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Ex affiliato della ‘Ndrangheta RIVELA: Il VERO POTERE NON STA IN Giuseppe Morabito

La mia voce trema ancora quando parlo di quei giorni. Sono passati 20 anni, ma il sapore del sangue sulla lingua, il peso del giuramento sulla coscienza, tutto rimane vivo come una ferita aperta. Mi chiamo Antonio, non posso dire il cognome, capite bene perché? E per 15 anni sono stato quello che chiamano un picciotto d’onore della endrangheta.

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Oggi, a 60 anni, con i capelli bianchi e le mani che tremano per quello che ho visto e fatto, ho deciso di parlare non per redenzione, quella non esiste per gente come me, ma perché la verità deve uscire prima che anch’io finisca in una fossa anonima. Tutto iniziò nel 1987 a Platì, un paesino sperduto tra le montagne dell’Aspromonte dove ogni pietra conosce il nome di almeno un morto ammazzato.

 Avevo 24 anni e lavoravo come muratore, cercando di tirare avanti una famiglia che non aveva mai visto €o pulito. Mio padre era morto quando avevo 16 anni. Un incidente sul lavoro, dicevano, ma tutti. Sapevamo che aveva rifiutato di pagare il pizzo ai Barbaro. Antonio mi disse una sera mio zio Rocco, seduto sul gradino di casa mentre il sole tramontava dietro i monti.

 Tu sei un bravo ragazzo, ma la bravura qui non basta. Devi scegliere. O diventi qualcuno o rimani nessuno per sempre. Mio zio non era un uomo qualunque. Rocco Cataldo era rispettato in tutto il paese. Parlava sottovoce, ma quando parlava tutti ascoltavano. Le sue mani erano pulite, almeno in apparenza, ma i suoi occhi avevano visto cose che non si raccontano nelle confessioni domenicali.

 Che cosa vuoi dire, zio? Domani sera alle 9:00 ti presenti alla masseria dei Mollica. Chiedi di don Salvatore, digli che vieni da parte mia. Non feci domande. In Calabria, quando un anziano ti parla così, tu ascolti e basta. La masseria si trovava a 10 km dal paese, nascosta tra gli ulivi secolari che sembravano custodire segreti antichi quanto la terra stessa.

Arrivai puntuale, il cuore che batteva come un tamburo di guerra. Un uomo sui 40 anni mi aprì il portone, alto, magro, con una cicatrice che gli attraversava la guancia sinistra dall’orecchio al labbro. Tu sei Antonio Cataldo? Sì, signore, io sono Carmine, seguimi. Mi condusse attraverso un corridoio buio, le pareti decorate con quadri di santi e madonne che sembravano guardarmi con disapprovazione.

 Alla fine del corridoio, una porta di legno massiccio si aprì, rivelando una stanza illuminata da candele. Attorno a un tavolo rotondo sedevano sette uomini, tutti vestiti di nero, tutti con lo stesso sguardo duro e spietato. Al centro un uomo sui 60 con i baffi grigi e gli occhi color ghiaccio. Don Salvatore Mollica, capo locale di Platì, e uomo di rispetto nell’andrangheta regina.

 Avvicinati, figliolo disse con una voce che era miele e veleno insieme. Mi avvicinai, le gambe che mi trema cercando di non darlo a vedere. Un uomo d’onore non mostra mai paura. Questa era la prima lezione che stavo per imparare. Tuo zio mi ha parlato di te. dice che sei un ragazzo serio, che sa tenere la bocca chiusa e che non ha paura del lavoro.

 È così, don Salvatore? Bene, ma prima di procedere devi sapere una cosa importante. Quello che succederà stasera cambierà la tua vita per sempre. Una volta che entrerai nella nostra famiglia non potrai mai più uscirne. Capisci cosa significa? Credo di sì, signore. No, ragazzo, tu non capisci ancora, ma lo capirai. Don Salvatore si alzò e prese da una credenza antica una piccola immaginetta sacra, San Michele Arcangelo e un ago da cucito.

 Metti la mano destra sul tavolo, palmo verso l’alto. Feci come mi aveva chiesto. Con un movimento rapido e preciso, don Salvatore mi punse l’anulare con l’ago. Il sangue iniziò a scendere goccia dopo goccia sull’immaginetta del santo. Ora ripeti quello che ti dirò”, ordinò mentre l’immaginetta prendeva fuoco tra le sue dita.

 “Io Antonio Cataldo, giuro per questo santo che brucia come dovrebbe bruciare la mia anima se tradissi la endrangheta di essere fedele ai miei fratelli, di obbedire ai miei superiori e di non rivelare mai i segreti della nostra onorata società, neanche sotto tortura, neanche di fronte alla morte”. Ripetei le parole, la voce che mi si spezzava mentre l’immaginetta si riduceva in cenere tra le mie dita sporche di sangue.

 Da questo momento, disse don Salvatore, rimettendosi a sedere, tu sei un picciotto d’onore dell’andrangheta di Platì. Hai una nuova famiglia, una famiglia che viene prima di tutto e tutti, prima di tua moglie, prima dei tuoi figli, prima di Dio stesso. Gli altri uomini attorno al tavolo annuirono in silenzio. Ognuno di loro aveva fatto lo stesso giuramento.

