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La Peste a Napoli del 1656 — Quando Morì Metà della Città

 Ma c’è un dettaglio che cambia tutto e che i libri di storia tendono a glossare in fretta. La peste non arrivò a Napoli. La peste fu portata dentro Napoli da chi avrebbe dovuto fermarla e quando qualcuno lo capì, quando qualcuno trovò il coraggio di dirlo ad alta voce, lo misero in prigione. Ecco la storia che non ti hanno mai raccontato.

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 Tutto comincia in Catalogna nell’anno 1650. Un bastimento carico di pellami parte da Algeri. A bordo nascosti nelle fibre dei cuoi, nelle crepe del legno della stiva, agliersini apestis, i batteri della peste, bubbonica, invisibili, i nodori, già presenti in Sardegna dal 1652 dove avevano sterminato circa metà della popolazione dell’isola nel giro di 2 anni.

 Napoli lo sapeva, non era un segreto. Il governatore spagnolo della città aveva imposto da tempo il blocco a tutte le navi provenienti dalla Sardegna. Nessuna poteva attraccare al porto di Napoli senza una verifica sanitaria. Sembrava un sistema ragionevole, sembrava una precauzione sufficiente, non era né l’una né l’altra cosa, perché nel porto di Napoli, nel gennaio del 1656, attraccò una nave da guerra con a bordo soldati spagnoli provenienti dalla Sardegna e le navi da guerra spagnole, le navi militari dello stesso governo che aveva imposto il blocco sanitario,

non venivano sottoposte allo stesso controllo delle navi mercantili, erano esenti per ragioni militari. per ragioni di prestigio, per ragioni che in realtà non erano ragioni, ma solo arroganza del potere. Uno di quei soldati fu portato malato all’ospedale dell’Annunziata. Nei vicoli del lavinaio, il quartiere più povero e sovraffollato della città adiacente alla zona del porto, cominciarono a morire persone.

 Prima lentamente, poi sempre meno lentamente. C’era un medico che lavorava nell’Annunziata, si chiamava Giuseppe Bozzuto. aveva circa 40 anni, era un medico di quelli del popolo, non un accademico dell’università, non uno di quei dottori che passavano le giornate nei palazzi dei nobili a diagnosticare malinconie e prescrivere purghe.

 Era abituato a camminare per i vicoli, a fermarsi in mezzo alla gente, a parlare direttamente, a guardare. Nel febbraio del 1656 Bozzuto guarda un paziente e vede quello che nessuno dei suoi colleghi vuole vedere. bubboni, petcchie, macchie rossastre sulla pelle, una febbre che brucia a 40° e non scende.

 Sintomi che per chiunque avesse anche solo letto qualcosa sulla storia delle epidemie italiane significavano una sola cosa. La peste era Papa a Napoli. Bzuto aveva capito e aveva capito anche qualcos’altro. Aveva capito come era entrata. Aveva parlato con la gente del lavinaio, le donne, i vecchi, quelli che stavano tutto il giorno per strada e aveva ricostruito la catena del contagio.

 Il soldato della nave sarda, l’ospedale, i vicini di casa, i materassi passati di mano dopo la morte del primo infetto. Ogni anello era chiaro, era tracciabile, era ovvio. Bozzuto andò dalle autorità e disse quello che aveva visto. Quello che successe dopo è documentato nel libro di Salvatore De Renzi, Napoli nell’anno 1656, pubblicato nel 1867 sulla base di documenti dell’epoca, il vicerè Garcia di Avellaneda Iaro, conte di Castrillo, fece imprigionare Bozzuto.

Quella sera stessa una carrozza scura si fermò davanti alla casa del medico. Alcuni gendarmi lo presero e lo portarono nel carcere della vicaria. L’accusa nei documenti dell’epoca diffusione di notizie tendenziose, allarmismo. Il vicere e il suo informatore Donato Grimaldi, così scrive lo storico Camillo Albanese, credevano di poter eliminare il problema eliminando chi lo aveva nominato, come se la realtà avesse bisogno del permesso del governo per esistere.

