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La Silenziosa Fabbrica Atlantic: Come Svanì l’Impero dei Giocattoli Italiano

 I bambini volevano soldatini, ma i soldatini disponibili erano stranieri e costosi. Una scatola Airfix in scala H0 costava 500 lire o più, l’equivalente di 3 l di benzina nel 1970. Il panorama industriale del giocattolo italiano era una galassia di piccole e medie aziende del nord, quasi tutte lombarde, venete o emiliane.

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 Poly Steel, fondata nel 1955 a Milano da Eugenio Agrati ed Ennio Sala, produceva automobili in plastica e poi di Eccast, Lima di Vicenza faceva modellini ferroviari. Mebetis, Mercury di Torino, Biburago si dividevano il mercato delle automobiline. Rivarossi produceva treni di alta gamma. La Landi di Cesano Maderno faceva soldatini in cromoplasto dipinti a mano, bellissimi ma proibitivi.

 I nardi smontabili erano prodotti artigianali di nicchia. Nessuno faceva soldatini su scala industriale a un prezzo che un bambino potesse permettersi con la paghetta della domenica. Era in quella fessura che Compagnoni aveva infilato lo sguardo. Il 18 febbraio 1966 formalizzò il sogno. La Atlantic Giocattoli Spa fu costituita con sede legale in corso Buenos Aires 28 Milano.

 Oggetto sociale, fabbricazione e commercio di giocattoli e prodotti affini. Aveva un socio tecnico che sapeva costruire qualunque cosa in plastica, un negozio di famiglia che gli dava il polso del mercato e quattro anni di tempo per prepararsi al salto, perché per trasformare l’intuizione in produzione serviva spazio e il retrobottega di zia Gin non bastava più.

Capitolo 2. Via Re di Puglia. Il 4 ottobre 1970, alla presenza delle autorità cittadine di Treviglio, venne inaugurato il nuovo stabilimento della Atlantic Giocattoli in via Rei Puglia 535 nella zona industriale PIP 1 della città, provincia di Bergamo. A Milano restava l’ufficio commerciale e il marketing. A Treviglio si produceva.

 Il capannone era grande, moderno per l’epoca. Uffici, magazzino, reparto stampaggio a iniezione, reparto termoforatura, reparto confezionamento. L’EC di Bergamo mandò un cronista. C’è una foto di quell’inaugurazione conservata nel quarto volume di viaggio nell’Atlantic. La grande opera storiografica autoprodotta da Mauro Menghini di Ferrara, Giuseppe Berselli di Reggio Emilia, Dario Carlotto di Vicenza e Roberto Testa di Modena, senza ISBN, basata su testimonianze dirette che mostra compagnoni davanti al suo stabilimento nuovo di zecca, la faccia

di un uomo che ha appena ricevuto le chiavi del proprio futuro. Nicoletta era tra le prime assunte. Sono entrata in fabbrica nel settembre del 1970. Inizialmente eravamo 8-10 ragazze. Otto ragazze in un capannone nuovo. Avrebbero potuto restare otto per anni. Ma nel 1971 dallo stabilimento di via Rei Puglia uscirono le prime quattro scatole della serie che avrebbe cambiato tutto.

Si chiamavano Soldati d’Italia, Bersaglieri d’Italia, codice 100.001, Alpini d’Italia codice 100.002, Carabinieri, paracadutisti, scala H0 1 a 72 e successivamente 1 a 32, plastica monocolore, verde, kaki, blu, soldatini da assemblare senza colla. Una scatola costava 100 lire. 100 lire. Nessuno in Italia aveva mai fatto niente di simile.

Per la prima volta un’azienda italiana produceva soldatini in plastica in massa, ma non gli inglesi di Airfix, non i confederati americani, non i tedeschi della vermacht. Gli alpini, i carabinieri, i sommozzatori del Comsubin, i fanti dell’esercito repubblicano, i bersaglieri con il cappello piumato. Era un’operazione di identità nazionale prima ancora che di marketing.

 Il bambino italiano poteva finalmente schierare sul tappeto del salotto il proprio esercito, non quello di qualunque altro. E il prezzo era democratico in un modo che oggi è difficile da comprendere. Romeo Guzmini, con la precisione del contabile che era, lo mise in numeri. Una scatola costava 12-13 lire alla produzione, era venduta a 40 lire ai distributori e arrivava al bambino a 100, da 13 a 100.

 Un margine che finanziava tutto: gli stampi, i turni, le assunzioni, i vagoni ferroviari per l’estero. Dietro ogni soldatino c’era Piero Guerra. Le incisioni degli stampi erano fatte a mano, una per una, con bulini e frese manuali, in un’epoca in cui il controllo numerico computerizzato non esisteva nella produzione di giocattoli.

 Ogni fibbia, ogni cinghia, ogni elmetto era lavoro di polso e di occhio. Sua moglie Pina lavorava nello stabilimento come maestra delle ragazze addette alla produzione. Lidia, impiegata in amministrazione, avrebbe ricordato Piero Guerra era un papà per tutti, ci voleva bene, era addetto alla produzione, controllava il magazzino e insieme ad altri due addetti eseguiva la manutenzione degli stampi.

Marisa fu ancora più diretta. Piero Guerra realizzava il disegno dei plastici e dei giocattoli e curava gli stampi. Faceva tutto lui. Compagnoni, il ragioniere e guerra all’artigiano, la testa e le mani e attorno a loro una fabbrica che stava per esplodere. I soldati d’Italia furono il detonatore. In rapida successione arrivò il resto, la serie Western, Cowboy, Indiani Pace, Soldati di Cavalleria USA, carovane, Palizzate di Forta Pace, la diligenza Wells Fargo, tutta la saga del West, interamente fabbricata nella bassa

bergamasca, la seconda guerra mondiale. Tedeschi in scala 1 a 32 e H0. Inglesi, americani, italiani, giapponesi, i Panzer, i Tiger, gli Sherman, le Jeep, il semicingolato Kraus Maffei, che oggi è uno dei pezzi più rari dell’intero catalogo, e poi la serie che avrebbe fatto discutere un’Italia ancora divisa dal proprio passato. Capitolo 3.

