Ci sono i leader sindacali, ci saranno discorsi, si celebrerà la vittoria elettorale, si parlerà del futuro, un futuro migliore. I bambini giocano, rincorrono lucertole, le donne chiacchierano sedute in cerchio, gli uomini fumano, discutono di politica, c’è un’atmosfera di gioia, di fiducia. Per la prima volta in generazioni questi contadini sentono di contare, di avere voce, di poter cambiare il loro destino.
Sul palco improvvisato fatto di assi di legno salgono i primi oratori. Iniziano a parlare. Compagni, oggi celebriamo non solo il primo maggio, celebriamo la vittoria del popolo. La Sicilia ha scelto, ha scelto la giustizia, ha scelto la terra ai contadini. Applausi, urla di gioia. Le bandiere rosse sventolano più forte, ma sulle montagne che circondano la valle, nascosti tra le rocce e i cespugli, ci sono uomini armati, una ventina, forse 30.
Hanno fucili, mitra, pistole. Sono appostati da ore, aspettano, guardano la folla laggiù, ascoltano i discorsi che echeggiano nella valle e aspettano l’ordine. Chi sono questi uomini? Sono la banda di Salvatore Giuliano, il bandito più famoso di Sicilia, un uomo di 24 anni che controlla le montagne dell’entroterra palermitano, raisce, estorce, uccide, ma non è solo un criminale, è anche uno strumento.
Uno strumento della mafia, uno strumento dei latifondisti, uno strumento di chi non vuole che le cose cambino. Giuliano ha ricevuto l’ordine: terrorizzare i contadini, fargli capire che votare a sinistra ha conseguenze, che sognare la riforma agraria è pericoloso, che i padroni non molleranno mai e il modo migliore per terrorizzare sparare.
Sparare su una folla inerme, uomini, donne, bambini, non importa. Conta il messaggio. Ore 10. Sul palco sale un altro oratore. È Girolamo Licausi, dirigente comunista siciliano. Inizia a parlare, la sua voce si diffonde nella valle. Compagni, la lotta non è finita. Abbiamo vinto le elezioni, ma adesso viene il difficile.

Dobbiamo prendere la terra, dobbiamo cacciate i padroni, dobbiamo costruire la Sicilia nuova. In quel momento dalle montagne parte la prima raffica, un mitra, poi un altro, poi fucili, centinaia di colpi. Il rumore è assordante e cheggia nella valle come un tuono infinito. La folla non capisce subito. Qualcuno pensa a petardi, altri a fuochi d’artificio, ma poi vedono la polvere sollevata dai proiettili che colpiscono il terreno, vedono le persone cadere, vedono il sangue, panico, urla, la gente corre, madri afferrano i figli, uomini si
buttano a terra, altri cercano di nascondersi dietro i pochi alberi, ma non c’è riparo. La valle è aperta, esposta, i proiettili piovono da tutte le direzioni, perché i banditi sono appostati su più montagne, hanno circondato la folla. È una trappola. Le raffiche continuano. Durano minuti che sembrano ore.
Poi improvvisamente silenzio. I banditi smettono di sparare, ricaricano. No, scappano. Risalgono le montagne, scompaiono tra le rocce. In pochi minuti non c’è più nessuno, solo il vento che soffia. E laggiù, nella valle il sangue. 11 morti, 33 feriti. Tra i morti ci sono donne, bambini. Il più piccolo ha 7 anni. Si chiamava Giovanni Megna. Stava giocando.
Una pallottola lo ha colpito alla testa. È morto sul colpo. Sua madre è impazzita, ha urlato per ore, poi è caduta in un silenzio che non ha mai più rotto. Il prato di portella della ginestra, poco prima, pieno di vita, gioia, speranza, adesso è un campo di battaglia. Corpi a terra, feriti che gemono, gente che piange, bandiere rosse macchiate di sangue vero.
Chi ha fatto questo? Perché? Cosa volevano ottenere? Le risposte a queste domande non arriveranno mai completamente. Ma una cosa è certa, il primo maggio del 1947 in Sicilia qualcuno ha deciso che i contadini dovevano essere puniti per aver votato, per aver sperato, per aver creduto in un futuro diverso e sono stati puniti nel modo più brutale.
Salvatore Giuliano. Questo nome nel 1947 è leggenda in Sicilia. Tutti lo conoscono, tutti ne parlano. Ma chi è davvero? Dipende da chi lo chiedi. Per i contadini poveri delle montagne è un eroe. Un Robin Hood siciliano che ruba ai ricchi per dare ai poveri. Per i latifondisti e i ricchi è un criminale pericoloso, un terrorista da eliminare.
Per la mafia è uno strumento utile. Per gli americani è un potenziale alleato contro il comunismo. Per lo Stato italiano è un bandito da catturare, ma nessuno riesce a prenderlo. 24 anni nel 1947. È giovane, bello, alto, capelli neri, occhi scuri. Nelle fotografie che circolano clandestinamente sembra quasi un attore di cinema.
Indossa abiti eleganti anche in montagna, camicie bianche, pantaloni scuri, cappello. Non sembra un bandito, sembra un signore e questo fa parte del suo fascino, del suo mito. È nato a Montelepre, un paese di montagna vicino Palermo nel 1922. Famiglia povera ma non misera. Il padre è agricoltore. Salvatore da ragazzo studia non molto, ma più della media.
Sa leggere, scrivere, è intelligente, furbo, ma soprattutto è orgoglioso. E in Sicilia l’orgoglio può portare alla gloria o alla rovina. La sua carriera criminale inizia quasi per caso. Nel 1943, a 21 anni, viene fermato dai carabinieri mentre trasporta grano sul mercato nero. È il periodo della guerra. Il cibo è razionato, il mercato nero è comune.
Giuliano non vuole essere arrestato, reagisce, spara. uccide un carabiniere. Da quel momento è un latitante, non può più tornare, diventa bandito, ma non un bandito qualunque. Giuliano costruisce una banda, recluta uomini delle montagne, contadini disperati, disoccupati, giovani senza futuro, li arma, li addestra, diventa un esercito privato, controllano le montagne tra Montelepre, Partinico, San Giuseppe Giato, un territorio vasto, impervio, perfetto per nascondersi.
E cosa fanno? Rapiscono ricchi proprietari terrieri, chiedono riscatti, rapinano banche, attaccano caserme dei carabinieri, maista il genio di Giuliano, redistribuiscono parte del bottino ai poveri. Non tutto. Giuliano non è un santo, tiene la maggior parte per sé e per i suoi uomini, ma dà abbastanza ai contadini per creare il mito. Giuliano ci aiuta, ci protegge.
I carabinieri cercano di catturarlo. Operazioni militari, rastrellamenti, migliaia di soldati inviati nelle montagne. Ma Giuliano scappa sempre. Come fa? Semplice. I contadini lo proteggono. Nessuno parla, nessuno tradisce. Perché hanno paura o perché lo ammirano o perché sanno che se lo tradiscono la mafia li ucciderà.
Perché Giuliano non è solo, ha alleati potenti. La mafia siciliana lo usa, non lo controlla completamente. Giuliano è troppo indipendente per essere un semplice soldato mafioso, ma collabora. La mafia gli fornisce armi, informazioni, protezione politica. In cambio Giuliano fa lavori sporchi, intimidazioni, omicidi e quando serve strai.
Ma c’è anche un altro attore interessato a Giuliano, gli americani. Dopo la seconda guerra mondiale la Sicilia è strategica, è vicina al Nord Africa, al Medio Oriente e in piena guerra fredda l’America vuole che l’Italia resti nel campo occidentale. Il rischio che i comunisti vincano le elezioni nazionali terrorizza Washington.
E in Sicilia, nel 1947 i comunisti stanno crescendo, hanno vinto le regionali, potrebbero vincere anche le nazionali del 1948. Servizi segreti americani, probabilmente CIA o predecessori, entrano in contatto con Giuliano, non direttamente, ma attraverso intermediari, la mafia stessa, che ha rapporti stretti con gli americani dal 1943, quando aiutarono lo sbarco alleato in Sicilia.
Il messaggio a Giuliano è semplice. Se aiuti a fermare i comunisti sarai protetto, forse amnistiato. Giuliano è anticomunista? Non ideologicamente, è un bandito, non un politico, ma è pragmatico. Capisce che allearsi con i potenti conviene e i potenti in quel momento sono mafia, latifondisti, America. Tutti vogliono la stessa cosa.
Fermare le sinistre, fermare la riforma agraria, mantenere lo status quo. Nei giorni prima del primo maggio 1947 Giuliano riceve visite. Uomini in abiti scuri arrivano nel suo rifugio di montagna. parlano sottovoce, nessuno sa esattamente cosa dicono, ma quando se ne vanno, Giuliano convoca i suoi uomini, circa 30 banditi fidati, gli dice: “Dobbiamo fare un lavoro, un lavoro importante, ci pagheranno bene e ci proteggeranno.” “Che lavoro?” chiedono.
Giuliano risponde: “Il primo maggio ci sarà una festa comunista a Portella della Ginestra. Dobbiamo dare una lezione a quei rossi”. I banditi capiscono, significa sparare. Ma su chi? Su tutti, dice Giuliano. Dobbiamo terrorizzarli, fargli capire che votare comunista è pericoloso. Qualcuno esita, ci saranno donne, bambini.
Giuliano risponde freddo. Ordini sono ordini. Chi non vuole partecipare può andarsene, ma se parla muore. Nessuno se ne va. Tutti restano per paura o per avidità o perché dopo anni di violenza uccidere è diventato normale. La mattina del primo maggio Giuliano e i suoi uomini si posizionano sulle montagne che circondano portella della ginestra.
Si appostano prima dell’alba, portano mitra Thomson, fucili, pistole. Hanno munizioni a sufficienza per sparare centinaia di colpi. Aspettano che la folla si raduni, aspettano che i discorsi inizino. Aspettano il momento giusto. Giuliano guarda attraverso il binocolo, vede le bandiere rosse, sente gli slogan.
Terra ai contadini, abbasso i padroni. Sorride amaramente. Pensa: “Questi idioti credono davvero di poter cambiare qualcosa.” Poi alle 1000 dall’ordine: fuoco, le raffiche esplodono. I banditi sparano verso la folla. Non mirano a persone specifiche, sparano a caso, verso il centro della folla, dove ci sono più persone. Vogliono colpire il maggior numero possibile. Terrorizzare, uccidere.
Giuliano stesso spara con un mitra. Raffiche lunghe, vede la gente cadere, vede il panico e continua a sparare. Dopo minuti che sembrano eterni, ordina: “Basta, via! I banditi smettono, spariscono tra le rocce, risalgono i sentieri di montagna che conoscono a memoria. In un’ora sono lontani, nascosti in grotte, in rifugi segreti.
Giuliano torna al suo nascondiglio. I suoi uomini sono eccitati, nervosi. Quanti ne abbiamo presi?” chiede uno. Giuliano risponde: “Non lo so, abbastanza. Hanno capito il messaggio, poi ordina silenzio. Nessuno parla di questo, mai. Se qualcuno parla, lo ammazzo personalmente. Ma il silenzio non durerà, perché morti, 33 feriti, non si possono nascondere.
La notizia esplode. Italia, Europa, mondo. Strage in Sicilia. Banditi sparano su festa del primo maggio e tutti chiedono chi ha ordinato questo massacro, Giuliano o qualcuno sopra di lui? Ore 10 del mattino, la valle di Portella della Ginestra è piena. Circa 2000 persone, forse più. È difficile contare. Le famiglie sono sparse sul prato.
Alcune siedono in cerchio, mangiano pane e formaggio, altre stanno in piedi vicino al palco improvvisato, aspettando i discorsi. I bambini corrono tra gli adulti, ridono, giocano a rincorrersi. Le donne chiacchierano, si scambiano ricette, parlano dei raccolti. Gli uomini discutono di politica, fumano sigarette rollate a mano, c’è un’atmosfera di festa autentica.
Non è solo un comizio politico, è un momento di comunità. Per questi contadini che vivono isolati nelle campagne, sparsi in casali lontani gli uni dagli altri, Portella della Ginestra è un’occasione rara di stare insieme, di sentirsi parte di qualcosa di più grande, di una lotta comune.
Molti hanno camminato per ore per arrivare. Sono partiti all’alba dai paesi vicini. Piana degli Albanesi, San Giuseppe Giato, San Cipirello, Monte Lepre hanno percorso sentieri di montagna, strade polverose. Le donne portano i figli più piccoli in braccio. Gli anziani si appoggiano a bastoni, ma sono tutti qui perché oggi è speciale. Per generazioni queste famiglie hanno vissuto in miseria.
Lavoravano terre che non erano loro. I latifondisti, i baroni, i nobili possedevano tutto, migliaia di ettari. E i contadini erano braccianti. Lavoravano dall’alba al tramonto per poche lire al giorno. Vivevano in case di pietra senza finestre, dormivano con gli animali. I bambini morivano di malaria, di fame, di malattie curabili, ma adesso, per la prima volta credono che le cose possano cambiare.
Tre settimane fa hanno votato e hanno votato per il blocco del popolo, per i comunisti e i socialisti, perché promettevano la riforma agraria, la terra ai contadini, non più sfruttamento, non più padroni. Questo è il sogno. E oggi, al primo maggio celebrano questo sogno. Le bandiere rosse sventolano alte. Non sono solo simboli politici, sono simboli di speranza.
Ogni bandiera rossa dice: “Noi contiamo, noi esistiamo, noi vogliamo giustizia”. Sul palco improvvisato sale un oratore, è un sindacalista, si chiama Giuseppe Di Stefano, ha una voce forte, prende il megafono e comincia a parlare. Compagni, fratelli, sorelle, oggi non celebriamo solo il primo maggio, oggi celebriamo la vittoria.
Il popolo siciliano ha parlato, ha detto: “Basta allo sfruttamento, basta alla fame, basta ai padroni”. La folla applaude, urla di gioia, “Eviva, viva la terra ai contadini! Le donne alzano i fazzoletti, gli uomini battono le mani, i bambini che non capiscono le parole ma sentono l’emozione saltano felici.
” Di Stefano continua: “Compagni, la lotta non è finita. Abbiamo vinto le elezioni, ma adesso viene il difficile. Dobbiamo prendere la terra. I padroni non ce la daranno. Dovremo lottare, ma non siamo soli. Siamo migliaia. Siamo uniti e uniti vinceremo. Altri applausi. Un vecchio contadino seduto per terra con la schiena appoggiata a un ulivo, ha le lacrime agli occhi.