 Fermati un secondo su questo perché è il punto in cui questa storia smette di essere storia e comincia a essere qualcosa di fastidiosamente familiare. Un medico vede una crisi sanitaria in arrivo, la segnala, viene messo a tacere e arrestato. Il governo preferisce mantenere l’ordine pubblico e soprattutto mantenere aperti i porti, attivi i commerci, operative e le strutture militari piuttosto che affrontare una verità scomoda.

 I colleghi di Bzuto, che avevano capito esattamente quello che aveva capito lui, smisero di parlare non per paura della peste, per paura della prigione. L’università ufficiale fu consultata dal vicerè. I medici accademici dichiararono che non si trattava di peste, che le morti erano dovute a infetti da maiali, da cibo avariato, da baccalà di malissimo odore, come recitano i documenti del templo.

 Si bruciò del baccalà, si gettò del frumento in mare, si tenne la notizia sotto controllo per mesi. Nel frattempo la malattia si diffuse in silenzio in tutta la città. La quarantena fu ordinata ufficialmente solo il 12 giugno 1656, quando la peste era già in città da almeno 5 mesi, quando i decessi avevano già raggiunto livelli che non potevano più essere nascosti, quando nelle strade del lavinaio e del mercato le famiglie venivano spazzate via in 24 ore.

Prima che qualcuno in una posizione di potere dicesse la parola peste ad alta voce, era già troppo tardi. Se sei arrivato fin qui, sai già che questa storia finisce male, lo sappiamo tutti. Il titolo lo dice: metà della città. È un numero che hai sentito e che magari non ti ha colpito abbastanza perché i numeri grandi tendono ad anestetizzarci.

Allora, lasciami provare a renderlo reale. Napoli nel 1656 aveva 450.000 abitanti. Era, lo ripetiamo, la seconda o terza città d’Europa. Per dare una misura, Firenze in quel momento aveva circa 70.000 persone. Milano ne aveva 100.000. Napoli era quasi cinque volte più grande di Firenze.

 Era il cuore pulsante del Mezzogiorno, il centro del vicereame spagnolo, il porto più trafficato del Mediterraneo meridionale. In 6 mesi, tra il marzo e il dicembre del 1656, morirono tra i 200.000 e i 250.000 napoletani. Gli storici non concordano su un numero preciso. La documentazione dell’epoca è frammentaria. Alcune fonti parlano di 600.

000 morti, includendo l’intero regno. Quello che è certo è questo. In certi giorni del mese di agosto, quando l’epidemia raggiunse il suo picco, morirono più di 5.000 persone in un singolo giorno. 5.000 persone in un giorno. Stai guardando la città di Trento scomparire in una settimana. Stai guardando Matera sparire in un mese e lo stai guardando succedere in una città in cui non c’erano le infrastrutture, il personale, i mezzi per gestire nemmeno una frazione di quella catastrofe.

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 Adesso andiamo avanti perché quello che viene dopo è peggio di quello che hai già sentito. L’estate del 1656 a Napoli è una delle cose più difficili da descrivere con parole normali. Il caldo estivo nel golfo napoletano è già normalmente oppente, umido, incollato alla pelle, senza vento. Quella estate era anche questo, il calore che accelerava la decomposizione.

 Tanto  corpi che restavano per strada per giorni perché non c’erano abbastanza becchini per raccoglierli. I carretti della morte, guidati da schiavi liberati per l’emergenza, da carcerati cui era stata promessa la libertà in cambio del lavoro, da disperati che avevano perso tutto e non avevano più niente da perdere, che scorrevano per i vicoli raccogliendo i cadaveri con uncini di ferro, le grandi ruote di legno dei carri che passavano sopra i corpi abbandonati nelle strade, il rumore delle ossa che cedevano sotto il peso.

Ci sono resoconti dell’epoca, raccolti da De Renzi, confermati da cronisti come Antonio Rubino nel suo notizia di quanto è occorso in Napoli, che descrivono via Toledo, il corso principale della città, completamente ricoperto di moribondi e cadaveri. Le carrozze dei ricchi e quei pochi che non erano ancor fuggiti ci passavano sopra come se il selciato fosse questo.

