La peste arrivò a Venezia attraverso le truppe imperiali che scendevano verso Mantova. Questo lo sappiamo con certezza e lo sapevano anche i veneziani del tempo. I primi casi furono registrati a luglio in un quartiere di San Marcuola in una casa di piccoli commercianti tedeschi che ospitavano un soldato di passaggio. L’uomo morì in tre giorni con bubboni grandi quanto un uovo sotto le ascelle e allinguine, la pelle macchiata di quel colore scuro che i medici chiamavano morbo nero e che i popolani chiamavano, con una parola più brutale, la cicatrice
del diavolo. Dopo di lui morì la figlia del commerciante, [musica] 12 anni, poi la moglie, poi il fratello della moglie, poi i tre apprendisti della bottega e in una settimana dalla casa di San Marcuola il morbo si era già diffuso nei quartieri vicini. A settembre era nei di Cannareggio e Castello.
A ottobre non c’era una parrocchia della città che non avesse seppellito i suoi morti. E i barcaioli che portavano i cadaveri verso le isole del cimitero della Serenissima cominciarono a parlare di carichi che non riuscivano più a contare. Di notte, quando il vento di Levante scuoteva le acque del bacino, le persone che dormivano vicino a riva degli schiavoni dicevano di sentire i corpi urtare contro gli scafi delle gondole funerarie.
un rumore sordo, ritmico, come un bussare senza fine. La Repubblica in quel momento fece quello che faceva sempre. Applicò i protocolli del magistrato alla sanità, l’istituzione più antica e più temuta nella gestione delle epidemie nell’Italia intera. Fondata nel 1486, erede di quasi 150 anni di esperienza con il contagio.
Furono chiuse le botteghe non essenziali. Furono vietati gli assembramenti, furono sigillate le case dove si manifestavano i sintomi e furono riattivate, dopo decenni di uso sporadico, le due isole che la Serenissima aveva costruito secoli prima. Proprio per questo il lazzaretto nuovo, che serviva da quarantena per i sospetti e il lazzaretto vecchio, che era la destinazione finale, l’isola dove venivano mandati coloro per cui non c’era più dubbio, coloro che avevano già contratto il morbo e che la Repubblica isolava per morire o nei rari casi per

sopravvivere. Il lazzaretto vecchio era un’isola piccola, poco più di 2 ari, a circa 200 m a sudest dell’ido. Aveva una struttura centrale a forma di quadrilatero con un cortile interno e padiglioni disposti lungo i lati. era circondata da un muro basso e da un’acqua melmosa, dove cresceva una vegetazione stentata di canne e di giunchi.
Non c’erano alberi ad alto fusto, non c’era riparo dal vento di Bora che in inverno arrivava dall’Adriatico con una violenza che tagliava la pelle. L’aria d’inverno aveva un odore particolare che chi ci aveva lavorato non dimenticava un odore che mescolava il salmastro della laguna, il fumo della calce viva usata per disinfettare i pavimenti, il sudore acido dei malati e quella dolciastra putredine che segue la morte quando non viene coperta abbastanza in fretta.
C’era una sola cappella, piccola, dedicata a Santa Maria di Nazaret, con un campanile di appena 6 m. Le sue campane, secondo una regola scritta nel 1564, non dovevano mai suonare per segnalare la morte di un singolo. I morti sull’isola erano troppi per essere contati uno per uno e le campane avrebbero suonato senza sosta, notte e giorno, togliendo il sonno ai sopravvissuti.
Suonavano invece una volta al mattino, una al tramonto, come un ricordo neutro della continuità della fede e nient’altro. C’era naturalmente il cimitero un terreno consacrato sulla parte orientale dell’isola dove erano sepolte generazioni di vittime delle epidemie precedenti, strato sopra strato, in una geografia di morte che si era accumulata nel corso di oltre un secolo.
Gli scavi archeologici condotti tra il 2004 e il 2009 hanno portato alla luce, proprio in quel settore oltre 15.000 scheletri stratificati così tanti che le ossa degli strati più antichi si erano fuse con il terreno stesso, diventando parte della geologia dell’isola. Il lazzaretto vecchio non era solo un lazzaretto, era letteralmente un’isola fatta di morti.
