Per far spazio all’arma invece il motore fu spostato al centro del veicolo col pilota e comandante davanti al vano motore. Cambio e freni rimasero davanti invece alla postazione di guida, come sull’M1441 originale. Il primo prototipo fu completato alla fine di febbraio 1942 e sottoposto a collaudo il 5 marzo. I test evidenziarono subito che la protezione dell’equipaggio era insufficiente.
Venne quindi realizzato uno scudo più ampio che copriva fronte, lati e tetto della culatta, migliorando così la sicurezza e consentendo di installare l’apparato radio all’interno. Il 6 aprile 1942 il CEO di Ansaldo, Agostino Rocca, informò Cavallero che il veicolo superava le aspettative grazie all’abbinamento tra cannone da 9053 e telaio M1441 e nello stesso giorno erano già assemblati i primi sei esemplari.
Contemporaneamente furono prodotti anche 10 carriando M41 e sette carri alle 6 trasporto munizioni destinati a supportare le unità sul campo. Rocca sottolineava come la conversione dei carri alle 640 e la produzione dei 620 fosse prioritaria, pianificando la consegna dei restanti mezzi entro la fine del mese senza pause.
Anche le officine Viberti di Torino parteciparono al progetto realizzando 30 rimorchi per munizioni, ciascuno capace di trasportare 40 colpi. Capirete successivamente il perché si costruirono questi rimorchi per trasportare le munizioni. Il 23 aprile 1942 Rocca comunicò al generale Piero Ago che erano stati consegnati altri 12 M41M e 12 L6 portando il totale dei semoventi prodotti a 24, mentre sei carri comando M41 erano già pronti nei depositi di sestriponente.
Nonostante l’impegno e le idee innovative, quindi l’M41M da 9053 rimase un veicolo numericamente limitato e con evidenti vincoli operativi. Più che una soluzione ideale, rappresentò una risposta rapida alle esigenze del Reggio esercito, segnando comunque un passo importante nella sperimentazione italiana di artiglieria semovente. Partendo dallo scaff e dal sistema propulsivo, diciamo che il semiovente da 9053 era basato, come già detto, sullo scafo del carro armato M1441 prima serie e conseguentemente molte sue caratteristiche sono tranquillamente riconducibili a quel carro. Tra le più

famose abbiamo indubbiamente la trasmissione posta davanti al pilota, le affidabili ma ormai obsolete sospensioni a balestra, le quali non permettevano al Seiovente di andare a velocità superiore ai 35 km/h su strada, ponendo un importante limite alla mobilità complessiva del mezzo. E infine abbiamo la tipica forma allungata obliqua che caratterizzo da sempre tutti i carri M.
Nella parte frontale dello scafo erano inoltre presenti il pilota a sinistra e il comandante a destra, mentre l’artigliere e il servente erano situati dietro lo scudo del pezzo da 90 mm. Il motore identico a quello dell’M1441 era un Fiat SPA 15T modello 1941, un diesel a da 8 cilindri a V dalla potenza di 145 cavalli a 1900 giri al minuto.
Il vanomotore era posizionato, come già accennato, al centro del veicolo per liberare spazio nella parte posteriore per il cannone. Il telaio del semovente era allungato di circa 17 cm rispetto all’ M14 base e il cannone veniva montato su un fulcro su una piattaforma posteriore.
Il peso operativo era di 15,7 tonnellate, ovvero circa 1,5 tonnellate in più rispetto all’ M1441 che ne pesava appunto 14. La corazza del telaio era, purtroppo, aggiungerei, identica a quella dell’M14, ovvero 30 mm sulla piastra frontale arrotondata della trasmissione, 25 mm sulla piastra superiore inclinata a 80°, solo 30 mm frontali verticali per giunta della cabina di guida, 25 mm sui fianchi e sulla parte posteriore, 15 sul tetto della cabina, 10 sul tetto del vanomotore e sugli sportati di ispezione, mentre il pavimento era spesso solo 6 mm. L’armatura era fissata su un telaio interno che permetteva una costruzione più rapida e la
sostituzione più semplice delle piastre, sebbene rendesse il veicolo leggermente più pesante e la protezione generale meno efficace rispetto a una corazza saldata o fusa. Lo scudo del cannone, infine, aveva uno spessore di 30 mm sul fronte inclinato a 29°, guance centrali da 15 mm inclinate a 18° e lati da 15 mm verticali con tetto anch’esso da 15 mm, dove peraltro sulla sommità erano presenti due aperture per i periscopi del cannoniere e del servente. Il ruolo principale però di questo semovente era indubbiamente l’ingaggio e la
distruzione di ogni possibile minaccia corazzata alleata. E tutto ciò era possibile grazie al già citato eccellente cannone da 9053, modello 1939. Derivato dal cannone Ansaldo Oto da 9050 per la reggia Marina, essa era un’arma contraerea da 90 mm, utilizzata anche come cannone anticarro. Circa 500 pezzi furono impiegati in Nord Africa e sulla terraferma italiana, talvolta anche per tiro indiretto come l’artiglieria da campagna.
