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ULTRAS II QUANDO IL CALCIO NON È PIÙ UN GIOCO

Il motivo di questa allerta non è solo sportivo, ma logistico e sociale. Il 4 febbraio è infatti in programma l’attesissima festa di Sant’Agata, la patrona di Catania. Un evento sacro che mobilita l’intera città. Il sindaco sottolinea come la sovrapposizione tra la vigilia di questo imponente evento cittadino e un match calcistico di tale portata avrebbe potuto causare ingenti e incontrollabili turbative all’ordine pubblico.

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Nonostante questi chiari avvertimenti e l’iniziale ipotesi di far disputare la sfida in un orario pomeridiano più gestibile alle 15 del 2 febbraio, la Lega Calcio prende una decisione diversa scegliendo le ore 18 dello stesso giorno come orario per il fischio d’inizio. L’atmosfera all’interno dello stadio Angelo Massimino è densa, surreale.

Prima dell’inizio dell’incontro viene osservato un minuto di silenzio. Il mondo del calcio è già scosso da un lutto recente. Si commemora Ermanno Licursi, un dirigente morto tragicamente solo il 27 gennaio nel disperato tentativo di sedare una rissa scoppiata su un polveroso campo di terza categoria.

Ma proprio durante quel minuto di raccoglimento il silenzio viene squarciato in modo grottesco. Partono improvvisamente i fuochi d’artificio predisposti in onore della contemporanea festa di Sant’Agata.  È un contrasto stridente, il primo inequivocabile presagio che il controllo della situazione sta per sfuggire di mano.

Il primo tempo scivola via, ma è all’inizio della ripresa che si innesca la scintilla fatale.  A causa di alcuni problemi organizzativi durante il tragitto, i tifosi ospiti del Palermo arrivano a ridosso dell’impianto con un netto ritardo, facendo il loro ingresso allo stadio ben 10 minuti dopo l’inizio del secondo tempo.

Fuori dalla struttura in concomitanza con questo arrivo, la situazione precipita. Iniziano i primi violenti scontri con alcuni tifosi locali che tentano deliberatamente di forzare i blocchi per entrare in contatto fisico con la tifoseria ospite. I piazzali si trasformano in un campo di battaglia urbano.

Inizia un pericolosissimo scambio e lancio di petardi e fumogeni. La polizia schierata a difesa dell’area tenta disperatamente  di disperdere i tifosi facinorosi e nella concitazione lancia dei lacrimogini in due riprese all’interno della curva nord.  Il gas urticante si espande rapidamente sulle gradinate, mettendo letteralmente nel panico le migliaia di tifosi pacifici presenti sugli spalti, donne e bambini compresi, i quali stavano assistendo all’incontro del tutto ignari degli scontri che stavano infuriando all’esterno. Il terrore si impadronisce

della folla. Migliaia di persone  tentano ciecamente la fuga per sottrarsi all’aria tossica, ma si ritrovano in trappola trovando incredibilmente gli ingressi sbarrati. Si crea una calca umana pericolosissima che provoca diffuse drammatiche scene di panico. Sul terreno di gioco, intanto la nube rende l’aria irrespirabile,  costringendo l’arbitro Stefano Farina a sospendere ufficialmente la partita per 40 lunghissimi minuti.

È proprio sfruttando questa fuga generale, il caos assoluto che l’incubo prende forma. La parte più esaltata e violenta dei teppisti cerca di farsi largo tra la folla impaurita per entrare in contatto con gli avversari. Iniziano così gli scontri veri e propri, mentre all’interno la partita riprende  e termina con la vittoria del Palermo per 2-1.

All’esterno dello stadio si scatena l’inferno. Decine di persone dal volto coperto attaccano frontalmente e brutalmente le forze dell’ordine. Le drammatiche immagini di questa devastazione vengono trasmesse in  diretta dalle telecamere scioccando l’opinione pubblica. >> È il 13º minuto del secondo tempo allo stadio Massimino di Catania.

La violenza esplode all’improvviso. Il trat del Catania cominciano a lanciare petardi e fumogeni contro i tifosi del Palermo appena entrati allo stadio. Polizia e carabinieri intervengono, l’arbitro sospende la partita, sembra tutto finito, ma fuori è già divampata la guerriglia, è l’inferno. Ci sono scontri, vengono incendiati cassonetti, automobili, motorini.

È la furia cieca di chi è tutto tranne che sportivo. Ci sono caroselli dei blindati che cercano di disperdere i vaccinolosi, i gruppi più volenti. A fronteggiare l’onda d’urto degli ultras ci sono circa 1200 agenti. Il bilancio finale conterà 71 feriti tra le forze dell’ordine, più altrettanti civili contusi o feriti.

E al centro di questo disastro, nel fumo acre dei lacrimogini e nella furia della guerriglia, c’è un poliziotto quarantenne che non farà mai più ritorno a casa. Quel poliziotto quarantenne intrappolato nell’inferno di piazzale Spedini  si chiama Filippo Raciti. Tra i 1200 agenti schierati per arginare la furia dei teppisti, lui spicca per la sua impareggiabile esperienza sul campo.

>> Bentrovati ancora in diretta su Sky TG24. è finito in tragedia derby siciliano Catania-Palermo. Un ispettore capo di polizia Filippo Raciti 38 anni è morto questa sera durante gli scontri tra forze dell’ordine e tifosi durante e dopo l’incontro contro il Palermo del Catania. La gente è stato colpito al volto da una bomba, una bomba carta mentre si trovava all’interno della propria auto.

È morto dopo essere stato trasportato  all’ospedale Garibaldi di Catania. lascia la moglie e due figli piccoli. I disordini sono scoppiati e poi continuati all’esterno dello stadio di Catania e Massimino dove è terminato l’anticipo della 22ª giornata di Serie A. >> Nato all’ombra dell’Etna a Catania il 17 gennaio del 67, Raciti non è certo un novellino mandato allo sbaraglio nella morsa degli ultras.

Indossa la divisa da una vita.  è entrato nella Polizia di Stato nel giugno del 1986, muovendo i primi passi come allievo agente ausiliario. In quasi 20 anni di onorato servizio si è forgiato affrontando le piazze più complesse d’Italia, dedicando la stragrande maggioranza della sua carriera proprio ai delicati e rischiosi servizi esterni di ordine pubblico.

In questo ambito così teso, la sua rigorosa preparazione tattica lo ha portato a diventare persino istruttore per i colleghi più giovani. Dopo aver prestato servizio per quasi 2 anni all’ufficio prevenzione generale e soccorso pubblico della questura etnea, nel dicembre del 2006 era approdato a una squadra d’assalto specializzata nella gestione dei grandi eventi, il decimo reparto mobile.

Ed è proprio questo incrollabile senso del dovere, questa dedizione viscerale alla protezione degli altri, a tenerlo saldo in posizione, mentre l’aria di Catania diventa letteralmente irrespirabile e la  violenza della frangia estrema raggiunge il suo apice. In un lasso di tempo che si colloca circa due ore dopo il fischio finale della partita.

Nel buio squarciato dai bagliori infuocati della guerriglia urbana, l’ispettore Capo subisce un trauma devastante. Le gravi lesioni interne riportate nel violento e caotico scontro con gli ultrascatanesi non gli lasciano purtroppo alcuna via di scampo. La causa del decesso si rivelerà essere, nello  specifico una letale rottura del fegato provocata inequivocabilmente dal brutale impatto con un corpo contundente.

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