Ognuno aveva bruciato la stessa immaginetta. Ognuno aveva scelto di legare la propria anima a quella confraternita di sangue e silenzio. Ora siediti, Antonio, è ora che tu conosca la verità sulla nostra organizzazione. Mi sedetti su una sedia che qualcuno aveva portato ancora stordito da quello che era appena successo.

 Don Salvatore accese una sigaretta e iniziò a parlare, la sua voce che riempiva la stanza come fumo denso. Quello che la gente pensa di sapere sull’andrangheta è solo la punta dell’iceberg, figliolo. Credono che tutto ruoti attorno ai nomi famosi, ai boss che finiscono sui giornali, agli arresti che fanno rumore.

 Giuseppe Morabito Utira Drittu è un uomo rispettato, questo è vero, ma lui come tanti altri è solo il volto visibile di qualcosa di molto più grande e potente. Si fermò, aspirò profondamente dalla sigaretta e continuò. La vera endrangheta, quella che comanda davvero, è fatta di uomini che non esistono sui documenti ufficiali, uomini che non hanno mai messo piede in un tribunale, che non hanno mai visto l’interno di una cella.

 Sono loro che decidono chi vive e chi muore, chi fa affari e chi fallisce, chi governa e chi ubbidisce. Ma chi sono questi uomini, don Salvatore? Li chiamiamo i muti, non perché non parlano, ma perché il loro nome non deve mai essere pronunciato. Sono sette come gli apostoli di Cristo e controllano tutto quello che succede dalla Calabria a Milano, da Torino a Dusseldorf, da Toronto a Sydney.

 La coca che arriva dal Sud America, la politica che si piega ai nostri interessi, i giudici che chiudono gli occhi quando serve, tutto passa attraverso le loro mani invisibili. mi guardò fisso negli occhi, come se volesse leggere la mia anima. E tu, Antonio, se dimostri di essere degno di fiducia, un giorno potresti conoscerne uno di persona, ma prima devi dimostrare che sei davvero un uomo d’onore.

 Come posso farlo, don Salvatore? Domani mattina ti presenterai da Carmine alle 6:00. Lui ti spiegherà qual è il tuo primo incarico. E ricordati una cosa, nell’andrangheta non esistono seconde possibilità. O fai quello che ti viene chiesto nel modo giusto e al momento giusto? Oppure non finì la frase, non ce n’era bisogno.

 Il messaggio era chiaro come il sangue che ancora macchiava la mia mano. Quella notte non riusci a dormire. Rimasi sveglio nel mio letto guardando il soffitto e pensando a quello che avevo fatto. Mia moglie Maria dormiva accanto a me. Ignara che suo marito era diventato parte di qualcosa che non poteva più controllare. I miei figli, Giuseppe di 6 anni e Francesca di quattro dormivano nella stanza accanto, innocenti come agnelli che non sanno di vivere in mezzo ai lupi.

 Ma era troppo tardi per i ripensamenti. Il patto era sigillato, il giuramento pronunciato. Da quel momento in poi Antonio Cataldo, il muratore onesto che cercava di tirare avanti la famiglia, non esisteva più. Era nato un uomo d’onore della Andrangheta e con lui erano nati anche i suoi demoni. Ehi del mattino in punto. Il sole di marzo filtrava appena tra le persiane quando bussai alla porta di Carmine.

 Non avevo chiuso occhio e dalle occhiaie che portavo doveva essere evidente. Lui mi aprì già vestito come se non avesse mai dormito. Bravo Antonio. La puntualità è una virtù che pochi sanno coltivare. Carmine mi fece segno di entrare. La sua casa era spartana, pulita, ordinata come una caserma. Sui muri solo un crocifisso e una foto in bianco e nero di un uomo anziano con lo stesso sguardo tagliente di Carmine.

 “Mio padre” disse notando il mio sguardo. “È morto in carcere a Poggio reale senza mai aver fatto un nome. Questo è quello che significa essere un uomo d’onore.” Mi versò un caffè nero amaro come la medicina e si sedette di fronte a me. Don Salvatore mi ha detto di spiegarti come funziona la nostra famiglia, ma prima devo sapere una cosa.

 Sai sparare? Ho fatto il militare, ho usato il fucile. Bene, oggi imparerai a usare questo. Tirò fuori da un cassetto una pistola, una beretta 92, nera, pesante, fredda come la morte stessa. Questa ti salverà la vita o te la toglierà, dipende da come la usi. Nella indrangheta ci sono tre modi per morire: di malattia, di vecchiaia o ammazzato.

 La malattia è nelle mani di Dio. Vecchiaia è un privilegio che pochi di noi vedranno, ma essere ammazzato quello dipende da quanto sei bravo a rimanere vivo. Mi spiegò come caricare il caricatore, come togliere la sicura, come mirare. Le sue mani si muovevano con precisione chirurgica. Ogni gesto calcolato, ogni movimento perfetto. Il primo colpo deve essere mortale, Antonio.

 Nella nostra vita non c’è spazio per i feriti. