In questo contesto, anche la ricchezza dell’Iraq affonda le sue radici nella nazionalizzazione dell’industria petrolifera del 1972. A guidare questa manovra è il Partito Ba’th, di orientamento socialista e laico, insieme al vicepresidente del Paese, Saddam Hussein. A dire il vero, il presidente ufficiale dell’Iraq è Ahmed Hassan al-Bakr.
Ma nella pratica è Saddam a controllare il partito — è lui che decide chi resta e chi se ne va. Così, nel 1979, quando Saddam “chiede” al presidente di dimettersi… il presidente si dimette. Quando Saddam sale al potere, l’Iraq è già la terza economia del Medio Oriente. Ma questi… sono tempi turbolenti. Proprio oltre il confine, infatti, in Iran è appena esploso il caos.
Una rivoluzione di stampo religioso, islamico-sciita, ha appena rovesciato la monarchia, smantellato le istituzioni dello Stato e purgato i vertici dell’esercito. Il nuovo leader, l’Ayatollah Ruhollah Khomeini, vuole ora esportare la rivoluzione in tutto il Medio Oriente. L’Iraq è profondamente vulnerabile a tutto questo.
È un paese diviso — curdi a nord, sunniti al vertice dello Stato al centro e una maggioranza sciita nel sud. Saddam teme che la rivoluzione iraniana possa spingere la popolazione sciita irachena — circa il 60% del Paese — a ribellarsi contro la minoranza sunnita al potere, alla quale lui stesso, Saddam, appartiene. Come se non bastasse, anche l’esercito iracheno è in gran parte composto da coscritti sciiti.
Le monarchie arabe sunnite della regione — in particolare Arabia Saudita e Kuwait — temono a loro volta che le proprie popolazioni sciite possano sollevarsi. Gli Stati arabi temono l’instabilità, mentre l’Occidente teme interruzioni nelle esportazioni di petrolio dal Golfo e un aumento dei prezzi del greggio.
Saddam, in tutto questo, vede un’opportunità: due piccioni con una fava. Se non fa nulla, la pressione all’interno del suo Paese — potrebbe esplodere, travolgendolo. Se invece agisce… potrebbe respingere questa forza, facendola schiantare contro la sua stessa origine — e magari pure guadagnarci. Dispiegando il suo esercito — in gran parte composto da coscritti sciiti — in Iran, la stessa forza che potrebbe rivoltarsi contro di lui… viene impegnata al fronte, rendendo un colpo di Stato in Iraq, meno probabile. E se l’Iran è davvero così debole come sembra,

quello stesso esercito potrebbe anche strappargli dei territori ricchi di petrolio, contribuendo ad autofinanziare la guerra e ad elevare Saddam, alla sua conclusione, a colui che è riuscito a fermare l’espansione della rivoluzione iraniana — trasformandolo nell’eroe… del mondo. Questa è una scommessa. E il mondo è pronto a puntarci.
Così, l’Iraq inizia a ricevere miliardi in prestiti, forniture ed equipaggiamento militare — dagli Stati arabi, dall’Occidente e dal blocco orientale. Capitalisti e comunisti: per una volta, tutti si trovano d’accordo. Con il pretesto di dispute irrisolte di lunga data sullo strategico e ricco di petrolio Shatt al-Arab — e sulla provincia iraniana del Khuzestan, a maggioranza araba — l’Iraq invade l’Iran nel 1980, aspettandosi… una vittoria rapida.
Dura otto anni. La guerra finisce per causare, nel complesso, fino a un milione di vittime — e circa 3500 miliardi di euro di danni, corretti per l’inflazione: quasi una volta e mezza il PIL annuale dell’Italia. Si conclude in uno stallo. Nessuno ci guadagna. Anzi. Si scopre, inoltre, che durante la guerra l’Iraq ha utilizzato armi chimiche negli attacchi contro l’Iran, violando il diritto bellico.
Il generale che ha diretto queste operazioni, Ali Hassan al-Majid, passa alla storia come “Chemical Ali”. Nello stesso periodo, nel Kurdistan iracheno scoppia un’insurrezione — la campagna di Anfal — durante la quale fino a 100.000 civili vengono massacrati dalle truppe irachene. Nell’ambito di questa campagna, nel 1988, durante una rivolta a Halabja, Saddam ordina l’uso di gas iprite contro la propria popolazione civile, uccidendo circa 5.000 suoi cittadini.
