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’NDRANGHETISTI – parte 1 | I Boss Invisibili della ’Ndrangheta

Durante questi anni il suo nome appariva regolarmente nei dossier investigativi come uno dei principali responsabili di omicidi e traffici illeciti nella provincia di Reggio Calabria, confermando la sua influenza e la sua capacità di leadership. La latitanza di Fazzalari terminò il 25 giugno 2016, quando fu arrestato a Molochio in un’operazione congiunta dei carabinieri del Ross e dello squadrone Cacciatori Calabria.

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Venne sorpreso mentre dormiva, senza opporre resistenza, in compagnia di una donna anch’essa arrestata. L’operazione fu il frutto di mesi di indagini, pedinamenti e intercettazioni, dimostrando la complessità del lavoro delle forze dell’ordine per catturare latitanti di alto livello, come fazzalari, che avevano consolidato una rete di protezione intorno a sé  durante gli anni di fuga.

Il suo volto compariva accanto a quelli del terrorista degli attentati di Parigi, Abdella Alislam e a quello del più conosciuto boss di Castelvetrano, Matteo Messina Denaro. Si trattava dell’unico italiano, oltre al boss siciliano, incluso nella lista dei 42 ricercati ritenuti più pericolosi, secondo l’Europ, diffusi dalla polizia europea nel tentativo di diffondere le informazioni e incentivare la collaborazione nella cattura di ricercati per delitti gravissimi.

Ieri sul sito Eumost Wanted, sulla foto di Ernesto Fazzalari compare la scritta arrestato. Ma chi è Ernesto Fazzalari, classe 1969, nativo di Taurianova, risultava irreperibile dal lontano 20 giugno 1996, condannato all’ergastolo per i reati di associazione di tipo mafioso, omicidio, traffico di sostanze stupefacenti, traffico di armi e rapina.

Il quarantinquenne è ritenuto uno dei principali esponenti dell’andrina Zagari Fazzalari. Il suo ruolo all’interno della cosca sarebbe soprattutto di tipo dirigenziale. A lui viene infatti attribuito il totale controllo nella gestione delle compravendite di terreni nel territorio di Taurianova con la ricione di rilevanti quote a livello di provvigioni che gli avrebbero garantito una latitanza dorata.

Insieme a lui, nel caso l’area di Molo dove aveva trovato rifugio, è stata arrestata la compagnia quarantunenne che dovrà rispondere di procurata in osservanza di pena, concorso in detenzione di arma, comune da sparo e ricettazione. Loredana colloca per la C News 24. >> A seguito dell’arresto, Fazzalari fu sottoposto a processo nell’ambito dell’operazione Taurus.

fu condannato all’ergastolo per omicidi, traffico di droga e associazione mafiosa. Ma successivamente la Corte d’Assise d’appello di Reggio Calabria ridusse la pena a 30 anni di reclusione. La gravità delle accuse e  il pericolo che rappresentava per la società portarono alla sua collocazione nel regime di carcere  duro, il cosiddetto 41 bis destinato ai detenuti ritenuti più pericolosi per la sicurezza dello Stato.

Durante la detenzione, Fazzalari si trovò a dover affrontare le condizioni rigorose del 41 bis che limitavano fortemente i contatti con l’esterno e impedivano qualsiasi influenza diretta sul clan. Tuttavia, la sua notorietà e l’eco della sua figura continuarono a pesare sulla scena criminale calabrese e il suo nome rimaneva centrale nelle indagini e nei procedimenti giudiziari contro l’andrangheta.

Nel 2025 la sua situazione si modificò a causa di gravi problemi di salute, tra cui un tumore al pancreas. Dopo aver presentato istanza per la detenzione domiciliare, il Tribunale di sorveglianza di Bologna accolse la richiesta, consentendo a Fazzalari di scontare la pena a casa per motivi  di salute.