 L’età di plastica, quattro scatole, la marcia su Roma, Mussolini e le camicie nere. Hitler, camicie brune e SS. Lenin Stalin, la rivoluzione russa, Mao, la rivoluzione cinese, erano soldatini che nessun altro produttore al mondo avrebbe mai osato mettere in commercio e che oggi, 30 anni dopo, sono tra gli oggetti più ricercati dai collezionisti.

 Nel giugno del 1975 Stampa Sera dedicò un articolo alla serie Giochi educativi per piccoli fascisti titolava il giornale torinese, accusando l’azienda di aver superato il limite mettendo in vendita Adolfo Hitler, circondato dalle famigerate camicie brune e dalle SS. Fu il primo caso italiano di polemica pubblica su un giocattolo per la sua valenza politica.

Atlantic non rispose ufficialmente, non ritirò le scatole e vendette ancora di più, ma le rivoluzioni erano una nota di colore nel concerto principale. Il cuore pulsante della Atlantic 1971 e il 1978 era il catalogo militare e storico che cresceva di anno in anno, scatola dopo scatola, con una sistematicità quasi enciclopedica.

 I soldati d’Italia si erano moltiplicati fino a diventare una mappa delle forze armate italiane più dettagliata di qualunque opuscolo del Ministero della Difesa. Banda carabinieri, sommozzatori, aviatori, marinai, truppe da sbarco San Marco, fanteria all’assalto, squadra mitraglieri e mortaisti, squadra comando motorizzata, gruppo d’appoggio anticarro, artiglieria leggera, sezione autotrasportata, squadra contraerea missilistica, artiglieria pesante campale, ambulanza squadra soccorso.

 A questi si aggiungevano i mezzi dell’esercito italiano, il carro leopard, l’M113, l’obice semovente, la jeep AR, il semicingolato, l’elicottero Boeing Vertol e i soggetti aerei come il Savoia Marchetti SM79 con i due siluri sotto la fusoliera. E poi arrivarono i popoli antichi, il colpo da maestro della seconda metà degli anni 70.

 egiziani, greci, troiani, romani, non solo soldatini, accessori di grande formato che trasformavano il pavimento del salotto in un set cinematografico, la sfinge, il palazzo del faraone, le navi da guerra greche, le torri d’assedio romane, un catalogo che mescolava la storia antica con la storia militare contemporanea, il Colosseo con il carro Leopard, i gladiatori con i carabinieri.

 Era un’enciclopedia di plastica monocolore venduta a 100 lire per scatola, accessibile a qualunque bambino d’Italia che avesse in tasca una moneta da 100 lire e la voglia di costruirsi un mondo. Quello che accadeva dentro via Rei Puglia tra il 1975 e il 1977 non aveva precedenti nell’industria del giocattolo italiano.

 Gusmini lo raccontò con la precisione del contabile che era: “A metà degli anni 70 la richiesta dei soldatini fu tale da avere la fila di acquirenti. Per produrli in fabbrica si lavorava 24 ore al giorno, sabato e domenica compresi, tranne a Natale e nelle principali festività, con turni dalle 6:00 alle 14, dalle 14 alle 22 e dalle 22 di sera alle 6:00 del mattino.

Tre turni, 7 giorni su 7. Le stampatrici a iniezione, più di 10 macchine, non si fermavano mai. Il polietilene entrava da un lato sotto forma di granuli e usciva dall’altro sotto forma di alpini, gladiatori, faraoni. Lo stabilimento riceveva ogni giorno due o tre vagoni ferroviari che venivano caricati direttamente sui binari di raccordo industriale di Treviglio.

Destinazione: Francia, Germania, Inghilterra, Stati Uniti. Tre autocarri marchiati Atlantic giocattoli, un grande e due medi, più un furgoncino Fiat 850T per le consegne di prossimità servivano il mercato interno. Le scatole avevano confezioni in cinque lingue. L’importatore francese era Monsieur Claude Bertier della Orleuet di Lione che aveva costruito un mercato stabile oltrealpe.

 I collezionisti americani avrebbero ricordato la Atlantic come the most fantastic specialty items del mercato europeo, in particolare per i mini diorami e i set tematici che nessun altro produttore osava. Caster criellato dalle frecce, gladiatori romani nell’arena, marinai italiani degli anni 70. Dentro la fabbrica la forza lavoro era in maggioranza femminile.

 Le ragazze di Treviglio e del circondario, confezionatrici, assemblatrici, lavoravano ai tavoli del reparto in scatolamento e sigillatura. Aldo, capo magazziniere dal 1973, contava 4050 addetti e 30-40 ragazze al confezionamento. Gli uomini governavano le stampatrici a iniezione e il magazzino.

 14 persone occupavano il solo ufficio commerciale di Milano. Nicoletta, che era entrata quando erano in otto, guardava intorno a sé e vedeva 120 colleghe. Antonietta, arrivata al magazzino e al confezionamento nel 1975, avrebbe detto semplicemente: “Sono stati sette anni bellissimi”. Lidia, impiegata addetta alle traduzioni e ai telex, ricordava un dettaglio che racconta più di qualunque cifra di fatturato.

 Ricordo quando mi avvicinavo alle macchine ad iniezione che rimanevo affascinata dalle stampate della plastica e dall’odore che emanavano. E poi ricordo i numerosi bambini che tentavano di scavalcare la recinzione della ditta per recuperare le stampate difettose. Andavano matti per i giocattoli Atlantic. Quei bambini non erano ladri, erano il mercato allo stato puro e la Atlantic lo sapeva o forse lo incoraggiava.

