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Coppia sparita sulle Dolomiti nel 1993 — un ritrovamento dei Carabinieri nel 2024 sconvolge tutti

Coppia sparita sulle Dolomiti nel 1993. Un ritrovamento dei carabinieri nel 2024 sconvolge tutti. Era una delle stati più calde degli anni 90 quando una giovane coppia veronese, Luca Bianchi e Sara Moretti sparì nel nulla durante un’escursione sulle Dolomiti. Nessun messaggio, nessuna chiamata, solo silenzio.

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Avevano noleggiato una Fiat tipo bianca e si erano messi in viaggio verso il Parco Naturale Paneveggio, Pale di San Martino, per un weekend immersi nella natura. Ma da quel momento nessuno li vide più. Per 31 anni non emerse nulla, nessuna traccia. Finché nell’estate del 2024 un violento incendio boschivo scoppiato nella zona di Passorolle cambiò ogni cosa.

Le fiamme divorarono ettari di bosco, rivelando sotto uno strato di terra collassata qualcosa che nessuno si aspettava di trovare, una botola arrugginita sigillata con cura decenni prima. Io sono Tony e questa è scomparsi d’Italia. Se ami le storie che scavano nel buio del nostro passato, nei misteri risolti, nei nomi dimenticati, ti invito a iscriverti subito al canale.

Ogni settimana riportiamo alla luce casi abbandonati, verità nascoste e persone che non dovrebbero essere dimenticate. L’accesso ritrovato venne inizialmente notato da un operatore della Protezione Civile, Calogero Vannucci, durante una perlustrazione tra i resti carbonizzati del bosco. Notò una depressione nel terreno, troppo simmetrica per essere naturale. Si.

si avvicinò, scostò la cenere con lo scarpone e sotto il suolo friabile scoprì una lastra di metallo ondulato fusa ai bordi. C’erano lettere sbiadite incise sulla superficie MCC12, una sigla che nessuna mappa recente riportava. Fu chiamato il Ross dei Carabinieri insieme a una squadra della polizia scientifica di Trento.

Dopo ore di lavoro con leve e cesoie riuscirono a sollevare la botola. Un odore stantio, caldo e umido riempì l’aria. Puntarono i fari nel tunnel in discesa e a una trentina di metri individuarono qualcosa, una busta di plastica sbiadita con all’interno un portafoglio rosso. Dentro, ancora leggibile, c’era una carta d’identità rilasciata nel 1993.

Il nome Sara Moretti. Il giorno dopo l’ispettrice Federica Neri del nucleo Cold case di Trento fissava il volantino ingiallito di persone scomparse a peso sopra la sua scrivania. Luca e Sara, due ventenni veronesi, innamorati, felici, sorridenti nella foto scattata con una macchina analogica.

Avevano prenotato una notte in un rifugio nei pressi di Malga CS, ma non erano mai arrivati. Nessun avvistamento, nessuna telefonata, un’unica ricevuta di benzina datata 21 agosto 1993 da una stazione di servizio a Predazzo. Poi il nulla. Federica aveva riaperto il fascicolo tre anni prima, sentendo che c’era qualcosa di stonato in quella storia e ora aveva in mano il primo indizio concreto in oltre 30 anni.

Fece subito ritorno al sito con una squadra forense. Il tunnel era instabile e parzialmente crollato. Tra i detriti, a metà del corridoio, trovarono uno zaino blu consumato dal tempo. Dentro c’erano una torcia arrugginita, una bussola, un giubotto di flanella e una macchina fotografica analogica. Il rullino era ancora sigillato.

Venne affidato a Lena Barzaghi, una tecnica di laboratorio con più di 20 anni di esperienza in fotografia forense. Lo sviluppò a secco, evitando liquidi che avrebbero potuto distruggere l’emulsione. La pellicola era deformata, ma non del tutto compromessa. Quando Federica vide immagini sviluppate, le si fermò il respiro.

La prima foto mostrava Luca e Sara sorridenti davanti alla loro fiattio, una foresta alle spalle. La seconda era un selfie, Sara in primo piano, il sole negli occhi, ma fu la terza a cambiare tutto, un cartello arrugginito con la scritta attenzione, accesso miniera vietato. La quarta mostrava Luca seduto su una roccia, ma non stava sorridendo.

Guardava fuori dall’inquadratura, le sopracciglia grottate. Nella quinta foto, scattata quasi al buio, il volto di Sara era mezzo illuminato, terrorizzato. Una mano, non la sua, era premuta contro il finestrino alle sue spalle. Federica smise di respirare quando vide la sesta, un’inquadratura nera quasi invisibile, ma con l’esposizione corretta apparve una griglia metallica, una porta, una gabbia.

Federica rimase a lungo immobile davanti a quelle fotografie. Ogni dettaglio sembrava parlarle con un’intensità che le saliva dalla pelle fino allo stomaco. Quelle non erano solo immagini di un’escursione andata male, non erano ricordi dimenticati dalla natura, erano prove, tracce di qualcosa di costruito, orchestrato, nascosto. Il volto di Sara, nella quinta foto, spalancato dal terrore, non lasciava spazio all’interpretazione, era prigionia, era consapevolezza.

E quella mano contro il vetro, fredda, rigida, fuori posto, umana ma lontana, qualcosa non tornava da anni, ora però iniziava ad assumere contorni. Il giorno seguente Federica guidò per ore da Trento fino al deposito della miniera MCC12, accompagnata da due agenti e da una piccola squadra di tecnici del RIS. Il terreno era ancora caldo per via dell’incendio recente.

Le ceneri si sollevavano leggere a ogni passo. Sul posto una tenda temporanea era stata montata sopra l’ingresso della miniera, ora puntellata con supporti d’acciaio. Calogero Vannucci, lo stesso uomo che aveva trovato la botola, l’accolse con un cenno della testa. Le disse che avevano spinto una telecamera montata su un’asta telescopica più in profondità fino a un livello inferiore del tunnel.

Lì, al minuto 4 del video, avevano trovato qualcosa. Le fece cenno di seguirlo fino a un monitor installato nel retro di un furgone. Le immagini erano disturbate, granulose. Si vedevano pareti umide, travi spezzate, una galleria stretta. Poi all’improvviso la sagoma arrugginita di un veicolo incastrato nel fondo del cunicolo, la griglia anteriore, una ruota staccata, il parabrezza crepato, il corpo bruciato di una Fiat tipo bianca del 1993, una delle portiere strappata via.

Federica sgranò gli occhi. Era quella. Non c’erano più dubbi. Il veicolo di Luca e Sara non si era mai perso lungo i sentieri. Era stato nascosto, sepolto intenzionalmente sotto metri di terra e roccia all’interno di una miniera chiusa dal 1966 e ufficialmente inaccessibile. Questo non era un incidente, questo era un seppellimento, una cancellazione deliberata.

La conferma arrivò anche da altri oggetti rinvenuti nel tunnel superiore. Un giubotto maschile, presumibilmente di Luca, una bottiglietta d’acqua con etichetta dell’epoca, un rullino rotto, ma soprattutto un ciondolo, un piccolo uccello inciso nel legno su cordino nero. Federica lo riconobbe all’istante. Era lo stesso che Sara portava al collo nella seconda fotografia.

Il giorno dopo di buon mattino, Federica si presentò all’archivio della Forestale di Predazzo per consultare i registri del 1993. Nessuna segnalazione di escursionisti dispersi nell’area esatta della miniera. Nessuna radioemergenza, nessun contatto visivo. Il silenzio, ancora una volta, un silenzio troppo perfetto, come se qualcuno avesse cancellato ogni traccia del loro passaggio.

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