Nell’ottobre del 1630, quando il magistrato alla sanità ordinò la riapertura completa del Lazzaretto Vecchio, l’isola venne affidata a un amministratore che era stato scelto, secondo i verbali del collegio, per la sua approvata devozione al servizio della Repubblica in tempi di crisi. Il suo nome era Zuanne Barbaro, figlio cadetto di una famiglia patria, veneziana, di antico lignaggio, ma di ramo laterale, di quelli che avevano mantenuto il cognome e una posizione formale nel maggior consiglio, senza mantenerne le risorse economiche. Aveva,
aveva servito come provveditore alle fortezze in due occasioni, sempre in incarichi secondari. aveva una reputazione di uomo meticoloso, di quelli che compilavano i registri con una calligrafia regolare e che non deviavano mai dal protocollo scritto. Non era un uomo amato, ma non era nemmeno un uomo odiato. Secondo la definizione che di lui diede il cronachista Nicolò Vianello in un passaggio del suo diario privato, diario che non fu mai pubblicato, [musica] ma che sopravvive in un’unica copia nell’archivio Correr, un uomo [musica]
esatto, privo di fantasia, incapace di dubbio quando l’ordine era chiaro. E l’ordine nell’ottobre del 1630 era chiaro: contenere l’epidemia, proteggere la città, gestire il lazzaretto vecchio, come le regole del magistrato alla sanità prescrivevano da quasi 150 anni. Zuanne Barbaro arrivò sull’isola il 12 ottobre del 1630, accompagnato da una piccola guarnione di otto soldati della milizia d’A, da tre sanitari della scuola grande di San Marco, da due cappellani agostiniani e da un cancelliere personale di nome
Antonio Scarpa, un uomo di circa 35 anni, originario di Chioggia, che aveva servito Barbaro nelle missioni precedenti e che gli era devoto un cane è devoto al suo padrone. Nelle prime sei settimane tutto funzionò secondo le regole. I carichi di malati arrivavano ogni giorno dalla città, trasportati su barche coperte da teli cerati a cura dei monatti della compagnia dei morti.
uomini che sopravviveano a questo tipo di lavoro perché avevano già avuto la peste e ne erano usciti vivi e che godevano quindi di un’immunità che i medici del tempo chiamavano naturale senza capirne il meccanismo. I monatti erano una corporazione a parte, riconoscibili per le maschere a becco riempite di erbe aromatiche che credevano potessero filtrare il miasma del contagio per i lunghi mantelli di tela cerata.
per i guanti di cuoio spesso nessuno li toccava, nessuno parlava con loro se non per strettissima necessità. Quando attraccavano al molo del lazzaretto vecchio, il silenzio che portavano con sé sembrava avvolgere l’intera isola per qualche minuto, prima che le voci riprendessero. I malati venivano registrati in entrata dal cancelliere Antonio Scarpa, seduto dietro un tavolo di legno grezzo sotto il portico d’ingresso con un calamaio, una pila di fogli e una candela accesa anche di giorno, perché la luce del portico era
scarsa. nome, età, parrocchia di provenienza, sintomi visibili, nome di un parente da avvertire in caso di decesso. Molti non sapevano rispondere a tutte le domande, alcuni perché troppo deboli, alcuni perché non volevano dare i nomi dei parenti per paura che anche loro fossero sigillati in casa dal magistrato alla sanità.
Scarpa scriveva quello che poteva. Dove mancavano informazioni scriveva una X. Venivano assegnati ai padiglioni secondo la gravità del caso. Venivano visitati dai sanitari due volte al giorno. Ricevevano pane, brodo e vino, in quantità prescritta una pagnotta al giorno, una scodella di brodo al mattino, mezzo bicchiere di vino alla sera.
I morti venivano sepolti nel cimitero consacrato entro 24 ore dal decesso, con rito breve celebrato dai cappellani. Senza cassa i corpi erano avvolti in un telo di UA, gettati nelle fosse [schiarire la voce] comuni, coperti di calce viva, poi di terra. Tutto questo è documentato, registro per registro nei verbali che arrivarono al magistrato alla sanità fino al 15 novembre del 1630.
Poi per tre giorni nessun verbale arrivò. La spiegazione ufficiale data più tardi dal cancelliere Scarpa in un rapporto successivo fu che una tempesta di Bora aveva impedito alle imbarcazioni di attraversare il canale verso il Lido. È una spiegazione plausibile. Le tempeste di Bora a novembre sono frequenti nella laguna e possono effettivamente interrompere le comunicazioni per più giorni, ma è anche la prima anomalia nel ritmo regolare dei registri e da quel momento in poi le anomalie si sarebbero moltiplicate.
Il 18 novembre arrivò al magistrato un verbale cumulativo per i tre giorni mancanti. Le cifre erano insolite. 83 morti registrati il 15 novembre, 107 il 16, 94 il 17. Totale 284 morti in 3 giorni. Per dare un senso a queste cifre, basta dire che la media dei decessi nei 40 giorni precedenti era stata di circa 30 al giorno.
La cifra era triplicata improvvisamente e poi si era stabilizzata su un nuovo livello altissimo. Il magistrato alla sanità non mandò nessun ispettore a verificare. “Non c’era tempo”, scrisse il provveditore generale Leonardo Querini in [musica] un biglietto interno del 20 novembre. Non c’era personale disponibile e d’altronde aggiunse Querini e questa frase merita di essere ricordata, il lazzaretto sta facendo ciò per cui è stato costruito.
Il lazzaretto stava facendo ciò per cui era stato costruito. Erano parole precise. Il lazzaretto era stato costruito per contenere il contagio, per proteggere la città dalla città malata, per separare chi poteva ancora vivere da chi stava già morendo. Ed era esattamente quello che stava facendo. La questione quella che il provveditore Querini non si pose o che si pose e decise di non scrivere era un’altra.