 Come se quelle persone non fossero persone. I tribunali chiusero i mercati da se a D. chiusero, il porto fu isolato. Le campagne attorno alla città, già spopolate dall’epidemia, smisero di produrre cibo. I rifornimenti di grano si esaurirono, la fame si aggiunse alla pestilenza, i sopravvissuti, già debilitati, già traumatizzati, cominciarono a morire anche di quello.

 I medici che avevano il coraggio di restare, più di 40 di loro, persero la vita, indossavano i famosi costumi della peste, il lungo mantello cerato, gli occhiali di vetro, i guanti, il becco riempito di sostanze aromatiche nella speranza che i profumi proteggessero dall’aria corrotta. Non capivano ancora niente della trasmissione batterica.

Credevano che la malattia viaggiasse nell’aria come un veleno invisibile, il miasma, e si proteggevano di conseguenza, cioè inutilmente. I rimedi che prescrivevano erano quello che erano: fumo di rosmarino nelle case, aceto mescolato a solfo e aglio, pillole di diversa composizione che non avevano nessun effetto sul batterio, ma che almeno davano l’impressione di fare qualcosa.

 Il 4 giugno 1656, quando era già troppo tardi per quasi tutto, un comitato di medici superstiti presentò un documento ufficiale, la consultazzio Medicorum praevia, sezione cadaverum pro praeservatione et curazione pestis, basato sull’autopsia di due cadaveri. Scoprirono, tra l’altro, che i vasi del cuore erano colmi di sangue grumoso e nero.

 una delle prime osservazioni anatomiche documentate dell’effetto dellainia pestis sul corpo umano. Giuseppe Bozzuto non faceva parte di quel comitato. Bzuto, dopo essere stato liberato dalla prigione quando l’epidemia era ormai conclamata e non poteva più essere negata, era tornato a lavorare nei quartieri poveri.

 L’oscuro medico dell’avvinaio, così lo chiamano le fonti dell’epoca, aveva dichiarato onestamente di non conoscere rimedi contro la peste e di peste era morto nel frattempo, senza riconoscimento, senza cerimonia, senza che nessuno in una posizione di potere dicesse “Aveva ragione lui”. La Chiesa napoletana si trovò in una posizione che definire imbarazzante è un eufemismo storico.

 La narrativa ufficiale costruita insieme dalle autorità spagnole e dall’istituzione ecclesiastica era questa: la peste era un castigo  divino. La causa delle morti non era un batterio che viaggiava sulle pulci dei topi  neri nei vicoli sovraffollati di una città senza fognature. La causa era il peccato.

 la solitudine morale di Napoli di fronte a Dio e in particolare, questo è il dettaglio che rivela tutto, il peccato della rivolta di Masaniello del 1647. Aveva osato quel pescivendolo del mercato guidare una rivolta contro il re cattolico. Aveva osato gridare leva la gabella in piazza mentre bruciavano i banchetti delle tasse.

 E ora Dio puniva Napoli per quel crimine. Questo era il messaggio dei pulpiti. Questa era la lettura ufficiale di ciò che stava accadendo. La conseguenza pratica fu che in molti quartieri si organizzarono processioni di penitenza. Miglia di persone in strada insieme ammassate, che pregavano, che si toccavano, che respiravano la stessa aria.

 Le processioni erano delle macchine di contagio perfette. Più si pregava, più si moriva e la morte veniva interpretata come conferma della colpa che richiedeva altra preghiera che richiedeva altra processione. Nel luglio  del 1656, mentre i corpi si ammucchiavano nelle strade e le fosse comuni sotto la città si riempivano a velocità impossibile da seguire, cominciò a circolare una nuova spiegazione.

Gli Untori, forestieri al soldo della Francia, la Spagna e la Francia erano in guerra che spargevano polveri venefiche nei pozzi e per le strade. Vennero catturati degli stranieri, vennero giustiziati, non avevano fatto niente. Ma dare alla gente un nemico con un volto era più semplice che spiegare un batterio.

 Era più semplice che ammettere che la città era morta per come era organizzata, per come era governata, per come era stata tenuta in condizioni igieniche e medievali da un potere coloniale che preferiva muri stretti e strade sovraffollate, perché la miseria è più facile da controllare della dignità. Mico Spadaro si chiamava all’anagrafe Domenico Gargiulo.

