La periferia della periferia, un posto dove la città finisce e inizia il nulla. Non ci sono palazzi, non ci sono negozi, solo baracche e contadini che coltivano quello che possono. Nasceo, la Monica, una famiglia modesta, nessun legame con la criminalità organizzata, almeno non all’inizio, ma Secondigliano negli anni 50 e 60 è un territorio di frontiera, non appartiene veramente a Napoli, non appartiene al controllo dello Stato, è terra di nessuno e nei territori di nessuno nascono sempre nuovi poteri.
Aniello La Monica inizia come tutti in quegli anni. piccola delinquenza, furti, rapine, estorsioni ai commercianti, ma ha qualcosa che gli altri non hanno. Una determinazione feroce, una capacità di imporre la sua volontà con la violenza e un istinto per il comando che lo porta rapidamente ad emergere nel piccolo mondo criminale di Secondigliano.
Il soprannome glielo danno subito, Aniuccio o pazzo. Non è pazzo nel senso clinico, è pazzo nel modo in cui guarda il mondo. violento, imprevedibile, dispotico. Quando decide qualcosa, quella cosa si fa. Quando odia qualcuno, quel qualcuno muore. Non ci sono mediazioni, non ci sono compromessi, c’è solo la sua volontà.
Anni 60, l’Italia del boom economico. Le città si espandono, Napoli cresce verso nord, Secondigliano inizia a popolarsi. Arrivano famiglie dal centro, arrivano immigrati dal Sud, il quartiere si trasforma e con la trasformazione arriva il crimine organizzato. Il contrabbando di sigarette diventa il business più redditizio del Sud Italia.
Lo Stato ha il monopolio sul tabacco. Le sigarette americane costano il triplo di quelle italiane. Chi riesce a portarle dentro senza pagare le tasse diventa ricco e il porto di Napoli è il punto di ingresso principale per il contrabbando che arriva dai Balcani. Michele Zazza è il re del contrabbando, un uomo di Procida che ha costruito un impero partendo da zero.
Zazza non è un picchiatore di quartiere, non è uno che rompe le gambe ai debitori, è un imprenditore criminale, ha una vision, capisce che il contrabbando non si fa con i picciotti che rubano tre casse alla volta, si fa con organizzazioni industriali, con navi, con depositi, con reti di distribuzione e capillari che coprono tutta l’Italia meridionale.
Michele Zaza ha bisogno di luogo tenenti sul territorio, uomini fidati che gestiscano le piazze, che controllino i depositi, che tengano in riga gli affiliati e aniello la Monica diventa uno di quei luogo tenenti. Non è il più importante, non è nemmeno il più ricco, ma è affidabile e soprattutto è spietato. E nella camorra degli anni 70 la spietatezza vale più dell’intelligenza.
La Monica gestisce piazza Zanardelli, il cuore storico di Secondigliano, un nucleo di vie strette che si intrecciano attorno a un arco di pietra. Via dell’arco, via Gaetano Enrico, via Vittorio Emanuele II. vie piccole, vie povere, ma strategiche, perché chi controlla piazza Zanardelli controlla il cuore del quartiere e chi controlla il cuore controlla tutto il resto.
Secondo le ricostruzioni investigative, decine di famiglie criminali fanno capo a Danielo La Monica. Decine di nuclei che lavorano nel contrabbando, nelle estorsioni, nelle rapine. Decine di gruppi che ricevono ordini da via Cupa dell’arco dove la Monica abita. Dove riceve, dove decide chi vive e chi muore.
La Monica è un uomo basso, tarchiato, capelli neri, lo sguardo sempre fisso, come chi non ha mai imparato a sorridere davvero. Veste con una medietà studiata, una volontà di non attirare l’attenzione. Chi lo incontra non lo dimentica, non per il carisma, per la tensione che emana, per il senso di pericolo imminente che si porta dietro come un’ombra.
Ma c’è una cosa che lo rende diverso da tutti gli altri boss del suo livello. Il secondo soprannome, quello che nessuno usa davanti a lui, quello che si sussurra nei vicoli quando lui non c’è o macellaio. 21 gennaio 1982, un affiliato dell’orbita cutoliana viene trovato morto all’interno di una Fiat familiare abbandonata in una strada di Napoli.
I pentiti che ne parleranno anni dopo lo chiamano tutti allo stesso modo. Bambulella è il soprannome di Giacomo Frattini. Il corpo non è normale, porta segni di tortura prolungata, le ossa delle dita spezzate, bruciature di sigaretta sul petto e soprattutto una mutilazione che gela gli investigatori. La testa è stata staccata, le mani amputate, il cuore esportato dal petto e i resti sono stati lasciati dentro l’auto coperti da un lenzuolo.
