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Perché l’Italia scommette sulla Railgun che gli USA hanno abbandonato dopo $500 milioni

Nel mondo della tecnologia militare poche storie  sono così emblematiche come quella del cannone   rotaia o railgun americano. Un sogno lungo 15  anni è costato mezzo miliardo di dollari, nato per   creare un’arma capace di cambiare per sempre le  regole della guerra sul mare. Un cannone in grado   di sparare proiettili a velocità ipersonica,  ovvero sette volte quella del suono, con una   precisione devastante e ha una frazione del costo  di un missile. Poi però nel 2021 silenzio.

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 Con una   decisione tanto pragmatica quanto deludente, il  Pentagono ha staccato la spina perché era troppo   costoso, troppo complesso e le sfide tecnologiche  erano insormontabili. La Railgun, quindi l’arma   del futuro, è stata archivata come un fallimento.  Ma questa però non è la fine della sua storia,   anzi, al contrario, è solo l’inizio di un capitolo  completamente diverso e, se vogliamo, molto più   furbo, perché mentre la più grande superpotenza  militare del mondo gettava la spugna a migliaia   di chilometri di distanza, in Italia una piccola  startup di ingegneri non era per niente convinta  

che l’impresa fosse impossibile. Oggi quella  stessa tecnologia abbandonata dagli Stati   Uniti sta rinascendo. La vera domanda però, non è  come ci stiamo riuscendo, bensì perché lo stiamo   facendo. La risposta non è costruire un’arma  migliore, ma vincere una corsa strategica che si   combatte molto al di sopra delle nostre teste, una  corsa per lo spazio.

 Per capire la portata della   scommessa italiana dobbiamo prima però renderci  conto della dimensione del fallimento americano.   L’idea della US Navy era sulla carta geniale.  Immaginate di poter rimpiazzare missili da   crociera che costano milioni di dollari l’uno con  semplici proiettili da poche migliaia di dollari.   proiettili che non hanno bisogno di esplosivo  perché la loro pura energia cinetica,   ovvero la forza della loro velocità, bastava  a polverizzare un obiettivo a oltre 150 km di   distanza. Un cannone a rotaio non usa polvere  da sparo, è un’arma puramente elettromagnetica,  

sfrutta un principio fisico chiamato forza di  Lawrence. Due binari conduttori paralleli formano   la canna. Un proiettile, anch’esso conduttore,  viene messo in mezzo chiudendo il circuito. Quando   una corrente elettrica spaventosa, parliamo di  milioni di ampere, viene scaricata nei binari,   si crea un campo magnetico potentissimo.

 Questo  campo, interagendo con la corrente nel proiettile,   genera una forza che lo lancia lungo la canna a  velocità che le armi tradizionali possono solo   sognare. Parliamo di Max 6, Max 7 o addirittura  di più. E a quella velocità un pezzo di tumsteno   diventa un’arma strategica. Lav ci vedeva la  chiave per la supremazia navale del futuro. Le   navi avrebbero potuto trasportare centinaia  di questi proiettili compatti ed economici,   garantendo una potenza di fuoco quasi infinita.

  Azienda come By System General Atomics si   misero al lavoro costruendo prototipi sempre più  potenti. I video dei test erano impressionanti,   proiettili che bucavano spesse lastre d’acciaio  come fossero burro. Ma dietro a questi successi   parziali si nascondevano problemi enormi, demoni  tecnologici che alla fine si sono rivelati troppo   grandi anche per il budget del Pentagono. Il  primo, il fabbisogno energetico.

 Per sparare   un singolo colpo serviva una quantità di energia  mostruosa. Le navi da guerra, per quanto potenti,   non sono centrali elettriche e galleggianti.  Persino i cacciatori neri più moderni, come la   classe Zoomwt, progettati pensando a queste armi,  avrebbero faticato a gestire picchi di potenza   simile.

 Servivano banchi di condensatori  giganteschi che occupavano spazio vitale a   bordo. Poi c’era l’usura della canna. La corrente  pazzesca e l’attrito del proiettile, la velocità   ipersonica letteralmente vaporizzavano l’interno  dei binari. Dopo poche decine di colpi la canna   era da buttare completamente e un’operazione  costosa che faceva svanire il sogno di un’arma   economica. E infine le priorità strategiche sono  cambiate.

 Mentre gli ingegneri lottavano con la   fisica, Russia e Cina facevano passi da gigante  con i loro missili personici, armi già pronte.   Di fronte a una minaccia immediata, il Pentagono  ha fatto una scelta. ha dirottato i fondi della   Railgun, ancora sperimentale, verso lo sviluppo  di propri missili personici e sistemi laser. Nel   2021 il programma è stato messo in pausa a tempo  indeterminato.

 La Railgan americana era morta, un   monumento da 500 milioni di dollari all’ambizione.  Se queste analisi vi appassionano e volete   supportarci, vi chiediamo di iscrivervi, mettere  like e condividere questo video, perché per noi   questo è un aiuto preziosissimo. Ma come dicevamo,  non era la fine. In Italia la notizia della   cancellazione del programma USA è stata vista come  un’opportunità.

