Lui volle sperimentare l’utilizzo in battaglia delle mongolfiere. Considerate che fino ad allora erano al massimo utilizzate come punti di osservazione e a luglio 1849 gli fu dato il via libera di provare le sue invenzioni. Testò svariate tipologie di mongolfiere per bombardare Venezia, alcune effettivamente pilotate e manovrate da alcuni uomini che erano incaricati di manovrare e lanciare ordigni.
Ma data la pericolosità di questo compito, Benno testò anche mongolfiere completamente autonome a cui venivano montati degli ordigni sospesi alla loro stessa miccia. L’idea era quello di farle volare verso Venezia grazie al vento e gli ordigni venivano innescati prima del loro lancio. Secondo i calcoli matematici di Benno che tenevano conto delle correnti del vento e del tempo di volo delle mongolfiere era basata la lunghezza delle micce degli esplosivi, appunto per non farli esplodere in volo.
Il risultato di questi bombardamenti è stato praticamente nullo, fortunatamente per i veneziani di allora. Ma l’idea di Benno era incredibilmente moderna. Le mongolfiere spinte dal vento racchiudono proprio il concetto di drone. Volare con dell’esplosivo è estremamente rischioso, allora costruiamo un velivolo autonomo.
E a questa idea di Benno possiamo anche attribuire dei metodi per contrastare le mongolfiere. Più che altro erano concettuali, non sono mai stati realizzati. Però si pensò da parte degli italiani di realizzare anche delle mongolfiere che andassero a intercettare le mongolfiere bombardiere e addirittura dei sistemi antiaerei da terra.
[Musica] Ma l’idea di costruire aerei velivoli autonomi è sempre ronzata nella mente di molti ingegneri aeronautici e durante la Prima Guerra Mondiale il corpo aeronautico, che sarebbe l’analogo dell’Aeronautica Militare italiana di oggi, provò a costruire un aereo autonomo in grado di scavalcare le trincee nemiche e di colpire zone sensibili fuori tiro dalle artiglierie e dal 1916 vennero costruiti e testati dei prototipi di aerei chiamati torpedini aeree con l’ovvio riferimento all’arma navale già fermata tra il 1700 e il
- Questi velivoli autonomi furono fatti volare nella base militare di Furbara, nel Lazio. In pratica erano piccoli velivoli di legno dotati di un singolo motore adelica e al posto di avere un carrello normale erano appoggiati su di una struttura con delle ruote che scorrevano sui dei binari. Questo permetteva all’aereo di librarsi nel cielo dopo essersi staccato dalla struttura, mentre le superfici di volo erano controllate da dei giroscopi meccanici che cercavano di mantenere la torpedine stabile in aria. La distanza

più ampia percorsa da uno di questi prototipi fu stabilita a settembre 1918 che fu di 300 m, ma col finire della Prima Guerra Mondiale il progetto fu abbandonato. binari e giroscopi fanno pensare a un’altra arma autonoma molto più famosa però della Seconda Guerra Mondiale e il fatto che già nel 1910 e qualcosa si sperimentasse un progetto molto simile è impressionante.
Ma la storia dei drone italiana è proseguita appunto anche durante la seconda guerra mondiale e il primo tentativo di costruire un aereo controllato a distanza fu il progetto ARP, ovvero aereo radiopilotato. ARP fu concepito nel 1940 dall’ingegnere ufficiale Ferdinando Raffaelli che, cosciente dei limiti della regia aeronautica in fatto di bombardieri antinave, si concentrò sullo sviluppare un aereo controllato a distanza senza equipaggio, ma RP non doveva essere un aereo bomba che si schiantava semplicemente contro i
bersagli, dato che aveva anche un sistema di sgancio per le bombe. Questo aereo aveva l’ovvio vantaggio di mantenere al sicuro il suo pilota in caso fosse stato abbattuto. Infatti la Viere che era i suoi comandi stava su un altro aereo ben distanziato dalla contraerea avversaria. Il velivolo scelto come RP fu il Savoia Marchetti 79, il bombardiere italiano più prodotto durante la seconda guerra mondiale in ben 13 esemplari.