Anni dopo sarà Luigi Giuliano, l’ex re di Forcella, divenuto collaboratore di giustizia, a raccontare quella scena nei dettagli. Per punire un boia di poggio reale, la fratellanza napoletana si affida a un macellaio. Taglia, seziona, cava il cuore. È un messaggio. Terrorismo criminale interno. Chi tradisce non muore solo, muore come monito.
Il corpo viene lasciato dove altri affiliati possano trovarlo, dove possano vedere cosa succede a chi non rispetta gli ordini. Il soprannome o macellaio non è folklore, non è una leggenda metropolitana. Negli atti e nelle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia compare la figura di un affiliato con un passato da macellaio indicato come l’uomo delle mutilazioni.
In molte ricostruzioni giornalistiche quel ruolo viene associato ad agnello la Monica. La violenza diventa così, nella memoria di chi c’era, la sua firma operativa, una tecnica di controllo psicologico applicata con freddezza. La violenza non è fine a se stessa, è uno strumento di governo, un linguaggio che gli affiliati capiscono meglio di qualsiasi discorso.
Metà anni 70, Raffaele Cutolo fonda la nuova camorra organizzata, un’organizzazione verticale, gerarchica, militarizzata, ispirata a Cosa Nostra Siciliana. Cutolo ha una vision, vuole unificare tutta la camorra napoletana sotto un unico comando, il suo. Vuole essere il boss dei boss, il capo assoluto, il padrino di Napoli.
È un progetto ambizioso, rivoluzionario e profondamente minaccioso per tutti i boss esistenti, perché se Cutolo riesce loro perdono tutto: l’autonomia, i territori, i profitti, la libertà di decidere con chi fare affari. diventano soldati, subalterni, esecutori di ordini che arrivano dall’alto. Molti boss giovani aderiscono alla NCO, vedono in cutolo un leader carismatico, un uomo che può dare struttura a un mondo fatto di piccoli feudi.
Ma i boss più vecchi rifiutano. Quelli che hanno costruito imperi negli anni 50 e 60, quelli che hanno rapporti consolidati con Cosa Nostra Siciliana, quelli che non vogliono inchinarsi a nessuno. Michele Zazza guida l’opposizione, costruisce un’alleanza che prende il nome di Nuova Famiglia. Non è un’organizzazione verticale come la NCO, è un cartello, una federazione di clan autonomi che condividono interessi comuni.
Ogni boss mantiene il controllo del proprio territorio, ma si impegna a collaborare contro il nemico comune. Anielo La Monica è con la nuova famiglia, non per convinzione ideologica, per interesse. Michele Zazza è il suo riferimento e Zazza dice no a Cutolo. Quindi la Monica dice no a Cutolo. La guerra dura 5 anni, dalla fine del 1978 al 1983.
Centinaia di morti, forse più di 1000. È difficile fare un conteggio preciso. Molti corpi non vengono mai trovati, molti omicidi non vengono mai denunciati. Molte famiglie preferiscono seppellire i loro morti in silenzio piuttosto che parlare con la polizia. Anielo la Monica ha un ruolo centrale. Non è un semplice soldato, è un comandante di zona.
Coordina gli agguati nel nord di Napoli, gestisce le esecuzioni contro gli affiliati di Cutolo, organizza le vendette quando i cutoliani uccidono qualcuno della nuova famiglia. È una guerra sporca, brutale, senza regole. I morti non sono solo camorristi, sono anche civili. Commercianti che pagano il pizzo a cutolo e non ai boss della nuova famiglia. Familiari di affiliati.
Testimoni scomodi. Chiunque si trovi nel posto sbagliato al momento sbagliato. La Monica non si fa scrupoli, ordina omicidi con la stessa freddezza con cui altri firmano documenti, perché nella guerra non c’è tempo per l’esitazione. O uccidi o muori e anielo la Monica non ha intenzione di morire.
1983, la guerra finisce. Raffaele Cutolo è già da anni in carcere. La nuova camorra organizzata si sgretola, i boss della nuova famiglia vincono e tra i vincitori c’è Aniello La Monica, più forte, più temuto, più ricco, ma soprattutto con una reputazione consolidata. È uno dei boss che hanno sconfitto Cutulo, uno degli uomini che Michele Zazza può chiamare quando serve qualcuno di fidato, uno dei luogotenenti della nuova famiglia.
Secondigliano è interamente sotto il suo controllo. Decine di famiglie, decine di magazzini, centinaia di affiliati. Il contrabbando di sigarette genera profitti enormi. La Monica vive bene, guadagna bene e pensa che il suo potere sia eterno. Ma il mondo sta cambiando e agnello la Monica non lo vede. Anni 80.