L’azienda lasciava dei bidoni pieni di soldatini difettati o in attesa di spedizione all’esterno del capannone dentro la recinzione. Silvio Gelmi, titolare dello storico negozio di giocattoli di Treviglio, 136 anni di attività familiare, sospettava che fosse una strategia di marketing voluta. Che lo fosse o no, l’immagine racconta la Atlantic meglio di qualunque bilancio.

 i bambini della bassa bergamasca che scavalcano una rete metallica per arrivare a una cuccagna di soldatini gratuiti. Nel 1975 in Italia quello era il paradiso. C’era poi il lavoro a domicilio, tessuto connettivo del distretto industriale lombardo. Famiglie intere di Treviglio e del circondario assemblavano scatole, motoscafi, carri armati nelle proprie cucine, ritirandole stampate dalla madre di Piero Guerra.

 Era l’integrazione casa fabbrica del miracolo economico, quella produzione diffusa che teneva insieme la catena del valore dal capannone alla tavola di cucina. Alessandra, addetta vendite per oltre 13 anni, dipingeva un ritratto del padrone che non aveva nulla del capitalista rapace. Il ragioniere Sandro Compagnoni, il titolare dell’azienda, un uomo di grande cuore, ci trattava bene, amava le sue impiegate e i suoi operai, aveva il suo carattere, però riconosceva i nostri diritti e sul lavoro ci siamo sentiti sempre a nostro agio. Antonietta

confermava, si recava nello stabilimento di Treviglio tutti i giorni. Era una bravissima persona, attenta alle necessità del personale. Aldo, il magazziniere, completava il quadro. Siapagnoni, il titolare che Piero Guerra, il capo officina che aveva la responsabilità di tutte le macchine, entrambi erano persone capaci che sapevano fare egregiamente il proprio lavoro.

Compagnoni arrivava da Milano ogni mattina con la sua Alfa Romeo quadrifoglio. Il meccanico Nicodemo raccontava: “Il SIG, compagnoni possedeva una Alfa Romeo quadrifoglio e tutti i sabati passava all’officina Alfa Romeo dove lavoravo. veniva da Milano e lasciava la sua vettura presso di noi per andare poi a giocare a golf.

Un imprenditore lombardo della seconda generazione del miracolo. La sua città, la sua auto sportiva italiana, il suo svago borghese del sabato che governava un’azienda dove si timbrava il cartellino, ma ci si conosceva tutti per nome. Nel 1977 l’Enciclopedia Rizzoli per i ragazzi alla voce modellismo nel volume 9 illustrò l’argomento con fotografie di ragazzi che giocavano con i soldatini Atlantic.

Non era pubblicità pagata, era la constatazione di un fatto culturale. In Italia, nel 1977 i soldatini erano Atlantic. Le illustrazioni sulle scatole meritavano un capitolo a parte nella storia dell’illustrazione popolare italiana e non l’hanno mai ricevuto. Tempere, tecniche miste su matita, tavole dipinte a mano per ciascuna confezione.

 Le prime box art soldati d’Italia portavano la sigla MG su due confezioni isolate. un artista mai identificato, forse un collaboratore delle agenzie pubblicitarie milanesi che curavano la grafica nei primissimi anni 70. Dalla metà degli anni 70 la direzione artistica passò nelle mani di Franco Pezzini dall’ufficio marketing di Milano con l’apporto creativo straordinario di Ezio Savazzi per le linee successive.

 Le tavole di Harlock sarebbero state dipinte a matite colorate, quelle di galaxia tempera, China e Anilina, un patrimonio di illustrazione popolare italiana ancora oggi quasi inesplorato. Il sindaco di Treviglio dell’epoca, lo raccontò lui stesso, da bambino aveva visitato la fabbrica con la sua classe elementare.

Atlantic apriva le porte alle scuole del territorio. I bambini entravano, vedevano le macchine a iniezione che sputavano soldatini, sentivano quell’odore di plastica calda che Lidia ancora ricordava con fascinazione e tornavano a casa con gli occhi pieni di un mondo che si poteva fabbricare. Silvio Gelmi aggiungeva un dettaglio che nessuno aveva colto prima.

 Compagnoni era un buon imprenditore per i suoi tempi. È stato il primo a inserire i giocattoli nei giornalini distribuiti nelle edicole. Non solo li vendeva nelle edicole, li metteva dentro le riviste per ragazzi, era distribuzione capillare prima che qualcuno inventasse il termine. Capitolo 4.

 La vetta e il precipizio che nessuno vedeva. Nel 1978 il catalogo Atlantic raggiunse la sua massima espansione. Il Colosseo ha 196 pezzi in plastica rigida, un monumento romano in miniatura, fabbricato in un capannone della bassa bergamasca. La Galaxy serie, personaggi di fantascienza originali disegnati da Ezio Savazzi, Skyman, Zefton, Hambot, Dinathlon, Skygl, Hypnos, Sloggy, I veicoli Falcon Interceptor e Supercar Interceptor, i Cosmoscachcy, i giochi da tavolo, gioca Goal, la risposta italiana a subo a basso costo e Super Basket, il

supermercato in miniatura per le bambine, il lanciaintercettori, il mitra spaziale, le pistole del West con i tappi a percussione. I motoscafi in plastica termoforata da cui tutto era cominciato, i profumi giocattolo, 150 dipendenti al picco, sommando produzione, magazzino, uffici e amministrazione, stampatrici che lavoravano 24 ore su 24, vagoni ferroviari che partivano per mezza Europa, confezioni in cinque lingue, un importatore storico in Francia, distributori nel Nord America, l’Enciclopedia Rizzoli che illustrava il

modellismo italiano con le loro foto, una dichiarazione delle fonti dell’epoca. Atlantic era uno dei leader europei del settore. Era il momento di massima espansione creativa dell’Atlantic Giocattoli di Treviglio. 8 anni prima compagnoni e guerra avevano lasciato il retrobottega di via Paolo Sarpi con un sogno e qualche stampo.