Alla fine della guerra Iran–Iraq, il Paese ne esce devastato — distrutto e, soprattutto, anche pieno di debiti: circa 360 miliardi di euro. Una parte è dovuta al Club di Parigi — Giappone, Unione Sovietica, Francia, Germania, Italia, Stati Uniti, Regno Unito — ma la maggior parte ai paesi arabi, in particolare Arabia Saudita e Kuwait.
Saddam incontra quindi i leader del mondo arabo e dichiara: «Ho combattuto anche per voi. Cancellate il debito — e riducete la produzione di petrolio, così i prezzi saliranno e potrò ripagare ciò che resta». L’Arabia Saudita coopera — fino a un certo punto. Il Kuwait… assolutamente no. In un gesto di sfida, aumenta la produzione, mettendo l’Iraq ancora più in difficoltà.
Quando Saddam incontra l’emiro del Kuwait, Al Sabah, per rinegoziare il debito iracheno, lo scambio tra i due degenera nella più totale volgarità. Il leader kuwaitiano, furioso, gli urla: «Distruggerò finanziariamente l’Iraq a tal punto… che ridurrò tutte le donne irachene a prostitute da 10 dollari».
Saddam… ribolle nell’ira. Crede di aver combattuto per il mondo — e ora si sente… così tanto abbandonato da esso. Fatto sta, comunque, che la guerra Iran–Iraq ha trasformato l’Iraq nel quarto esercito più grande del mondo. Così, sommerso dai debiti, Saddam non vede che un’altra opportunità: due piccioni con una fava.
Il Kuwait è un Paese piccolo, di appena 1,5 milioni di abitanti. L’esercito iracheno è quasi tanto grande quanto la sua popolazione. E il Kuwait non è solo un vicino: è uno dei principali creditori dell’Iraq — circa 50 miliardi di euro dati in prestito. Se l’Iraq attaccasse il Kuwait — e lo conquistasse — il Kuwait cesserebbe di esistere come Stato indipendente. Se il Paese scompare… scompare anche il debito.
Allo stesso tempo, mettere le mani sui suoi immensi giacimenti petroliferi significherebbe raddoppiare i profitti — permettendo a Saddam di saldare più rapidamente ciò che gli resta da pagare. Saddam inizia ad accusare il Kuwait di perforare obliquamente il suolo per raggiungere i giacimenti petroliferi iracheni oltre il confine.
Poi lo invade — e poi lo incorpora nell’Iraq come 19ª provincia. Ora controlla il 20% delle riserve petrolifere mondiali. Come reagirà il mondo? Con il Kuwait ormai annesso, Saddam può manipolare i prezzi del petrolio a suo piacimento. Non solo — se decidesse di attaccare anche l’Arabia Saudita, potrebbe arrivare a controllare fino a un terzo delle riserve petrolifere mondiali.
Per ottenere consenso nel mondo arabo e trovare degli alleati, dichiara di essere disposto, comunque, a lasciare il Kuwait — a condizione che Israele si ritiri dai territori palestinesi. Ma non funziona. Le Nazioni Unite colpiscono l’Iraq con sanzioni pesantissime e un blocco economico. L’Iraq produce molto più petrolio, adesso — ma non può venderlo a nessuno.
Gli Stati Uniti formano una coalizione. Vi aderiscono 35 Paesi: l’Occidente fornisce le forze militari, mentre i Paesi arabi finanziano l’operazione. Inizia la Guerra del Golfo. La coalizione lancia l’Operazione Desert Storm — una campagna di bombardamenti incessante contro le forze irachene in Kuwait. Gli attacchi dal cielo sono continui.
L’esercito iracheno si basa su tecnologia obsoleta. Una volta distrutti i sistemi di difesa aerea, i radar e gran parte dell’equipaggiamento pesante, ha inizio l’offensiva terrestre. Quando le truppe irachene capiscono che l’offensiva terrestre sta per iniziare, vanno nel panico.