Il contrabbando di sigarette inizia a declinare, le leggi si inasbriscono, i controlli doganali aumentano, le pene si allungano, i margini di profitto si riducono e soprattutto c’è qualcosa di nuovo, qualcosa di infinitamente più redditizio. L’eroina, la cocaina, il narcotraffico. Michele Zazza lo ha capito subito.
costruito rotte con i cartelli colombiani importa tonnellate di cocaina che vengono distribuite in tutta Europa. I profitti sono astronomici, 10 volte, 20 volte superiori al contrabbando di sigarette. È il futuro. Ma Aniello La Monica rifiuta. La Monica percepisce che la droga potrebbe rimpiazzare le sigarette come fonte di guadagno.
Non è che non capisca i numeri, è che vede anche il resto. Sa che l’eroina e la cocaina non sono solo un affare, sono un veleno che devasta i quartieri, spacca le famiglie, riempie le strade di morti. La camorra della sua generazione, almeno in parte, ha ancora un’idea malata, ma reale, di quartiere.
Si prende tutto quello che può, ma evita di avvelenare in casa propria. Per questo Aniello La Monica rifiuta di far entrare la droga a Secondigliano. Dice che attira troppa attenzione, che le pene sono troppo pesanti, che il gioco non vale la candela. Ma sotto c’è altro. La convinzione di poter continuare a comandare con il vecchio sistema.
senza trasformare il suo regno in una farmacia a cielo aperto. È una scelta che lui vive come difesa del territorio e che invece lo rende vulnerabile perché mentre lui continua a contare casse di sigarette, qualcuno nel suo stesso clan sta facendo altri calcoli. I miliardi che si possono ottenere con la cocaina. Paolo Di Lauro nasce a Napoli il 26 agosto 1953.
Una famiglia povera, nessun legame con la criminalità, almeno all’inizio. Negli anni 60 e 70 Secondigliano pullula di ragazzi che cercano di sopravvivere. Paolo di Lauro è uno di loro. Non è violento, non è carismatico, non ha l’istinto per il comando come Agnello la Monica, ma ha qualcos’altro. Una mente matematica, una capacità di vedere i numeri dove gli altri vedono solo caos e una pazienza infinita.
Non cerca la gloria, non vuole essere riconosciuto in strada, vuole solo guadagnare e capisce subito che per guadagnare nel mondo criminale serve stare nell’ombra, gestire i soldi, essere indispensabile senza essere visibile. Fine anni 70 Paolo di Lauro entra nel clan di Agnello La Monica. Non come soldato, come ragioniere, come cassiere.
La Monica ha bisogno di qualcuno che tenga i conti, che gestisca gli stipendi delle decine di famiglie che lavorano per lui, che organizzi i flussi di denaro del contrabbando. di Lauro è perfetto, silenzioso, preciso, affidabile, nessuno lo nota, nessuno lo teme, è solo il ragazzo che conta i soldi, ma mentre conta osserva, studia, capisce come funziona il sistema, dove arrivano i soldi, come vengono distribuiti, chi guadagna di più, chi è scontento, chi è vulnerabile e soprattutto capisce una cosa fondamentale, Il contrabbando di sigarette è finito,
il futuro è nella droga e Agnello la Monica non lo vuole vedere. 1980 Paolo di Lauro inizia a parlare con gli affiliati, non apertamente, mai davanti alla Monica, ma nei momenti giusti, nelle conversazioni private, pianta semi. Fa notare che i profitti del contrabbando stanno calando, che altre organizzazioni stanno guadagnando miliardi con la cocaina, che Secondigliano rischia di essere lasciato indietro, non propone nulla, non si espone, semplicemente fa notare i fatti e lascia che gli altri tragano le conclusioni. è una strategia
psicologica, non violenta, non aggressiva, ma estremamente efficace, perché quando una persona arriva da sola ad una conclusione, quella conclusione diventa sua e Paolo di Lauro sa esattamente come guidare le persone verso le conclusioni che vuole. 1981 Di Lauro inizia a diffondere una voce, una voce subdola, pericolosa.
Dice che aggielo la Monica sta rubando dai fondi destinati ai carcerati. che i soldi che dovrebbero andare alle famiglie degli affiliati in galera vengono trattenuti. È una bugia, o almeno è parzialmente falsa. A gestire quei fondi è Di Lauro stesso, è lui che dovrebbe mandarli, ma diffonde la voce che sia la Monica a rubarli e funziona.
Gli affiliati iniziano a mormorare, a dubitare, a guardare il loro boss con sospetto. Secondo le dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia, Di Lauro diffondeva queste voci sistematicamente. diceva che la Monica non sapeva amministrare il denaro, che era vecchio, che era fuori tempo, che stava portando il clan alla rovina e ogni volta che diceva queste cose qualcuno lo ascoltava, qualcuno iniziava a pensare che forse era vero.
