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LA STORIA VERA DI GOMORRA LE ORIGINI | Il Boss che Creò Paolo Di Lauro

La periferia della periferia, un posto dove la città finisce e inizia il nulla. Non ci sono palazzi, non ci sono negozi, solo baracche e contadini che coltivano quello che possono. Nasceo, la Monica, una famiglia modesta, nessun legame con la criminalità organizzata, almeno non all’inizio, ma Secondigliano negli anni 50 e 60 è un territorio di frontiera, non appartiene veramente a Napoli, non appartiene al controllo dello Stato, è terra di nessuno e nei territori di nessuno nascono sempre nuovi poteri.

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Aniello La Monica inizia come tutti in quegli anni. piccola delinquenza, furti, rapine, estorsioni ai commercianti, ma ha qualcosa che gli altri non hanno. Una determinazione feroce, una capacità di imporre la sua volontà con la violenza e un istinto per il comando che lo porta rapidamente ad emergere nel piccolo mondo criminale di Secondigliano.

Il soprannome glielo danno subito, Aniuccio o pazzo. Non è pazzo nel senso clinico, è pazzo nel modo in cui guarda il mondo. violento, imprevedibile, dispotico. Quando decide qualcosa, quella cosa si fa. Quando odia qualcuno, quel qualcuno muore. Non ci sono mediazioni, non ci sono compromessi, c’è solo la sua volontà.

Anni 60, l’Italia del boom economico. Le città si espandono, Napoli cresce verso nord, Secondigliano inizia a popolarsi. Arrivano famiglie dal centro, arrivano immigrati dal Sud, il quartiere si trasforma e con la trasformazione arriva il crimine organizzato. Il contrabbando di sigarette diventa il business più redditizio del Sud Italia.

Lo Stato ha il monopolio sul tabacco. Le sigarette americane costano il triplo di quelle italiane. Chi riesce a portarle dentro senza pagare le tasse diventa ricco e il porto di Napoli è il punto di ingresso principale per il contrabbando che arriva dai Balcani. Michele Zazza è il re del contrabbando, un uomo di Procida che ha costruito un impero partendo da zero.

Zazza non è un picchiatore di quartiere, non è uno che rompe le gambe ai debitori, è un imprenditore criminale, ha una vision, capisce che il contrabbando non si fa con i picciotti che rubano tre casse alla volta, si fa con organizzazioni industriali, con navi, con depositi, con reti di distribuzione e capillari che coprono tutta l’Italia meridionale.

Michele Zaza ha bisogno di luogo tenenti sul territorio, uomini fidati che gestiscano le piazze, che controllino i depositi, che tengano in riga gli affiliati e aniello la Monica diventa uno di quei luogo tenenti. Non è il più importante, non è nemmeno il più ricco, ma è affidabile e soprattutto è spietato. E nella camorra degli anni 70 la spietatezza vale più dell’intelligenza.

La Monica gestisce piazza Zanardelli, il cuore storico di Secondigliano, un nucleo di vie strette che si intrecciano attorno a un arco di pietra. Via dell’arco, via Gaetano Enrico, via Vittorio Emanuele II. vie piccole, vie povere, ma strategiche, perché chi controlla piazza Zanardelli controlla il cuore del quartiere e chi controlla il cuore controlla tutto il resto.

Secondo le ricostruzioni investigative, decine di famiglie criminali fanno capo a Danielo La Monica. Decine di nuclei che lavorano nel contrabbando, nelle estorsioni, nelle rapine. Decine di gruppi che ricevono ordini da via Cupa dell’arco dove la Monica abita. Dove riceve, dove decide chi vive e chi muore.

La Monica è un uomo basso, tarchiato, capelli neri, lo sguardo sempre fisso, come chi non ha mai imparato a sorridere davvero. Veste con una medietà studiata, una volontà di non attirare l’attenzione. Chi lo incontra non lo dimentica, non per il carisma, per la tensione che emana, per il senso di pericolo imminente che si porta dietro come un’ombra.

Ma c’è una cosa che lo rende diverso da tutti gli altri boss del suo livello. Il secondo soprannome, quello che nessuno usa davanti a lui, quello che si sussurra nei vicoli quando lui non c’è o macellaio. 21 gennaio 1982, un affiliato dell’orbita cutoliana viene trovato morto all’interno di una Fiat familiare abbandonata in una strada di Napoli.

I pentiti che ne parleranno anni dopo lo chiamano tutti allo stesso modo. Bambulella è il soprannome di Giacomo Frattini. Il corpo non è normale, porta segni di tortura prolungata, le ossa delle dita spezzate, bruciature di sigaretta sul petto e soprattutto una mutilazione che gela gli investigatori. La testa è stata staccata, le mani amputate, il cuore esportato dal petto e i resti sono stati lasciati dentro l’auto coperti da un lenzuolo.

Anni dopo sarà Luigi Giuliano, l’ex re di Forcella, divenuto collaboratore di giustizia, a raccontare quella scena nei dettagli. Per punire un boia di poggio reale, la fratellanza napoletana si affida a un macellaio. Taglia, seziona, cava il cuore. È un messaggio. Terrorismo criminale interno. Chi tradisce non muore solo, muore come monito.

Il corpo viene lasciato dove altri affiliati possano trovarlo, dove possano vedere cosa succede a chi non rispetta gli ordini. Il soprannome o macellaio non è folklore, non è una leggenda metropolitana. Negli atti e nelle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia compare la figura di un affiliato con un passato da macellaio indicato come l’uomo delle mutilazioni.

In molte ricostruzioni giornalistiche quel ruolo viene associato ad agnello la Monica. La violenza diventa così, nella memoria di chi c’era, la sua firma operativa, una tecnica di controllo psicologico applicata con freddezza. La violenza non è fine a se stessa, è uno strumento di governo, un linguaggio che gli affiliati capiscono meglio di qualsiasi discorso.

Metà anni 70, Raffaele Cutolo fonda la nuova camorra organizzata, un’organizzazione verticale, gerarchica, militarizzata, ispirata a Cosa Nostra Siciliana. Cutolo ha una vision, vuole unificare tutta la camorra napoletana sotto un unico comando, il suo. Vuole essere il boss dei boss, il capo assoluto, il padrino di Napoli.

È un progetto ambizioso, rivoluzionario e profondamente minaccioso per tutti i boss esistenti, perché se Cutolo riesce loro perdono tutto: l’autonomia, i territori, i profitti, la libertà di decidere con chi fare affari. diventano soldati, subalterni, esecutori di ordini che arrivano dall’alto. Molti boss giovani aderiscono alla NCO, vedono in cutolo un leader carismatico, un uomo che può dare struttura a un mondo fatto di piccoli feudi.

Ma i boss più vecchi rifiutano. Quelli che hanno costruito imperi negli anni 50 e 60, quelli che hanno rapporti consolidati con Cosa Nostra Siciliana, quelli che non vogliono inchinarsi a nessuno. Michele Zazza guida l’opposizione, costruisce un’alleanza che prende il nome di Nuova Famiglia. Non è un’organizzazione verticale come la NCO, è un cartello, una federazione di clan autonomi che condividono interessi comuni.

Ogni boss mantiene il controllo del proprio territorio, ma si impegna a collaborare contro il nemico comune. Anielo La Monica è con la nuova famiglia, non per convinzione ideologica, per interesse. Michele Zazza è il suo riferimento e Zazza dice no a Cutolo. Quindi la Monica dice no a Cutolo. La guerra dura 5 anni, dalla fine del 1978 al 1983.

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