 Aveva 44 anni nel 1656. Era figlio di un artigiano forgiatore di spade, da qui il soprannome che lo seguirà per sempre, ed era diventato uno dei pittori più importanti della Napoli del Seico, documentatore instancabile dei tumultuosi avvenimenti della città. Aveva già dipinto l’eruzione del Vesuvio del 1631, aveva già dipinto la rivolta di Masaniello del 1647 ed era lì nascosto in un monastero per sopravvivere all’epidemia grazie all’ospitalità del cardinale Ascanio Filomarino, quando decise di dipingere anche questo. Il dipinto si chiama Largo

Mercatello a Napoli durante la peste del Empecerant, 1065 asterisco. sta oggi al Museo Nazionale di San Martino a Napoli, puoi andarci a vederlo. È una delle immagini più perturbanti che la pittura italiana del 6ic abbia prodotto e lo è non per i soliti motivi dell’arte barocca, non per il dramma della composizione o la profondità dello sguardo dei soggetti.

Lo è perché Micko Spadaro non ha dipinto con Patos, non ha esagerato, ha guardato quello che c’era e lo ha messo sulla tela con la precisione fredda di chissà che quello che vede deve essere ricordato esattamente com’era, senza abbellimento, senza pietà retorica. Quello che c’era nel largo mercatello, l’attuale piazza Dante, dove oggi ci sono i caffè e i librai e i turisti con le fotocamere, era questo, una distesa di corpi.

 Moribondi accanto a morti, religiosi che reggevano i sacramenti sopra figure già immobili, uomini con cappucci al volto e uncini di ferro che raccoglievano i cadaveri sui carretti. Qualcuno che assisteva, qualcuno che fuggiva tappandosi il naso e in basso in strada le carrozze dei ricchi che passavano. Mico ci ha messo anche i santi patroni in alto nel quadro.

 52 santi aveva Napoli in quel periodo. Li ha dipinti piccoli, nella parte superiore della tela, non predominanti, non intervenenti, assistono dall’alto senza fare niente. È il giudizio più spietato che un pittore napoletano del 6ic potesse permettersi di esprimere. C’è una data che merita di essere fermata nel tempo come un’istantanea.

Il 14 agosto del 1656, in pieno cuore dell’estate, quando sembrava che Napoli stesse per dissolversi completamente in morte e odore di morte, si scatenò un temporale improvviso di violenza straordinaria. Una pioggia come quella che arriva poche volte in una generazione, acqua che cadeva in quantità tali da sembrare un secondo diluvio.

 Le strade si trasformarono in torrenti e le fognature di Napoli, già sature, già intasate di tutto ciò che in 6 mesi di epidemia vi era stato gettato, strariparono. La grande cloaca sotto via Toledo cedette. Un documento del Banco del Salvatore, datato 18 settembre, registra il pagamento di 100 ducati per i lavori di riparazione del Chiavicone e Fosso nella strada di Toledo per sviare le lave.

 È uno dei pochi documenti contabili che testimoniano cosa successe quel giorno. Successe che la fogna esplose e portò in superficie tutto quello che conteneva. I cadaveri che vi erano stati abbandonati, le acque putride di mesi di epidemia, corpi interi, corpi in frammenti che scorrevano per le strade come in un incubo medievale e finivano in mare nel golfo.

  Per giorni le spiagge di Chia, la spiaggia dei nobili, la spiaggia della bellezza napoletana, si riempirono di  resti umani sotto il sole di agosto in decomposizione e poi la peste cominciò a rallentare. Gli storici della medicina discutono ancora le ragioni, probabilmente una combinazione di fattori, l’esaurimento del serbatoio di ospiti suscettibili dopo 6 mesi di contagio intenso.

 La fine della stagione estiva che aveva favorito la riproduzione delle pulci vettori, le misure di quarantena tardive che avevano comunque ridotto alcuni contatti, forse anche in modo bizzarro quel temporale che aveva lavato le strade. L’8 dicembre 1656, la festa dell’Immacolata Concezione, Napoli fu dichiarata ufficialmente libera dalla peste.

Adesso torna alla Lapide, Tempore Pestis 1656, nona perietur.  I morti dovevano andare da qualche parte. La città aveva prodotto più cadaveri di quanto qualsiasi sistema funerario potesse gestire. Le chiese non bastevano. Fu vietato, per legge, seppellire nelle chiese una delle poche misure sensate prese durante l’intera epidemia.