La decisione suscitò dibattiti sull’applicazione della legge e sui diritti dei detenuti, soprattutto considerando la pericolosità del soggetto e la sua lunga storia criminale.  L’eredità di Ernesto Fazzalari nella storia dell’andrangheta è significativa. La sua ascesa, la capacità di mantenere il potere  anche durante la latitanza il controllo esercitato sul territorio evidenziano le dinamiche interne delle cosche  calabresi e la complessità della lotta delle forze dell’ordine contro la criminalità  organizzata. Fazzalari

rappresenta un esempio lampante di come la criminalità possa radicarsi profondamente in una comunità  e di come la persistenza della legge e delle indagini possa nel lungo periodo contrastare anche figure apparentemente invincibili. Anche dopo la sua scarcerazione, la figura di Ernesto Fazzalari rimane simbolica nel panorama dell’andrangheta.

La sua storia serve come monito del potere  che i clan possono esercitare sulla società e come testimonianza delle difficoltà che lo Stato incontra nel garantire legalità e sicurezza. Il percorso criminale di Fazzalari, dal giovane membro di una cosca al boss latitante e poi detenuto, offre un quadro completo della complessità del crimine organizzato in Calabria, mostrando le strategie, le alleanze e le tensioni che caratterizzano questo mondo.

In sintesi, la storia di Ernesto Fazzalari è quella di un uomo cresciuto all’interno dell’andrangheta  che ha saputo emergere come leader grazie a spietatezza, intelligenza e capacità di controllo. La sua lunga latitanza, l’arresto e la detenzione testimoniano gli sforzi dello Stato italiano nel contrastare la criminalità organizzata, mentre la sua scarcerazione per motivi di salute apre dibattiti su diritti e sicurezza.

La sua figura continua a essere studiata come esempio delle dinamiche interne delle cosche e del loro impatto sulla società calabrese. Sì.  >>   >> Giovanni Strangio, nato il 3 gennaio 1979 a Siderno in Calabria, cresce nel piccolo e isolato borgo di San Luca, nel cuore dell’Aspromonte.

Qui non è lo Stato a dettare legge, ma l’andrangheta, un’organizzazione mafiosa, silenziosa, ma spietata, dove i bambini crescono respirando omertà, faide e codici criminali come se fossero parte della cultura locale. La famiglia di Giovanni appartiene al clan dei Nirta Strangio, una delle cosche più potenti e temute di San Luca.

Da generazioni questo gruppo mafioso è in guerra con un altro clan, i pellevotari, una faida che ha origini lontane risalenti al 1991, nata da un banale diverbio durante i festeggiamenti del carnevale e proseguita nel tempo con decine di morti da ambo le parti. Negli anni 90 e 2000 San Luca  è un campo di battaglia.

Le tensioni tra i due clan crescono e anche se nel 1995 un matrimonio tra le famiglie sembrava aver portato una tregua. La pace dura poco. La sete di vendetta non si estingue, resta latente, pronta a riesplodere. Il primo episodio decisivo arriva il 31 luglio 2006, quando  Francesco Pelle, detto Ciccio Pakistan, appartenente ai pellevottari, viene ferito gravemente in un acquato.

Da quel momento la faida riprende con nuova violenza. Il giorno di Natale dello stesso anno, 25 dicembre 2006, la vendetta si abbatte sulla famiglia Strangio. Un commando armato tenta di uccidere Giovanni Luca Nirta, boss del clan, ma nell’agguato viene uccisa per errore la moglie. Maria Strangio era anche parente stretta di Giovanni.

Quel giorno Giovanni vede la violenza colpire la sua famiglia più intima e da quel momento, secondo gli inquirenti, nasce in lui volontà feroce di vendetta. Il funerale di Maria si trasforma in un altro episodio violento. Giovanni si presenta armato e resta ferito in una sparatoria  avvenuta proprio durante le esequie. Un segnale chiaro, la guerra era ormai fuori controllo.

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