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A Nikolajewka Gli Alpini Attaccarono Alle 9:30 — E Alle 17:00 Avevano Vinto

Gennaio 1943. Quando gli alpini italiani si ritrovarono intrappolati nella morsa russa, pochi nel mondo cosa stava realmente accadendo nelle steppe ghiacciate. Mentre i bollettini ufficiali parlavano di riposizionamenti strategici, la verità era ben diversa. 40.000 uomini stavano per essere annientati e qualcuno aveva deciso che il loro destino era già segnato. 40° sotto zero.

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Le divisioni alpine tridentina, Giulia e Cuneense, insieme alla Vicenza, erano circondate. Ma perché proprio loro? Perché i migliori soldati d’Italia, truppe d’elite addestrate per combattere in montagna, erano stati mandati a morire nelle pianure infinite della Russia? Questa domanda nessuno osava porla ad alta voce, ma la risposta era scritta nelle decisioni prese mesi prima, quando qualcuno ai vertici aveva deciso che gli alpini potevano essere sacrificati.

Il generale Luigi Reverberi, comandante della Tridentina, quella mattina del 26 gennaio si trovava davanti a una carta geografica che mostrava l’impossibile. Tutte le vie di fuga erano tagliate. I sovietici avevano preparato la trappola con una precisione chirurgica. come se conoscessero ogni mossa che le truppe italiane avrebbero fatto e forse la conoscevano davvero.

Sul tavolo, davanti a lui c’era un unico nome, Nicolaevka, un villaggio che nessuno aveva mai sentito nominare, diventato improvvisamente l’unica possibilità di sopravvivenza per migliaia di uomini. Ma era davvero l’unica via o era stata lasciata aperta appositamente come un imbuto che avrebbe concentrato tutte le forze italiane in un unico punto, facilitando il massacro finale.

Le domande si accumulavano, ma il tempo per le risposte era finito. La divisione Julia era praticamente distrutta, la cuneense decimata. Solo la tridentina manteneva ancora una parvenza di capacità operativa, ma anche questa stava per essere messa alla prova più dura. Dietro di loro 10.000, 20.000, 30.

000 sbandati, soldati italiani di altre divisioni, ungheresi senza più comandanti, tedeschi separati dalle loro unità, tutti mescolati in una massa disperata che seguiva gli alpini come l’ultima speranza. Ma nessuno spiegava perché l’ordine di ritirata era arrivato così tardi. Il 17 gennaio, quando già i carri armati sovietici avevano sfondato e occupato il quartier generale del corpo alpino a Rossosch.

5 giorni di ritardo, cinque giorni che avevano fatto la differenza tra una ritirata ordinata e una catastrofe. Chi aveva dato quell’ordine e soprattutto chi aveva deciso di ritardarlo? Le provviste erano finite da giorni. Gli alpini masticavano neve per ingannare la fame. Le munizioni stavano per esaurirsi.

Le armi si inceppavano per il freddo estremo. I fucili dovevano essere scaldati sul fuoco prima di poter sparare. Le bombe a mano spesso non esplodevano. Le mitragliatrici si bloccavano dopo poche raffiche. Eppure le divisioni tedesche, che pure combattevano sullo stesso fronte, avevano equipaggiamento migliore, più munizioni, più viveri.

Come mai? Forse perché per qualcuno a Berlino e a Roma gli italiani erano truppe di seconda categoria, carne da cannone da usare per tamponare le falle del fronte, mentre i reparti tedeschi si ritiravano in ordine. La verità non scritta nei rapporti ufficiali era che gli alpini erano stati lasciati indietro apposta con il compito implicito di rallentare l’avanzata sovietica con i loro corpi.

Nikolaevka. Il nome rimbombava nella mente di ogni ufficiale come una sentenza. Il servizio informazioni riportava che nel villaggio c’era almeno un reggimento sovietico, forse un’intera divisione della 48ª guardie. Posizioni fortificate, artiglieria sui pendi, mitragliatrici in ogni casa, un terrapieno ferroviario che circondava l’abitato trasformandolo in una fortezza naturale.

