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Bernardo Provenzano e Totò Riina – Ascesa e fine di Bernardo Provenzano ( Cosa Nostra )

Bernardo Provenzano, detto Binnu o il ragioniere, nacque il 31 gennaio 1933 in un piccolo e povero villaggio vicino a Corleone. La sua famiglia, il padre Angelo e la madre Giovanna viveva del duro lavoro nei campi. Bernardo potè frequentare la scuola solo per pochi anni, dovendo sin da bambino aiutare nei lavori agricoli.

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Mentre i suoi coetanei restavano tra i banchi, lui, già a 7 anni imparava la fatica e la disciplina che avrebbero formato il suo carattere. Il padre morì alla fine degli anni 50, quando Bernardo era già coinvolto nelle attività che lo avrebbero legato a Luciano Leggio. In quel periodo Corleone era terreno fertile per la criminalità organizzata.

Razzie notturne nelle campagne, furti di bestiame e contrabbando di carne e formaggi erano diventati una consuetudine. Luciano Leggio costruiva la propria influenza proprio su queste operazioni, combinando violenza e connessioni politiche. Tra i giovani del suo gruppo si distinguevano ragazzi come Bernardo, Salvatore, Totò, Riina e i fratelli Bontade che agivano come autisti ed esecutori di missioni rischiose.

Secondo documenti giudiziari e successive inchieste, Provenzano si fece presto notare per la sua freddezza e disciplina. trasportava carichi di contrabbando di notte, sorvegliava depositi a Palermo e divenne una delle figure di fiducia di Leggio. Le relazioni con i potenti locali contribuirono a plasmare l’ambiente. Il dottor Michele Navarra era allora un’autorità rispettata a Corleone, con legami nella politica e negli affari, noto come uomo di prestigio.

Il conflitto tra Navarra e Leggio degenerò in una serie di scontri violenti che scossero il paese e aprirono la strada a una nuova generazione di mafiosi, più spietata e organizzata. Come risulta da successive indagini, Leggio impose il suo potere con intimidazioni e violenza, mentre i suoi giovani seguaci acquisivano esperienza nelle attività più oscure.

In quel clima di tensione emersero anche le prime accuse di omicidio. venne collegato alla scomparsa e alla morte del sindacalista Placido Rizzotto nel 1948, un caso che avrebbe segnato profondamente la reputazione del gruppo. Gli anni della giovinezza di Bernardo si svolsero all’ombra di questi delitti, imparando le regole di un mondo dove il silenzio e l’omertà valevano più della legge.

Quando, alla fine dell’estate del 1963 venne ucciso Francesco Streva, l’episodio segnò una svolta. I familiari della vittima decisero di denunciare il fatto alla polizia. Quella denuncia aumentò la pressione sul gruppo di leggio e in particolare su Provenzano che da quel momento scelse la latitanza. Iniziò così uno stile di vita che sarebbe durato decenni.

Rifugi in paesi remoti, spostamenti notturni, comunicazioni cifrate e una rete di complici fidati. Da quell’ombra nacque il metodo che lo avrebbe reso leggendario, il controllo silenzioso, la corruzione calcolata e la costruzione di una rete politico-imprenditoriale che gli avrebbe permesso, mentre altri facevano rumore con le armi, di tessere la tela del potere dentro Cosa Nostra.

L’ingresso dei corleonesi a Palermo segnò l’inizio di una nuova fase. Il contrabbando di carne e formaggi si trasformò in un vasto circuito di attività criminali, estorsioni, traffici illeciti e riciclaggio di denaro. Bernardo Provenzano, ancora latitante dopo l’omicidio di Francesco Streva negli anni 60, cominciò a dirigere una rete di trasporti notturni e depositi clandestini.

Il suo stile rimaneva silenzioso, discreto, mentre Rina mostrava sempre più ambizione e violenza nel voler dominare le vecchie famiglie palermitane. La città, in quel periodo, era sconvolta dal conflitto tra le famiglie Greco e la Barbera, che degenerò in una guerra aperta per le strade. Il culmine arrivò nel giugno del 1963, quando un’esplosione a Ciaculli uccise sette carabinieri. Fu una svolta.