La Monica consegna i soldi a Di Lauro. Di Lauro è incaricato di inviarli ai carcerati, ma invece di spedirli per intero, ne trattiene una parte e fa credere che sia stato la Monica a trattenere. È una tattica psicologica perfetta. Di Lauro ottiene i fondi dalla Monica, li amministra e anziché inviarli interamente ne sottrae una porzione, poi alimenta il sospetto che sia stato la Monica a sottrarre.
Gli affiliati notano che i soldi non giungono, danno credito a Di Lauro, perché Di Lauro è il ragioniere, è l’uomo dei numeri, non avrebbe ragione di ingannare e cominciano a nutrire rancore verso la Monica. Paolo di Lauro è un maestro della manipolazione. Non alza mai la voce, non fa minacce, non usa la violenza, semplicemente parla con calma, con empatia, con comprensione.
Ascolta le lamentele degli affiliati, ascolta la rabbia delle mogli dei carcerati e poi dice sempre la stessa cosa: “Io ho fatto il mio lavoro, ho spedito i soldi, se non sono arrivati qualcuno li ha trattenuti e chi gestisce i soldi del clan se non il boss? E piano piano, mese dopo mese, il veleno si diffonde.
Gli affiliati guardano la Monica con occhi diversi, non più con rispetto, non più con timore, ma con diffidenza, con sospetto, con rabbia. Il boss che dovrebbe proteggerli li sta rubando. Il boss che dovrebbe pensare alle loro famiglie pensa solo a se stesso. E poi c’è la questione della droga. Gli affiliati più giovani vogliono entrare nel narcotraffico, vedono i soldi che girano a Scampia, vedono i boss che diventano ricchi, vedono che le sigarette non rendono più come una volta e vanno dalla Monica a chiedere di
cambiare business. La Monica dice no, sempre no, non vuole sentire ragioni. Ma gli affiliati non sono convinti e Paolo di Lauro alimenta il fuoco. Se vuoi capire chi muoveva davvero i fili di questa storia, resta con me. Quello che accade ora è il punto di non ritorno e nessuno te l’ha mai raccontato così. Primavera 1982.
Agnello la Monica capisce che qualcosa non va. Le voci che girano su di lui, gli sguardi degli affiliati quando entra in una stanza, il silenzio che cala quando parla e soprattutto il comportamento di Paolo di Lauro. Troppo calmo, troppo sicuro, troppo sorridente per uno che dovrebbe essere solo un cassiere.
La Monica non è stupido, è istintivo e l’istinto gli dice che Ciruzzo lo sta tradendo, che sta lavorando contro di lui, che sta seminando dubbi, che vuole prendere il suo posto e decide di agire prima che sia troppo tardi. Organizza un agguato. L’obiettivo è duplice. Paolo Di Lauro e Raffaele Abbinante, il suo braccio destro.
Se muoiono entrambi il problema è risolto, il clan torna sotto controllo, gli affiliati capiscono chi comanda e tutto ritorna come prima. La Monica sceglie il posto perfetto. Piazza Zanardelli in mezzo all’arco, il cuore di Secondigliano, il suo territorio dove ha costruito il suo potere, dove tutti lo conoscono, dove tutti lo rispettano, o almeno così pensa.
Due uomini in moto, armi pronte, aspettano il momento giusto. Paolo di Lauro e Raffaele Abbinante attraversano la piazza, camminano tranquilli, non sanno. Gli uomini di La Monica escono dall’ombra, si avvicinano, estraggono le armi, sparano. Una raffica secca, veloce, i proiettili fischiano nell’aria, ma Di Lauro sfugge, si butta a terra, rotola dietro una macchina parcheggiata, i colpi lo mancano.
Abbinante viene colpito a una gamba. Non gravemente riesce a rialzarsi, a correre, a mettersi al riparo. Gli uomini di La Monica non inseguono, non possono, sono in pieno giorno, in una piazza affollata. Qualcuno ha già chiamato la polizia, devono sparire e spariscono, ma il danno è fatto. L’agguato è fallito e quando fallisci un’esecuzione firmi la tua condanna a morte.
Perché adesso Paolo di Lauro sa sa che la Monica lo vuole morto, sa che non può più aspettare, sa che deve agire subito e soprattutto adesso ha una giustificazione. Può dire agli altri boss che la Monica ha provato a ucciderlo senza motivo, che è diventato paranoico, che sta perdendo il controllo, che è pericoloso per tutti e che va eliminato.