Durante la ritirata verso l’Iraq si ammassano lungo l’Autostrada 80, creando un traffico enorme. La colonna viene bombardata dall’aria e colpita dai carri armati della coalizione da entrambi i lati. Intrappolate, le truppe abbandonano i veicoli e fuggono a piedi. Circa 2.000 veicoli iracheni vengono fatti a pezzi. Prima di lasciare il Kuwait, i soldati iracheni danno fuoco a circa 600 pozzi petroliferi.
Fiamme e fumo avvolgono il cielo del Paese. Saddam pensa che questo renderà più difficile per gli aerei nemici individuare le sue truppe a terra. I pozzi, però, non possono essere semplicemente ”spenti”: devono essere sigillati fisicamente, spesso utilizzando esplosivi per soffocare le fiamme prima di tapparli.
Inoltre, poiché le truppe irachene hanno piazzato mine tutt’intorno a tali pozzi, sono necessari diversi passaggi per spegnerli in sicurezza. Vengono quindi ingaggiate aziende straniere specializzate. Ci vogliono dieci mesi per spegnere tutti e 600 i pozzi, a un costo di circa 5 miliardi di euro. Al picco, tra febbraio e aprile 1991, i giacimenti bruciano tra i quattro e i sei milioni di barili di petrolio al giorno, e tra i 70 e i 100 milioni di metri cubi di gas al giorno. In quei dieci mesi, i danni raggiungono i 400 miliardi di euro.
Il petrolio disperso nell’ambiente forma circa 300 laghi di petrolio in tutto il Kuwait, contaminando il suolo e richiedendo ulteriori miliardi per la bonifica. Saddam ordina anche il saccheggio della banca centrale del Kuwait, sottraendo l’equivalente di circa 2 miliardi di euro in contanti. Una volta liberato il Kuwait, la coalizione ferma l’avanzata.
Non c’è bisogno di invadere l’Iraq: se Saddam venisse rovesciato o il Paese indebolito troppo, l’Iran potrebbe approfittarne. Le sanzioni e il blocco, tuttavia, restano in vigore, insieme all’obbligo per l’Iraq di pagare un risarcimento per i danni causati al Kuwait. All’interno dell’Iraq scoppiano rivolte. I curdi a nord e gli sciiti a sud si ribellano — ma Saddam, con violenza e pugno di ferro, reprime le insurrezioni, causando la morte di circa 100.000 civili.
L’Iraq, adesso, non appare più vivace come un tempo. È grigio — a pezzi, decorato con ancor più debiti, sanzioni, un blocco economico e un pizzico di risarcimenti da pagare al Kuwait. In patria, Saddam la definisce una vittoria. Si vanta con la nazione di aver resistito contro 35 Paesi. Nel frattempo, le Nazioni Unite impongono uno dei regimi sanzionatori più completi del XX secolo.
L’Iraq viene quasi completamente isolato dal commercio globale. Le esportazioni di petrolio, che rappresentano oltre il 90% delle entrate statali, vengono drasticamente limitate. Senza questi proventi, il Paese non è più in grado nemmeno di importare beni di prima necessità. All’inizio degli anni ’90, il PIL dell’Iraq crolla a tal punto che il governo quasi smette di pubblicarlo. L’inflazione esplode.
Le infrastrutture, già danneggiate dalla guerra, continuano a deteriorarsi, mentre gli ospedali restano privi di medicinali e macchinari di base. Cibo e medicine diventano così scarsi che diverse stime parlano di fino a mezzo milione di morti, soprattutto tra i bambini, a causa del blocco e delle sanzioni. Per alleviare in parte la crisi, nel 1996 l’ONU introduce il programma “Oil-for-Food”, che consente all’Iraq di vendere quantità limitate di petrolio in cambio di beni umanitari.
Parte dei ricavi viene anche trattenuta e depositata in un conto fiduciario delle Nazioni Unite, per essere utilizzata nel pagamento dei debiti dell’Iraq. Nel 1993, Saddam lancia la Campagna della Fede. L’Iraq, un Paese un tempo in gran parte laico, si islamizza: vengono costruite moschee, promossa l’educazione religiosa e l’Islam diventa sempre più presente nel discorso pubblico.