L’Pne predisposto con una stazione radio chiamata AR18. Questa riceveva i comandi da un trasmettitore RA320 montato su un altro aereo, il Kant Z17 bis, soprannominato pilota o semplicemente P. Questi comandi venivano convertiti da onde corte al movimento delle superfici di volo della RP, grazie a un sistema elaborato dal pilota e asso aeronautico Mario de Bernardi.
Il limite della RP è che non poteva decollare autonomamente, infatti l’SM79 era stato modificato con una cellula per un singolo pilota che lo faceva decollare e una volta raggiunta la quota di crociera il pilota si sarebbe lanciato con il paracadute. Considerate che non esistevano ancora telecamere in grado di trasmettere in tempo reale e dunque la RP bisognava controllarlo a vista e quindi fu dipinto di giallo per favorire l’individuazione e il pilotaggio dall’aereopilota.
Nonostante descrivendolo così sembri un progetto incredibile, era molto rudimentale come sistema, ma la regia aeronautica provò lo stesso a sperimentarlo e nel 1942, durante la battaglia di mezzo agosto, vide il suo primo e unico volo in battaglia, soprannominando il suo impiego come operazione Canarino, dato il colore della RP.
Il 12 agosto 1942 la RP e l’aeropilota si liberarono in aria con successo da Villacidro, comune del sud della Sardegna. Ma poco dopo un condensatore del trasmettitore dell’aeropilota si bruciò e fu impossibile sostituirlo in volo. La RP proseguì fino all’esaurimento del carburante e si schiantò sulle coste algerine.
A quanto pare, secondo l’equipaggio dell’aereo pilota, non era mai successo durante i test che il trasmettitore desse problemi, però potrebbe essere legato all’usura del trasmettitore. Ma questo gruppo di ingegneri non si scoraggiò e si mise a lavorare a un altro aereo. E Sergio Stefanutti, famoso ingegnere che in seguito lavorerà prototipi di aereo a getto, propose la costruzione di un aereo estremamente rudimentale, assemblato addirittura con parti scartate dalle linee di produzione di altri velivoli, in pratica motori, ali, superfici di volo che però non avevano
passato i test del controllo qualità. E questo progetto venne soprannominato AR, ovvero assalto radioguidato e fu preso in carico dall’azienda Aeronautica Lombarda. Analogamente alla RP la R non poteva decollare da solo e quindi era dotato di equipaggio che inizialmente doveva portarlo in quota di crociera e addirittura il sistema trasmittente doveva essere montato anche sull’agile caccia Macchi 202.
Questo per rendere ancora più versatile la R. Tra il 1942 e il 1943 la R fu testato e si dimostrò sufficientemente affidabile, tanto che ne furono costruiti due pronti per essere utilizzati, ma con l’armistizio dell’8 settembre i lavori si fermarono [Musica] completamente. Fino ad ora ho menzionato soltanto dei veliboli dotati di qualche tipologia di arma, ma in realtà c’è un’altra applicazione per questi droni pilotabili da remoto, ovvero gli aerobersagli.
L’aereo bersaglio è un drone che viene utilizzato per testare sistemi d’arma antiaerei o per allenare i piloti a colpire appunto i bersagli. Questa tecnologia iniziò a svilupparsi a ridosso della seconda guerra mondiale ed è proprio in Italia che nacque un’azienda tra le più famose produttrici di aereobersagli. Alla fine della seconda guerra mondiale il pilota plurimedagliato chiamato Furio Lauri decise di recuperare l’aeroporto di ronchi dei legionari in Friuli Venezia Giulia e nel 1947 assieme ad alcuni soci fondò la Meteor e dopo la produzione di
svariate serie di aree civili tra cui anche idrovolanti, nel 1959 la Meteor iniziò a esplorare un nuovo settore, proprio quello dei droni aereo bersaglio. La pratica di convertire gli aerei normali in velivoli radiocomandati da usare come bersaglio era piuttosto comune e la tecnica era molto simile a quella usata nella RP, ma la meteor puntò a realizzare degli aerobersagli più economici e prodotti in massa.