Adesso governavano un catalogo di centinaia di referenze, una fabbrica che non dormiva mai e un nome riconosciuto da ogni bambino tra Torino e Palermo. In 8 anni avevano inventato un mercato che prima non esisteva, lo avevano dominato e adesso lo definivano. Ed era, senza che nessuno dentro quei muri potesse ancora immaginarlo, il momento di massima vulnerabilità.

Il catalogo del 1978 conteneva già il sintomo della malattia che avrebbe ucciso tutto, anche se nessuno sapeva ancora leggerlo, la Galaxy serie. Perché quella linea di personaggi fantascientifici non era nata da un’intuizione creativa spontanea, era nata da un rifiuto, un rifiuto pronunciato un anno prima, nel 1977, da un imprenditore che aveva costruito un impero sui soldatini storici e non riusciva a immaginare un mondo dove i bambini volessero qualcosa di diverso da un alpino o un legionario romano.

 La Galaxy serie era una rincorsa e le rincorse nel mercato del giocattolo arrivano quasi sempre troppo tardi, mentre a via Rei di Puglia le stampatrici lavoravano il terzo turno e le ragazze confezionavano scatole di egiziani e romani a Roma su un canale televisivo che quasi tutti gli italiani guardavano ogni sera, stava per andare in onda qualcosa che avrebbe cambiato per sempre i pomeriggi dei bambini italiani.

 E i bambini di Treviglio che scavalcavano la rete per rubare soldatini dai bidoni, stavano per smettere di scavalcare, non perché la rete fosse diventata più alta, perché dall’altra parte dello schermo era arrivato qualcosa di più grande di qualunque soldatino di plastica. Capitolo 5. Il 4 aprile. Il 4 aprile 1978 alle 18:45 sulla rete 2 che non si chiamava ancora Rai 2.

 Il nome cambierà solo nel 1983 all’interno del contenitore serale. Buonasera con introdotto da Maria Giovanna Elmi andò in onda per la prima volta in Italia un cartone animato giapponese che si chiamava UFO Robot Goldrake. Nessuno quel pomeriggio capì cosa stava per succedere, né a Roma né a Treviglio. Un robot gigante che combatteva contro mostri spaziali, colori violenti, musica incalzante, un eroe con un mantello e un’astronave a forma di disco.

 Per un bambino italiano cresciuto con gli alpini di plastica monocolore e i romani da assemblare senza colla, Goldrake era un’esplosione sensoriale. era il futuro che entrava in casa dal televisore alle 18:45, l’ora esatta in cui i genitori preparavano la cena e i bambini avevano il controllo del telecomando.

 L’effetto fu immediato e devastante per chiunque producesse giocattoli tradizionali. Franco Pezzini, l’art director della Atlantic, lo avrebbe riassunto con una frase secca che conteneva tutta l’autopsia. La crisi dei giocattoli inizia con i cartoni giapponesi. I bambini stavano davanti alla televisione invece di giocare.

Non giocavano meno, giocavano diversamente. E quello che volevano adesso non era un soldatino monocolore da schierare sul tappeto. Era il robot che avevano visto sullo schermo mezz’ora prima, nella stessa forma, negli stessi colori, con lo stesso nome. Il giocattolo non era più un oggetto da immaginazione, era diventato il derivato di un contenuto televisivo e chi non aveva quel contenuto non aveva quel mercato.

 Nella primavera estate del 1978 a via Rei Puglia la produzione di nuovi soldatini fu sospesa. Le stampatrici non si fermarono, continuavano a ristampare i soggetti esistenti per il mercato residuo, ma nessun nuovo stampo venne commissionato, nessun nuovo soggetto fu disegnato. La macchina creativa, che aveva generato centinaia di referenze in 7 anni, si arrestò.

 In magazzino c’erano ancora scatole da spedire, ordini da evadere, confezioni da assemblare, ma la direzione era cambiata, non si andava più avanti, si amministrava quello che c’era, non era solo Goldrake. Il 9 aprile 1979 Capitan Harlock debuttò su Rai 2 con i primi 26 episodi trasmessi all’interno del programma contenitore Buonasera con Rita al Circo.

 Poi arrivò Mazinga, poi le reti private moltiplicarono l’offerta e dietro ai cartoni animati arrivarono gli Home Videogame. La Tari 2600 dal 1980-81, l’Intellision, il Colecovision, le sale giochi con i cabinati che pullulavano in ogni cittadina. Il pomeriggio italiano dei bambini cambiò struttura in meno di 2 anni.

 Dal tappeto del salotto con i soldatini schierati allo schermo del televisore con il joystick in mano e dal mare arrivava il terzo colpo. Taiwan, Hong Kong, la Corea del Sud cominciarono a esportare giocattoli in plastica a costi che nessun stabilimento italiano poteva eguagliare. Lydia, l’impiegata delle traduzioni, lo ricordava con una chiarezza dolorosa.

 Sono arrivati i giocattoli da Taiwan. La loro forte concorrenza ci ha messo in difficoltà. Tre forze convergevano su via Re di Puglia nello stesso momento. I cartoni animati giapponesi rubavano i bambini al gioco manuale. I videogiochi li rubavano al giocattolo fisico. La concorrenza asiatica rubava il mercato ai prezzi italiani.

 Ciascuna di queste forze da sola, sarebbe stata gestibile. Tutte e tre insieme, nella stessa finestra di 24 mesi, erano un terremoto e il soldatino di plastica era il primo prodotto del giocattolo tradizionale ad essere colpito perché era il più vulnerabile. Un’automobilina Diecast restava un’automobilina anche dopo Goldrake. I bambini continuavano a volere le macchine.

 una bambola restava una bambola, ma un soldatino, un alpino monocolore, un legionario romano, un bersagliere con il cappello piumato, competeva direttamente con il robot gigante che i bambini avevano visto in televisione mezz’ora prima. E il robot vinceva. Vinceva sempre perché il robot aveva colori, aveva una storia, aveva un nome che i bambini urlavano nel cortile.