La sua elevazione sul semiovente variava da -5° a +19° e la rotazione era di 45° per lato. Quindi, in altre parole, la torretta, se così si può chiamare, non era nemmeno in grado di ruotare a 360°. Il cannone pesava da solo 8950 kg nella versione trainata, aveva una cadenza di tiro di 19 colpi al minuto e una gittata massima di 17.400 400 m contro bersagli terrestri e 11,m 300 m contro bersagli aerei.
Grazie al suo munizionamento, il cannone da 90 mm potè essere facilmente paragonato a livello prestazionale all’eccellente flac 88 tedesco. Tuttavia le munizioni anticarro erano raramente consegnate, limitandone l’efficacia contro i mezzi corazzati nemici. E adesso è arrivato il momento di rispondere a un dubbio posto precedentemente.
Vi ricordate che furono prodotti anche quei famosi L6 portamunizioni? Perfetto. Ebbene, il motivo per cui le munizioni venivano trasportate in gran parte al di fuori del mezzo era perché a bordo del semovente erano disponibili solo otto posti per otto proiettili, una grave limitazione per il veicolo, integrati però da 26 colpi sui carri 640 trasporto munizioni che li seguivano in ogni loro spostamento più altri 40 nei rimorchi corazzati dalle officine Viberti per un totale di 74 colpi disponibili per il veicolo.
Il semiovente risultava quindi un mezzo imponente, capace di mettere in campo un’arma temuta e rispettata, ma al tempo stesso gravato da limiti strutturali e logistici che ne avrebbero condizionato l’impiego. Ed è proprio sul campo di battaglia che questi punti di forza e di debolezza sarebbero emersi con maggiore chiarezza. I pochi M41M che l’Italia di Mussolini sepp produrre furono assegnati a tre gruppi organizzati come unità anticarro e destinati inizialmente al fronte orientale, ma le circostanze li portarono invece in Sicilia a partita dal dicembre del 1942 in
preparazione a un’eventuale invasione alleata. Lì tra addestramento ai preparativi difensivi i sei moventi subirono modifiche e riparazioni per adattarsi alle nuove condizioni operative. Durante la campagna di Sicilia, a partire dal 10 luglio 1943, il decimo raggruppamento artiglierie contro carro da 9053ovente entrò in azione per supportare le unità costere italiane.
Nonostante la potenza del cannone, la scarsa coordinazione e la pressione degli attacchi alleati portarono a perdite rapide e ingenti. Molti veicoli furono distrutti o abbandonati e le unità superstiti si ritirarono in condizioni disperate. Alcune testimonianze raccontano episodi di coraggio e ingegno, come l’imboscata di due semioventi nascosti in un tunnel ferroviario, capaci di fermare temporaneamente colonne americane prima di esaurire le munizioni.

Ma tutto ciò, come insegna la storia, non bastò. Gli ultimi M41M superstiti furono catturati dai tedeschi dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. Alcuni furono riutilizzati, ma la maggior parte non vide più il campo di battaglia. L’unico veicolo rimasto ad oggi è conservato ad Aberde Proving Ground negli Stati Uniti, sottoposto a un restauro completo nel 2013 con una nuova mimetica il ripristino della sagoma originale.
Nonostante dunque la sua produzione limitata e l’uso sfortunato, il semovente M41M rimane un esempio di come l’ingegno e la determinazione possano dare vita a un’arma potente, capace di incutere rispetto anche nei momenti più disperati. Sicuramente era un bel btione, il pezzo da 90, come lo ricordiamo qua in Italia, nato per fermare i giganti corazzati, ma che la storia condannò ad essere più una leggenda che un protagonista.
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