Ma Paolo di Lauro non può farlo da solo. Non ha abbastanza uomini, non ha abbastanza potere, non ha l’autorità per uccidere un boss come Agnelo. La Monica ha bisogno di un’autorizzazione dalla persona giusta, dalla persona che conta, Lorenzo Nuvoletta. Nella camorra non esiste la democrazia, non si votano i boss, non si elegge nessuno, ma esistono equilibri, gerarchie, rispetti.
E chi vuole uccidere un boss consolidato deve chiedere il permesso a chi sta sopra, altrimenti scatta una guerra, una faida che può durare anni, che può costare centinaia di morti, che può destabilizzare interi territori. Paolo Di Lauro va da Lorenzo Nuvoletta, boss di Marano, uno dei fondatori della nuova famiglia.
Un uomo che Michele Zazza ascolta, un uomo che Aniello La Monica rispetta. Di Lauro spiega la situazione. Agnello la Monica è diventato un problema. Rifiuta di entrare nel narcotraffico. Gli affiliati sono insoddisfatti, i soldi calano e soprattutto ha provato a ucciderlo senza motivo. È paranoico, è instabile, è pericoloso.
Questo è il quadro che Di Lauro dipinge davanti a Nuvoletta. Lorenzo Nuvoletta ascolta, valuta, riflette, conosceo la Monica da 20 anni, lo stima, lo rispetta, ma capisce anche che Di Lauro ha ragione. La Monica appartiene al vecchio mondo, il mondo del contrabbando, un mondo che sta finendo e chi non si adatta viene spazzato via.
E poi c’è un’altra considerazione più pratica, più cinica. Se Paolo di Lauro prende il controllo di Secondigliano ed entra nel narcotraffico, i Nuuvetta possono trarre profitto, possono avere una quota, possono espandere i loro traffici, possono guadagnare di più, molto di più. Secondo le ricostruzioni basate sulle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, l’omicidio di Anielo La Monica viene deciso solo dopo un via libera che arriva dall’area dei Nuoletta di Marano.
Non esistono sentenze definitive che accertino un loro coinvolgimento diretto in questo omicidio, ma i pentiti interrogati anni dopo sono concordi nel dire che quel permesso ci fu, che dall’alto arrivò un sì che fu dato il via libera e con quel via libera Paolo di Lauro diventa intoccabile. Non è più un traditore, non è più un ribelle, è un uomo che ha il permesso di uccidere, un uomo che può agire senza scatenare una guerra.
Anielo, la Monica è già morto, deve solo aspettare che qualcuno prema il grilletto. Primo maggio 1982, ore 22:45. Paolo di Lauro chiama Agnello la Monica. La voce è calma, professionale, rassicurante. Gli parla di diamanti, di un affare importante, di una commissione che vale la pena concludere quella sera stessa. La Monica ascolta, non è sospettoso, non più di quanto lo sia sempre.
Ha appena tentato di uccidere Di Lauro, ma pensa che il ragioniere non abbia capito, che l’agguato sia passato inosservato, che tutto sia come prima. accetta. Dice che uscirà, che sarà lì tra 30 minuti. Paolo di Lauro riaggancia, chiama Domenico Silvestri, chiama Raffaele Abbinante. È ora. Via Cupa dell’Arco, ore 23:30. Anielo la Monica esce dalla sua abitazione.
Ha con sé un guardaspalle, uno solo. È sufficiente, non è nervoso, è solo un incontro, un affare, una commissione rapida. attraversa la strada, l’aria è fresca, la notte è silenziosa e poi improvvisamente un’auto parte a tutta velocità da un vicolo laterale. I fari sono spenti, il motore urla, l’impatto è frontale, violentissimo. La Monica viene scaraventato sul cofano, le gambe si spezzano con un rumore secco, ossa che si frantumano, il corpo ricade sul selciato, il guardaspalle scappa immediatamente, non spara, non aiuta, sparisce nei vicoli. Di lui,
nelle carte di quella storia non comparirà mai una testimonianza. Dall’auto scendono tre uomini: Paolo Di Lauro, Domenico Silvestri, Raffaele Abbinante. È il commando interno al clan che, secondo le ricostruzioni dei collaboratori di giustizia confluite nei processi sull’omicidio La Monica, quella mattina si presenta sotto casa del boss di Secondigliano.
Di Lauro impugna una pistola, si avvicina all’uomo a terra, le mani tremano, il cuore batte forte. Non ha mai ucciso prima, non ha mai guardato qualcuno negli occhi mentre gli toglie la vita. Spara, i colpi vanno a vuoto, sbaglia. La tensione lo ha tradito, le mani tremano troppo, la mira è imprecisa.