 Le fosse comuni a cielo aperto erano insalubri e ricolme. La soluzione fu quella che la geografia di Napoli offriva da millenni. Le cave di tufo sottostanti la città. Napoli è costruita sopra un reticolo di cavità, gallerie, cisterne e grotte scavate nel tufo giallo. La pietra tenera e lavica con cui sono costruite le fondamenta di quasi tutti i palazzi storici.

 Questa rete sotterranea, che i napoletani conoscono come Napoli sotterranea, fu usata come deposito dei morti di peste. le quattro grandi, fosse sotto quella che era la piazza dell’avvinaio, poi ribattezzata, nell’ironia amara della toponomastica, Il cimitero del pianto, furono riempite di corpi, 47.000 in una sola secondo le fonti dell’epoca.

 Prima bruciati, poi gettati, prima gettati, poi ricoperti di calce, prima ricoperti di calce, poi sigillati. E sulla pietra che sigillava quattro parole: non aperetour, non si apre. Quella lapide regge ancora. L’ordine che porta è ancora valido. Sotto Piazza Dante, sotto i tavolini dei bar, sotto i libri dell’antiquariato, sotto i turisti che fotografano l’enorme statua di Dante che guarda verso il mare, ci sono ancora loro, i 60.000,

 gli 80.000, i 200.000. I numeri cambiano a seconda della fonte che morirono perché qualcuno aveva deciso che la notizia della peste era più pericolosa della peste stessa. Salvatore De Renzi era un medico napoletano nato nel 1800, morto nel 1872. >>  >> un positivista, uno storico della medicina, un uomo del suo tempo convinto che la scienza dovesse guardare il passato senza veli per capire come non ripetere gli stessi errori.

 Nel 1867 pubblicò Napoli nell’anno 1656, un volume costruito interamente su documenti originali dell’epoca: ordinanze del regio consiglio collaterale, registri degli ospedali, cronache locali, lettere. Era un atto deliberato di ricostruzione storica in un momento in cui quei documenti rischiavano di perdersi del tutto.

 Renzi non era uno scrittore di stile, era uno scienziato. Ma tra le sue pagine, con quella sobrietà da patologo che guarda le cose come sono, emerge qualcosa che brucia ancora. La consapevolezza che la catastrofe del 1656 non fu inevitabile, che ogni singola decisione presa dalle autorità spagnole, il ritardo nel riconoscere il contagio, l’arresto di Bozzuto, il permesso iniziale alla gente di lasciare la città e portare l’infezione in tutto il regno, le processioni di massa, la caccia agli untori, peggiorò quello che avrebbe

potuto essere contenuto. Non fu la peste a uccidere mezzo milione di persone nel regno di Napoli, fu la gestione della peste. Fu la decisione presa a tavolino in un palazzo vicereale che la stabilità politica valeva più della vita dei sudditi, che ammettere la crisi era più pericoloso della crisi stessa, che chi diceva la verità andava fatto tacere perché la verità disturba l’ordine.

Ozsuto morì in prigione o comunque contrasse la malattia durante la sua prigionia e fu rilasciato solo per morire a casa sua, come testimoniano i documenti raccolti da Renzi e da Francesco, Montanaro. Non c’è nessuna piazza a Napoli intitolata a Giuseppe Bozzuto, non c’è nessun monumento. La sua storia è nota solo agli storici della medicina che si occupano del seicento napoletano.

 Il vicereè Garcia di Avellaneda Iaro, Conte di Castrillo, finì il suo mandato nel 1658, 2 anni dopo la fine dell’epidemia, e tornò in Spagna. Non fu mai processato, non fu mai chiamato a rispondere di niente. Morì nel 1670 a 82 anni con i suoi titoli intatti. Ecco il punto in cui devo dirti qualcosa che probabilmente sai già, ma che questa storia rende impossibile non dire.