 Il soldatino aveva solo la plastica e l’immaginazione e l’immaginazione nel 1978 aveva smesso di bastare, ma la Atlantic avrebbe potuto sopravvivere al terremoto. C’era un modo, qualcuno gliel’aveva indicato e Compagnoni aveva detto di no, non volta, tre volte. Capitolo 6. Le tre porte chiuse. La prima porta si chiuse nel 1977, un anno prima di Goldrake.

 Franco Pezzini, l’art director, raccontò la scena con il rammarico di chi sapeva di aver avuto ragione troppo presto. Suggerì a compagnoni di proporre ai ragazzi la fantascienza. Mi rispose di no. Facciamo lo storico. Guarda gli egiziani come vanno bene, poi faremo i greci e i romani. Era il 1977, pochi mesi prima dell’uscita di Guerre Stellari nei cinema americani, pochi mesi prima che Goldrake esplodesse sulla televisione italiana, il momento esatto in cui un produttore di giocattoli che avesse scommesso sulla fantascienza si

sarebbe trovato con il prodotto giusto al momento giusto. Compagnoni disse no. disse no perché gli egiziani vendevano, perché i romani vendevano, perché la sfinge e il palazzo del faraone uscivano dallo stabilimento a ritmi che giustificavano i tre turni, perché la sua azienda era costruita sulla storia, sulla storia vera, quella che si studia a scuola, quella che i padri raccontano ai figli, non sulla fantasia, perché i numeri dell’ultimo trimestre gli dicevano che aveva ragione.

 era la risposta di un imprenditore che guardava il presente e non vedeva il futuro che stava arrivando a 180 km/h dalla direzione di Tokyo. Quando Guerre Stellari esplose e Goldrake cambiò i pomeriggi dei bambini italiani, Compagnoni si ricredette, diede il via alla Galaxy serie Skyman, Zefton, Hombot e gli altri disegnati da Ezio Savazi.

 Ma Pezzini lo disse con una precisione che non lasciava spazio alla consolazione. Il colpevole ritardo rispetto all’uscita del film di Lucas non consentirà alla serie di avere il successo auspicato. La Galaxy serie arrivò nei negozi con un anno di ritardo rispetto a Guerre Stellari e con mesi di ritardo rispetto al picco di Goldrake.

 Nel mercato del giocattolo un anno di ritardo è una generazione. I bambini erano già altrove, gli scaffali erano già occupati da altri. La seconda porta si chiuse nell’estate del 1979. Compagnoni tornò da un viaggio a Hong Kong con modelli di Goldrake e Capitan Harlock. Otenne le licenze dalla Toei Animation. Li fece riprodurre in Italia.

Era la mossa giusta in teoria, ma la pratica del giocattolo in plastica a tempi suoi, tempi che non si possono comprimere. Servivano oltre 6 mesi per progettare il prodotto, incidere gli stampi, ogni dettaglio dell’astronave Arcadia, ogni articolazione del robot, ogni superficie curva ricavata nell’acciaio degli stampi a iniezione, avviare la produzione in serie, confezionare e distribuire.

 E quando i giocattoli di Goldrake e dell’astronave Arcadia di Harlock arrivarono finalmente sugli scaffali dei negozi italiani, i cartoni erano già usciti dalla programmazione di picco. I bambini erano già passati ad altro. La televisione aveva già cambiato palinsesto, l’onda era passata e la Atlantic era arrivata sulla spiaggia a onda finita.

 Pezzini aveva visto anche questo. L’Atlantic poteva infatti investire un sacco di quattrini e 6 mesi di tempo per fare gli stampi ed entrare in produzione, ma rischiava di non vendere niente perché i bambini vogliono solo quello che c’è in televisione al momento. I bambini vogliono solo quello che c’è in televisione al momento.

 È una frase che andrebbe incisa sulla lapide dell’intera industria del giocattolo tradizionale. I grossisti restituirono l’invenduto. Scatole di Goldrake e di Harlock tornarono indietro a via Rey Puglia, dove i magazzini si riempirono di prodotti che nessuno voleva più comprare. Guzmini, il direttore amministrativo, registrò il danno con la stessa precisione con cui aveva registrato il picco.

 Per 6 mesi, tra il 1979 ed il 1980, la ditta non rilasciò neanche una fattura, 6 mesi senza emettere una sola fattura. Per un’azienda che fino a 2 anni prima lavorava 24 ore al giorno con 150 dipendenti, era l’anticamera della morte commerciale. Nessun fatturato significava nessuna liquidità. Nessuna liquidità significava nessuno stipendio.

Nessuno stipendio significava la fine. La terza porta fu quella che fa più male a raccontare perché non fu chiusa dal mercato, fu chiusa da compagnoni stesso. Alessandra, l’addetta vendite raccontò l’episodio che forse è la chiave di volta dell’intera storia della Atlantic. Monsieur Claude Bertier, l’importatore francese della Orle di Lione, lo storico partner commerciale, l’uomo che aveva costruito il mercato Atlantic in Francia e che conosceva il giocattolo europeo come pochi altri, venne a Treviglio con una proposta concreta. Voleva che

Compagnoni diventasse l’importatore italiano dei Puffi, gli Stromfs di Peyo, il fenomeno europeo del giocattolo che stava conquistando ogni mercato del continente e del merchandising di Goldrake. Era un’offerta che avrebbe potuto trasformare la Atlantic da produttore in crisi a distributore di un prodotto che vendeva milioni di pezzi in tutta Europa.

 avrebbe significato ampliare il capannone, assumere personale commerciale, cambiare mestiere, ma avrebbe significato sopravvivere. Alessandra ricordava le parole e il contesto. Tentò di convincere compagnoni ad accettare l’incarico, soprattutto per quanto riguardava la distribuzione dei Puffi. Però il ragioniere, che aveva già una certa età, non se la sentì di rischiare, di ampliare il capannone e di rimettersi in gioco.

 compagnoni, quindi, non ha voluto fare l’importatore e il distributore di altri giocattoli, troppo legato come era ai piccoli clienti, ai negozianti. Forse è stato uno sbaglio, ma è andata così. Forse è stato uno sbaglio, ma è andata così. È la frase più gentile e più devastante che un dipendente abbia mai pronunciato sul proprio titolare.