Suo figlio gli chiede: “Papà, perché piangi?” Il vecchio risponde: “Piango perché finalmente qualcuno dice la verità. Finalmente qualcuno ci difende. Ore 10:05. Di Stefano parla da alcuni minuti. La sua voce echeggia nella valle. Sulle montagne circostanti nascosti tra le rocce, i banditi di Giuliano aspettano. Giuliano stesso guarda la scena attraverso il binocolo, vede la folla, vede le bandiere rosse, sente le parole dell’oratore e decide che è il momento.
Alza la mano, i suoi uomini lo guardano, aspettano il segnale. Giuliano abbassa la mano di colpo. Fuoco! Il primo colpo parte da un mitra Thompson, una raffica secca, violenta. Il rumore echeggia nella valle. Poi un altro mitra, poi fucili, poi pistole, centinaia di colpi in pochi secondi. Il rumore è assordante.
Nella valle la folla non capisce subito. Il primo pensiero di molti è fuochi d’artificio. Qualcuno sta festeggiando con petardi. È normale in Sicilia le feste hanno sempre fuochi. Qualcuno ride. Chi è lo scemo che fa scoppiare petardi adesso? Ma poi iniziano a cadere. Una donna vicino al palco crolla improvvisamente, cade a terra senza un grido.
Accanto a lei un uomo si porta la mano alla spalla. Sangue. Guarda incredulo, il sangue che scorre. Poi urla: “Mi hanno sparato, stanno sparando!”. Il panico esplode. La gente capisce, “Non sono fuochi d’artificio, sono proiettili. Qualcuno sta sparando su di loro, ma chi? Da dove? Le persone guardano intorno, confuse, terrorizzate, poi vedono le montagne, vedono i lampi delle armi, capiscono, stanno sparando dall’alto.
Correte, correte! urla disperate. Madri afferrano i figli, cercano di proteggerli con i loro corpi, uomini si buttano a terra, altri corrono, ma dove? La valle è aperta, non ci sono edifici, pochi alberi, nessun riparo e i proiettili piovono da tutte le direzioni. I banditi sono appostati su più montagne, hanno circondato la folla.
Una bambina di 9 anni, Margherita Clesceri, corre tenendo la mano della madre. Un proiettile la colpisce alla schiena, cade. La madre urla, si ferma, la prende in braccio. La bambina è morta, la madre non lo accetta, la scuote. Svegliati, svegliati. Ma Margherita non si sveglierà mai più. Un vecchio contadino, Serafino Lascari, 72 anni, è seduto per terra.
Non riesce a correre, è troppo vecchio, guarda il cielo, sente i proiettili fischiare, prega. Dio, proteggimi. Un proiettile lo colpisce alla testa, muore istantaneamente. Sul palco gli oratori si buttano a terra, il megafono cade, l’amplificatore si spegne. Silenzio, solo urla, pianti e il rumore costante dei colpi.
Le raffiche continuano, sembrano interminabili. Quanto durano? Alcuni testimoni diranno 5 minuti, altri 10. Nella confusione il tempo perde significato, ma probabilmente sono circa 7-8 minuti, minuti eterni di terrore assoluto. Poi improvvisamente i colpi cessano. Silenzio, un silenzio surreale. Solo il vento e i gemiti dei feriti.
La folla o quello che ne resta è immobile. Alcuni sono ancora a terra, altri si alzano lentamente, increduli di essere vivi. Guardano intorno, vedono i corpi, 11 morti, 33 feriti. Il prato di portella della ginestra, poco prima, pieno di vita, è ora un campo di morte. Bandiere rosse macchiate di sangue vero, cestini di cibo rovesciati, scarpe perse nella fuga e corpi, corpi di contadini che sono venuti a celebrare e sono stati massacrati.
Chi ha fatto questo? Perché? La risposta arriverà lentamente, ma già in quel momento molti lo sanno. Giuliano, la mafia, i padroni hanno dato una lezione, hanno detto “Se votate a sinistra morirete.” Le raffiche continuano. Dall’alto delle montagne tre postazioni diverse sparano simultaneamente. I banditi di Giuliano hanno pianificato tutto con precisione militare.
Sono appostati su tre crinali che circondano la valle: Nord, est, sud. Hanno creato un triangolo di fuoco. La folla è intrappolata nel mezzo. Ogni tentativo di fuga viene intercettato dai proiettili. I Mitra Thompson sputano fuoco. 150 colpi al minuto, moltiplicato per 3 4 5 armi. Sono centinaia di proiettili che piovono sulla folla.
Non mirano a persone specifiche, sparano verso il centro. dove la densità di persone è maggiore. È un massacro indiscriminato. Una madre, Francesca di Salvo, è seduta per terra con tre figli. Il più piccolo ha 2 anni, dorme in braccio a lei. Quando iniziano gli spari, Francesca capisce subito, si butta sopra i bambini, copre i loro corpi con il suo.
I proiettili fischiano sopra la sua testa, uno la colpisce alla schiena. Il dolore è atroce, ma non si muove. Protegge i figli. Quando le raffiche finiscono, i bambini sono vivi. Francesca muore dissanguata 20 minuti dopo, ma ha salvato i suoi figli. Un uomo, Giuseppe Casarrubea, tenta di scappare. Corre verso un muretto di pietra, unico riparo visibile, ma è lontano, 100 m.
Corre a zigzag, come gli hanno insegnato durante la guerra. Schiva i proiettili, quasi ci riesce. A 10 m dal muretto, un colpo lo prende alla gamba, cade, striscia. riesce a raggiungere il riparo, sopravvive, ma la gamba è fracassata, non camminerà più normalmente. Sul palco gli oratori si sono buttati a terra. Girolausi, il dirigente comunista, è sotto il podio di legno.
I proiettili trapassano le assi sopra di lui. Schegge di legno gli cadono addosso. Pensa: “Sto per morire”. Ma miracolosamente non viene colpito. Accanto a lui, un altro sindacalista, Epifanio Lipuma, è ferito alla spalla. sanguina. Li causi, gli strappa la camicia, fa un laccio emostatico, salvano la vita l’uno all’altro. Tra la folla il panico è totale.
Alcuni corrono in una direzione, altri nell’opposta. Si scontrano, cadono, vengono calpestati. Una donna anziana cade a terra, altre persone le corrono sopra nella fuga cieca. Quando finalmente qualcuno la aiuta a rialzarsi, ha tre costole rotte, ma è viva. I bambini non capiscono. Alcuni piangono, altri sono paralizzati dalla paura.
Una bambina di 6 anni, Giuseppina Termini, resta immobile in mezzo al prato, guarda il cielo, non sa cosa fare. Suo padre corre verso di lei, la afferra, si butta a terra coprendola. Un proiettile lo colpisce alla spalla, ma la bambina è illesa. Il padre, nonostante la ferita, la porta via, la salva. Ma non tutti sono così fortunati.
Serafina Ferrara, 8 anni, è colpita alla testa, muore sul colpo. Era con la nonna. La nonna non ha nemmeno il tempo di capire. Vede la bambina cadere, pensa sia svenuta, la scuote. Sera fina, sera fina. Ma la bambina non risponde, non respirerà mai più. Giovanni Megna, 7 anni, il più piccolo tra le vittime, è con il padre. Stanno correndo.
Il padre lo tiene per mano. Improvvisamente la mano del bambino diventa pesante. Il padre si volta. Giovanni è a terra. Sangue, tanto sangue. Il padre urla, si butta su di lui, ma è troppo tardi. Il bambino è morto. Maria La Barbera, 24 anni, è incinta di 8 mesi. È venuta alla festa con il marito.