Nell’ambito di questa campagna, Saddam ordina anche la stesura di una copia del Corano con il proprio sangue — come dimostrazione della sua devozione al suo popolo. Nel 1995, durante le elezioni presidenziali irachene, Saddam ottiene il 99,99% dei voti, con soli 984 voti contrari su un totale di 8.350.000 elettori. Il che è impressionante. Mentre all’interno dell’Iraq il 99,99% degli elettori è convinto che Saddam sia un presidente eccezionale, il resto del mondo appare molto meno persuaso.
Dalla fine della Guerra del Golfo, le Nazioni Unite — con la Risoluzione 687 — insieme agli Stati Uniti e al Regno Unito, hanno imposto a Saddam di consentire ispezioni internazionali per verificare che l’Iraq non sia più in possesso di armi di distruzione di massa. L’Iraq, come abbiamo già visto, aveva utilizzato armi chimiche durante la guerra Iran–Iraq e disponeva di programmi per lo sviluppo di armi biologiche e nucleari.
Il programma nucleare, per la precisione, era stato gravemente danneggiato già nel 1981, quando Israele aveva condotto un attacco aereo sull’Iraq, distruggendo il reattore di Osirak, vicino a Baghdad. Dopo il 1991, l’Iraq è quindi obbligato a interrompere questi programmi, smantellare le armi di distruzione di massa ancora in suo possesso e dimostrarlo alla comunità internazionale, fornendo documentazione e garantendo pieno accesso agli ispettori.
Nel corso del decennio, le autorità irachene ostacolano le ispezioni, limitano l’accesso e occultano documenti. Nel 1995, il genero di Saddam Hussein fugge dal Paese e rivela che l’Iraq ha nascosto parte dei suoi programmi, alimentando i sospetti internazionali. Sul terreno, tuttavia, mentre gli ispettori scoprono e distruggono alcune armi proibite, nulla di realmente significativo viene mai trovato — e ciò che mantiene aperta la questione è l’incapacità dell’Iraq di fornire prove convincenti di aver
smantellato completamente tutti i suoi arsenali, in particolare quelli più datati. Allo stesso tempo, dal 1991, gli Stati Uniti e il Regno Unito impongono zone di interdizione al volo sull’Iraq. Aerei statunitensi e britannici pattugliano regolarmente i cieli del Paese ed effettuano attacchi aerei sporadici contro quelli che considerano obiettivi militari.
Nel 1998, le ispezioni raggiungono un punto di rottura. Saddam espelle gli ispettori. Stati Uniti e Regno Unito rispondono immediatamente con l’Operazione Desert Fox — quattro giorni di bombardamenti su tutto l’Iraq. Vengono colpite infrastrutture, presunti siti legati alla produzione di armi e i palazzi presidenziali di Saddam.
Poi… l’11 settembre. L’attentato alle Torri Gemelle. Dietro l’attacco: al-Qaeda. Gli Stati Uniti dichiarano una guerra totale al terrorismo. Preso nel mezzo, Saddam viene accusato di collaborare con i terroristi. Washington sostiene che Saddam, se lo volesse — o se non l’avesse già fatto — potrebbe fornire ad al-Qaeda armi di distruzione di massa.
Gli viene ordinato di accettare immediatamente il ritorno degli ispettori nel Paese. Saddam accetta. Nel frattempo, durante le elezioni presidenziali del 2002, il sostegno a Saddam sembra raggiungere un nuovo record. Ottiene il 100% dei voti stavolta — 11.450.000 schede elettorali, nemmeno una contraria.
Il portavoce del Dipartimento di Stato statunitense, Richard Boucher, liquida il risultato come «nemmeno degno del nostro scherno», mentre il vice iracheno Izzat Ibrahim ribatte: «Che vi piaccia o no, questa è una cifra reale». Ancora una volta, il risultato parla da sé. Alle Nazioni Unite, intanto, la tensione cresce. All’Iraq viene imposto un ultimatum: la Risoluzione 1441. Per un intero anno, gli ispettori ottengono accesso.
Perquisiscono siti militari, laboratori, magazzini. Non trovano nulla. Nessuna arma chimica, biologica o nucleare. Per una volta, l’uomo responsabile della morte di quasi due milioni di persone e di oltre 4000 miliardi di euro di distruzione nella regione… Saddam… dice la verità. Ma Stati Uniti e Regno Unito non sono convinti.