Agnielo la Monica è ancora vivo, immobilizzato, le gambe spezzate, ma vivo e guarda Paolo di Lauro con gli occhi pieni di incomprensione. Domenico Silvestri prende un fucile dal sedile posteriore dell’auto, si avvicina con calma, guarda l’uomo a terra. Anielo, la Monica alza una mano, cerca di dire qualcosa, ma Silvestri non ascolta, prende la mira, non trema, spara più colpi ravvicinati.
Il corpo si scuote, il sangue si allarga sul selciato. Anielo la Monica muore sul selciato di Secondigliano, ucciso da chi aveva formato, tradito da chi aveva stipendiato, abbandonato da chi doveva proteggerlo. Nei giorni successivi Secondigliano si ferma. Le saracinesche dei negozi si abbassano e restano giù per ore, per giorni.
È lutto, ma è anche un atto di fedeltà. Per il funerale di Annielo La Monica, Secondigliano si dispone come davanti a un altare. La chiesa è piena, la piazza è un muro di corpi. Il primo ad arrivare è Paolo di Lauro. Il figlio criminale che ha fatto ammazzare il padre putativo si mette in prima fila.
Il volto tirato, lo sguardo basso. Nessuno lo dice, nessuno può permetterselo, ma il messaggio è chiaro per tutti. Il re è morto. Il successore è già lì in mezzo alla folla. La decisione è maturata dentro il clan. Come racconterà anni dopo chi c’era, Di Lauro punta a sostituire Anielo la Monica e coinvolge alcuni dei suoi fedelissimi per farlo.
I fratelli Rocco, Rosario Pariante, i Prestieri, Silvestri. Secondo le dichiarazioni di pentiti e raccolte anni dopo, come lo stesso Domenico Silvestri, disse qualcosa prima di andarsene, una frase che riassume tutto. Uccidere non è la stessa cosa che comandare era un avvertimento rivolto a Paolo di Lauro, perché Silvestri sapeva che chiunque può uccidere, ma non chiunque può comandare.
E quella notte Paolo di Lauro doveva dimostrare di saper fare entrambe le cose. Ha fallito a uccidere, ma non a comandare, perché da quella notte Secondigliano è suo. Maggio 1982. Paolo di Lauro assume il controllo di Secondigliano. Non ci sono proclami, non ci sono riunioni pubbliche, non c’è violenza. È una transizione silenziosa.
Gli affiliati capiscono, alcuni lo accettano subito, altri esitano, ma nessuno si oppone, perché chi si oppone finisce come la Monica. Paolo di Lauro non è come Agnello la Monica, non è dispotico, non è violento per natura, non asporta cuori ai traditori, è un calcolatore, un CEO criminale, un uomo che pensa in termini di profitto, non di vendetta.
Non di onore, non di rispetto, solo di soldi. E capisce che il potere non si tiene con la paura, si tiene con i soldi, con i profitti, con la capacità di arricchire chi lavora per te. E i soldi non arrivano dal contrabbando di sigarette, arrivano dalla droga. Paolo di Lauro sfrutta i contatti che Michele Zazza aveva costruito negli anni 70.
Le rotte della cocaina dal Sud America all’Europa, i contatti con i colombiani, gli intermediari tra la Spagna e Napoli, le connessioni con i cartelli sudamericani e inizie a importare cocaina, non piccole quantità, tonnellate, carichi industriali che arrivano al porto di Napoli nascosti in container.
La cocaina viene distribuita in tutta Europa. Se Condigliano diventa un hub, un centro di smistamento. La droga arriva, viene tagliata, viene confezionata e viene spedita in Spagna, in Francia, in Germania, in Olanda, ovunque ci sia domanda. I profitti esplodono. Negli anni 90 il clan di Lauro arriva a muovere profitti giornalieri vicini ai €500.
000, secondo le stime della direzione investigativa antimafia. Non mensili, non annuali, giornalieri. È una macchina da soldi perfetta, inarrestabile. Ma Paolo di Lauro non governa da solo. Capisce che per controllare un impero così grande serve un’alleanza, serve condividere il potere, serve costruire un cartello e nasce quella che tutti iniziano a chiamare alleanza di Secondigliano.
i Licciardi, i Contini, i Mallardo. Ogni famiglia mantiene la propria autonomia territoriale, ma condivide le rotte di approvvigionamento, i fornitori, le vie di riciclaggio. È un modello aziendale, non militare e funziona. Per anni l’Alleanza di Secondigliano domina il narcotraffico napoletano.
Nel sistema dell’alleanza il gruppo di Lauro diventa il motore del narcotraffico a Secondigliano. Maria Licciardi è la regista delle piazze. I contini curano i rapporti con i fornitori internazionali. È un equilibrio perfetto, stabile, redditizio, ma niente dura per sempre, soprattutto nella camorra. 1991. All’interno del clan di Lauro nasce una tensione.
