «descrive al meglio chi sono i miei nemici». Mentre l’Occidente soffoca dalle risa al sentire tutti questi suoi titoli assurdi,

all’interno dell’Uganda il nome che lo definisce veramente è «Il Boia dell’Uganda». I cadaveri galleggiano sul Nilo, divorati dai coccodrilli. I soldati saccheggiano i villaggi. La popolazione vive in uno stato costante di terrore e povertà — con stime che indicano tra le 35 e le 170 morti al giorno direttamente attribuibili al suo regime durante questi suoi otto anni al potere.
In un ultimo atto di follia, nel 1978, Amin prende la decisione peggiore della sua vita: invade la regione tanzaniana di Kagera, sostenendo che appartenga di diritto all’Uganda e accusando il presidente della Tanzania, Julius Nyerere, di sostenere gli esuli ugandesi che complottano contro di lui.
Nyerere reagisce immediatamente, lanciando un’invasione su larga scala dell’Uganda. Quando la sconfitta diventa inevitabile, Amin sfida pubblicamente Nyerere a risolvere la guerra «con un incontro di pugilato» tra i due. Il presidente tanzaniano… lo ignora, e il suo esercito avanza, conquistando Kampala nell’aprile del 1979 — costringendo Amin a fuggire dal Paese.
Amin fugge prima in Libia, poi in Iraq e infine in Arabia Saudita — dove la famiglia reale, riconoscendolo come un uomo di fede, gli concede asilo nella città di Gedda. Gli viene dato alloggio in un modesto albergo, insieme a una delle sue mogli e ad una venticinquina dei suoi sessanta figli. In esilio, Amin rilascia un’intervista alla BBC — dove sorride, dove finge che le atrocità del suo regime non siano mai successe, dove insiste sul fatto che il suo popolo «lo ama ancora» e dove aggiunge che… tornerebbe volentieri al potere, se gli ugandesi lo volessero.
Negli anni Ottanta tenta segretamente di lasciare l’Arabia Saudita con un passaporto falso diretto nello Zaire (oggi Repubblica Democratica del Congo). La sua missione: radunare un esercito ribelle e riconquistare l’Uganda. Ma la fantasia crolla immediatamente. Viene intercettato all’aeroporto nello Zaire, gli viene negato l’ingresso e viene rimbalzato più volte tra Senegal e Congo, prima di essere infine riammesso in Arabia Saudita — dopo che il re Hassan II del Marocco interviene personalmente, implorando i sauditi di mostrare clemenza e di riprenderselo.
A Gedda, l’ex «Conquistatore dell’Impero Britannico» vive nel silenzio— obeso, diabetico, dimenticato. Ai numerosi titoli che si è già autoattribuito ne aggiunge uno finale: si autoproclama anche «fruttariano», sostenendo di nutrirsi ultimamente solo di arance. Per la precisione — arance Jaffa, un marchio israeliano.
Un’amara ironia per l’uomo che un tempo aveva giurato di distruggere Israele, e che ora sopravvive del suo frutto. Nel 2003, mentre giace in coma, sua moglie si rivolge al presidente ugandese Yoweri Museveni, chiedendo il permesso di far ritornare Amin in patria. Museveni si rifiuta, dichiarando: «Se torna, dovrà affrontare la giustizia.
» Quell’agosto, Idi Amin… muore in un ospedale saudita. Viene poi sepolto in una semplice tomba a Gedda — dove il mito di Idi Amin finisce… e dove l’uomo è tutto ciò che rimane.
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