Compagnoni non rifiutò i Puffi per stupidità, li rifiutò perché non era quello il mestiere che aveva scelto. Lui fabbricava giocattoli, incideva stampi, produceva oggetti di plastica in un capannone di treviglio. Diventare distributore di marchi altrui, importare scatole fatte da altri, vendere prodotti che non portavano il nome Atlantic, gli doveva sembrare un tradimento, un tradimento della propria identità di industriale, dell’artigianato di Piero Guerra, delle mani che avevano inciso ogni stampo una per una. Era la tragedia

dell’imprenditore lombardo della seconda generazione del miracolo. Il prodotto è mio, il marchio è mio, le maestranze sono mie, ma il mondo ha smesso di volere il mio prodotto e mi chiede di vendere quello di qualcun altro e io non ce la faccio. C’è una settima causa del crollo dell’Atlantic, più sottile delle altre sei, che le testimonianze suggeriscono senza nominarla.

 Compagnoni invecchiava. Nel 1977, quando rifiutò la fantascienza, aveva probabilmente 55-60 anni. Quando Berti gli propose i Puffi era ancora più anziano. La data di nascita di Ercole Sandro Compagnoni non è documentata in nessuna fonte pubblica. Solo una verifica all’anagrafe di Milano potrebbe stabilirla con certezza, ma l’arco della sua carriera dice tutto.

 La forza che lo aveva portato dal retrobottega di via Paolo Sarpi allo stabilimento di Treviglio, quell’identità di produttore artigianale industriale di un prodotto preciso, era diventata la sua debolezza nel momento esatto in cui il mercato gli chiedeva di diventare un’altra cosa, non un fabbricante, un distributore, un licenziatario, un intermediario di marchi altrui.

 È la dinamica del miracolo economico al tramonto. I protagonisti della prima generazione non riescono a fare il salto verso la globalizzazione del giocattolo che si sta delineando negli anni 80. Compagnoni non era il solo, era il primo. Compagnoni, amareggiato dalla situazione iniziò a pensare di chiudere. Capitolo 7. l’ultimo cartellino.

Lo spegnimento non fu improvviso, fu lungo, lento e per le persone che restarono dentro quei muri più doloroso di qualunque chiusura improvvisa. Durò quasi un decennio, dal 1978 al 1988 e in quel decennio la fabbrica che aveva lavorato 24 ore al giorno si svuotò un turno alla volta, un dipendente alla volta, una macchina alla volta.

 Tra il 1980 e il 1984 la Atlantic continuò a commercializzare i soldatini rimasti in magazzino in confezioni più modeste, con plastica di risulta, senza nuovi stampi, senza nuovi soggetti. La produzione si era ridotta. Gusmini annotava che gli eccessivi investimenti in pubblicità avevano aggravato la situazione finanziaria.

Il curatore dell’amministrazione controllata inibiva nuovi investimenti favorendo la liquidazione. Era un circolo vizioso, non si poteva investire per rilanciare e senza rilancio non c’era fatturato per uscire dall’amministrazione controllata. Aldo, il capo magazziniere, era tra quelli che non se ne andarono.

 Ho lavorato in azienda dal maggio 1973 sino al settembre-ottobre 1987. 14 anni. Entrò quando la fabbrica lavorava a tre turni e uscì quando erano rimasti in cinque o sei. La sua analisi era popolare ma acuta. Con gli anni la ditta si è ingrandita troppo, ha continuato ad assumere personale aumentando i costi di produzione ed è entrata in difficoltà.

Non era un’accusa, era la diagnosi di un uomo che aveva visto tutto dall’interno, il picco dei 150 dipendenti e i tre turni, poi il lento svuotamento, i tavoli di confezionamento abbandonati uno alla volta, le macchine che si fermavano una dopo l’altra, le colleghe che salutavano e non tornavano e che cercava di capire come fosse potuto succedere a un’azienda che solo 5 anni prima aveva la fila di acquirenti fuori dalla porta.

 Negli ultimi anni, raccontava Aldo, avevano prodotto la trus dei trucchi per le bambine, è andata via come il pane, ma erano rimasti solo cinque sei addetti e non riuscivamo a soddisfare la richiesta. È un dettaglio che ha il sapore amaro della beffa. L’ultimo prodotto della Atlantic, l’azienda che aveva inventato il soldatino italiano di massa che aveva messo i bersaglieri e i carabinieri nelle mani di una generazione, fu un astuccio di trucchi per bambine e vendeva, ma non c’era più nessuno per fabbricarlo. Alessandra fu tra le ultime

ad uscire dall’ufficio vendite. Quando è iniziata la crisi si è scelto infatti di continuare ugualmente a lavorare, nonostante il rischio di percepire lo stipendio in ritardo. Anche quando è subentrata l’amministrazione controllata in molte siamo rimaste. Restarono, nonostante gli stipendi in ritardo, nonostante il vuoto crescente del capannone, dove le macchine ferme occupavano spazio senza produrre nulla, restarono perché compagnoni.

 Ha sempre fatto di tutto per saldare prima le sue maestranze, prima le maestranze, poi i fornitori, poi se stesso. Il ragioniere compagnoni pagava i suoi operai prima di pagare chiunque altro. era il codice d’onore di un imprenditore padronale del miracolo, un codice che oggi suona antico e che allora era semplicemente il modo in cui si facevano le cose se eri una persona per bene.

 Nel dicembre 1986 la società mutò forma giuridica da spa a srl e trasferì la sede legale a Treviglio. Era un segnale che chiunque conoscesse il diritto societario sapeva leggere. La SRL richiedeva un capitale sociale inferiore, era un restringimento, una riduzione, il contrario di quello che era avvenuto nel 1970, quando si era passati dal Retrobottega allo stabilimento.