Era cosa sta accadendo sull’isola? Perché le cifre di mortalità siano improvvisamente triplicate. La peste bubbonica, anche nella sua variante più virulenta, non agisce così. Ha una curva epidemica precisa, non triplica il numero dei morti in tre giorni su una popolazione chiusa, salvo che non intervenga qualcosa d’altro. Sull’isola qualcosa d’altro stava intervenendo.
Il primo indizio ci viene da una lettera. È una lettera breve scritta su un foglio di carta grossa, piegata e sigillata con cera rossa. Fu trovata più di un secolo dopo, nel 1752, nascosta dentro una cornice di legno di un quadro conservato nella sagrestia della chiesa di Santo Stefano a Venezia. Il quadro rappresentava la Madonna della Salute, non l’icona famosa, ma una variante più piccola dipinta da un anonimo veneziano nei primi anni del Seico, quando la cornice fu smontata per un restauro, il falegname trovò il foglio incastrato tra la tela e il
supporto ligno. [sbuffare] La lettera era datata 23 novembre 1630. era firmata da Fragirolamo Busetto, cappellano agostiniano del Lazzaretto Vecchio. Era indirizzata al priore del convento di Santo Stefano, dove Fra Girolamo aveva vissuto prima di essere mandato sull’isola. Il testo della lettera era questo, tradotto dal veneziano dell’epoca, reverendissimo padre, vi scrivo nella notte di nascosto, poiché ciò che devo riferire non può essere trasmesso attraverso i canali ordinari.
Le disposizioni dell’amministratore barbaro si sono fatte strane negli ultimi giorni. I malati arrivano in numero sempre maggiore e l’isola non può contenerli. I padiglioni sono pieni oltre ogni ragionevolezza, ma ciò che mi turba maggiormente non è l’affollamento, è la separazione. L’amministratore ha ordinato che il padiglione orientale, quello che chiamiamo la casa bassa, sia sigillato dall’esterno e che a nessuno sia concesso di entrarvi.
I malati che vi vengono trasferiti non tornano. I cibi che vi vengono portati restano ammucchiati davanti alla porta sigillata. I cappellani non possono confessare coloro che muoiono là dentro. Quando ho chiesto spiegazioni, l’amministratore mi ha risposto che si tratta di una disposizione di sanità pubblica e che i malati gravi devono essere separati per non contaminare gli altri.
Ma i malati che vengono mandati alla casa bassa non sono sempre i più gravi. Alcuni arrivano sull’isola camminando con le proprie gambe, parlando, coscienti e vengono mandati là. Ieri ho contato 21 ingressi alla Casa Bassa, nessuna uscita. Ho paura, reverendissimo padre, di capire ciò che sta accadendo. Vi prego, se questa lettera vi giunge, di portarla all’attenzione del patriarca o di chi riterrete opportuno.
Non so se vivrò abbastanza per scrivere di nuovo. Il vostro umile fratello in Cristo, fra Girolamo Busetto. La lettera non arrivò mai al priore. Tra Girolamo Busetto non la spedì mai, probabilmente, perché non trovò un messaggero disposto a portarla. La laguna era sorvegliata, le barche che attraccavano all’isola erano controllate dai soldati di Barbaro.
Chiunque avesse portato una lettera dall’isola sarebbe stato fermato. Fra Girolamo, evidentemente, trovò un altro modo. Nascose la lettera dentro il quadro della Madonna della Salute, che era appeso nella cappella dell’isola. Un quadro che, secondo i registri, era stato inviato al Lazzaretto Vecchio dal Convento di Santo Stefano l’anno precedente per una benedizione rituale e che doveva essere restituito al convento alla fine dell’emergenza.
Fra Girolamo contava sul fatto che prima o poi il quadro sarebbe tornato a Santo Stefano. [musica] Non sapeva che sarebbe passato oltre un secolo, che il suo corpo sarebbe stato da tempo ridotto a polvere nel cimitero dell’isola prima che qualcuno trovasse la lettera e la leggesse.
Quando fu ritrovata nel 1752 la lettera non fu pubblicata, fu archiviata nel fondo privato del convento, dove rimase fino alla soppressione napoleonica del 1810 e poi passò attraverso una catena di trasferimenti documentari che la portò infine all’Archivio di Stato di Venezia, dove fu catalogata nel fondo miscellanea sanità secolo XV e dove ha riposato per altri 150 anni, prima che uno storico locale, nel 1967, la tirasse fuori dallo scatolone in cui era conservata e si rendesse conto di cosa aveva in mano.
A quel punto erano passati 337 anni e le domande che la lettera poneva cosa accadeva nella casa bassa, perché i malati non tornavano, perché Barbaro aveva ordinato quella separazione, non avevano più nessuna speranza di trovare una risposta dai protagonisti, ma una risposta faticosa e incompleta poteva ancora emergere dai documenti.