 Una piccola e innovativa startup,   Cairospace srl ha guardato i dati, ha studiato  i fallimenti e ha visto una strada diversa,   una strada più agile con un obiettivo finale del  tutto differente. È qui che nasce il programma   Eracles. L’acronimo, secondo i documenti del piano  nazionale della Ricerca Militare PNRM sta per   Hypersonic, Electromagnetic, Railgun for Armor,  Cinetic, Launcher, Engine System.

 Ogni parola   conta, ma una è la chiave di tutto: launcher,  lanciatori. Ci torneremo perché è il cuore   della strategia italiana. Finanziato dal PNRM, il  progetto Eracles ha un approccio opposto a quello   americano. Niente programmi colossali gestiti  da giganti della difesa, ma una startup snella   e veloce, quasi un modello in stile DARPA che  permette di sperimentare e innovare rapidamente.  

Il contrasto nei budget è pazzesco. A fronte dei  500 milioni di dollari spesi la prima fase di   Eracles completata nel 2023 è costata €317.200.  La seconda fase finanziata nel 2025 prevede un   contributo pubblico di 896.700 €700 che copre il  50% di un contratto del valore totale di quasi   1,8 milioni di euro. Una scommessa a basso rischio  con un potenziale enorme.

 Ma come pensa Kyro Space   di superare gli ostacoli che hanno fermato il  Pentagono? Beh, con una filosofia diversa. Primo,   non partire dalla nave. L’errore americano è stato  cercare di forzare una tecnologia rivoluzionaria   dentro una scatola vecchia come una nave da  guerra con tutti i suoi limiti. L’approccio   italiano è costruire una dimostratoria a terra.  Questo elimina subito la complessità navale.  

A terra lo spazio per i condensatori non è un  problema e l’energia è più facile da gestire.   L’obiettivo non è avere un’arma da domani,  ma perfezionare la tecnologia oggi. Secondo,   sfruttare i progressi tecnologici. Il mondo è  andato avanti, i supercondensatori e le batterie   sono migliorati enormemente grazie a settori come  l’autoelettrica e l’industria spaziale.

 Materiali   che 10 anni fa erano esotici e costosissimi,  oggi sono più accessibili. Cairospace sta usando   queste innovazioni per progettare un sistema più  compatto ed efficiente. E terzo e più importante   è imparare dagli errori altrui. I 15 anni di  ricerca della US Navy sono un tesoro di dati. Il   problema dell’usura della canna è ben documentato.

  Il team italiano sta lavorando su nuovi materiali,   rivestimenti più resistenti e geometrie del  proiettile per mitigare l’erosione. Non partono   da zero, ma da un fallimento da mezzo miliardo  di dollari. un vantaggio competitivo pazzesco.   La filosofia è progettare il sistema attorno alla  tecnologia e non viceversa. Gli Stati Uniti hanno   provato ad adattare l’arma a una nave.

 L’Italia  sta costruendo un sistema da zero in cui la   railgun è il cuore. L’obiettivo è un dimostratore  che spari i proiettili a velocità ipersonica,   quindi oltre maxi. Un successo che aprirebbe  scenari incredibili. Se volete approfondimenti   sulle notizie di geopolitica e strategia,  beh, date un’occhiata al nostro blog sul   sito ufficiale. È ricco di analisi sugli scenari  attuali.

 E qui arriviamo al vero colpo di genio,   la rivelazione che trasforma un progetto militare  in una mossa strategica per l’intera nazione.   Perché la vera rivoluzione del progetto Eracles  non è creare un cannone, ma cambiare le regole del   gioco nella corsa allo spazio. Ricordate la parola  launcher nell’acronimo? Non è un caso.

 La visione   italiana per la Railgun è a doppio uso, duale.  Certo, ha un’applicazione militare, ma il suo   potenziale più dirompente è diventare un sistema  di lancio spaziale. Per capire perché è un’idea   rivoluzionaria, pensate a quanto è difficile  lanciare un razzo. La maggior parte del suo peso   è carburante, necessario per vincere la gravità e  la resistenza dell’aria.

 Mettere 1 kg di materiale   in orbita bassa, anche con Space X, costa ancora  migliaia di dollari. Ora immaginate un’altra via,   usare una railgun come primo stadio. Il cannone  non deve lanciare il satellite fino alla velocità   orbitale. L’idea è più astuta, ovvero usarlo  per sparare un veicolo con dentro il satellite   ad altissima velocità, facendogli attraversare la  parte più densa dell’atmosfera in pochi secondi.  

Il veicolo raggiungerebbe decine di chilometri di  altitudine a maxei o più. A quel punto, nell’area   rarefatta, un piccolo secondo stadio a razzi si  accenderebbe per dare la spinta finale e inserire   il satellite in orbita. I vantaggi sarebbero  epocali. In primis il costo. Eliminando un primo   stadio massiccio, il costo per chi lo in orbita  potrebbe crlare.