Dunque, venne prodotto il primo prototipo, il P0, costruito in legno e con un motore Elica, a cui seguirà una partnership prima con la Francia, che le affidò alla manutenzione dei droni aerobersaglio CT20 e poi con gli Stati Uniti che porterà allo sviluppo nel 1974 della serie di aerobersagli a getto Mirac, del sistema di teleguida da terra ALMAC e di navigazione automatica Sira, tutti e tre i nomi derivanti da costellazioni.
Tra l’altro gli eredi di questi sistemi sono ancora utilizzati anche in Italia e dopo questo grande successo negli anni 90 Furio Lauri decise di cedere le sue quote ad Alinea Aeronautica, quest’ultima facente parte della holding a guida pubblica chiamata Film Meccanica. [Musica] E qui ragazzi si incasina un po’ tutto perché ci furono diverse riorganizzazioni interne non solo in film meccanica, ma anche in tutte le aziende delle difese europee.
Sicuramente potrebbe essere il tema di un video a sante. Quindi cercherò di semplificare. Agli inizi del 2000 Film Meccanica assegnò la produzione degli aerobersagli Mira a un’altra azienda che controllava, la Selex, con sede a Campi Bisenzio in Toscana. Selex, oltre a continuare la serie dei Mirac, sviluppò un vero e proprio drone da sorveglianza, il Mirac 150, soprannominato Nibbio.
Si trovano poche informazioni a riguardo, ma fu un prototipo piuttosto interessante. In pratica era un drone aerobersaglio Mira, ma con dei sistemi ottici avanzati e dunque poteva essere utilizzato per esplorazione e sorveglianza, dato che sfruttava gli stessi sistemi del lancio del Mirac, poteva essere lanciato sia da una rampa con dei razzi di supporto, oppure da aerei ed elicotteri con un pilone apposito.
E anche questo drone non era dotato di armi, perché il suo compito era quello di esplorazione e ricognizione, che sono comunque due compiti piuttosto rischiosi per un aereo con equipaggio, sia perché non sai cosa ti aspetta, ma anche perché non puoi mantenere più di tanto in volo un equipaggio, mentre un drone può essere seguito da diversi operatori che fanno i turni, ovviamente, però al sicuro.
In parallelo, Selex sviluppò un altro drone, sempre da sorveglianza, molto più complesso del Nibbio, ovvero il falco, che è un vero e proprio aereo aica dotato di carrelli. E questo è il primo vero e proprio UAV italiano, ovvero Amended Air Vehicle, cioè velivolo senza pilota per definizione e volò per la prima volta nel 2003.
Questo drone, oltre a essere categorizzato come UAV, è anche un drone male, no, non è maschio, ma medium altitude long endurance. Significa che può arrivare ad altitudini medie tra i 5 e i 15 km e può rimanere in volo per almeno 12 ore circa. L’altra rivoluzione che ha portato il falco è l’abilità di poter decollare e riatterrare in maniera autonoma.
Infatti, con dei sistemi di controllo terrestre automatizzati, il drone si collega con delle antenne e riesce ad atterrare, appunto, da solo. Tra l’altro questo drone ha qualcosa in comune con il caro armato italiano P2640 della Seconda Guerra Mondiale, dato che sia Falco che P40 sono stati fatti sfilare nella parata del 2 giugno 2011.
Ci sono queste foto vicino al Colosseo che sono praticamente fatte nello stesso momento. È troppo bello. Ma questo progetto non bastò all’Aeronautica Militare italiana. Infatti il primo drone mail in servizio nelle forze armate italiane non fu italiano, sfortunatamente, dato che il falco era in sperimentazione e quindi l’Italia decise di acquistare un’unità più rodata, ovvero il famigerato MQ1 Predator.
Considerate che questo è un Ukav, quindi è un velivolo senza pilota da combattimento, appunto, dal cista per combat ed ha effettuato il suo primo volo nel 1994 e in Italia venne messo in servizio nel 2004. Immagino che lo conosciate, ha praticamente l’elica in configurazione spingente. Ha due piloni che in generale vengono occupati da dei missili Hellfire, che sono dei missili a guida laser.