 Non siamo diventati più intelligenti, non siamo diventati più onesti. I meccanismi che portarono alla morte di mezzo milione di persone nel 6, la soppressione dell’allarme, la protezione degli interessi economici sopra la salute pubblica, la ricerca del capro espiatorio, il racconto ufficiale costruito per difendere il potere non appartengono al passato, appartengono alla struttura di come il potere funziona quando si sente minacciato.

Napoli non era governata da mostri, era governata da funzionari che avevano paura. Paura delle rivolte. Era appena passato Masaniello, era appena passata l’eruzione del 1631. La città era un bariglione di polvere da sparo emozionale, paura delle conseguenze economiche dell’ammettere un’epidemia, i porti chiusi, i commerci bloccati, le forniture militari interrotte, paura forse anche semplicemente di avere torto.

 E così scelsero di non avere torto, di non ammettere, di imprigionare chi diceva la verità, di inventare spiegazioni alternative, di lasciare che la realtà facesse il suo corso mentre costruivano una narrativa parallela. La parola che usiamo oggi per descrivere quella cosa è negligenza criminale.  Il concetto che usiamo oggi per descrivere il medico Giuseppe Bozzuto è whistle Blower.

  La struttura che usiamo oggi per spiegare perché il governo non aglitto di interessi tra potere politico e salute pubblica. Non sono concetti nuovi, sono vecchi di 400 anni e ogni volta che la storia arriva a un momento come quello del 1656 a Napoli li ritrovi identici con nomi diversi in lingue diverse sotto bandiere diverse.

 Se cammini oggi per Napoli, se sei mai stato a Napoli, se hai mai fatto una di quelle passeggiate serali da Piazza del Gesù verso il centro storico, attraverso Spaccanapoli con le pizzerie e i presepi e il baccano delle famiglie, stai camminando sopra una delle più grandi catastrofi dimenticate della storia italiana. Sono ancora là sotto.

La lapide regge ancora. L’ordine è ancora non aperieto, quella strana, caotica, meravigliosa città che puzza di caffè e mare e friggitoria è la città ricresciuta sopra quella morte, come fa da millenni, come ha sempre fatto, perché Napoli ha questa qualità oscura e straordinaria. È stata distrutta così tante volte che la ricostruzione è diventata il suo DNA.

Il Vesuvio, Masaniello, la peste, i terremoti, i bombardamenti della seconda guerra mondiale  e ogni volta la città rinasce, non pulita e ordinata come vorresti, ma viva, disperatamente, ostinatamente, caoticamente viva. Ma c’è una cosa che Napoli non ha ancora fatto 400 anni dopo.

 Non ha mai detto il nome di Giuseppe Bozzuto ad alta voce. Non ha mai costruito una memoria pubblica di quello che accadde. Non ha mai messo in piazza, accanto alla statua di Dante e sopra le fosse sigillate, una lapide che dica: “Qui c’era un medico che aveva ragione”. Lo misero in prigione, morì e poi morirono 200.000 dei suoi vicini.

Forse perché ammettere quella storia vorrebbe dire ammettere che non è finita, che il meccanismo che uccise Napoli nel 1656 è lo stesso che governa ancora con altri volti, altri nomi, altri interessi da proteggere. Forse perché certe lapidi è più comodo lasciarle chiuse, non aperieur.

 Quello che c’è dall’altra parte di quella lapide non è solo un ossario, è la risposta alla domanda che non ci facciamo abbastanza spesso. Cosa succede quando chi sa la verità viene fatto tacere? Succede questo. 47.000 corpi in una fossa, 200.000 morti in una città, un medico morto in prigione, il cui nome non conosce quasi nessuno, un vicereè morto di vecchiaia nei suoi letti di Spagna e una lapide che dice “Non si apre”.

 Lascia un commento sotto questo video, dimmi, c’è qualcosa di questa storia che ti ha colpito di più? C’è un nome, un momento, un dettaglio che vuoi approfondire? Queste conversazioni sono il motivo per cui continuiamo a fare questo lavoro. Il prossimo video parliamo di un’altra catastrofe che l’Italia ha scelto di dimenticare, di una strage che avvenne in tempo di pace per mano di persone che avrebbero dovuto proteggere la gente che invece uccisero.

 Una storia in cui i responsabili non pagarono mai. Una storia molto più recente di quanto pensi. La storia nuda non quella che ti hanno insegnato.

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