Spingono per un intervento militare. Le Nazioni Unite rifiutano di autorizzarlo. Così, nel 2003, i due Paesi invadono l’Iraq ugualmente. Inizia la guerra in Iraq. Le forze statunitensi e britanniche, sostenute da milizie curde, prendono rapidamente il controllo del Paese. Baghdad, cade. La statua di Saddam Hussein viene abbattuta nel centro della città.
Viene istituito un governo temporaneo — l’Autorità Provvisoria della Coalizione — guidato dall’amministratore statunitense Paul Bremer. L’esercito iracheno viene sciolto, il partito Ba’ath bandito. Il Paese crolla su sé stesso. Si apre un vuoto di potere: anarchia e violenza prendono il sopravvento sull’Iraq.
Il 13 dicembre 2003, Saddam viene catturato nei pressi di Tikrit durante l’Operazione Red Dawn, mentre si nasconde in una piccola buca sotterranea. Viene visitato da medici, perquisito, poi trasferito a Camp Cropper, vicino a Baghdad. Per quasi tre anni rimane in detenzione: legge, scrive poesie — tra cui una sul presidente statunitense George Bush — e si prende cura di alcuni cespugli nel cortile della prigione.
Il suo processo inizia nel 2005. È caotico. I suoi avvocati vengono attaccati — alcuni assassinati — e i giudici vengono sostituiti sotto pressione politica. Fin dall’inizio, Saddam contesta la legittimità del tribunale. Urla, insulta i giudici, definisce la corte una marionetta dell’occupante americano.

Sa che verrà giustiziato, quindi non si sforza minimamente di collaborare. Per ottenere una condanna rapida, l’accusa si concentra su un solo caso: i fatti di Dujail del 1982, in cui 148 civili sciiti furono giustiziati dopo un attentato contro la sua persona.
È l’imputazione più semplice e sbrigativa da dimostrare. Nel novembre 2006, Saddam Hussein viene condannato a morte. Il 30 dicembre 2006 viene condotto al patibolo. Rifiuta di indossare il cappuccio. I presenti lo insultano. «Vai all’inferno», gli gridano. Saddam risponde: «L’inferno che è l’Iraq?» Inizia a recitare la dichiarazione di fede islamica.
Prima che possa finirla… la botola si apre. Il suo corpo viene consegnato alla famiglia e sepolto nei pressi della sua città natale, Tikrit. Dopo Saddam, l’Iraq sprofonda nell’inferno. Milizie curde, sunnite, sciite e legate ad al-Qaeda… si rivoltano le une contro le altre. Nel 2011, sotto continui attentati suicidi, autobombe e sparatorie, le forze statunitensi si ritirano, lasciando l’Iraq al proprio destino.
L’invasione USA–Regno Unito ha causato, secondo le stime, da alcune centinaia di migliaia fino a quasi un milione di morti civili — molti per la violenza, ma anche per fame e mancanza di cure mediche. L’intervento statunitense viene ampiamente condannato a livello internazionale, anche da parte di chi ci ha combattuto. Dal vuoto di potere emerge una nuova forza: l’ISIS.
Nel 2014, l’ISIS conquista Mosul e proclama un califfato tra la Siria occidentale e il nord dell’Iraq: lo Stato Islamico. Seguono anni di guerra. Le città irachene vengono rase al suolo. Milioni di persone… sono costrette a fuggire. Verso il 2019, anche l’ISIS crolla. Dopo quattro decenni di leader a giocare alla politica dietro le scrivanie, il popolo iracheno le ha passate tutte — sono stati oppressi, gasati, attaccati con armi chimiche, bombardati, colpiti dalle sparatorie, gli edifici gli sono crollati addosso,
hanno sofferto la fame, la mancanza di medicine, a volte senza acqua né elettricità. Da Saddam, all’occupazione statunitense e britannica e alle lotte di potere che ne sono seguite, gli iracheni hanno resistito… a tutto. E solo ora, più o meno… l’Iraq è, finalmente, nelle mani del suo popolo.
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