Ed è questo che lo storico si chiamava Bernardo Vendramin, un archivista del museo Correr che aveva dedicato la vita agli archivi minori della peste, cominciò a fare negli anni successivi. Se questa storia sta già facendo nascere delle domande nella vostra mente e sono certo che sì, lasciate un commento qui sotto con la vostra teoria.
Cosa pensate stesse davvero accadendo nella casa bassa del Lazzaretto Vecchio? Un like ci aiuta a portare queste storie a più persone e continuate ad ascoltare quello che viene dopo, cambia tutto. La ricerca di Vendramin si concentrò su tre fonti. La prima erano i registri del magistrato alla sanità per i mesi da ottobre 1630 a giugno 1631.
registri parziali con vistose lacune ma esistenti. La seconda erano i registri parrocchiali delle isole della laguna San Lazzaro, San Servo, Sanasmo, Pellestrina, Malamoco, dove a volte, per ragioni di vicinanza geografica, erano annotate informazioni che non comparivano nei registri centrali. La terza era un fondo privato della famiglia Pisani, conservato presso la biblioteca marciana, che conteneva la corrispondenza di un certo Francesco Pisani, membro del Consiglio dei 10 in quegli anni, che aveva tenuto una fitta
corrispondenza privata con altri membri del patrizziato durante la peste. Da queste tre fonti Vendramin riuscì a ricostruire per frammenti quello che i registri ufficiali avevano cancellato. Primo, il numero dei malati inviati al Lazzaretto Vecchio tra il primo novembre e il 31 dicembre del 1630 fuo incrociabile dai registri di partenza dai moli di Venezia.
Secondo, il numero dei morti registrati al Lazzaretto Vecchio nello stesso periodo, secondo i verbali di Barbaro, fu di 3691. differenza 621 persone. Secondo la logica della contabilità, queste 621 persone dovrebbero essere i sopravvissuti coloro che erano ancora sull’isola alla fine di dicembre in quarantena, in attesa di essere dichiarati guariti o di morire.
Ma i registri della compagnia dei morti della sanità che certificavano ogni rientro di sopravvissuti a Venezia mostrano che nei mesi di gennaio, febbraio, marzo e aprile del 1631, il numero totale di persone che tornarono dal Lazzaretto vecchio a Venezia come guarite fu di 134 totale 134 rientri sopravvissuti.
mancanti all’appello. 487 persone. 487 persone di cui non esiste traccia né come morte, né come sopravvissute né come trasferite altrove. Persone che erano state inviate sull’isola, che non erano state registrate come morte e che non erano tornate a casa. un vuoto, un silenzio amministrativo di 487 vite.
Vendramincomprese subito cosa significava quel vuoto. Significava che da qualche parte, sull’isola del Lazzaretto Vecchio, c’erano 487 persone che erano morte, perché è ovvio che fossero morte, visto che non erano tornate, ma la cui morte non era stata registrata. E una morte non registrata nel sistema meticoloso della Serenissima.
Non è un semplice errore amministrativo, è una scelta. Qualcuno aveva deciso di non registrarle. Qualcuno aveva deciso che quelle vite non dovevano comparire nei libri della Repubblica e a questo punto la lettera di Fragirolamo Busetto cominciò ad avere un senso molto più preciso. Casa bassa, il padiglione orientale sigillato dall’esterno, dove i malati entravano e non uscivano, dove nessun cappellano poteva entrare a confessare i morenti, era con ogni probabilità il luogo dove le 487 vite mancanti erano state concentrate e la logica di Barbaro, per quanto
mostruosa, cominciò a diventare comprensibile. L’isola era sovraffollata, le risorse erano limitate, il pane, il brodo, il vino, i medicamenti, tutto dipendeva dai carichi che arrivavano da Venezia e i carichi cominciavano a scarseggiare perché la città stessa era in emergenza. I sanitari erano pochi, sfiniti, ammalati a loro volta.
La peste aveva un tasso di letalità altissimo, ma ancora più alto era il tasso di letalità di una peste non trattata, non idratata, non nutrita. E Barbaro, l’uomo esatto, privo di fantasia, incapace di dubbio, quando l’ordine era chiaro, aveva fatto il suo calcolo. Non poteva salvare tutti, poteva forse salvarne alcuni.
Il modo per farlo era concentrare le risorse su quelli che avevano più probabilità di sopravvivere e isolare in un padiglione sigillato, senza cibo, senza acqua, senza cure quelli che, secondo il suo giudizio non ne avevano. La casa bassa non era il luogo dove andavano i più gravi, era il luogo dove andavano quelli che Barbaro aveva deciso di non curare.
Deen anni dopo, quando Vendramin pubblicò i suoi primi studi sulla questione nel 1971, ci furono storici che sollevarono obiezioni. Dissero che la ricostruzione era speculativa, che le cifre potevano essere spiegate da errori di registrazione, da epidemie di sintomi a specific, da trasferimenti non documentati verso altre isole, che accusare un uomo morto da 340 anni di un crimine di tale entità.
richiedeva prove più solide. Vendramin non si arrese per altri 15 anni, fino alla sua morte nel 1986, continuò a scavare negli archivi e la prova più solida che cercava arrivò finalmente da un documento che lui stesso non vide. fu scoperto da una sua allieva, Giovanna Cavazza, in un fondo secondario dell’Archivio patriarcale di Venezia nel 1989.
