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Come Un Meccanico Siciliano Modificò 47 M13/40 Con Lamiere Da Treno — E Distrussero 89 Sherman In 5

Vi siete mai chiesti perché nei rapporti ufficiali dell’ottava armata britannica, quelli custoditi negli archivi del War Office a Londra, esistono pagine mancanti proprio nei giorni tra il 23 febbraio e il 28 febbraio del 43? Perché alcuni veterani americani del secondo corpo d’armata, tornati dal passo di Casserine, parlavano di carri italiani che non avrebbero dovuto esistere e soprattutto perché un meccanico siciliano di nome Salvatore Ferrante, il cui fascicolo personale è stato classificato fino al 1992,

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ricevette una decorazione che non compare in nessun registro ufficiale del regio esercito. Questa storia inizia con un documento, un foglio ingiallito privo di intestazione trovato nel 2004 tra le carte di un ex ufficiale della divisione Centauro morto a Palermo. Il documento porta solo un numero 347/43. Nessuna firma, nessun timbro, solo una lista di 47 numeri di telaio e un’annotazione a matita.

Lamiere ferroviarie, applicazione completata 18 gennaio. L’odore di gasolio e sabbia impregna ancora quelle pagine, come se il deserto tunisino non volesse lasciarle andare. Chi scriveva conosceva i carri armati, chi scriveva sapeva qualcosa che Roma non doveva sapere. Nel gennaio del 43 la situazione delle forze corazzate italiane in Nord Africa era disperata.

La divisione Ariete annientata a El Alamain il 4 novembre del 42 esisteva solo sulla carta. I suoi carristi sopravvissuti, appena 300 uomini su migliaia, si erano uniti ai resti dell’alittorio e ai bersaglieri del quinto reggimento per formare una nuova unità, la divisione Centauro. Ma i carri, gli M1340 e M1441 che dovevano equipaggiarla erano relitti.

13 tonnellate di acciaio rivettato con una corazza frontale di 30 mm, forse 42 sulla torretta. Contro gli Sherman americani con i loro 76 mm frontali e il cannone da 75 erano bar semoventi. Eppure qualcosa accadde nelle officine di campo allestite vicino a Sfax in quelle settimane di gennaio. Qualcosa che i documenti ufficiali non raccontano.

I veterani americani della prima divisione corazzata che combatterono a Casserine ricordavano dettagli strani. Il sergente William Morrison, in un’intervista rilasciata nel 1978 a uno storico dell’Università del Texas, descrisse carri italiani dall’aspetto anomalo. Le parole esatte trascritte dalla registrazione originale erano queste.

Sembravano più spessi, più squadrati sul frontale, come se qualcuno avesse incollato delle piastre extra, ma non erano sacchi di sabbia come facevano di solito. I sacchi di sabbia. È vero, gli equipaggi italiani li usavano, li ammassavano sulla corazza frontale e sui fianchi, cercando protezione supplementare, ma i comandi li scoraggiavano, appesantivano i mezzi già sottopotenziati, rallentavano la velocità, aumentavano il consumo di carburante e lo stress meccanico.

Un M1340 con i sacchi di sabbia scendeva a 25 kmh su strada, forse 15 nel deserto. Quello che Morrison descrisse era diverso e non era solo. Un rapporto della divisione corazzata americana datato 25 febbraio 43 menziona perdite inspiegabili. 12 Sherman distrutti in un’imboscata a sud di Sititla. Il rapporto venne secretato.

Una copia parziale recuperata negli anni 90, grazie al Freedom of Information Act, riporta un dettaglio inquietante. I proiettili perforanti da 75 mm degli Sherman avevano rimbalzato sulla corazza frontale di almeno tre carri italiani. Rimbalzato su un M1340. Questo era tecnicamente impossibile, a meno che qualcuno non avesse modificato quei carri.

Ed è qui che entra in scena Salvatore Ferrante, un nome che non troverete nei libri di storia, un volto che non compare nelle fotografie ufficiali. Ferrante era un sottufficiale della Centauro, siciliano di Catania, meccanico ferroviario prima della guerra. lavorava nelle officine di manutenzione dei treni che collegavano Messina a Siracusa.