Il predatore è rimasto in servizio in Italia fino al 2022-2023 e attualmente è ancora in servizio un altro drone statunitense sempre Ukav, ovvero l’MQ9 Reaper. In pratica questo drone è l’evoluzione diretta dell’M1. Ha 15 volte la capacità carico dell’M1 ed è in grado di portare più armamento diversificato contemporaneamente. Il Reaper è in servizio presso il 32º Stormo di Foggia in Puglia.
[Musica] Altre aziende però si cimentarono con la produzione di UAV sperimentali, come l’ha già citata alline aeronautica che sviluppò due prototipi. Skyx, che è un drone a getto che ha preso il volo per la prima volta nel 2005 ed è considerabile uno dei primi loyal wingme sviluppati in Europa, magari suonerà familiare per chi ha visto il video dedicato ai jet di sesta generazione, mentre invece per chi non sapesse cosa sia è il gregario fedele, quindi è un drone che assiste agli altri aerei, magari può portare dell’equipaggiamento
aggiuntivo per il caccia principale o addirittura può rifornirlo in volo. È stranissima questa cosa, davvero. Nel 2005 già testavamo questa tipologia di aerei, è pazzesco. E dovrebbero essere quei sistemi che poi andranno integrati sempre di più con i caccia di sesta generazione. In pratica il caccia di sesta generazione diventerà il fulcro dove tutti questi droni girano attorno e lo aiutano.
E lo Skyx era stato testato proprio per poter rifornire gli altri aerei come l’Eurofighter. Ma leg fermò qui e sviluppò anche lo Sky Y, questo molto più simile a un drone classico, cioè motore elica in configurazione spingente, c’ha il musone e per la prima volta volò nel 2007. Insomma, da questo possiamo evinere che i primi del 2000 furono gli anni più prolifici per la produzione di droni italiani.
C’è un altro che non ho ancora menzionato, ovvero il Falco Evo. In pratica è un’evoluzione del falco, sempre prodotto da Selex, che è il primo Ucavalio, poteva portare circa 70 kg di equipaggiamento e nel 2009 venne prodotto proprio per l’esportazione, più che altro a paesi emergenti che necessitavano di un UCAV a buon mercato e addirittura le Nazioni Unite che ne hanno fatto uso in Congo.
Però queste nazioni elencate non è che l’hanno utilizzato principalmente come Ukav, ma piuttosto da sorveglianza e [Musica] ricognizione. E ora ci siamo, parliamo degli scandali. Oh, perfetto. E dunque parliamo di Alpi Aviation e Piaggio Aerospace. Forse Piaggio vi dirà qualcosa, ma magari Alpi Aviation non la conoscete e partiamo proprio da quella.
Si tratta di un’azienda fondata nel 1999 vicino Pordenone che si occupa di piccoli velivoli ad ala fissa e rotante da turismo, ma si è cimentata anche nel mondo dei droni con due prodotti di relativo successo. serie Strix, che è un drone tuttala da sorveglianza, schierabile direttamente dai fanti a terra con una specie di rampa catapulta ed è stato utilizzato anche in Afghanistan dell’esercito italiano, ma anche il Sixon che è invece un drone trotore doppio in grado di volare a punto fisso, in pratica come i moderni
droni per fare le riprese. Il fatto è che nel 2018 Alpi Aviation è stata puntata dal governo cinese ed è stata acquistata per il 75% da una società di Hong Kong. Per chi non lo sapesse, le ingerenze di nazioni estere in aziende che si occupano di materiale così sensibile come gli armamenti, sono estremamente regolamentate e per quanto possa sembrare di poco conto un drone da sorveglianza, senza permesso esplicito dal Parlamento, non è possibile che un’azienda estera possa avere quote di maggioranza o letteralmente entrare
nell’amministrazione di un’azienda della difesa italiana. Ma per fortuna lo Stato italiano è intervenuto prontamente, sì, dopo 5 anni, ma prima ancora che il processo fosse terminato, la società cinese rivendette le sue quote a un socio italiano. Dopodiché il processo si concluse e tutti gli imputati ne uscirono scagionati perché gli avvocati della difesa sono riusciti a dimostrare che il drone Stcks non è un’arma e non ci sono stati scambi di knowwhow o informazioni segretate tra Alpi Aviation e appunto la società cinese che dovrebbe
chiamarsi Mars. Il fatto è che nel 2019 sicuramente Alpi Aviation ha partecipato all’Aviation Expo di Beijing, appunto, in Cina e ha portato anche un suo drone che a quanto pare è stato spedito come semplice aereo radiocomandato, in pratica poco più di un giocattolo. Lascio a voi le conclusioni, ma forse c’è di peggio o Piaggio, se preferite.