Era un rapporto, un rapporto di visita pastorale scritto nel giugno del 1631 da un prete, don Matteo Zamberlan, che era stato inviato sull’isola del Lazzaretto Vecchio dopo la fine dell’emergenza per verificare lo stato della cappella e per registrare i morti sepolti nel cimitero. Il rapporto di Zamberlan era lungo otto pagine.
Le prime sette descrivevano lo stato della cappella, il quadro della Madonna della Salute, l’altare, i paramenti liturgici, il campanile in modo rutinario, burocratico. L’ottava pagina era diversa. L’ottava pagina descriveva la casa bassa”, scriveva Zamberlan con una prosa spezzata, a volte incoerente, come se stesse annotando quello che vedeva in tempo reale.
Sono entrato nel padiglione orientale che chiamano Casa Bassa. La porta era stata aperta dai soldati con il piccone, poiché era stata murata. L’aria che è uscita dalla porta quando è stata aperta era tale che due soldati hanno vomitato nel cortile. Ho coperto il volto con un panno imbevuto di aceto, secondo la raccomandazione dei sanitari e sono entrato.
Ho contato i corpi, ho smesso di contare dopo 300. giacevano gli uni sugli altri in posizioni che non descrivo. Alcuni tenevano stretti piccoli oggetti nelle mani una medaglia, un rosario di perle di legno, una lettera piegata che non ho letto. Una donna teneva un bambino contro il petto. Il bambino era piccolo, forse due o tre anni.
La posizione delle sue braccia intorno al bambino indicava che era morta dopo di lui, avendolo tenuto fino alla fine. La porta era stata murata dall’esterno, le finestre erano state chiuse con assi inchiodate. Dentro, sulle pareti vi erano segni graffi, parole scritte con il sangue o con altro materiale scuro. Una parola compariva molte volte. La parola era acqua.
In un punto vicino alla porta qualcuno aveva graffiato con un’unghia o con un oggetto appuntito una frase più lunga. La frase era: “Perché non venite? Ho ordinato ai soldati di chiudere la porta e di sigillarla nuovamente. Ho scritto al patriarca chiedendo istruzioni. Non ho visitato nuovamente la casa bassa, ma la notte quando chiudo gli occhi, vedo la donna con il bambino.
Non ho più dormito bene. Questo rapporto non fu mai inoltrato alle autorità civili. Il patriarca di Venezia del Tempo, Giovanni Tiepolo, rispose a don Zamberlan con una lettera privata, sopravvissuta anch’essa, in cui gli ordinava di considerare la questione chiusa per volere della Repubblica e di non farne menzione in nessuna sede pubblica o privata. Zamberlan obbedì.
Morì nel 1648 senza aver parlato della casa bassa con nessuno. Il rapporto rimase nel fondo privato del patriarcato fino alla sua riorganizzazione postunitaria e poi passò all’archivio patriarcale dove giaccue per 130 anni prima che Giovanna Cavazza lo trovasse. La morte di 300 e probabilmente di 487 persone per sete e fame, murate vive in un padiglione del Lazzaretto Vecchio durante la grande peste del 1630 a 31.
Fu dunque tenuta segreta dalle più alte autorità civili ed ecclesiastiche della Serenissima e per 358 anni rimase un silenzio. Ma il silenzio delle autorità non è l’intera storia, perché mentre le gerarchie tacevano, qualcuno sull’isola stava vivendo, qualcuno stava resistendo e la storia di quel qualcuno, ricostruita dai pochi frammenti che ci sono arrivati è forse la parte più perturbante [musica] di tutto l’episodio.
Proprio quando pensavamo di aver capito tutto, l’orrore del lazzaretto vecchio si fa ancora più profondo. Se questa storia vi sta facendo venire i brividi, condividetela con qualcuno che ama i misteri oscuri, non ve ne pentirete. Lasciate un like per supportare il nostro lavoro e iscrivetevi per non perdere mai una storia come questa.
Scopriamo insieme cosa accadde davvero sull’isola dopo la sigillatura della casa bassa. La donna si chiamava Benvenuta Paron. Aveva 36 anni. Veniva da un sestiere popolare di castello, da una famiglia di pescatori e di battelieri. Era analfabeta, non sapeva né leggere né scrivere, ma aveva una memoria prodigiosa e una lingua tagliente, secondo la descrizione che di lei fece anni dopo un figlio sopravvissuto.
Era stata mandata al Lazzaretto Vecchio nel novembre del 1630 con il marito e con due dei suoi cinque figli. Gli altri tre figli erano rimasti a Venezia in quarantena nella casa sigillata della famiglia. Il marito e i due figli morirono sull’isola entro tre settimane. Benvenuta, no? Benvenuta. Fu una delle 134 persone che tornarono a Venezia come guarite nel febbraio del 1631.
