Il terremoto colpì alle 5:20 del mattino, il 28 dicembre, due giorni dopo Natale, le famiglie erano riunite, i bambini dormivano nei letti accanto ai genitori. I nonni erano venuti dalla campagna per le feste. Le [musica] case erano piene, più piene del normale, più persone sotto ogni tetto, più persone intrappolate sotto ogni crollo.
Maria Ferraro aveva 34 anni e cinque figli. Abitava in una casa al secondo piano nel quartiere di Portalegni a 200 m dal porto. Non sappiamo molto di lei, solo quello che un registro della Croce Rossa annotò settimane dopo. Donna estratta viva dopo 11 giorni, tre figli deceduti sotto le macerie, nella stessa stanza, due sopravvissuti ritrovati in un ospedale da campo a Catania.
11 giorni sotto le macerie, al buio, con l’odore dei suoi figli morti accanto per 11 giorni. Questo non è un romanzo, questo è un verbale della Croce Rossa. Ora, cosa successe nei minuti immediatamente dopo la scossa? La risposta è il silenzio, non un silenzio metaforico, un silenzio reale documentato da ogni testimone sopravvissuto.
Dopo il ruggito della terra, dopo il boato che le cronache descrivono come un treno che passa sotto i piedi, calò un silenzio che durò diversi minuti. Poi iniziarono le grida, ma le grida venivano da sotto perché il 91% degli edifici di Messina era crollato, non danneggiato, crollato. Le strade non esistevano più come spazi percorribili, erano cumuli di macerie alti 3 4 5 m.
Chi era sopravvissuto era sepolto, chi era fuori non poteva raggiungerli e chi poteva muoversi, i pochissimi, non sapeva dove andare perché i punti di riferimento erano scomparsi. Non c’erano più angoli riconoscibili, non c’erano più strade. Messina non era più una città, era una distesa di polvere e pietre con voci umane che uscivano dal basso.
E poi arrivò il fuoco, le stufe a carbone, i bracieri, le candele delle case, tutto si rovesciò sotto i crolli. Gli incendi scoppiarono simultaneamente in decine di punti della città. Le macerie, legno, tessuti, mobili bruciarono per giorni. Persone intrappolate vive sotto le macerie morirono bruciate.

Non per il terremoto, per il fuoco che venne dopo. Tre strati di morte, la scossa, lo tsunami, il fuoco. In quest’ordine in meno di un’ora. E se sei ancora qui è perché hai capito che questa non è la storia di un disastro naturale, è la storia di cosa succede quando un intero stato fallisce davanti ai suoi cittadini, perché quello che accadde dopo il terremoto è, se possibile, peggio del terremoto stesso.
I primi soccorsi organizzati arrivarono a Messina, una città del Regno d’Italia, non un villaggio sperduto. Dopo 3 giorni, tre giorni, la Marina Militare era a Napoli, l’esercito a Roma. Le comunicazioni erano interrotte, il telegrafo era crollato insieme a tutto il resto, ma non completamente. Alcune navi mercantili avevano già trasmesso la notizia entro ore, eppure per tre giorni Messina restò sola.
I primi ad arrivare non furono italiani, furono i marinai della flotta imperiale russa e della Royal Navy Britannica che si trovavano nel Mediterraneo per caso e deviarono la rotta dopo aver avvertito lo tsunami. Marinai russi ed inglesi scavarono tra le macerie di una città italiana, mentre lo Stato italiano, il loro stato, non era ancora riuscito a organizzare una colonna di soccorso.
Il rapporto del capitano della nave russa Makarov, conservato negli archivi navali di San Pietroburgo, descrive la scena con un linguaggio che non ha bisogno di traduzione emotiva. Navi nel porto di Messina rovesciate come giocattoli, cadaveri galleggianti nello stretto, sopravvissuti che chiedevano acqua dalla riva e non avevano nemmeno la forza di gridare.
I marinai russi lavorarono per giorni senza sosta. Alcuni di loro rimasero traumatizzati per anni e lo Stato italiano, quando finalmente arrivò, mandò soldati non per scavare, per mantenere l’ordine. Una delle prime decisioni fu dichiarare la legge marziale. La priorità non fu salvare i vivi intrappolati, fu impedire i saccheggi.
Questo non è un giudizio politico, è un fatto. un fatto che i giornali dell’epoca, dal Corriere della Sera al Times di Londra, documentarono con indignazione aperta: “Iscriviti adesso perché storie come queste non le trovi nei documentari convenzionali”. Ogni iscrizione è un segnale che questo tipo di racconto, crudo, onesto, senza filtri, merita di esistere e resta, perché la parte peggiore non l’abbiamo ancora raccontata.
La parte peggiore è il numero 80.000 morti. Alcune stime arrivano a 100.000 contando Reggio Calabria, colpita dalla stessa scossa dall’altro lato dello stretto, ma restiamo a Messina. 80.000. [musica] Per dare corpo a quel numero è come se l’intera popolazione della città di Como, ogni persona dal neonato all’anziano, cessasse di esistere in meno di un minuto.
Non in una guerra che dura anni, non in un’epidemia che dà il tempo di scappare. In 37 secondi Messina perse più della metà della sua popolazione. Non esiste un altro evento nella storia moderna italiana che abbia cancellato una tale proporzione di esseri umani in così poco tempo. Nemmeno i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, che pure furono devastanti, raggiunsero questa densità di morte.
E c’è un dettaglio che rende tutto ancora più difficile da digerire. I morti non vennero tutti recuperati, non potevano. Le macerie erano troppo estese, i mezzi troppo primitivi, il tempo troppo poco, perché dopo pochi giorni con i cadaveri che si decomponevano sotto il sole di dicembre, il rischio di epidemia divenne reale.
La decisione fu presa: smettere di cercare i vivi e iniziare a bruciare i morti. Pire fumanti bruciarono per settimane nelle piazze di Messina. L’odore, quell’odore viene descritto nelle lettere dei soccorritori come qualcosa che non si dimenticava più, un odore dolciastro, grasso, che si attaccava ai vestiti e restava nella gola.
I soldati che lavorarono alle Pire tornarono a casa cambiati. Molti non ne parlarono mai. E qui emerge l’ombra più lunga di questa tragedia, perché Messina non venne solo distrutta dalla natura, venne abbandonata dalla politica. Il governo Giolitti stanziò fondi per la ricostruzione, ma quei fondi arrivarono lentamente, vennero distribuiti in modo diseguale e una parte significativa finì, intercettata da reti di intermediari e speculatori.
La ricostruzione di Messina durò decenni, non anni, decenni, no? Sì. Nel 1940, 32 anni dopo il terremoto, c’erano ancora famiglie messinesi che vivevano in baracche provvisorie costruite nel 1909. 32 anni in una baracca provvisoria, due generazioni di bambini nati e cresciuti in strutture che erano state pensate per durare 3 mesi.
Questo schema, la catastrofe naturale seguita dal fallimento istituzionale nella ricostruzione, non ti suona familiare? dovrebbe perché è lo stesso schema che si è ripetuto al Belice nel 1968 in Irpinia nel Misto Ienko 1980 all’Aquila nel 2009 l’Italia non ha un problema con i terremoti. L’Italia ha un problema con quello che succede dopo i terremoti e quel problema è iniziato qui a Messina nel 1908.