Per chi non lo sapesse, Piaggio si occupa di praticamente ogni mezzo di trasporto dal 1884. autocarri, locomotive, trama, aere moto, tutto. E uno dei prodotti recenti più di successo di una branca del Piaggio Group, Piagio Aerospace, è l’aereo privato P180 avanti, costruito in due versioni, il P180 avanti 1 e il P180 avanti 2.
Ha due motori elica in configurazione spingente e addirittura delle Canard, perché sì, ha delle superfici di volo proprio su queste Canard. E nel 2013 volò per la prima volta una versione particolare del P180, il P1 Hammered o pesce martello, appunto, per le canard davanti. E questo è un drone, questo è proprio un Ukav categorizzato come maile.
Contemporaneamente allo sviluppo di questo P1 Piaggio Aerospace se la passava molto male. Tanti operai in cassa integrazione, bilanci non proprio chiarissimi e il governo italiano di allora decise di provare a tenerla in vita anche con sistemi particolari. In pratica cedette le quote di maggioranza al fondo sovrano di Mubadala, quello degli Emirati Arabi.
Ve la ricordate la regola niente ingerenze essere nell’azienda della difesa senza permesso? Ecco, in realtà qua c’è stato il permesso, però comunque è parecchio strano che per salvare una nostra azienda dobbiamo cederla per forza agli Emirati Arabi. Ma le stranezze non finiscono qua. A quanto pare gli Arabi avevano bisogno di un mail e il più uno a cacca.
era il prodotto perfetto da rifilargli. Tecnicamente il pregio di questo drone è la velocità. Per il resto non sembra aver mai soddisfatto i requisiti italiani né tantomeno quelli ato. Soprattutto i problemi erano legati alle antenne di bordo e anche all’autonomia considerata inferiore rispetto appunto ai dei droni competitor come può essere appunto il Predator.
C’è anche l’incidente particolare del maggio 2016. Considerate che all’epoca Piaggio era in possesso di 2 più e proprio lo stesso giorno uno dei due veniva consegnato agli Emirati e l’altro Ammered volante in Italia subì un incidente in mare a ovest di Trapani in Sicilia. Insomma, è una coincidenza particolare, è un test, comunque tutto può andare male durante i test, ci può stare, ma ad aprile 2020 Report, la trasmissione di Rai 3, ci fece un pezzo in cui ne parlò e raccolse una testimonianza in forma anonima di un altro rappresentante della
difesa che assistette all’incidente e per lui non c’erano dubbi che fosse stato fatto apposta per cancellare il programma forzatamente. Non so quanto questa cosa possa essere effettivamente vera, però è una coincidenza particolare. Gli consegniamo il drone e il nostro sparisce. Strano, ma il tentativo di mantenere in vita la Piaggio Aerospace non funzionò, tanto che nel 2019 il governo di allora ordinò per l’Aeronautica militare italiana una decina di P1H, ancora una volta inutili per le nostre forze armate, tanto che ci
fu una controproposta dell’AMI, ovvero una versione aggiornata del P1, il P2H, che invece cercava di soddisfare i requisiti, in particolare, come detto, legati alle ore di volo, ma il P2 2 non è mai stato sviluppato e a quanto pare la produzione dei P1 [Musica] continua. E parliamo di qualcosa di più positivo.
