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LUIGI MANCUSO “Lo Zio”: Tradito dal nipote prediletto! La caduta dell’ULTIMO PADRINO Mafia Italiana

Il loro primo capitale non fu l’astuzia, ma la forza bruta, animale e una coesione assoluta, quasi settaria. Mentre altri clan dell’Andrangheta, un’organizzazione arcaica e allora ancora poco conosciuta fuori dalla regione, si occupavano di sequestri di persona e piccolo racket. La famiglia Mancuso iniziò a costruire qualcosa di diverso.

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Trasformarono la loro famiglia numerosa in un vantaggio tattico. 11 fratelli strabili e sorelle non sono semplicemente una famiglia, sono un plotone da combattimento pronto dove ogni soldato è legato al comandante dal sangue che non si può lavare via. Tra questa cucciolata di lupi spiccava in particolare il più giovane nato il 16 marzo del 1954, Luigi, colui che decenni dopo sarebbe stato chiamato sottovoce la zio o un signorino, ma questo sarebbe accaduto dopo.

Per ora, nella polvere degli anni 60, i fratelli Mancuso, guidati dai maggiori Francesco e Giuseppe, soprannominato Mbrogà, per la sua capacità di imbrogliare affari e persone, iniziarono il loro cammino verso il potere dal punto più basso. I loro metodi erano lontani dall’essere eleganti. Era terrore allo stato puro, diretto verso vicini, contadini, piccoli negozianti.

chiedevano, prendevano terra, bestiame, acqua, rispetto. I primi rapporti di polizia dell’epoca dipingono il ritratto di una tipica banda rurale. Furti di bestiame, incendi di fienili, risse con i coltelli. I carabinieri li guardavano come un problema di scala locale. L’ennesimi bulli di paese che si sarebbero scannati a vicenda e sarebbero spariti. Fu un errore fatale.

Le autorità non videro dietro le camicie sporche e il dialetto rozzo, la nascita di una nuova struttura, la cosa nuova. I Mancuso non volevano essere semplicemente banditi, volevano essere padroni e per questo erano pronti a calpestare qualsiasi legge, anche le più sacre della vecchia Endrangheta.

Verso la fine degli anni 60 Limbadi non era più solo un villaggio, era la loro fortezza. La famiglia iniziò un’espansione che avrebbe cambiato per sempre la mappa criminale del Sud. Non si limitavano a scacciare i concorrenti, assorbivano i loro territori usando la tattica della terra bruciata. Se i vecchi boss delle città vicine come Nicotera, tentavano di resistere, venivano trovati morti o sparivano senza lasciare traccia, la famosa lupara bianca, quando il corpo non viene mai trovato, privando la famiglia persino del diritto al

funerale. Fu proprio in questi anni, in un’atmosfera di tensione costante e odore di polvere da sparo che si forgiò il carattere del futuro supremo. Luigi, essendo il più giovane, assorbiva questa crudeltà come una spugna, ma a differenza dei fratelli impulsivi, imparava non solo a sparare, ma anche a pensare.

Vedeva che la forza bruta ha un limite e che il vero controllo richiede qualcosa di più. La paura mescolata alla dipendenza, la generazione degli 11 divenne le fondamenta su cui più tardi sarebbe stato costruito un grattacielo di cocaina, cemento e funzionari corrotti, ma per ora erano solo architetti del caos in una singola provincia che si allenavano sui deboli prima di sfidare i forti.

Nessuno allora poteva immaginare che quei ragazzi semianalfabeti di Limbadi mezzo secolo dopo si sarebbero seduti allo stesso tavolo con i narcotrafficanti colombiani per decidere il destino di contratti miliardari e che il loro cognome sarebbe diventato sinonimo della parola potere. Ben oltre i confini dell’Italia.

I semi del male erano stati gettati e il terreno era stato abbondantemente irrigato dal primo ancora timido sangue. Tuttavia anche il predatore più ambizioso è destinato a rimanere uno sciacallo finché non impara a cacciare i leoni. Per il clan Mancuso, quel branco di leoni che ostacolava la via verso l’egemonia assoluta era la potente coalizione Molepiromalli, che verso la metà degli anni 70 controllava già tutta la piana di Gioia Tauro ed era di fatto il re della Calabria.

Non erano semplici banditi, ma l’aristocrazia dell’andrangheta, gente che sedeva nelle stesse logge con i sindaci e decideva le sorti degli appalti statali, mentre i fratelli Mancuso si sporcavano ancora le mani con il sangue dei piccoli contadini. Il conflitto era inevitabile, come lo scontro tra due placche tettoniche.

E quando scoppiò, la terra di Vibo Valentia tremò per una crudeltà che fece impallidire persino i carabinieri più esperti. Ufficialmente questa guerra non ha nome nei libri di storia, ma negli archivi di polizia passa come una serie di sanguinose vendette iniziate nel 1977. Non fu il classico scontro frontale, fu una guerra di logoramento dove vincitore diventava chi era pronto a oltrepassare il limite dell’umanità.

I Mancuso capivano che per sedersi al tavolo delle trattative con giganti come i piromalli bisognava prima farli sanguinare. Il primo sangue fu versato improvvisamente e in modo sporco, dando il tono a tutto il decennio. Gli omicidi venivano compiuti in modo dio, spesso in pieno giorno, in piazze affollate o in bar pieni di gente.

L’obiettivo non era solo l’eliminazione del concorrente, ma l’umiliazione pubblica del suo clan, la dimostrazione che i vecchi dei non potevano più proteggere i loro sudditi. In questo tritacarne Luigi Mancuso, che allora aveva da poco superato i 20 anni, smise di essere semplicemente il fratello minore. Si trasformò in un fantasma.

A differenza dei fratelli maggiori che preferivano attacchi frontali e rumorose sparatorie, Luigi agiva come un chirurgo che rimuove un tumore. Fu proprio in questi anni, secondo i dati operativi, che iniziò a formare la sua guardia personale, un gruppo di assassini leali che non rispondevano a nessuno se non a lui, non lasciavano tracce, non parlavano nelle prigioni e, cosa più spaventosa, non avevano pietà.

L’eliminazione di Vincenzo Oliverio nel 1977 fu il primo segnale. Le regole erano cambiate. Il vecchio codice d’onore della Endrangheta che vietava di uccidere davanti a donne e bambini fu gettato nella spazzatura. I Mancuso uccidevano ovunque trovassero il nemico. Il trofeo chiave in questa guerra per il quale scorreva il sangue era il costruendo porto di Gioia Tauro.

Negli anni 70 il governo italiano, nell’ingenuo tentativo di industrializzare l’arretrato sud, versò miliardi di lire nella costruzione di un gigantesco complesso metallurgico e di un porto. Il complesso non entrò mai in funzione, diventando un monumento alla corruzione, ma il porto si trasformò in una miniera d’oro.

I Mancuso furono i primi a capire chi controlla le banchine controlla non solo il flusso di merci, ma l’arteria dell’ossigeno di tutta l’Europa criminale. Mentre altri clan si picchiavano per i contratti di smaltimento rifiuti, i Mancuso e i loro alleati temporanei puntarono ai container, ma per entrare nel porto bisognava spezzare la resistenza di chi considerava quella terra il proprio feudo, il clampiomalli.

Il culmine dello scontro fu una serie di esecuzioni all’inizio degli anni 80, quando i Mancuso, usando la tattica colpisci e scappa, eliminavano metodicamente i luogotenenti dei clan nemici. Ma il genio di Luigi si manifestò non nella capacità di uccidere, ma nella capacità di fermarsi in tempo.

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