 Nel marzo 1987 l’attività fu sospesa con la causale cessazione d’ufficio, ma la fine vera, quella formale, arrivò solo nell’aprile 1988. Nel mezzo ci fu l’ultimo atto di un uomo che sapeva di aver perso, ma non voleva perdere la dignità. Prima però c’era il tribunale. Il commercialista Luca accompagnò compagnoni al tribunale di Bergamo per consegnare l’istanza di concordato preventivo.

Era l’atto formale della resa, il documento che certificava che un’azienda non era più in grado di far fronte ai propri debiti e chiedeva al tribunale di gestire la liquidazione. Compagnoni, il ragioniere che aveva fondato un impero partendo da un retrobottega, stava consegnando le carte della fine. Luca raccontò la scena.

Quando con il SIG compagnoni ci siamo recati presso il Tribunale di Bergamo per consegnare l’istanza di concordato preventivo, abbiamo preso contatto con il cancelliere. con nostro grande stupore era un grande appassionato di soldatini e quando ha riconosciuto il nome della ditta Atlantic sulla pratica gli si sono illuminati gli occhi.

 Ci ha chiesto addirittura se si potevano ancora trovare dei soldatini perché gli mancava qualche pezzo. Lo Stato che chiude una fabbrica scopre nel momento della chiusura di essere stato bambino con i prodotti della fabbrica che sta chiudendo. È un dettaglio perfettamente italiano e perfettamente straziante. Nell’aprile del 1988 cessò formalmente l’attività della Atlantic.

 Secondo la testimonianza riportata nel quarto volume di viaggio nell’Atlantic, l’azienda chiuse pagando tutte le fatture senza lasciare debiti. Compagnoni, il ragioniere era stato ragioniere fino alla fine. Capitolo 8. Gli stampi che vanno in guerra. Restava il patrimonio fisico. Quasi 600 stampi originali, compreso il campionario delle vetrine espositive.

 Il Colosseo montato con i soldatini dipinti a mano e le macchine, i magazzini, tutto ciò che fa di una fabbrica, una fabbrica. Gli stampi furono acquistati per circa 400 milioni di lire dalla Niagara Giocattoli, azienda milanese fondata nel 1956 da Giovanni C e gestita dal figlio Mosè con sede a Cologno Monzese, specializzata in gadget promozionali e prima infanzia, presente da decenni alla fiera del giocattolo di Norimberga.

La Gagara tentò per oltre un anno di rilanciare i soldatini Atlantic come sorpresine promozionali per ditte dolciarie, offrendoli alle fiere di settore. Ma l’interesse non c’era più. Il mercato aveva voltato pagina. I bambini del 1989 non sapevano cosa fossero i soldatini Atlantic. Non riuscendo a riavviare la produzione, la Niagara vendette la stragrande maggioranza degli stampi, circa 500-600, trattenendone solo 25 di particolare pregio artigianale, all’imprenditore iracheno, conosciuto con il nome Kashab,

che intendeva riprodurre i soldatini per il mercato medioentale. La grafia è quella italiana, probabilmente translitterazione approssimativa di un nome arabo. Il nome compare in una sola catena di fonti. La testimonianza di Romeo Gusmini raccolta nel quarto volume di viaggio nell’Atlantic e non è corroborato indipendentemente.

Quello che successe dopo ha il sapore di una leggenda e in parte lo è. Il 2 agosto 1990 l’Iraq invase il Kuwait. Il 6 agosto il consiglio di sicurezza dell’ONU varò l’embargo con la risoluzione 661. Gli stampi della Atlantic, 600 stampi in acciaio, ciascuno del peso di decine di chili, inciso a mano da Piero Guerra e dai suoi collaboratori nel corso di un decennio.

 Ogni fibbia e ogni elmetto scolpiti con bulini manuali erano già imballati nei container per la spedizione via Mare. Restarono bloccati per mesi al porto di Ravenna in un deposito doganale, mentre le bombe cominciavano a cadere su Bagdad. Poi tornarono a Milano. Ma la storia non finisce qui. Nel 1991, su pressione diretta dell’acquirente iracheno, gli stampi sarebbero stati spediti clandestinamente in Iraq, via Giordania, un percorso terrestre che durante l’embargo veniva utilizzato anche per merci a doppio uso.

 Container su camion attraverso il deserto Giordano, verso una fabbrica in un paese in guerra. Stampi di soldatini italiani diretti verso un teatro di guerra reale. E qui la storia entra nel territorio delle voci non confermate. Secondo le fonti collezionistiche italiane, Atlantic Plus, i forum, le testimonianze raccolte da Gusmini, la fabbrica irachena di destinazione sarebbe stata bombardata e distrutta durante la prima guerra del Golfo, ma tutte le fonti usano formule prudenti, sembrerebbero essere giunti, voci non del tutto confermate, se così

fosse, l’embargo è terminato nel 2003 con l’invasione americana. Nessuna verità è emersa, nessuno è andato a verificare. C’è chi dice che gli stampi siano stati convertiti per produrre siringhe mediche, ma la ricerca documentale su tutti i siti collezionistici, i forum, gli articoli di giornale, i libri pubblicati non trova alcuna menzione di siringhe.

 Tutte le fonti descrivono la destinazione come una fabbrica di giocattoli. La voce delle siringhe appartiene all’oralità degli appassionati, non alla documentazione. È una leggenda nella leggenda, ma anche senza le siringhe, anche senza la certezza del bombardamento, la storia ha una potenza che non ha bisogno di abbellimenti.

 I soldatini del miracolo economico lombardo, gli alpini, i bersaglieri, i carabinieri di plastica fabbricati a Treviglio per i bambini italiani, finirono in un container clandestino, spediti via Giordania verso Baghdad, in piena guerra del Golfo. I giocattoli della guerra, forse distrutti da una guerra vera, non serve inventare nulla, basta quello che è successo in Italia.