6000 soldati russi, ben armati, riposati, nutriti, contro 4.000 alpini allo stremo, affamati, congelati, con poche cartucce rimaste. Era matematica, gli italiani sarebbero stati spazzati via, ma c’era qualcosa che non tornava, perché i sovietici avevano concentrato così tante forze proprio lì, come se sapessero che proprio lì gli italiani sarebbero passati, come se qualcuno avesse informato Mosca delle intenzioni italiane.

I soldati non sapevano che nei mesi precedenti, mentre loro combattevano sul Don, nei salotti di Roma si discuteva già di sganciamento dall’alleanza tedesca. Contatti segreti, sondaggi diplomatici, messaggi cifrati che attraversavano linee nemiche. L’Italia cercava una via d’uscita dalla guerra, ma per ottenerla serviva mostrare agli alleati una volontà di rottura con Hitler.

E quale modo migliore se non lasciare che le truppe italiane venissero massacrate in Russia, dimostrando che Roma non era più disposta a sacrificare i suoi uomini per i sogni di conquista nazisti? Era una teoria che girava sottovoce tra gli ufficiali più cinici, ma nessuno osava dirla ad alta voce. Troppo mostruosa per essere vera o forse troppo vera per essere detta.

Sul fronte, intanto, la situazione precipitava. L’operazione Piccolo Saturno aveva sbaragliato le divisioni italiane a sud. L’operazione Ostrogogesk Rossos aveva travolto gli ungheresi a nord. Le truppe tedesche del 2quo corpo corazzato si erano ritirate lasciando scoperto il fianco sinistro degli alpini.

In tre giorni i sovietici avevano aperto un varco di 150 km nel fronte dell’asse ed ora quella breccia si stava chiudendo con dentro intrappolate le divisioni alpine italiane. Era un capolavoro di strategia militare sovietica, ma era anche il risultato di errori o forse di scelte deliberate dal lato italo-tedesco. Perché nessuno aveva rinforzato quel settore? Perché le richieste di supporto erano rimaste inevase, le domande si moltiplicavano mentre la temperatura scendeva e i morti si accumulavano lungo la via della ritirata. Gli alpini

marciavano da 9 giorni, 200 km a piedi nella neve, combattendo ogni giorno contro le retroguardie sovietiche che cercavano di bloccarli. Shelia era caduta dopo una battaglia feroce. Novo Carcovo, conquistata a colpi di baionetta. Varvara Oliiciovatka espugnata corpo a corpo. Ogni villaggio conquistato costava centinaia di vite e dietro la colonna, come un’ombra nera, seguivano le perdite.

I congelati che non ce la facevano più a camminare e restavano seduti nella neve ad aspettare la morte. I feriti che venivano lasciati indietro perché non c’erano slitte per trasportarli. I dispersi che si perdevano nelle bufere. e non venivano più ritrovati. Il battaglione tirano aveva combattuto ad Arnautovo la mattina del 26 gennaio, perdendo centinaia di uomini prima ancora di arrivare a Nicolaevka.

Il battaglione morbegno era stato quasi annientato a Varvarovka, senza armi anticarro, per difendersi dai T34 sovietici. E ora, quella mattina fredda e cristallina, con il sole che illuminava i campi di neve rendendoli accecanti, gli alpini si trovavano sulla cresta che dominava Nicolaevka. Giù nella valle il villaggio sembrava tranquillo, troppo tranquillo, come se stesse aspettando.

Le isbe, le case di legno russe, erano disposte lungo la strada principale. La ferrovia correva attorno all’abitato con il suo terrapieno rialzato, un muro naturale, una difesa perfetta. E sopra quel muro nascosti c’erano i sovietici. Migliaia di soldati che aspettavano solo che gli italiani scendessero dalla cresta per aprire il fuoco.

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