Quando iniziano gli spari, il marito cerca di proteggerla, ma un proiettile la colpisce al ventre, cade. Il marito la prende in braccio, cerca aiuto, grida: “Un dottore, un dottore!”, Ma non ci sono dottori. Maria muore e con lei il bambino non ancora nato. Le raffiche durano tra gli 8 e gli 11 minuti. Testimoni daranno tempi diversi.
Nel terrore il tempo si dilata, ma probabilmente sono circa 10 minuti. 10 minuti di fuoco continuo. Poi improvvisamente silenzio. I banditi smettono di sparare. Hanno finito le munizioni? No, hanno deciso che basta. Il messaggio è stato inviato. Ritirano, risalgono le montagne, scompaiono tra le rocce. In mezz’ora sono lontani, nascosti in grotte che solo loro conoscono.
Nella valle il silenzio è rotto solo da gemiti, pianti, urla di dolore. La scena è apocalittica, corpi sparsi sul prato, 11 morti, ma i feriti sono 33. Alcuni moriranno nei giorni successivi per le ferite, altri resteranno invalidi per sempre. I sopravvissuti si muovono lentamente, ancora sotto shock, cercano i loro cari. Dove sei? Dove sei? Madri cercano figli, mariti cercano mogli, trovano corpi, riconoscono volti e scoppiano in urla disperate.
Un uomo trova il fratello morto, si butta su di lui, piange, urla al cielo: “Perché? Perché non c’è risposta? Solo il vento che soffia sulle montagne, le stesse montagne da cui sono arrivati i proiettili. Qualcuno corre ai paesi vicini. Mandate aiuto, c’è stata una strage. Le prime ambulanze arrivano dopo un’ora, ma sono poche, inadeguate.
I feriti vengono caricati su carretti, trasportati a mano, portati in ospedali improvvisati. Molti non arriveranno vivi. Le bandiere rosse, poco prima sventolate con orgoglio, ora giacciono a terra, macchiate di sangue, simbolo della speranza tradita. I contadini sono venuti a celebrare la vittoria, sono stati massacrati per aver osato sperare.
La notizia della strage si diffonde rapidamente. Prima nei paesi vicini, poi a Palermo, poi a Roma, poi nel mondo. I giornali titoleranno Strage in Sicilia, 11 morti al primo maggio. Ma i numeri non raccontano l’orrore, non raccontano i bambini morti, le madri che hanno perso figli, i padri che hanno visto morire le famiglie.
Portella della Ginestra diventa un nome come guernica per la Spagna, come altri luoghi dove l’innocenza è stata massacrata. Ma a differenza di Guernica, dipinta da Picasso e ricordata dal mondo, Portella della Ginestra verrà dimenticata, o meglio silenziata, perché la verità è troppo scomoda, perché rivela troppo su chi comanda davvero in Sicilia.
11 morti ufficiali, ma la strage ha ucciso anche qualcos’altro, la speranza. I contadini siciliani hanno capito il messaggio. Votare a sinistra significa morire. Sognare la riforma agraria è pericoloso. I padroni non molleranno mai e se provi a ribellarti ti sparano, anche se sei un bambino di 7 anni.
2 maggio 1947, il giorno dopo la strage, Roma, il Ministero degli Interni. Il ministro Mario Shelba convoca una conferenza stampa. Shelba è siciliano, ironicamente, nato a Caltagirone, ma è un uomo di destra, democristiano conservatore, duro con i comunisti, duro con i sindacati e adesso deve spiegare cosa è successo a Portella della Ginestra.
I giornalisti riempiono la sala, tutti vogliono risposte. Ministro, chi ha sparato? Perché è un attacco politico? Shelba alza le mani per chiedere silenzio, poi parla con voce ferma. Quello che è successo a Portella della Ginestra è un atto criminale, opera di banditi. Salvatore Giuliano e la sua banda, delinquenti comuni che terrorizzano la Sicilia da anni.
Un giornalista interrompe, ma ministro, hanno sparato su una festa del primo maggio, su un comizio politico. Non è ovvio che è un atto politico? Shelba scuote la testa. No, è banditismo. Giuliano è un criminale, non ha ideologia, vuole solo creare caos, seminare terrore. L’obiettivo politico è una vostra interpretazione.
La realtà è più semplice, sono banditi. Un altro giornalista insiste: “Ma le vittime sono tutte contadini che avevano votato per le sinistre. È una coincidenza?” Shelba risponde seccamente. La maggioranza dei contadini siciliani ha votato sinistre in quelle zone, quindi sì. È una coincidenza.
Giuliano avrebbe sparato su qualsiasi festa, comunista o democristiana, non gli importa, è la versione ufficiale e verrà ripetuta per anni. Banditismo, crimine comune, nessun movente politico. Ma già allora molti non ci credono. Come è possibile che Giuliano proprio il primo maggio, proprio durante una festa comunista, proprio tre settimane dopo la vittoria delle sinistre, abbia deciso di fare una strage casuale? I giornali italiani riportano la notizia, ma con cautela.
I grandi quotidiani del Nord, il Corriere della Sera, la stampa dedicano poche righe. Scontro a fuoco in Sicilia, 11 morti. Nessun approfondimento, nessuna inchiesta. La Sicilia è lontana. I contadini siciliani non sono notizia. È solo un altro episodio di violenza nel Sud arretrato. Solo i giornali di sinistra, l’unità, avanti, gridano la verità.
Strage politica. La mafia ha sparato sui comunisti, ma vengono accusati di strumentalizzazione. Usate i morti per propaganda, dicono i giornali di destra. Tutto è politica per voi, anche una tragedia. Ma le domande si moltiplicano e non possono essere ignorate facilmente. Perché proprio quel giorno? Perché proprio quella festa? E soprattutto da dove vengono le armi? I Mitra Thompson che Giuliano e i suoi uomini hanno usato sono armi militari americane.
Non si comprano al mercato, qualcuno gliele ha fornite, chi? Emergono anche altre informazioni inquietanti. Nelle settimane precedenti, il primo maggio, i boss mafiosi delle zone intorno a Palermo avevano mandato messaggi minacciosi ai contadini. Non votate comunisti, se votate rosso ve ne pentirete. Testimoni raccontano di uomini in abiti scuri che giravano nei paesi, intimidivano, minacciavano, promettevano vendetta.
E dopo le elezioni del 20 aprile, quando le sinistre vinsero, la tensione era esplosa. I latifondisti erano furiosi, temevano la riforma agraria, temevano di perdere le terre e la mafia che proteggeva gli interessi dei latifondisti, doveva reagire, doveva dare una lezione. E quale lezione migliore di una strage? Ma il governo nega tutto.
Scelba ordina indagini, ma indagini controllate. Il magistrato incaricato è prudente, interroga testimoni, ma non troppo. Cerca prove, ma non dove potrebbero trovarsi davvero. Dopo pochi mesi conclude: “Atto di banditismo, responsabile Salvatore Giuliano: Mandanti ignoti”. Mandanti ignoti, la formula perfetta per chiudere un caso senza risolverlo davvero.
Sì, Giuliano ha sparato, ma chi gli ha ordinato? Chi lo ha pagato? Chi gli ha dato le armi? Igno, nessuno sa, nessuno vuole sapere. I sopravvissuti protestano, le famiglie delle vittime chiedono giustizia, organizzano manifestazioni, vanno a Palermo, a Roma, chiedono di essere ascoltati, ma vengono ignorati o peggio intimiditi.