Un gruppo di affiliati guidati da Antonio Ruocco vuole più potere, più autonomia, più soldi. Paolo Di Lauro dice no. Questa volta non aspetta che la situazione gli esploda in mano, non esita, non cerca compromessi. Inizia la guerra di Mugnano, una faida interna che dura circa 2 anni, dal 1991 al 1993. Più di 20 persone uccise.
È una guerra di logoramento. Agguati, esecuzioni, corpi trovati nei campi, famiglie intere spazzate via. Alla fine vince di Lauro. Peruocco viene ucciso. Gli oppositori vengono eliminati o marginalizzati. Il clan esce dalla guerra più coeso, più forte, ma ha imparato una lezione. I nemici non sono mai fuori, sono sempre dentro. E poi c’è Domenico Silvestri.
Mimilla svergognata, l’uomo che, secondo le ricostruzioni più accreditate, fu il tiratore che mise fine alla vita di Agnello La Monica. È l’esecutore materiale dell’omicidio. Silvestri sa tutto, sa com’è andata, sa chi ha tradito, sa perché. È un testimone vivente e i testimoni viventi nella camorra sono sempre un problema.
19 maggio 1989, Secondigliano. Mimilla svergognata viene ucciso in strada. Il suo omicidio diventa subito uno spartiacque negli equilibri del quartiere. Per anni resta un cold case, un delitto che tutti ricordano, ma che sulla carta giudiziaria rimane sospeso. Solo molti anni dopo i collaboratori di giustizia iniziano a fare nomi.
Parlano di equilibri interni al sistema di secondano, di contrasti, di vecchi conti da regolare. Indicano a fasi alterne uomini dell’area di lauro abbinante come possibili responsabili. Partono i processi, arrivano condanne pesanti, anche Ergastri, ma quelle sentenze non reggono fino in fondo. La Cassazione annulla, gli imputati vengono assolti in appello e sul piano formale l’omicidio Silvestri resta senza un colpevole definitivo.
Quello che resta però è il messaggio. Nel mondo di Secondigliano nessuno che abbia visto troppo vive tranquillo. Chi ha sparato per farti diventare boss può raccontare come sei diventato boss. E in un sistema costruito sul silenzio, i testimoni viventi sono sempre i primi a cadere. 23 settembre 2002. Paolo di Lauro entra in latitanza.
Le indagini della direzione distrettuale antimafia si stringono. I pentiti parlano, le intercettazioni ricostruiscono la rete, gli arresti si moltiplicano. È ora di sparire. Ma un boss in latitanza non smette di comandare. Di Lauro governa il clan da nascondigli segreti, usa telefoni cellulari clandestini, comunica attraverso pizzini, delega ai figli.
Cosimo di Lauro, primo figlio, assume la regenza operativa e commette l’errore che suo padre non ha mai commesso. Usa la violenza, troppa violenza. 2004 scoppia la prima faida di Scampia. Un gruppo di giovani affiliati guidati da Raffaele Amato e Cesare Pagano si ribella ai di Lauro. Vogliono autonomia, vogliono più soldi.
Cosimo Di Lauro risponde con una guerra totale. In poco più di un anno muoiono decine di persone. Agguati quotidiani, esecuzioni pubbliche. Scampia diventa un campo di battaglia. I morti sono troppi. L’attenzione mediatica esplode. I giornali parlano di guerra di camorra. I politici chiedono interventi, lo Stato invia forze speciali, le intercettazioni si moltiplicano, gli arresti si susseguono.
21 gennaio 2005, Cosimo Di Lauro viene catturato, ma Paolo di Lauro è ancora latitante, nascosto da qualche parte, irraggiungibile. 16 settembre 2005, via Canonico Cosimo Stornaiuolo, Secondigliano. Una donna viene seguita per giorni. compra sempre le stesse cose, verdure, carne e soprattutto salmone fresco. Il cibo preferito di Paolo di Lauro.
Gli investigatori triangolano il nascondiglio. Operazione congiunta tra Sisde e polizia mobile. Irrompono nell’appartamento. Paolo di Lauro viene catturato dopo 3 anni di latitanza. Non oppone resistenza, non dice nulla. viene portato via in silenzio, come ha sempre fatto. Settembre 2005, pochi giorni dopo la cattura di Paolo di Lauro, un corpo viene trovato alla rotonda di Arzano, in provincia di Napoli.