Conosceva l’acciaio come un chirurgo, conosce il corpo umano. I suoi commilitoni lo chiamavano un magu, il mago, non perché facesse trucchi, ma perché sapeva far funzionare cose che non avrebbero dovuto funzionare. Motori dati per spacciati, trasmissioni distrutte, cingoli spezzati. Ferrante riparava tutto con quello che aveva: filo di ferro, pezzi di ricambio rubati ai tedeschi, materiali di recupero.

Ma a gennaio del 43 fece qualcosa di più grande, qualcosa che avrebbe cambiato il destino di 47 carri armati e dei loro equipaggi. Nelle settimane che precedettero la battaglia del passo di Casserine, un convoglio ferroviario italiano venne bombardato dagli aerei alleati a nord di Gabèes. I vagoni trasportavano rifornimenti per le truppe dell’asse, munizioni, cibo, carburante e acciaio, rotaie di ricambio per la linea ferroviaria tunisina, lamiere di rivestimento per i vagoni merci.

Quando Ferrante vide quel carico semidistrutto, ebbe un’idea. Le rotaie ferroviarie italiane di quel periodo avevano una caratteristica che pochi conoscevano. L’acciaio utilizzato dalla ferrovie dello Stato proveniva dagli stabilimenti di Terni, dove dal 1936 si sperimentavano leghe speciali per resistere alle vibrazioni e all’usura.

Non era acciaio corazzato, certo, ma era acciaio duro, temprato, con un contenuto di manganese superiore alla norma. Ferrante lo sapeva. Aveva passato anni a riparare quei binari, a saldare quelle lamiere, a sentire sotto le dita la differenza tra un metallo comune e uno che avrebbe resistito.

Nei diari del capitano Emilio Brancati, comandante della seconda compagnia deluneso reggimento Carry, sopravvissuti grazie alla figlia che li donò all’archivio storico dell’Esercito nel 2011, si trova un passaggio che per decenni nessuno ha saputo interpretare. La data è 17 gennaio 1943. Le parole scritte a matita su carta da lettere militare dicono questo: “Il sottufficiale Ferrante ha presentato un progetto folle, vuole rivestire i nostri carri lamiere del treno distrutto, dice che l’acciaio ferroviario inclinato a 60° sul frontale farà rimbalzare i colpi

americani.” Gli ho chiesto dove ha studiato balistica. Mi ha risposto che non serve studiare quando hai le mani sporche di grasso da 20 anni. Brancati era scettico, ma la situazione non lasciava alternative. In quelle settimane la divisione Centauro disponeva di meno di 80 mezzi corazzati operativi.

Di questi 18 erano semoventi 7518, le uniche armi italiane capaci di impensierire gli Sherman grazie ai proiettili effetto pronto che potevano perforare 80 mm di corazza a 500 m. Il resto erano M1340 e M141, carri progettati nel 39, obsoleti già nel 41, suicidi nel 43. I tedeschi della quinta armata corazzata guardavano gli italiani con un misto di rispetto e compassione.

Rispetto per il coraggio, compassione per i mezzi. Il feld maresciallo Rommel, prima di lasciare il comando in Africa, aveva scritto nei suoi appunti che i carristi italiani erano i più vecchi camerati dell’asse, uomini a cui si chiedeva sempre più di quello che potevano dare con il loro armamento insufficiente. Ma Ferrante non accettava la rassegnazione.

L’officina di campo della Centauro era stata allestita in un uliveto a 15 km da sfax, nascosta dagli alberi contro le ricognizioni aeree alleate. Odore di olio bruciato, rumore di martelli sulla lamiera, imprecazioni in dialetti di ogni regione d’Italia. Lì lavoravano meccanici, fabbri, saldatori improvvisati, uomini che prima della guerra riparavano trattori in Emilia, automobili a Milano, pescherecci in Sicilia.

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