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BRUTALE: Giovanni Brusca, il folle assassino della mafia, è stato trovato in queste condizioni!

Da qualche parte in Italia, proprio in questo momento, esiste un uomo che non riconosceresti mai per strada. Ha un nome che non è il suo vero nome. Vive in una città dove nessuno sa chi è davvero. Avvicini di casa, forse una routine quotidiana, forse una colazione ogni mattina.

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E quest’uomo è responsabile di una delle scene più inquietanti che  l’Europa abbia mai visto. Ha ordinato la scomparsa di un bambino, ha fatto esplodere un’intera autostrada  con centinaia di chili di esplosivo. Per decenni i suoi stessi compagni di crimine lo chiamavano il porco e l’assassino di cristiani. E oggi, nel 2026, a 68 anni respira la stessa aria  che respiri tu e la legge italiana dice che non deve più nulla a nessuno.

Ma c’è una domanda che gli italiani non riescono a smettere di farsi. Non riguarda i crimini. Quelli il mondo li conosce già. La domanda è un’altra, molto più inquietante.  Com’è vivere essendo quest’uomo? Com’è svegliarsi ogni mattina sapendo che la cosa nostra non perdona i traditori? che i familiari delle vittime ti odiano e che il mondo intero conosce il tuo volto.

E la cosa più inquietante di tutte, lui è libero, completamente libero, da giugno  2025 e nessuno, assolutamente nessuno, sa dove si trova. Resta qui perché quello che segue ti lascerà senza parole. Prima di continuare lascia un like, iscriviti al canale e attiva la campanella. Stiamo lavorando ogni giorno di più per  portarti documentari di qualità e scrivi nei commenti da quale città ci stai seguendo.

Sarà un onore sapere dove è arrivato il nostro video. Ora proseguiamo perché abbiamo una storia oscura da raccontare. Per capire Giovanni Brusca devi  prima capire il luogo che lo ha formato. La Sicilia degli anni 60 e 70 non era la Sicilia delle cartoline. Era un’isola segnata da una povertà profonda, da una totale sfiducia  nello Stato e da una cultura chiamata omertà, la legge del silenzio, che funzionava come una religione.

In quell’ambiente la Cosa Nostra non era un gruppo criminale, era il vero governo. Giovanni nacque nel 1957 a San Giuseppe Giato, un piccolo paese nell’entroterra siciliano. Suo padre Bernardo Brusca era il capo locale della mafia nella zona. Non c’era separazione tra famiglia e organizzazione criminale, erano la stessa cosa.

Fin da bambino Giovanni assisteva alle riunioni, ascoltava le conversazioni e capiva che esisteva un mondo parallelo dove le leggi erano altre e la lealtà era l’unica moneta  che contava. A 19 anni fu affiliato formalmente alla Cosa Nostra. Non fu un invito, fu una consacrazione. La cerimonia di iniziazione prevedeva un giuramento di  sangue, la distruzione di un’immagine religiosa e la frase che ogni membro ripeteva: “Entro vivo e esco morto”.

In quel momento Giovanni Brusca smise di essere un giovane siciliano. Diventò proprietà dell’organizzazione. Ciò che lo distingueva dagli altri non era la forza fisica né il carisma. Era qualcosa che spaventava persino i mafiosi più veterani, un’assenza quasi totale  di esitazione. Quando riceveva un ordine lo eseguiva senza domande, senza disagio visibile, senza ripensamenti.

Per Totò Rina, il capo supremo della Cosa Nostra, quel ragazzo sarebbe stato uno strumento perfetto. Negli anni 80 La Cosa Nostra viveva la sua fase più sanguinaria. La cosiddetta seconda guerra di mafia eliminò centinaia di  persone e i corleonesi, guidati da Riina, presero il controllo totale dell’organizzazione.

Brusca era al centro di quel potere, accumulando esecuzioni come  altri accumulano successi professionali. Era un’ascesa basata sull’unico criterio che contava lì  dentro, la capacità di uccidere. Lui stesso ha confessato alla giustizia di aver partecipato o ordinato tra 100 e 200 omicidi.

La precisione di quel numero, la freddezza con cui lo  ha dichiarato in deposizione, dice molto sulla mentalità che aveva costruito nel corso degli anni. Non erano crimini passionali, erano operazioni, vite eliminate  con la stessa logica di chiude un conto alla fine della giornata. Nel 1983, a soli  26 anni Bruska aveva già partecipato all’attentato che uccise il giudice Rocco Chinnici.

Un’auto bomba, una Fiat 126  verde carica di 75 kg di esplosivo, polverizzò l’ingresso di un palazzo a Palermo. Era l’avvertimento che La Cosa Nostra aveva deciso di dichiarare guerra aperta allo Stato. Kinnici era il creatore del Pool antimafia,  il gruppo di magistrati che stava smantellando l’organizzazione dall’interno.

Il messaggio era semplice. Arriviamo ovunque lo Stato crede di essere al sicuro, ma due episodi in particolare definiranno per sempre chi è Giovanni Brusca. Non insieme. Ognuno di  essi da solo, basterebbe a condannare un uomo all’eternità. Uno coinvolge un’esplosione che ha scosso la coscienza di un intero paese.

L’altro coinvolge un bambino e 779 giorni di orrore. Nessuno dei due lo dimenticherai. Per capire cosa accadde il 23  maggio 1992, devi capire cosa rappresentava Giovanni Falcone. Era il magistrato più importante nella storia della lotta alla mafia italiana. Negli anni 80 condusse il cosiddetto maxi processo, 475 mafiosi giudicati contemporaneamente in un’aula costruita  appositamente.

Centina di condanne, la cosa nostra umiliata pubblicamente. Per Rina e Brusca fu  un’offesa che richiedeva una risposta. La pianificazione dell’attentato durò mesi. Una squadra individuò la rotta che Falcone avrebbe usato arrivando all’aeroporto di Palermo. Tonnellate di esplosivo furono nascoste nei tubi  di drenaggio sotto l’autostrada A29 vicino a Capaci.

Un filo elettrico lungo centinaia di metri collegava gli esplosivi al punto di detonazione e all’altra estremità  di quel filo c’era un telecomando nelle mani di Giovanni Brusca. Il 23 maggio 1992 alle 17:58 il corteo di Falcone uscì dall’aeroporto. Brusca era posizionato su una collina con vista sull’autostrada,  binocolo in una mano e telecomando nell’altra.

Quando l’auto di Falcone passò sul punto segnato, premette il pulsante. L’esplosione aprì una voragine di 20 m  diametro sull’autostrada. Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta morirono sul colpo. L’Italia si fermò. Le immagini dell’asfalto contorto, delle auto distrutte, del fumo che saliva dalla voragine vennero trasmesse in diretta in tutto il mondo.

Si dice che la gente piangesse  per le strade di Palermo senza nemmeno conoscersi. Due mesi dopo sarebbe accaduto lo stesso con un altro giudice del Pool antimafia, Paolo Borsellino, un altro attentato dinamitardo, un’altra commozione nazionale. Ma per Brusca ciò che accadde quel pomeriggio di maggio fua. Quello che arriva ora è diverso.

Non è una bomba, non è una guerra tra adulti che hanno scelto da che parte  stare. È la storia di un bambino che non ha scelto assolutamente nulla. Giuseppe Di Matteo aveva 11 anni quando fu sequestrato nel novembre 1993. Il suo unico colpevole era avere un padre che aveva deciso di collaborare con la giustizia.

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