Quello che accadde tra il suo arrivo sull’isola e il suo ritorno è noto solo in parte, attraverso un manoscritto che non è suo lei non poteva scrivere, ma che fu dettato da lei a un nipote alfabetizzato, il notaio Domenico Paron, negli anni 1658- 1660, quando era ormai vecchia e sapeva di non avere molto da vivere.
Il manoscritto è conservato in un fondo privato della famiglia Paron a Venezia e non è mai stato pubblicato integralmente. Vendraminne ebbe accesso negli anni 80 grazie a un discendente della famiglia e ne fece una parziale trascrizione. I passaggi più rilevanti sono questi: “Benvenuta descrive l’isola nelle prime settimane come un luogo ordinato, severo ma umano.
I sanitari lavoravano, i cappellani confessavano, il cibo arrivava, la paura era presente ma gestibile. Poi a metà novembre qualcosa cambiò. Arrivò un carico di nuovi malati diverso dagli altri. erano persone di condizione povera, molte provenienti dai quartieri più indigenti della città, ma tra loro c’erano anche persone che Benvenuta riconobbe come appartenenti a classi sociali più agiate, negozianti, un maestro artigiano, una vedova di un funzionario minore della dogana, persone che nella sua esperienza del mondo veneziano, non avrebbero dovuto trovarsi
insieme ai disperati e tutti questi nuovi Arrivati furono condotti subito dopo la registrazione al padiglione orientale alla Casa Bassa. Benvenuta. Non fu mandata alla casa bassa perché, come dichiarò al nipote, avevo ancora le forze di stare in piedi quando mi registrarono. E l’amministratore separava quelli che stavano in piedi da quelli che cadevano.
Ma vide coloro che vi furono mandati, ne descrisse diversi. ricordava una ragazza di forse 16 anni, bella, vestita di una gonna di lana buona che piangeva in silenzio mentre la spingevano verso il padiglione. Ricordava un uomo anziano con un anello al dito, un anello d’oro, cosa che le rimase impressa perché non avrebbe dovuto essere lì che camminava da solo senza sintomi visibili.
ricordava una madre con un bambino di due o tre anni in braccio, il bambino vivo e attivo, lei anche apparentemente [musica] sana, che fu mandata alla casa bassa insieme al bambino, nonostante avesse gridato ai sanitari di farla esaminare. Nessuno la esaminò. Dalla descrizione di benvenuta emerge un dato che il calcolo contabile di Vendramin non poteva cogliere.
Molti di coloro che furono mandati alla casa bassa non erano moribondi, non erano nemmeno malati gravi, erano in alcuni casi persone apparentemente sane, contatti stretti di malati o semplicemente persone sospette. La selezione di Barbaro non si basava solo sullo stato clinico, si basava in parte anche su criteri che benvenuta analfabeta ma lucida, non riuscì mai a capire fino in fondo.
Forse, suggerisce il manoscritto, Barbaro separava coloro che avevano qualcosa da perdere, coloro che, se fossero tornati a Venezia avrebbero potuto testimoniare coloro che conoscevano qualcosa di inconveniente, l’anziano con l’anello d’oro, la vedova del funzionario della dogana, il maestro artigiano che forse aveva fornito servizi a qualcuno di potente.
C’è un passaggio nel manoscritto Paron che è particolarmente oscuro. Benvenuta, racconta al nipote di una sera in cui, mentre stava aiutando le sanitarie a distribuire il pane, sentì per caso una conversazione tra Barbaro e il cappellano Girolamo Busetto. La stessa conversazione, forse che spinse Busetto a scrivere la lettera che sarebbe stata nascosta nel quadro. benvenuta.
Riuscì a cogliere solo alcune frasi perché i due uomini parlavano a voce bassa in un corridoio coperto, ma una frase di Barbaro le rimase impressa: “Ci sono persone che nemmeno la peste può permettersi di lasciare vive?” E una frase di Busetto: “Siete voi che decidete questo, non la peste”. Il dialogo si interruppe perché Barbaro si accorse della presenza di benvenuta nel corridoio vicino e le ordinò di tornare al suo padiglione.
Benvenuta, obbedì immediatamente con la testa bassa, fingendo di non aver sentito, ma le parole rimasero. E quando 30 anni dopo le dettò al nipote, le pronunciò, dice Domenico, nel margine del manoscritto, con la stessa esattezza con cui un notaio legge un atto, come se le avesse ripetute migliaia di volte nella sua mente fino a renderle inalterabili.
È un’ipotesi che non si può dimostrare. I nomi delle 487 vittime della Casa Bassa non furono mai registrati. È questo il punto, è proprio la mancanza di registrazione che permette l’ipotesi più inquietante. Ma ci sono tracce, una delle quali benvenuta, raccontò al nipote Domenico con una precisione che il nipote trascrisse parola per parola.

Una notte doveva essere fine novembre o inizio dicembre del 1630. benvenuta, che dormiva in uno dei padiglioni femminili, fu svegliata da un rumore, un colpo sordo, ripetuto, metallico, si alzò dalla paglia su cui dormiva e si avvicinò alla piccola finestra del padiglione da cui si poteva vedere il cortile centrale dell’isola.
