Posted in

Uno Bianca la verità di Savi

Licia Ansaloni a 48 anni è la titolare. Pietro Capolungo, ne ha 60 è un ex appuntato dei carabinieri in pensione che l’aiuta nella gestione quotidiana. Senso che si servivano delle armi. Avevo chiesto di vedere delle pistole, no? Adesso queste pistole ce le portiamo via. detto se di voi questi sono i soldi e apri la porta che me ne vado.

"
"

E l’uomo chiuse la porta, mese la mano sotto al tavolo, così disse “Voglio vedere adesso come fai a andar via, stanno arrivando.” E gli ho sparato. Poi mi sono rivolto verso la donna e verso la donna, gl ho detto “Apri la porta”. E gli ha detto sì, aprì la porta e stavo per andarmene a quel punto. Le disse “Tanto ti prendono, t’ho riconosciuto, hai l’accento di Rimini e ci metteranno poco a trovarti”.

Il punto diventato un testimone. La proprietaria dell’armeria Lice Ansaloni e il commesso l’ex carabiniere Pietro Capolungo, vengono uccisi per due pistole Beretta. Questo almeno sosterrà sempre Fabio Savi anche durante il processo. Ma in questa versione qualcosa non torna perché non è una armeria in una periferia da cui scappi via facilmente, no? È in un vicoletto nel pieno centro storico a due passi dalla questura.

>> In realtà i Savi sono clienti dell’armeria da 14 anni. Proprio in questa armeria Roberto Savia ha comprato due armi ed è sempre in via Volturno che si riforniva di polvere da sparo, cartucce ed oggive per la ricarica dei bossoli. >> Una delle ipotesi che è rimbalzata negli anni è che l’ex carabiniere Capolungo avesse in qualche modo capito e se ha così è stato ha firmato la sua condanna a morte.

In via Volturno, i Savi, oltre a rubare delle armi, avrebbero quindi voluto eliminare uno scomodo testimone. Ma in questa rapina c’è un altro elemento inquietante. Una passante, infatti, ha notato Roberto Savi fuori dall’armeria e ha fornito alla polizia un identi kit. un identi kit che poi tutti risulta chiaro essere una fotocopia di una fotografia di Roberto Savie che mira che rimane sempre appesa e ovunque viene distribuita in giro e rimane in questura per un tantissimo tempo. Uno vede la foto di Roberto Savi

e vede l’identi non è un identi approssimativo, eh, è molto fedele alla realtà. Questo identi kit viene sottoposto anche a Luciano Verlicchi, marito di Lice Ansaloni e titolare dell’armeria. Verlicki a un certo punto è sbottato dicendo “Ma sì, questo denti kit può assomigliare perfino a uno di di voi, un certo Sani, per esempio, che ha frequentato questa armeria.

Se se ne accorge una persona che è un negoziante che ha visto uno o due volte questo personaggio in armeria e lo riconosce, come fanno a non riconoscerlo tutti in questura? È dura da digerire. Le parole di Verlicchi cadono nel vuoto. Roberto Savi sembra non avere il minimo timore di essere stato riconosciuto e addirittura le immagini dei telegiornali Rai lo mostrano sul luogo del delitto a poche ore dal duplice omicidio, ma stavolta in divisa da poliziotto.

una spietata esecuzione di possibile matrice terroristica oppure una sanguinosa rapina. Sono le due ipotesi più probabili, ma non ne escludono altre. traffico d’armi, ad esempio, al vaglio degli inquirenti da stamane, allorché poco dopo mezzogiorno sono stati scoperti in un’armeria nel centro di Bologna i corpi senza vita di Lician Saloni, 48 anni titolare del negozio e del suo aiutante Pietro Capolungo, 65 anni, ex carabiniere in pensione.

>> I familiari delle vittime già nelle prime ore faticano a trovare un senso. Il cognato di Licia, Luciano Verlicchi, dirà ai giornalisti: “Non capisco come possa essere accaduto. Non avevamo mai ricevuto minacce. Il figlio di Pietro Capolungo, Alberto è ancora più diretto. Non riesco a capire perché li abbiano ammazzati.