 Questo renderebbe lo spazio   accessibile non solo a governi multinazionali, ma  anche a università e piccole imprese. Seconda cosa   è la reattività. Se scoppia una crisi, serve un  satellite spia su un’area, oggi bisogna sperperare   in un lancio programmato. Con una railgun,  beh, si potrebbe lanciare un satellite con un   preavviso di ore, non di mesi.

 Questa capacità  di spazio reattivo è un vantaggio strategico   incalcolabile. E terzo, e forse il più importante  per l’Italia è l’Europa, è la sovranità. L’Europa   oggi dipende da lanciatori come Ariane o  Vega o si affida a partner come Space X.   Un sistema di lancio elettromagnetico nazionale  garantirebbe un accesso allo spazio indipendente,   sicuro e a basso costo.

 In un’era in cui lo spazio  è un dominio strategico, questa autonomia non ha   prezzo e questa visione si sposa alla perfezione  con il boom dei piccoli satelliti, un mercato in   piena espansione. Ecco quindi la genialità della  strategia italiana. L’investimento non è per una   singola arma, ma per una tecnologia di piattaforma  a doppio uso.

 Lo stesso sistema che può lanciare   un proiettile personico per difesa può lanciare un  satellite nello spazio. Eracles quindi non è solo   un’arma, è un’infrastruttura per il futuro e la  decisione italiana si inserisce in una scacchiera   globale dove tutti stanno facendo le loro mosse.

  La Cina, per esempio, segue la strada americana   originale investendo massicciamente in railgunali  per sfidare il dominio USA nel Pacifico. Anche il   Giappone è della partita. Contest navali  di successo a bordo della nave Asuka.   puntando a una capacità difensiva a basso  costo contro le minacce regionali. E gli Stati   Uniti hanno davvero mollato? Beh, non proprio.

  Mentre la Marina ha fermato il programma navale,   l’idea non è morta. General Atomics, una  delle aziende del progetto originale,   sta ora proponendo versioni terrestri della  sua Railgun. Un esempio è la proposta per   l’iniziativa Golden Dom che vorrebbe installare  batterie di cannone a rotaia sull’isola di Guam   per creare uno scudo contro missili da crociera  e ipersonici.

 Questa mossa, in un certo senso,   convalida la strategia italiana. L’applicazione  plurialistica oggi è a terra, non su una nave.   E ci sono segnali che persino la Marina  sta riconsiderando la tecnologia con nuovi   test riportati di recente. In questo quadro la  posizione dell’Italia è unica, non sfida la Cina   sul piano navale e non si limita a un’applicazione  puramente difensiva come il Giappone.

 Sta giocando   una partita di innovazione asimmetrica.  Inoltre Eracles non è un progetto isolato.   L’Italia partecipa tramite l’azienda ICAR anche a  un’iniziativa di ricerca europea chiamata Pilum,   Projectiles for increased long range effect  using electromagnectic railgun. Questo progetto   che vede la collaborazione di Francia, Germania,  Belgia e Polonia mira a sviluppare un’artiglieria   lunghissima agitata basata sulla stessa  tecnologia.

 Il lavoro pionieristico di   Cyospace posiziona l’Italia quindi come un attore  tecnologico chiave in questo sforzo continentale.   È la perfetta dizione di come una nazione possa  ritagliarsi un ruolo da protagonista, non cercando   di imitare i superpoteri, bensì giocando in  modo più intelligente. Per i più appassionati,   sul nostro sito ufficiale potrete trovare anche  la nostra rivista digitale con approfondimenti,   notizie esclusive e delle spettacolari  gigantografie.

 Ma comunque la storia   della Railgun è un viaggio affascinante che  inizia nei laboratori del Pentagono e trova una   nuova inaspettata vita in una startup italiana.  Abbiamo visto come il sogno americano di un’arma   navale invincibile si sia scontrato con le dure  leggi della fisica e della real politic. Eppure,   dalle cineri di quel progetto sta sorgendo una  fenice italiana, se la si può chiamare così,   una fenice che ha imparato dagli errori  del passato e ha scelto una strada diversa,   più agile, più efficiente e guidata da una visione  strategica molto più ampia. Il progetto Heracles  

non è il tentativo di copiare l’arma americana,  ma la dimostrazione che la stessa tecnologia,   se ripensata, può aprire porte che prima erano  sbarrate. Così il cannone abbandonato dagli Stati   Uniti rinasce in Italia non solo come un’arma,  ma come una potenziale chiave per le stelle.   È una storia che ci mostra come una scommessa  intelligente possa trasformare un presunto   fallimento in un’infrastruttura critica  per garantire al nostro paese l’accesso   al futuro. Un futuro che sempre di più si gioca  nello spazio e la prova che a volte per vincere  

non serve essere i più grandi ma i più furbi. Se  hai trovato interessante questa analisi, iscriviti   al canale e attiva le notifiche per non perderti  i prossimi viaggi nel cuore della tecnologia che   sta plasmando il nostro mondo. Grazie per  avermi seguito fino a qui e alla prossima.

Disclaimer : This content may be created by AI for entertainment purposes. Any resemblance to real persons, events, or places is coincidental.