Nel cortile, illuminato da due torce, c’erano tre uomini. Uno era il cancelliere Antonio Scarpa che lei aveva visto il giorno del suo arrivo. Un altro era un soldato della guarnigione, un uomo basso e grosso di cui non sapeva il nome. Il terzo era Zuan Barbaro in persona, riconoscibile dal mantello scuro e dalla corporatura sottile.
I tre uomini stavano scavando. scavavano nel cortile vicino al muro occidentale con due pale di ferro. Il suono metallico che l’aveva svegliata era il rumore delle pale che colpivano qualcosa, forse pietre, forse qualcosa di più duro. Benvenuta, guardò per alcuni minuti, poi vide scarpa allontanarsi verso uno dei depositi e tornare con un sacco di tela pesante che portava con fatica.
I tre uomini posarono il sacco nella buca che avevano scavato, lo coprirono rapidamente di terra, battezzarono la terra con le pale, compattandola. Poi spensero le torce e rientrarono negli alloggi dell’amministrazione. Benvenuta. Tornò a dormire. Non disse niente a nessuno, non era stupida. sapeva cosa significava vedere l’amministratore del lazzaretto seppellire qualcosa nel cortile di notte con la sola presenza di un cancelliere fidato e di un soldato.
Significava che c’era qualcosa che non doveva essere seppellito nel cimitero consacrato con gli altri. Qualcosa che non doveva essere trovato. E benvenuta analfabeta, nata povera, sopravvissuta a tre figli, capì istantaneamente una regola che le persone più educate di lei spesso dimenticano. Quando qualcuno ti mostra per sbaglio un segreto che hai il privilegio di non conoscere, la tua prima responsabilità è fingere di non averlo visto. Fece esattamente questo.
Per il resto del suo soggiorno sull’isola, altri tre mesi non guardò mai più dalla finestra di notte, non parlò mai con nessuno di ciò che aveva visto. Quando fu registrata come guarita e rispedita a Venezia nel febbraio del 1631, si inchinò a Barbaro con la gratitudine che ci si aspettava da una sopravvissuta, uscì dall’isola senza voltarsi.
E per 30 anni, fino a quando non dettò la sua storia al nipote, non ne parlò a nessuno, nemmeno al suo secondo marito. Cosa c’era nel sacco? Questa è la domanda che nessuno può più rispondere con certezza. Il cortile centrale del Lazzaretto Vecchio non è mai stato scavato sistematicamente. L’isola è oggi un sito archeologico, ma le campagne di scavo condotte tra il 2004 e il 2009 dal gruppo Archeocub Venezia hanno riportato alla luce soprattutto le fosse comuni del cimitero consacrato dove sono stati trovati in strati sovrapposti.
migliaia di scheletri di vittime delle peste del 1575 a 77 e del 1630 a 31 per un totale stimato superiore ai 15.000 individui. Il cortile centrale non è stato indagato con la stessa intensità. Una piccola trincea esplorativa fu aperta nel 2007 vicino al muro occidentale e portò alla luce resti umani disordinati, non in fosse comuni strutturate, ma in una deposizione apparentemente disorganica.
Furono registrati sette scheletri parziali, di cui tre con tracce di ossidazione metallica sulle dita, compatibili con la presenza di anelli non recuperati al momento della sepoltura, e due con segni di traumi non patologici, frammenti di cranio con fratture compatibili con colpi inferti prima della morte.
Il rapporto di scavo, firmato dall’archeologo Matteo Bissaro, notò la singolare modalità di deposizione di questi resti e suggerì un approfondimento che però non fu mai realizzato per mancanza di fondi. Il cortile del Lazzaretto Vecchio rimane ancora oggi parzialmente inesplorato. Cosa c’è là sotto? Quante persone? Quali persone? Perché vi siano finite? È una domanda che aspetta.
Paziente nel fango della laguna. Zuanne Barbaro sopravvisse all’epidemia. Fu richiamato dall’isola nel giugno del 1631, quando il flusso dei malati si esaurì e il magistrato alla sanità dichiarò la fine dell’emergenza al Lazzaretto Vecchio. Tornò a Venezia con onori minori non eroici, ma sufficienti e fu inserito in altri incarichi amministrativi nei due decenni successivi.
Morì nel 68 anni nella sua casa di San Paolo, dopo una breve malattia non infettiva. Fu sepolto nella chiesa di San Cassiano con una lastra tombale semplice ma dignitosa, che riportava [musica] soltanto il nome, le date e la frase servitor devoto della Serenissima Repubblica. La lastra esiste ancora. Il cancelliere Antonio Scarpa lo seguì nella morte due anni dopo, nel 1651, all’età di 56 anni.
Fra Girolamo Busetto, invece, morì sull’isola del Lazzaretto Vecchio nel marzo del 1631, appena 4 mesi dopo aver nascosto la sua lettera dentro la cornice del quadro della Madonna della Salute. Non sappiamo di quale causa. I registri di Barbaro lo segnalano come vittima della peste, ma non esistono documenti indipendenti che lo confermino.