È stato torturato per ore. Il corpo porta segni di una violenza estrema, deliberata, quasi rituale. È una scena da incubo. Gli investigatori impiegano ore a identificare il cadavere. Il corpo è di Edoardo La Monica, 29 anni, incensurato, titolare di un’autorimessa tra le palazzine del rione dei Fiori, nipote di Aniello La Monica e figlio di Gaetano, fratello del macellaio.
Per 23 anni ha vissuto all’ombra del sistema di lauro nel loro quartiere, lavorando a pochi metri dai bunker del clan. Dall’esterno sembra un’esistenza normale, lavoro, famiglia, routine, ma in un contesto del genere nessuno è davvero fuori dal raggio d’azione del sistema e poi qualcosa si rompe. La sua motivazione non è mai stata confessata pubblicamente, non ha lasciato lettere, non ha rilasciato dichiarazioni.
Le cronache raccontano un delitto che sa di conti in sospeso, di vecchie ombre che tornano a galla, di un cognome, la Monica, che nel sistema di Secondigliano pesa come una condanna. Sul movente non esiste una verità giudiziaria definitiva, restano solo ipotesi investigative e letture giornalistiche. Quel che è certo è solo la fine, la scelta di una tortura esemplare, brutale, simbolica.
Il cranio sfondato, un taglio a croce sulle labbra, il corpo abbandonato alla rotonda di Arzano perché tutti potessero trovarlo, vederlo, capire che nel mondo di Secondigliano certe cose per la camorra non si fanno mai. Paolo Di Lauro è condannato a tre ergastoli, regime di carcere duro, articolo 41 bis. è rinchiuso in una cella dove non entra mai il sole, dove non può parlare con nessuno, dove può ricevere una visita al mese dietro un vetro senza potersi toccare.
I suoi figli sono finiti dentro la stessa spirale. Cosimo di Lauro viene arrestato nel 2005 e trascorre anni in regime di carcere duro. Muore in cella il 13 giugno 2022 a 48 anni dopo una detenzione trascorsa anche al 41 bis. Marco viene catturato il 2 marzo 2019 dopo 14 anni di latitanza. Nel novembre dello stesso anno viene condannato all’ergastolo in appello per uno degli omicidi simbolo della faida, mentre su altre accuse le sentenze continuano a stratificarsi.
Sul destino degli altri figli di Paolo di Lauro, le cronache raccontano percorsi diversi. Tra arresti, condanne pesanti e morti premature, pochi sono rimasti fuori dalle celle, ma il clan non muore. Secondo le più recenti relazioni della direzione investigativa antimafia, l’Alleanza di Secondigliano viene ancora descritta come attiva, coinvolta nei traffici internazionali di cocaina e nel controllo di piazze di spaccio nell’area nord di Napoli.
Condigliano resta un hub del narcotraffico. Le rotte costruite da Paolo di Lauro negli anni 80 e 90 hanno alimentato per anni il mercato europeo della cocaina. Eppure tutto è nato da una notte. Primo maggio 1982. Un’auto che investe un uomo. Colpi d’arma da fuoco ravvicinati. Un boss che muore sul selciato.
Un ragioniere silenzioso che diventa re. Questa è la storia di un tradimento shakespeariano, di un omicidio che fonda un impero, di come il figlio adottivo volta le spalle al padre putativo e il vecchio boss scompare dal quadro. Di come dopo quella notte Paolo di Lauro diventa il nuovo re di Secondigliano.
Agnello la Monica muore pensando di essere immortale e nella camorra nessuno dimentica, nemmeno dopo 23 anni, nemmeno dopo tre ergastoli, nemmeno quando tutto sembra finito, perché nella camorra niente finisce mai veramente. Questa è la storia di Agnello la Monica, un boss che credeva di aver costruito un impero sul contrabbando e che è stato cancellato da un ragioniere silenzioso che guardava più lontano di lui.
Ma quel tradimento non è un capitolo isolato, è il prologo di tutto quello che racconto nella saga sulla faida di Secondigliano, la guerra di Mugnano, l’ascesa di Paolo di Lauro, la faida del 2004. Se vuoi seguire questa storia dall’inizio alla fine, recupera l’episodio 0 sulle origini dell’impero di Lauro e sulla faida di Mugnano, l’episodio 1 sulle radici della guerra del 2004 e l’episodio 2 sulla faida che devasta Scampia in 10 mesi.
Questo documentario sulla Monica è il tassello che viene prima di tutti gli altri. Questo documentario si basa su sentenze definitive del Tribunale di Napoli, relazioni della direzione investigativa antimafia, dichiarazioni di collaboratori di giustizia, cronache giornalistiche archiviate, atti parlamentari della commissione antimafia, presunzione di innocenza ai sensi dell’articolo 27 della Costituzione italiana per tutti gli imputati in procedimenti non conclusi.
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Io sono Alex Neri. è anime oscure.
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