Per la prima volta lo Stato reagì con indagini di massa e migliaia di arresti. Nel 1964 Luciano Leggio fu catturato e processato, mentre i suoi uomini, tra cui Provenzano, rimasero lati tanti. L’anno successivo ebbe inizio il processo noto come il processo dei 114. L’inchiesta condotta dal giudice Cesare Terranova documentò il sanguinoso scontro tra Leggio e Navarra e l’espansione dei corleonesi verso Palermo.

Il processo fu trasferito in Calabria per timore di intimidazioni, ma anche lì le accuse si indebolirono. Prove distrutte, testimoni che ritrattavano o sparivano nel nulla. Alla fine, nel giugno del 1969, Leggio e Calogero Bagarella furono assolti per insufficienza di prove. Gli stessi giudici ammisero apertamente che l’omertà era il principale ostacolo alla giustizia.

Nonostante la soluzione, Provenzano rimase latitante. Negli anni 60 e i primi 70 riuscì più volte a sfuggire alle retate, muovendosi di notte tra i villaggi della Sicilia occidentale, nascondendosi in sperduti casali di montagna e vivendo grazie alla protezione di mafiosi locali. Quelle esperienze plasmarono il suo futuro modello, una vita in clandestinità che sarebbe durata oltre 40 anni.

Uno degli episodi chiave fu la strage di viale Lazio nel dicembre del 1969. L’obiettivo era eliminare Michele Cavataio, ritenuto responsabile dell’innesco delle guerre di mafia palermitane. Secondo le successive dichiarazioni dei pentiti, un gruppo di sei uomini, guidato da Provenzano e Calogero Bagarella, entrò travestito da poliziotti negli uffici dell’imprenditore Edile Moncada.

L’azione degenerò, la sparatoria scoppiò in anticipo e cinque persone rimasero uccise con centinaia di bossoli sul pavimento. Cavataio, sebbene ferito, resistette fino all’ultimo. Fu provenzano a finirlo mentre trascinava fuori un bagarella gravemente ferito. Quel massacro passato alla storia come la strage di viale Lazio divenne il panbolo della fine della vecchia guardia mafiosa palermitana e consolidò la reputazione dei corleonesi.

Fu in quel periodo che Provenzano ricevette il soprannome di Il trattore. Il trattore. Tra i mafiosi si diceva che dove passava lui non cresceva più nulla. era l’emblema della sua tenacia e del suo metodo implacabile, anche se raramente si esponeva in prima persona. Riina, al contrario, emergeva come un capo violento, mentre Provenzano costruiva la propria fama di stratega silenzioso, ma inarrestabile.

Alla fine degli anni 60 e all’inizio dei 70, Luciano Leggio continuava a dirigere la famiglia dall’ombra, spesso nascosto nel nord Italia sotto false identità. Nel dicembre del 1970 fu finalmente condannato all’ergastolo per l’omicidio del dottor Navarra, ma ormai aveva già trasferito il potere ai suoi due più stretti collaboratori, Salvatore Riina e Bernardo Provenzano.

Diversi nello stile, ma uniti nell’ambizione, i due divennero il nucleo della nuova generazione che avrebbe dominato non solo Corleone, ma l’intera Sicilia. Dopo la condanna all’ergastolo di Luciano Leggio, nel dicembre del 1970, la guida della famiglia passò a Salvatore Riina e Bernardo Provenzano. L’accordo prevedeva che si alternassero alla leadership ogni pochi anni.

Marina non avrebbe mai ceduto quella posizione. Tuttavia, pur restando nell’ombra, Provenzano divenne il pilastro centrale della nuova Cosa Nostra. Il suo metodo era il silenzio, la mediazione e i legami politici, mentre Rina imponeva la paura e la violenza come strumenti di potere. In quel periodo i rapporti con le istituzioni furono decisivi.

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