Anche gli investigatori sono disorientati. Quella non sembrava una rapina. Non c’era l’intenzione di portare via i soldi. L’unica cosa mancante era una pistola. La stampa dell’epoca comincia a fare ipotesi. Forse era un’esecuzione legata alla criminalità organizzata, forse un regolamento di conti. Forse qualcuno voleva silenziare chi sapeva troppo.

Forse era un messaggio. L’ipotesi più allarmante, scrivono i giornali due giorni dopo, è che abbiano loro chiuso la bocca a colpi di pistola per coprire un’azione clamorosa, ma nessuno ancora sa chi ha premuto il grilletto e ci vorranno 3 anni prima che il nome venga fuori. le abitudini della banda, gli agenti Baglioni e Costanza restringono il campo dei possibili obiettivi a cinque banche e cominciano gli appostamenti.

La loro pazienza viene premiata proprio davanti ad una di queste banche notano una macchina sospetta e la seguono fino a Torriana, un piccolo comune nell’entroterra riminese. Individuata l’abitazione del conducente, si recano all’anagrafe per sapere chi vi abiti e l’impiegato mostra loro una foto. ci consegna la foto.

Io e Costanza la guardiamo e senza parlare, senza dire ci siamo dati un’occhiata e abbiamo subito capito che avevamo trovato l’individuo giusto. >> I due agenti ricollegano subito quella fotografia a quella del filmato della banca. Alla fine il lungo ha un nome, Fabio Savi. >> Partirono immediatamente le intercettazioni dell’abitazione di Fabio Savi, dalla moglie dai telefoni.

Si vede che Fabio conversa spesso con un fratello che si chiama Roberto e il primo accertamento è cercare di capire chi sia questo Roberto Savi. Dai primissimi controlli emerge solo che Roberto Savi possiede due fucili a R70, ma non che sia un poliziotto. Baglioni e Costanza però decidono di andare in questura, a Bologna per controllare il fascicolo relativo al suo porto d’armi.

>> All’interno della copertina c’è allegata la foto di Savi Roberto, la collega nell’aprire esclama: “Ma questo è uguale all’identi kit dell’omicidio dell’armeria qui a Bologna?” Cioè noi a quel punto ci si è ragelato il sangue. Questa esclamazione ha fatto sì che un collega si avvicina, guarda la fotografia, fa “Ma lui è collega, lui lavora qui sopra in sala operativa.

” A quel punto, a quel punto noi siamo rimasti paralizzati, non sapevamo più veramente che cosa fare e siamo letteralmente scappati dalla questura di Bologna perché in quel momento noi abbiamo appreso che Savi Roberto era un poliziotto. Incrociammo gli orari di servizio di Roberto Savi con una quarantina di rapine commesse dalla banda della Uno Bianca.

Ecco, in quel momento noi ci accorgemmo che ogni volta che avveniva una rapina Roberto Savi non era in servizio. >> È il momento di far scattare le manette. Roberto Savi viene arrestato la sera del 21 novembre 1994 in questure. Avvicinato da un collega, consegna le due pistole che ha con sé e dichiara: “Potevo farvi saltare tutti in aria? È ancora rinchiuso nel carcere militare di Peschiera Roberto Savi, il poliziotto della Questura di Bologna, arrestato ieri per i delitti della uno bianca.

Gli inquirenti non hanno dubbi, è lui uno dei killer della banda di rapinatori che per anni ha terrorizzato non solo l’Emilia Romagna, ma anche altre regioni e ora si cercano i suoi complici. Ancora l’attitante il fratellastro di Savi. Sentiamo Stefano Tura. La questura di Bologna è ancora scossa dalla notizia dell’arresto di Roberto Savi.

L’agente in servizio, la centrale operativa ha ritenuto uno dei killer della Uno Bianca. Lo stesso Savi, inoltre, appena catturato, avrebbe ammesso di avere sparato e ucciso e che avrebbe potuto farlo anche con gli agenti che da qualche tempo lo stavano pedinando. Il fratello del poliziotto Fabio Savi, considerato il secondo killer, è ancora latitante.

Read More