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Banda Uno Bianca: Alberto Savi Parla — la Verità mai Detta sui Poliziotti Killer

Maggio 2026, Rai 2, Studio di Belve. Francesca Fagnani siede di fronte a un uomo di 71 anni, capelli radi, sguardo piatto, mani conerte. Si chiama Roberto Savi, è il capo della banda della Uno Bianca Ergastolano. >> Questo arresto clamoroso. >> Roberto Savi, uno dei killer della Uno Bianca, un insospettabile.

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Un po >> è stato arrestato Fabio Savi, fratello di Roberto per Alberto Savi in servizio al commissariato di Rimini. >> Pietro Gugliotta, il collega poliziotto delle volante. >> Anti due poliziotti sospettati a Bologna per i delitti della un bianca. Marinointi 29 anni vicesovrintendente della sezione Narcotici, Luca Vallicelli, 32 anni, agente scelto in forza a Cesena, erano due agenti fidati dal passato impeccabile.

>> Ha trascorso 30 anni nel carcere di Bollate senza parlare mai in pubblico, mai un’intervista, mai una dichiarazione spontanea, il silenzio come scudo. Poi >> Roberto Savi è certamente una persona estremamente lucida, intelligente, ovviamente di un’intelligenza luciferina, criminale. Lo chiamano il monaco in in questura perché è uno che se ne sta sempre un po’ per conto suo.

>> Al momento dell’arresto Roberto Savi lavora alla centrale operativa del 113 da dove può controllare tutta la città. Per anni però è stato il capo pattuglia della volante 4, un uomo abituato a decidere in fretta, sposato, un figlio. Fino al suo arresto, in base alla descrizione dei testimoni, viene soprannominato dagli inquirenti come il corto.

Fagnani gli chiede dell’armeria di via Volturno a Bologna di quel 2 maggio 1991 in cui lui e suo fratello Fabio entrarono in un negozio di armi e uscirono lasciando due cadaveri sul pavimento. Fabio Savi, 34 anni, separato, un figlio, insieme al fratello Roberto partecipa a tutte le azioni criminali della banda.

Convive con una ragazza rumena di 19 anni. Gli piacciono le moto e la bella vita. è un uomo innamorato delle armi e è l’unico che non è poliziotto e forse risente anche di questo, come diciamo così, gli manca qualcosa rispetto ai fratelli. >> Persona spietata, un criminale freddo che capace di ridere nell’aula del tribunale di fronte ai parenti delle sue vittime.

Non c’era bisogno di uccidere, dice la giornalista. Savi non batte ciglio, poi apre la bocca e dice una cosa che nessuno si aspettava. Capolungo, sì, perché era un carabiniere. Era tutto un insieme di cose intrallazzate. Una pausa, poi ma va la rapina. Chi va a rapinare pistole? In quella frase, in quel sorriso beffardo, c’è qualcosa che trema.

30 anni di verità ufficiale che cominciano a incrinarsi. Perché se quell’omicidio non era una rapina e lui stesso lo ammette, allora era qualcos’altro. Era un’esecuzione su commissione e i mandanti, secondo Roberto Savi, hanno un nome: i servizi segreti italiani. Oggi proviamo a capire cosa c’era davvero dietro l’armeria di via Volturno.

Il giorno del delitto sono circa le 11:00 di mattina del 2 maggio 91, quando qualcuno suona il campanello dell’armeria Ansaloni in via Volturno, nel cuore di Bologna. È una delle armerie più note della città. Ci si riforniscono carabinieri, poliziotti, militari, proiettili, pistole, accessori, un posto tranquillo frequentato da gente indivisa.

Licia Ansaloni a 48 anni è la titolare. Pietro Capolungo, ne ha 60 è un ex appuntato dei carabinieri in pensione che l’aiuta nella gestione quotidiana. Senso che si servivano delle armi. Avevo chiesto di vedere delle pistole, no? Adesso queste pistole ce le portiamo via. detto se di voi questi sono i soldi e apri la porta che me ne vado.