Alcuni ricevono minacce. Se continuate a parlare farete la stessa fine. E molti smettono di parlare perché hanno paura, perché capiscono che lo Stato non li proteggerà, che la verità non emergerà, che i potenti sono troppo potenti e loro sono solo contadini poveri. Nessuno li ascolta, nessuno li difende.
C’è anche un aspetto internazionale. Gli Stati Uniti osservano con attenzione. La Sicilia è strategica. Le elezioni nazionali italiane sono previste per il 1948. C’è il rischio che i comunisti vincano. Washington non può permetterlo. L’Italia deve restare nel campo occidentale e Portella della Ginestra, anche se tragica, serve a un obiettivo: terrorizzare gli elettori di sinistra.
Fargli capire che votare comunista è pericoloso. Non è un caso che nei mesi successivi in tutta Italia ci saranno intimidazioni, violenze, attentati contro sedi comuniste. È una strategia della tensione ante Literam. Documenti declassificati decenni dopo riveleranno che la CIA era informata delle attività di Giuliano, che aveva contatti con la mafia siciliana, che sapeva della possibilità di azioni violenti contro le sinistre, ma non intervenne, anzi, probabilmente incoraggiò, perché l’obiettivo era chiaro, fermare i
comunisti con qualsiasi mezzo. Ma nel 1947 tutto questo è ancora segreto. La versione ufficiale regge: Banditismo, crimine comune, Giuliano il mostro e i morti di Portella della Ginestra vengono seppelliti fisicamente e metaforicamente, le loro tombe nei cimiteri siciliani e la verità nella tomba del silenzio di stato.
Passa un anno. Elezioni nazionali del 1948. I comunisti non vincono. La Democrazia Cristiana trionfa. L’Italia resta nel campo occidentale, la riforma agraria viene rimandata. I latifondisti conservano le terre, la mafia conserva il potere e i contadini siciliani capiscono: “Niente è cambiato, niente cambierà”.
Portella della ginestra è stata dimenticata, o meglio rimossa, non se ne parla, diventa un tabù, un segreto di cui tutti sanno ma nessuno dice, perché la verità è troppo pericolosa, perché rivela che lo stato italiano, la mafia, i latifondisti e forse potenze straniere hanno collaborato in un massacro e questa verità non può essere detta.
Chi ha ordinato la strage di portella della ginestra? Questa domanda brucerà per decenni. E le risposte quando arriveranno saranno parziali, frammentate, contraddittorie, perché i fili del complotto portano in troppe direzioni, troppo in alto, troppo lontano e chi cerca di tirarli si trova contro muri di silenzio, o peggio, il primo filo porta alla mafia.
Ovvio, Salvatore Giuliano non è un lupo solitario, è un bandito, sì, ma opera in Sicilia. E in Sicilia nessuno opera senza il permesso della mafia. Giuliano ha rapporti con i boss di Palermo, soprattutto con quelli della zona ovest, Monreale, Partinico, Corleone. Questi boss rappresentano gli interessi dei latifondisti, i grandi proprietari terrieri che possiedono migliaia di ettari e i latifondisti nel 1947 sono terrorizzati.
La vittoria delle sinistre alle elezioni regionali significa una cosa: riforma agraria. Le terre verranno espropriate, date ai contadini. I baroni perderanno tutto. Secoli di potere cancellati da una legge. Non possono permetterlo, devono reagire. Ma come? Non possono scendere in piazza con i fucili. Sono borghesi, rispettabili, hanno bisogno di qualcuno che faccia il lavoro sporco? E chi meglio della mafia? E chi meglio di Giuliano, il bandito che già controlla le montagne? Testimonianze raccolte anni dopo parlano di incontri segreti. Nella primavera del
1947, poco prima del primo maggio, alcuni boss mafiosi si incontrano con rappresentanti dei latifondisti in ville isolate di notte. Discutono, bisogna fermare i rossi, bisogna terrorizzarli, decidono. Una dimostrazione di forza, una strage. Giuliano è l’uomo giusto, ma Giuliano non lavora gratis, chiede soldi, molti soldi e protezione.
I latifondisti pagano attraverso la mafia somme enormi e promettono: “Se fai questo lavoro sarai protetto, nessuno ti toccherà”. Giuliano accetta. Il secondo filo porta a Roma, al governo democristiano. La Democrazia Cristiana, il Partito al potere, è preoccupata. La Sicilia ha votato rosso e le elezioni nazionali sono tra un anno.
Se i comunisti vincono in Sicilia possono vincere anche a livello nazionale e questo è inaccettabile per la DC e per i suoi alleati internazionali. Il ministro degli interni Mario Shelba è siciliano, conosce bene le dinamiche dell’isola, sa che per controllare la Sicilia bisogna lavorare con la mafia, non apertamente, ma attraverso canali indiretti.
Shelba nega sempre qualsiasi coinvolgimento, ma documenti trovati decenni dopo mostrano che i servizi segreti italiani erano informati delle attività di Giuliano e non intervennero perché perché Giuliano era utile, era un deterrente contro i comunisti e se qualche contadino rosso moriva, pazienza. Era un prezzo accettabile per mantenere l’ordine, per evitare che la Sicilia diventasse comunista.
Il terzo filo porta oltre oceano agli Stati Uniti. La CIA appena nata opera già in Italia. L’obiettivo è chiaro, impedire che l’Italia cada nel campo sovietico e la Sicilia è strategica. Base navale Augusta, posizione nel Mediterraneo, non può essere persa. La CIA lavora con chiunque sia anticomunista. Monarchici, fascisti, mafia, non importa.
Conta solo fermare i rossi. E Salvatore Giuliano, che si dichiara anticomunista e sogna una Sicilia indipendente filo americana, è un alleato naturale. Documenti declassificati negli anni 90 rivelano che agenti americani ebbero contatti con Giuliano, non direttamente, ma attraverso intermediari. La mafia stessa che aveva legami con gli americani dal 1943, quando aiutò lo sbarco alleato in Sicilia. Il messaggio era semplice.
Se aiuti a fermare i comunisti avrai supporto e il supporto arrivò. Armi, mitra Thomson americani, munizioni, forse anche soldi. Giuliano diventa uno strumento nella guerra fredda, un pezzo di una strategia globale e Portella della Ginestra, un’operazione anticomunista, brutale ma efficace. Il quarto filo porta al separatismo siciliano.
Giuliano non è solo un bandito, ha anche ambizioni politiche. Sogna una Sicilia indipendente, non sotto Roma, ma nemmeno sotto Mosca. Vuole che la Sicilia diventi il 49º stato degli Stati Uniti. Sembra folle, ma negli anni 40 in Sicilia il movimento separatista è forte. Giuliano ha contatti con i separatisti, ne diventa una sorta di braccio armato.
I separatisti sono anticomunisti, vedono la vittoria delle sinistre come una minaccia. Roma comunista significherebbe fine del sogno indipendentista, quindi appoggiano qualsiasi azione contro i rossi, inclusa una strage. Ma dopo Portella i separatisti prendono le distanze. Noi non c’entriamo, è stata la mafia.