 Nel frattempo qualcosa sopravvisse. Non la fabbrica, ma la memoria. Roberto Gigli pubblicò nel 1995 il wargame tridimensionale Atlantic Wars con la Quality Game di Roma, rianimando un interesse che sembrava morto per sempre. La Nexus editrice acquisì nel 1998 il marchio Atlantic e una ventina di stampi rimasti presso la Niagara e ristampò i soldatini in plastica di colore diverso per non ingannare i collezionisti, per separare il passato dal presente.

 Nel 2007-2008 alcuni stampi superstiti passarono all’Italeri. Nacquero siti dedicati atlanticmania.com, atlantic. Viaggio nell’atlantic. com, forum, gruppi Facebook, club come il de Bello Atlantico di Alex e Tancredi Storti con la sua fanzin digitale. Le manifestazioni Treviglio Vintage e Treviglio in gioco, quest’ultima organizzata da Antonio Ciocca con il patrocinio del Comune, celebrarono la memoria della ditta nella città che l’aveva ospitata.

 La biblioteca di Treviglio ricevette nel 2016 la donazione dei quattro volumi di viaggio nell’Atlantic dalle mani dell’assessore alla cultura Giuseppe Pezzoni. Tra il 2012 e il 2014 uscì quell’opera monumentale. Quattro volumi autoprodotti senza ISBN curati da Menghini, Berselli, Carlotto e Testa con le testimonianze dirette di Gusmini e Pezzini.

 è il documento su cui si basa quasi tutto quello che sappiamo. Nel 2015 il geologo brianzolo Salvatore Miraglia pubblicò Soldatini Atlantic, un mito degli anni 70, due opere nate dalla passione, non dall’accademia, perché la storia della Atlantic non l’ha scritta nessun professore, l’hanno scritta i bambini che erano cresciuti e non avevano dimenticato.

Sandro Compagnoni morì a Milano il 19 marzo 1999. Piero Guerra morì nella primavera del 2016. Nessuno dei due vide la rinascita collezionistica dell’opera che avevano costruito insieme nel retrobottega di zia Gin. Capitolo 9. Il silenzio di via Rei Puglia Atlantic un caso isolato. Fu il primo segnale di un terremoto che avrebbe colpito l’intera industria del giocattolo italiano nel corso dei 25 anni successivi.

Poly Steel, l’altro grande nome lombardo, fondata a Milano nel 1955, una volta orgoglio dell’automobilina italiana, fu acquisita dalla Tonca americana nel 1988 e chiuse nel 1993. Il marchio è oggi del Me Chong Group di Hong Kong che lo usa per modelliniast fabbricati in Cina. Lima di Vicenza, fondata nel 1946, mezzo secolo di treni in miniatura di qualità mondiale acquisita dalla Horby Britannica.

Burago di Burago di Molgora fatta in Italia fino al 2005, assorbita dallo stesso Meong Group, adesso fabbricata in Cina. Mercury di Torino dal 1932 al 1980 fallita. Mebe Toys, assorbita dalla Mattel Poker, fallita. La Esci di Calenzano, concorrente diretta della Atlantic Nei soldatini, fallita anch’essa negli anni 80.

I suoi stampi passarono all’Italeri. Solo Italeri di Bologna e Clementoni di Recanati sopravvissero riposizionandosi. sul modellismo serio per adulti, Clementoni sul gioco educativo per bambini, il modello industriale italiano del miracolo, la fabbrica padronale di medie dimensioni con le stampatrici a iniezione, la manodopera femminile locale, la distribuzione capillare attraverso le edicole e i negozi specializzati fu massacrato da tre forze che si abbatterono contemporaneamente: la globalizzazione produttiva asiatica,

la concentrazione della grande distribuzione e La rivoluzione digitale del gioco. Atlantic fu semplicemente la prima a cadere perché il soldatino fu il primo segmento a essere divorato dai cartoni animati giapponesi. Prima del modellismo, prima dell’automobilina Daicast, prima della bambola, il soldatino morì perché Goldrake era più potente di un alpino.

 Oggi via Re di Puglia è una strada industriale residenziale nella zona di Treviglio con capannoni in attività, magazzini, un’autofficina, qualche bilocale. Lo stato del fabbricato originale della Atlantic 5355 non è verificabile con certezza dalle fonti disponibili. potrebbe essere ancora in piedi, riconvertito ad altro uso, potrebbe essere stato demolito.

Solo una verifica sul posto o l’archivio dell’ufficio tecnico del Comune di Treviglio, potrebbe dirlo. Senza l’immagine del luogo resta il vuoto. Ma per un uomo italiano di 60 anni e più, nato tra il 1960 e il 1966, via Rei Puglia non è una strada, è il luogo dove qualcuno costruiva il Natale. Il regalo del 1972 sotto l’albero.

Il pomeriggio della domenica con il cugino sul tappeto del salotto, il nonno reduce della guerra d’Africa che si commoveva a vedere il nipote schierare gli alpini sulla coperta buona. È l’Italia ordinaria delle forze armate del 1971, non quella retorica del Risorgimento, non quella della Repubblica, riprodotta in polietilene monocolore a 100 lire la scatola, accessibile a tutti e per questo indimenticabile.

 Compagnoni rifiutò i Puffi perché non voleva trasformarsi in distributore. Fu un atto di fedeltà alla propria storia e fu al tempo stesso una condanna. Quello che resta della Atlantic sono gli stampi incisi a mano da Piero Guerra, dispersi tra l’Italia, forse l’Iraq e il nulla, le scatole conservate nelle vetrine dei collezionisti, le voci delle ragazze di Treviglio che dicono: “Sono stati 7 anni bellissimi con una dolcezza che non si inventa e il silenzio di via Rei Puglia, dove una volta le stampatrici lavoravano 24 ore al giorno e i bambini

scavalcavano la rete per arrivare ai bidoni pieni di soldatini. Adesso non scavalca più nessuno.

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