E l’uomo chiuse la porta, mese la mano sotto al tavolo, così disse “Voglio vedere adesso come fai a andar via, stanno arrivando.” E gli ho sparato. Poi mi sono rivolto verso la donna e verso la donna, gl ho detto “Apri la porta”. E gli ha detto sì, aprì la porta e stavo per andarmene a quel punto. Le disse “Tanto ti prendono, t’ho riconosciuto, hai l’accento di Rimini e ci metteranno poco a trovarti”.

Il punto diventato un testimone. La proprietaria dell’armeria Lice Ansaloni e il commesso l’ex carabiniere Pietro Capolungo, vengono uccisi per due pistole Beretta. Questo almeno sosterrà sempre Fabio Savi anche durante il processo. Ma in questa versione qualcosa non torna perché non è una armeria in una periferia da cui scappi via facilmente, no? È in un vicoletto nel pieno centro storico a due passi dalla questura.

>> In realtà i Savi sono clienti dell’armeria da 14 anni. Proprio in questa armeria Roberto Savia ha comprato due armi ed è sempre in via Volturno che si riforniva di polvere da sparo, cartucce ed oggive per la ricarica dei bossoli. >> Una delle ipotesi che è rimbalzata negli anni è che l’ex carabiniere Capolungo avesse in qualche modo capito e se ha così è stato ha firmato la sua condanna a morte.

In via Volturno, i Savi, oltre a rubare delle armi, avrebbero quindi voluto eliminare uno scomodo testimone. Ma in questa rapina c’è un altro elemento inquietante. Una passante, infatti, ha notato Roberto Savi fuori dall’armeria e ha fornito alla polizia un identi kit. un identi kit che poi tutti risulta chiaro essere una fotocopia di una fotografia di Roberto Savie che mira che rimane sempre appesa e ovunque viene distribuita in giro e rimane in questura per un tantissimo tempo. Uno vede la foto di Roberto Savi

e vede l’identi non è un identi approssimativo, eh, è molto fedele alla realtà. Questo identi kit viene sottoposto anche a Luciano Verlicchi, marito di Lice Ansaloni e titolare dell’armeria. Verlicki a un certo punto è sbottato dicendo “Ma sì, questo denti kit può assomigliare perfino a uno di di voi, un certo Sani, per esempio, che ha frequentato questa armeria.

Se se ne accorge una persona che è un negoziante che ha visto uno o due volte questo personaggio in armeria e lo riconosce, come fanno a non riconoscerlo tutti in questura? È dura da digerire. Le parole di Verlicchi cadono nel vuoto. Roberto Savi sembra non avere il minimo timore di essere stato riconosciuto e addirittura le immagini dei telegiornali Rai lo mostrano sul luogo del delitto a poche ore dal duplice omicidio, ma stavolta in divisa da poliziotto.

una spietata esecuzione di possibile matrice terroristica oppure una sanguinosa rapina. Sono le due ipotesi più probabili, ma non ne escludono altre. traffico d’armi, ad esempio, al vaglio degli inquirenti da stamane, allorché poco dopo mezzogiorno sono stati scoperti in un’armeria nel centro di Bologna i corpi senza vita di Lician Saloni, 48 anni titolare del negozio e del suo aiutante Pietro Capolungo, 65 anni, ex carabiniere in pensione.

>> I familiari delle vittime già nelle prime ore faticano a trovare un senso. Il cognato di Licia, Luciano Verlicchi, dirà ai giornalisti: “Non capisco come possa essere accaduto. Non avevamo mai ricevuto minacce. Il figlio di Pietro Capolungo, Alberto è ancora più diretto. Non riesco a capire perché li abbiano ammazzati.

Anche gli investigatori sono disorientati. Quella non sembrava una rapina. Non c’era l’intenzione di portare via i soldi. L’unica cosa mancante era una pistola. La stampa dell’epoca comincia a fare ipotesi. Forse era un’esecuzione legata alla criminalità organizzata, forse un regolamento di conti. Forse qualcuno voleva silenziare chi sapeva troppo.

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