Il suo corpo fu seppellito nel cimitero consacrato dell’isola, in una fossa comune, insieme a quelli dei suoi penitenti. Non ebbe lastra, non ebbe lapide, non ebbe nome. Il provveditore generale Leonardo Querini, l’uomo che aveva scritto il Lazzaretto, sta facendo ciò per cui è stato costruito fu promosso procuratore di San Marco nel 1635.
Morì nel 1652. ricoperto di onori con un monumento funebre nella Basilica dei frari. Il patriarca Giovanni Tiepolo, che aveva ordinato a Don Zamberland di tacere, morì nel 1631, un anno dopo la peste a 76 anni. La sua tomba è nella Basilica della Madonna della Salute, quella stessa basilica che i veneziani costruirono come voto di ringraziamento per la fine dell’epidemia e che si affaccia sul bacino di San Marco come un’enorme corona di marmo bianco che contempla dall’alto la laguna dove si trovavano le due isole dei
lazzaretti. Don Matteo Zamberlan morì nel 1648 a Treviso, dove era stato trasferito pochi anni dopo la vicenda del Lazzaretto Vecchio, tenne fede al silenzio ordinato dal patriarca. E tuttavia questo è il dettaglio che Giovanna Cavazza trovò più impressionante e che commentò a lungo nei suoi scritti nel 1640. A nove anni dai fatti, Zamberlan aggiunse una riga al suo testamento, una riga breve, scritta a margine come un’ultima preghiera.
Che Dio mi perdoni di aver taciuto. Oggi, a quasi 400 anni di distanza, l’isola del Lazzaretto Vecchio è un sito storico aperto al pubblico con visite guidate periodiche. I visitatori percorrono il quadrilatero centrale, visitano la cappella di Santa Maria di Nazaret, osservano le vetrine dove sono esposti alcuni reperti delle campagne archeologiche.
Camminano sul cortile, quel cortile dove, in una notte di fine novembre del 1630, tre uomini seppellirono qualcosa sotto la luce di due torce. camminano accanto al muro occidentale, quello dove nel 2007 furono trovati i sette scheletri con le dita ossidate e i crani fratturati. Camminano, probabilmente senza saperlo, sopra una storia che per secoli fu una ferita chiusa male, cucita con il filo del silenzio istituzionale e che solo negli ultimi 50 anni ha cominciato lentamente a riaprirsi.
Il caso della Casa Bassa non arrivò mai davanti a un tribunale della Repubblica, non fu oggetto di processo né di inchiesta formale. Non esiste, in tutto l’enorme archivio della Serenissima, un solo documento ufficiale che ne riconosca l’esistenza. Quello che sappiamo lo sappiamo perché un cappellano nascose una lettera in un quadro, perché una donna analfabeta parlò a suo nipote 30 anni dopo.
Perché un prete scrisse un rapporto che il suo patriarca gli ordinò di dimenticare. Perché degli archeologi aprirono una piccola trincea vicino a un muro nel 2007. Lo sappiamo per frammenti, per laune, per silenzi qualcuno ha lasciato quasi per sbaglio scoperti. E questo è forse il lato più inquietante dell’intera vicenda.
Non la morte di 487 persone. La peste nella Venezia del 1630 uccise più di 46.000 persone nella sola città, più di 200.000 in tutto il Veneto e la Lombardia. Una cifra che azzera ogni confronto, non la decisione di Barbaro, che era nel contesto distorto e brutale di un’epidemia catastrofica. una scelta amministrativa che altri uomini, prima e dopo di lui, hanno fatto in situazioni analoghe senza lasciare traccia scritta.
Il lato più inquietante è il silenzio successivo, il fatto che un apparato istituzionale potesse, nel giro di pochi mesi assorbire un crimine di tale entità e riassorbirlo nel tessuto della normalità. il fatto che il patriarca di Venezia potesse scrivere a un prete con calma, ordinandogli di tacere su 300 corpi murati in una stanza il fatto che 487 vite potessero semplicemente smettere di esistere nei registri della Repubblica senza che nessuno per quasi quattro secoli sollevasse una domanda ufficiale.
Questo mistero ci ricorda una cosa che non vorremmo ricordare, ma che è forse l’unica lezione vera che la storia ci insegna. Le istituzioni non nascondono i crimini perché sono malvagie. Le istituzioni nascondono i crimini perché la loro funzione, la loro ragione d’essere è mantenere l’ordine. E quando una verità è più disordinata del silenzio che la copre, l’istituzione sceglie il silenzio, non per crudeltà.
per vocazione. Cosa ne pensate di questa storia? Credete che la verità sulla casa bassa del Lazzaretto Vecchio sia stata davvero ricostruita? O pensate che ci sia ancora qualcosa di più profondo che gli archivi stanno trattenendo? Lasciate il vostro commento qui sotto, leggiamo ogni messaggio.
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