Scaricano Giuliano, lo lasciano solo e lui si sente tradito. Comincia a parlare, minaccia di rivelare tutto e questo lo rende pericoloso. Le indagini ufficiali su Portella della Ginestra vanno avanti per anni, ma sempre con cautela. Il magistrato interroga Giuliano? No, perché Giuliano è latitante, nessuno riesce a catturarlo. Interroga i boss mafiosi, sì, ma loro negano tutto. Non sappiamo niente.
Interroga i politici democristiani. Impossibile. Sono protetti dall’immunità parlamentare. I testimoni oculari, i sopravvissuti di Portella, vengono ascoltati. Raccontano di aver visto i banditi sparare dalle montagne. Ma chi erano? Non lo so, erano lontani. Qualcuno riconosce Giuliano? No, nessuno può dire con certezza che fosse lì, anche se tutti lo sanno.
E poi iniziano a morire. I testimoni, uno per uno, incidenti, malattie improvvise, suicidi. Un contadino che aveva detto di riconoscere uno dei banditi viene trovato impiccato in un fienile. Suicidio, dice la polizia, ma la famiglia protesta. Non era depresso, lo hanno ucciso. Nessuno indaga. Un altro testimone che aveva raccontato di minacce mafiose ricevute prima del primo maggio muore in un incidente stradale.
Un camion lo investe. L’autista fugge. Mai trovato. Coincidenza? Forse o forse no. I documenti scompaiono. Carte che potrebbero provare i legami tra Giuliano e i mandanti vengono rubate dagli archivi o bruciate oppure classificate come segreto di stato per ragioni di sicurezza nazionale.
Quale sicurezza? La sicurezza di chi ha ordinato la strage. E Giuliano continua a essere latitante, ma non per sempre. Nel 1950, 3 anni dopo Portella, qualcosa cambia. Giuliano diventa troppo pericoloso, sa troppo, minaccia di parlare e chi sa troppo in Sicilia non vive a lungo. 5 luglio 1950, Castelvetrano, Sicilia.
Salvatore Giuliano viene trovato morto, ufficialmente ucciso in uno scontro a fuoco con i carabinieri, ma la scena è sospetta, troppo pulita, troppo conveniente. Molti credono che sia stato assassinato. Da chi? Dalla mafia. Per farlo tacere. Prima che parlasse troppo. 5 luglio 1950, Castelvetrano, piccolo paese nella Sicilia occidentale.
Ore 4 del mattino, una villa isolata in campagna, silenzio, poi improvvisamente spari. Raffiche di mitra, grida, poi di nuovo silenzio. Alle 6:00 del mattino arrivano i carabinieri, entrano nel cortile della villa e trovano un corpo. È Salvatore Giuliano, il bandito più famoso d’Italia, il re delle montagne, l’uomo che per 7 anni ha sfidato lo stato, morto, riverso sul selciato del cortile, sangue ovunque.
Il capitano Antonio Perenze, comandante dei Carabinieri, esamina il corpo. Giuliano indossa pantaloni scuri e una canottiera bianca. È scalzo, il viso è sereno, quasi rilassato. Non sembra morto in combattimento, sembra morto nel sonno, ma ci sono fori di proiettile, sul petto, sul fianco, sangue rappreso. Perenze convoca immediatamente la stampa, vuole annunciare la grande notizia.
Salvatore Giuliano è morto, ucciso in uno scontro a fuoco con le forze dell’ordine. L’operazione è stata condotta dai carabinieri. Giuliano ha resistito. Abbiamo dovuto sparare. È morto sul colpo. La notizia esplode. I giornali titolano Giuliano morto. Fine del bandito. Il governo celebra. Il ministro Shelba dichiara: “La giustizia ha trionfato.
Il bandito che ha terrorizzato la Sicilia non c’è più. Perenze diventa un eroe nazionale. Riceve medaglie, promozioni, onorificenze, ma qualcosa non torna. I fotografi arrivano sul posto, scattano foto del cadavere e quelle foto rivelano dettagli inquietanti. Il corpo di Giuliano è riverso a terra in una posizione innaturale.
I fori dei proiettili sono tutti sul davanti, ma se è morto in uno scontro a fuoco, dovrebbe avere ferite anche alla schiena, perché i carabinieri sparavano da più direzioni. E poi c’è il dettaglio delle scarpe. Giuliano è scalzo. Perché un bandito che sa di essere braccato dovrebbe dormire senza scarpe? E se stava dormendo? Come fa ad esserci stato uno scontro a fuoco? I periti balistici esaminano il corpo, trovano qualcosa di scioccante.
I proiettili sono entrati con traiettorie verticali dall’alto verso il basso, come se Giuliano fosse già a terra quando gli hanno sparato. Non in piedi, non in movimento, a terra, forse già morto o forse agonizzante. Qualcuno lo ha finito a sangue freddo. Ma chi? La versione ufficiale inizia a scricchiolare e poi pochi giorni dopo arriva la bomba.
Gaspare Pisciotta, cugino e luogo tenente di Giuliano, si costituisce ai carabinieri ed confessa: “Sono stato io, ho ucciso Salvatore. È uno shock”. Pisciotta era il braccio destro di Giuliano, il suo uomo più fidato. Perché dovrebbe ucciderlo? Pisciotta spiega: “Mi hanno promesso l’amnistia. Mi hanno detto uccidi Giuliano e sarai libero. Ho accettato.
Chi ha fatto questa promessa? Pisciotta non lo dice subito, ma nelle settimane successive, durante gli interrogatori, comincia a parlare e quello che dice è esplosivo. Portella della ginestra non è stata idea di Giuliano. Abbiamo ricevuto ordini da boss mafiosi, da politici. Ci hanno pagato, ci hanno dato armi, ci hanno detto “Sparate sui comunisti”.
Il magistrato che lo interroga, Giuseppe Guido lo schiavo, è sbalordito. Approve chiede. Pisciotta risponde sì, documenti, lettere, nomi. Se mi proteggete vi dico tutto. Ma Pisciotta vuole un accordo, vuole l’amnistia, vuole protezione, teme per la sua vita e ha ragione a temere perché quello che sa è pericoloso.
Conosce i nomi, conosce i mandanti, conosce i politici coinvolti e se parla crolla tutto. La versione ufficiale, la narrazione è che Portella è stata solo banditismo. Tutto viene a galla. Il processo a Pisciotta inizia nel 1951. È un processo anche su Portella della Ginestra. Pisciotta è accusato di essere uno degli esecutori.
Lui ammette: “Sì, ero lì, ho sparato, ma non da solo. Eravamo in 30 e non è stata idea nostra”. “Di chi allora?” chiede il giudice. Pisciotta inizia a fare nomi, boss mafiosi, don Calò Vizzini, il capo dei capi della mafia siciliana, politici democristiani locali, forse anche qualcuno a Roma e americani, agenti americani che fornivano armi e denaro.
L’aula è in tumulto. I giornalisti scrivono freneticamente, i magistrati si guardano preoccupati. Questo è troppo, troppo grande, troppo pericoloso. Pisciotta viene interrotto. Basta per oggi. Il processo viene rinviato, ma Pisciotta non si ferma. Fuori dall’aula parla con i giornalisti. Io so tutto, so chi ha ordinato Portella.
So perché Giuliano è stato ucciso e lo dirò. Tutto promette di scrivere un memoriale, di rivelare ogni dettaglio, i nomi, le date, i luoghi, tutto e questo lo condanna. Perché chi ha ordinato portella non può permettere che parli, deve essere fermato. Silenzio per sempre. 9 febbraio 1904. Carcere del Lucciardone, Palermo.