Leonardo, che è diventato il nuovo nome di Fil Meccanica dal 2016, sta lavorando a diversi progetti. Uno è Low Hero, che è un UAV ad rotante in grado di volare a punto fisso ed è stato fatto apposta per poter decollare dalle navi, quindi sarà più che altro ad utilizzo marittimo perché ovviamente o hai un sistema con una rampa a razzo, come possono essere appunto i Mirac, oppure lo fai decollare in verticale.
Ci sono altri droni sempre navali che invece sfruttano altri sistemi. in pratica vanno a modificare l’assetto delle eliche per poter volare più velocemente e poi quando devono atterrare ritornano in configurazione elicottero, possiamo dire così. però lo hero sembra piuttosto interessante e anche abbastanza particolare.
Praticamente tutti questi droni moderni possono essere utilizzati per fare dataalink, quindi voi lanciate un missile, un’arma, qualsiasi cosa, potete fare ponte radio con questi droni, perciò sono veramente utili per estendere il raggio di magari sistemi missilistici o appunto qualsiasi cosa. Oltre a questo elicottero drone, Leonardo sta lavorando ad altri progetti che potrebbero andare ad affiancare il drone statunitense Reaper, ovvero le ultime generazioni di falco, il falco Astore e il Falco Xplorer. Entrambi sono
dotati del radar ultraleggero gabbiano per sorveglianza legata alla difesa aerea. L’Astore è in grado di portare un carico bellico di circa 200 kg, mentre l’Explorer di circa 350. Considerate però che il Reaper Block 5 ha una capacità di carico di quasi 1800 kg. Questo significa che i droni italiani al momento sono più che altro incentrati su un carico relativamente leggero e più con compiti legati alla sorveglianza e alla ricognizione.
Mentre a livello europeo ci sono due progetti interessanti che vale la pena citare. Il Neuron e si tratta di un UCAV Loyal Wingman sviluppato da Italia, Francia, Grecia, Spagna, Svezia e Svizzera. E oltre alle caratteristiche dei gregari fedeli che abbiamo visto prima, questo avrà un altro requisito fondamentale, la bassa osservabilità radar, dunque la capacità stealth, possiamo dire, appunto per potersi integrare con i caccia di quinta, ma anche con i caccia di sesta generazione.
Il Neuron ha volato per la prima volta nel 2012 e dopo un periodo di silenzio l’Alto comando francese ha annunciato che il Neuron affiancherà Raffal, aereo di generazione 4.5 5 francese tra il 2030 e il 2035. E il neuron volerà anche nei cieli italiani? È possibile, ma Leonardo potrebbe costruire un UCAV simile parallelamente al progetto dei Jet di sesta generazione nel programma GCP in collaborazione tra Regno Unito e Giappone.

L’altro progetto è l’Eurodron a cui hanno partecipato allo sviluppo le quattro nazioni pilastro dell’Unione Europea, dunque Italia, Francia, Spagna e Germania. Questo avrà una capacità di 2300 kg, superando di non poco quello dello statunitense Reaper e sarà capace di rimanere in volo per un massimo di 40 ore consecutive.
Parlo al futuro perché ancora questo drone non ha volato, infatti ci si aspetta il suo primo volo nel 2027. Tutt’ora si sta allestendo il suo sito produttivo in Baviera, regione nel sudest della Germania. Ma per questo video penso che possa essere abbastanza e magari faccio un paio di precisazioni, giusto per chi magari è arrivato fino alla fine.
Allora, adesso Piaggio Aerospace. A quanto pare l’ha acquistata la Bayraq, che è un’azienda turca produttrice di droni, mentre il P1 rimane in produzione solo per l’Aernautica Militare italiana, dato che gli Emirati Arabi non ne vogliono più. Un’altra cosa da precisare è che non ho citato tutti i droni di piccola taglia.
Ce ne sono alcuni che abbiamo sperimentato in Afghanistan più o meno nel periodo di sviluppo del Nibbio. Magari vi lascio qualche foto se riesco a trovarla, però sono veramente scarse le informazioni in merito e quindi ho preferito citare qualcosa di un pochettino più conosciuto, come appunto lo Strix. Ora è veramente tutto. Alla prossima. Ciao. Ciao.
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