Gaspare Pisciotta è detenuto lì in attesa del processo. È in una cella singola, sorvegliato, dovrebbe essere al sicuro, ma non lo è. Quella mattina, durante la colazione Pisciotta beve il caffè che gli portano. Improvvisamente si sente male. Crampi allo stomaco, vomito, dolore atroce, urla. Le guardie chiamano il medico, ma è troppo tardi.
Pisciotta muore in pochi minuti, avvelenato. L’autopsia conferma: “Stricnina nel caffè, una dose massiccia, mortale. Chi ha avvelenato pisciotta? Le indagini non portano da nessuna parte. Ignoti! Le guardie non hanno visto nulla. Il caffè era normale. Nessuno sa come il veleno sia finito lì. Mistero! Ma tutti capiscono.
Pisciotta è stato assassinato in carcere, sotto sorveglianza. Qualcuno con potere enorme ha ordinato la sua morte e l’ha ottenuta prima che potesse parlare, prima che potesse rivelare i nomi. Le ultime parole di Pisciotta dette a un compagno di cella giorni prima, diventano leggendarie. Mi uccideranno, lo so, ma prima di morire scriverò tutto e il mondo saprà.
Ma il memoriale non viene mai trovato. Se lo ha scritto è scomparso, rubato, distrutto. Con la morte di Pisciotta la verità suortella della ginestra muore con lui. Giuliano morto, Pisciotta morto, i due uomini che sapevano tutto, silenziati e i mandanti liberi, protetti, al sicuro. Il processo continua, ma senza pisciotta le prove sono deboli.
Alcuni banditi minori vengono condannati, pene lievi, pochi anni, ma i mandanti nessuno. Nessun boss mafioso viene incriminato, nessun politico, nessun americano. Il caso si chiude con la formula solita mandanti ignoti e la domanda resta: cosa sapeva davvero Pisciotta? Quali nomi avrebbe fatto? Quanto in alto arrivava il complotto? Non lo sapremo mai.
Ma il fatto che sia stato ucciso in carcere, avvelenato sotto gli occhi dello Stato, dice tutto. Dice che chi ha ordinato portella aveva potere assoluto e nessuna pietà. 9 febbraio 1904, carcere del Lucciardone, Palermo. Gaspare Pisciotta si sveglia nella sua cella. È nervoso, eccitato. Oggi è il giorno. Finalmente testimonierà in aula.
dirà tutto, i nomi, i mandanti di portella della ginestra, quelli che hanno ordinato la strage, quelli che hanno pagato, quelli che hanno armato Giuliano, tutti ha preparato la sua dichiarazione. L’ha scritta e riscritta, memorizzata. Sa che quando parlerà scoppierà lo scandalo, ma non ha paura, o almeno finge di non averla.
ha fatto un patto con il magistrato Giuseppe Guido lo schiavo. Io parlo, voi mi proteggete e Pisciotta crede che lo Stato lo proteggerà. Ore 7:00 del mattino, la colazione arriva. Una guardia carceraria porta il vassoio nella cella. Caffè, pane, un po’ di marmellata. Pisciotta prende la tazzina di caffè.
È bollente, aspetta che si raffreddi, guarda fuori dalla finestra con le sbarre. Il cielo è grigio, piove. Ore 7:15. Pisciotta beve il caffè tutto d’un fiato. È amaro, più del solito, ma pensa caffè di prigione, sempre schifoso. Non sospetta nulla, posa la tazzina vuota, si prepara per l’udienza. Ore 7:20. Pisciotta sente un crampo allo stomaco, improvviso, violento, si piega in due, il dolore è atroce, cerca di respirare, ma il respiro è difficile.
La gola si chiude, inizia a vomitare. Sangue, bile, cade a terra, urla: “Aiuto, mi hanno avvelenato!” Le guardie sentono, corrono, aprono la cella, trovano pisciotta sul pavimento, contorto, schiuma alla bocca, gli occhi spalancati, rantola, cercano di aiutarlo, chiamano il medico, ma in pochi minuti Pisciotta smette di respirare.
Muore alle 7:25, 32 anni, avvelenato. L’autopsia conferma, stricnina, una dose massiccia, più che sufficiente per uccidere. Nel caffè. Qualcuno ha messo il veleno nel caffè di pisciotta, in carcere, sotto sorveglianza. Com’è possibile? Le indagini iniziano immediatamente. Chi ha preparato il caffè? Una guardia carceraria, Salvatore Maniscalco, viene interrogato.
Io ho solo portato il caffè. L’ha preparato la cucina. Chi in cucina? Non lo so. Ci sono 10 detenuti che lavorano lì. Vengono interrogati tutti, nessuno sa niente. Io ho fatto il pane, io ho lavato i piatti, io non ho toccato il caffè. E il veleno da dove viene? La stricnina non è un veleno comune, serve per uccidere topi.
Ma in carcere chi ce l’ha portata? Nessuno sa, o meglio, nessuno vuole dire, perché chi ha avvelenato Pisciotta aveva complici dentro il carcere, guardie, detenuti, forse il direttore stesso, erano tutti coinvolti o terrorizzati. Il magistrato lo schiavo è furioso. Pisciotta era il testimone chiave.
Doveva essere protetto. Come avete potuto lasciarlo uccidere? Ma le risposte sono vaghe. Non sapevamo, non abbiamo visto niente. È omertà anche dentro lo stato. Dopo la morte di Pisciotta, nella sua cella viene trovata una lettera non spedita, scritta a mano, indirizzata al magistrato. È l’ultima testimonianza di Pisciotta.
Le sue ultime parole prima di essere zittito per sempre. La lettera dice: “Egregio dottore, se legge questa lettera significa che sono morto. Lo sapevo che mi avrebbero ucciso. Sapevo troppo e chissà troppo in Sicilia non vive a lungo. Ma voglio che lei sappia la verità. Portella della Ginestra non è stata opera nostra.
Noi eravamo solo esecutori. Gli ordini venivano da più in alto, molto più in alto. Continua. I mandanti erano boss mafiosi, don Calò Vizzini, don Genco Russo e politici, democristiani. Non faccio nomi specifici perché ho paura che questa lettera venga intercettata, ma lei sa, tutti sanno. E c’erano anche americani, agenti che fornivano armi e soldi, volevano fermare i comunisti e noi eravamo lo strumento.
E poi la frase che diventerà leggendaria, la frase che riassume tutto. Noi siamo una cosa sola. banditi, polizia, mafia, come il corpo e l’anima, inscindibili e chi cerca di separarli muore. Questa lettera viene letta in aula, fa scalpore, i giornali la riportano, ma non cambia nulla perché sono solo parole, senza prove concrete, senza documenti, senza testimoni vivi.
Pisciotta è morto e con lui la possibilità di provare il complotto. Il processo su Portella della Ginestra continua, ma ormai è una farsa. Senza pisciotta, senza Giuliano, chi può testimoniare? Solo banditi minori che negano tutto. Non so niente, non c’ero. Oppure che accusano solo Giuliano e Pisciotta. Erano loro. Noi obbedivamo.
Alcuni vengono condannati. pene moderate 10-15 anni per partecipazione a strage. Ma ai mandanti nessuno, nessun boss mafioso viene nemmeno incriminato, nessun politico democristiano, nessun americano. Il caso si chiude ufficialmente nel 1960, 13 anni dopo la strage. Verdetto finale: Eseccori identificati e condannati.

Mandanti ignoti. Mandanti ignoti. Quella formula comoda che permette allo Stato di dire: “Abbiamo fatto giustizia senza davvero farla, perché chi ha ordinato il massacro di 11 persone innocenti resta libero, continua a vivere, forse a dare altri ordini, altri massacri. Le famiglie delle vittime di Portella della Ginestra protestano. Non è giustizia.
Vogliamo i nomi, vogliamo i veri colpevoli, ma le loro voci si perdono. Sono contadini poveri, nessuno li ascolta, nessuno li difende. Lo Stato li ha traditi due volte, prima permettendo la strage, poi nascondendo i responsabili. E la Sicilia? La Sicilia continua, la mafia continua, i latifondisti continuano a possedere terre.
La riforma agraria arriva, sì, ma annacquata, lenta, insufficiente. Molti contadini non ricevono mai la terra promessa e quelli che la ricevono spesso sono costretti a venderla perché senza credito, senza mezzi, senza supporto non possono coltivarla. Portella della Ginestra ha raggiunto il suo obiettivo, ha terrorizzato, ha spento la speranza.
I contadini siciliani hanno capito il messaggio: “Non ribellatevi, non sognate, non votate a sinistra, altrimenti morirete.” E il messaggio è stato ricevuto. Nelle elezioni nazionali del 1948 i comunisti perdono in Sicilia. La Democrazia Cristiana vince, l’ordine è ristabilito e Gaspare Pisciotta viene seppellito in un cimitero di Palermo.
Poche persone al funerale, nessun politico, nessun rappresentante dello Stato, solo la famiglia e qualche giornalista. La sua tomba non ha nemmeno una lapide elaborata, solo un nome e due date: nato 1922, morto 1954, ma le sue parole restano: siamo una cosa sola. banditi, polizia, mafia come corpo e anima.
Parole che descrivono non solo la Sicilia del 1940, ma l’Italia, forse ancora oggi, dove i confini tra stato e crimine sono sfumati, dove la giustizia è selettiva, dove chi ha potere è intoccabile e chi cerca la verità muore. Oggi, primo maggio, ogni anno la valle di Portella della Ginestra si riempie di nuovo non di migliaia di persone come nel 1947, ma di centinaia.
sindacalisti, politici di sinistra, familiari delle vittime, giovani che vogliono ricordare, arrivano con bandiere rosse come allora, ma adesso possono farlo senza paura, o almeno così credono. C’è un monumento, pietre con incisi i nomi, 11 nomi. Margherita Clesceri, 9 anni, Serafina Ferrara, 8 anni, Giovanni Megna, 7 anni. Giuseppe Casarrubea, Vito Allotta, Serafino Lascari.
Tutti, ogni nome, una vita spezzata, una famiglia distrutta, un sogno cancellato. I discorsi si susseguono. Sindacalisti parlano di giustizia sociale, politici parlano di memoria. Il presidente della Repubblica a volte invia un messaggio. Ricordiamo le vittime di portella della ginestra. Ricordiamo che la democrazia si difende ogni giorno, parole belle, ma vuote, perché la verità su Portella non è mai emersa completamente e forse non emergerà mai.
Nessun mandante è stato condannato, nessun boss mafioso, nessun politico democristiano, nessun agente americano, solo esecutori minori, banditi che hanno premuto il grilletto. Ma chi ha dato l’ordine? Chi ha pagato? Chi ha fornito le armi? ignoto, ufficialmente ignoto, praticamente protetto. I documenti della CIA su Portella della Ginestra sono ancora classificati 77 anni dopo.
Perché? Cosa c’è in quei documenti che non può essere rivelato? Forse la prova del coinvolgimento americano, forse i nomi di politici italiani complici, forse entrambi. Ma finché restano segreti la verità resta nascosta. E Portella non è un caso isolato, è il primo anello di una lunga catena, la strategia della tensione.
Strage di Piazza Fontana nel 1969, 16 morti. Strage dell’Italicus nel 1974 12 morti. Strage di Bologna nel 1980 85 morti. Ustica stesso anno, 81 morti. Tutte stragi con mandanti mai completamente identificati. Tutte con ombre di servizi segreti, mafia e versione nera, complicità di stato. Portella della Ginestra insegna che lo Stato italiano può uccidere o permettere che si uccida e poi coprire, nascondere, proteggere i colpevoli, non sempre, ma troppo spesso.
E questo è terrificante, perché se lo Stato non protegge i cittadini, ma protegge chi li massacra, allora cosa è lo Stato? Per i siciliani sopra i 60 anni Portella è memoria viva. Molti avevano genitori che erano lì o che conoscevano le vittime. Raccontano, mio padre era a Portella quel giorno, vide tutto, non ne parlò mai, troppo dolore, troppa paura, perché anche dopo la paura restava.
Paura di essere puniti per aver visto, per sapere. La valle di Portella della Ginestra oggi è tranquilla. I turisti possono passare in auto sulla strada che la costeggia, non sanno. Non c’è un grande museo, non c’è un centro visitatori, solo il monumento e la memoria orale tramandata di generazione in generazione. In primavera la valle si riempie di papaveri rossi.
Crescono selvaggi tra le rocce, rossi come il sangue versato, rossi come le bandiere che sventolavano quel giorno. È una coincidenza della natura, ma sembra un simbolo. I papaveri crescono dove c’è stata morte. Ricordano un vecchio contadino, 85 anni, viene intervistato ogni anno il primo maggio.
Dice sempre la stessa cosa: “Io c’ero, avevo 18 anni, vidi morire mio zio, vidi i bambini cadere. E capi capi chi comanda davvero in Sicilia, non il governo, non il popolo, la mafia, i padroni, quelli che non si vedono ma decidono tutto. Gli chiedono ha mai avuto giustizia? Risponde no. E non la avrò mai, perché la giustizia in Sicilia è per i ricchi, per i potenti.
Noi contadini non contiamo. Allora, come oggi. È amaro, ma è vero. Portella della Ginestra dimostra che in Italia ci sono verità che non possono essere dette, segreti che devono restare sepolti, perché se emergessero crollerebbero istituzioni, carriere, alleanze e questo non può essere permesso. Ma le domande restano: Se la verità su Portella 77 anni dopo è ancora nascosta, quante altre verità sono sepolte? Quanti altri massacri hanno mandanti protetti? Quante volte lo Stato ha tradito i cittadini per proteggere interessi più grandi?
Non lo sappiamo, forse non lo sapremo mai, ma dobbiamo continuare a chiedere, dobbiamo continuare a ricordare, perché dimenticare significa accettare e accettare significa permettere che succeda di nuovo. Portella della ginestra non è solo storia, è un avvertimento. ci dice: “State attenti, lo Stato non è sempre dalla vostra parte, a volte è contro di voi e quando lo è può essere spietato.
Oggi, ogni primo maggio, quando le bandiere rosse sventolano di nuovo a portella della ginestra, non è solo commemorazione, è resistenza. È dire non dimentichiamo, non perdoniamo, non accettiamo che la verità resti sepolta e forse un giorno quei documenti classificati verranno aperti. Forse un giorno qualcuno confesserà, forse un giorno i nomi dei mandanti emergeranno, forse, ma fino ad allora la memoria è tutto ciò che abbiamo e dobbiamo custodirla, trasmetterla, perché i morti di Portella non possono parlare, ma noi sì. Se
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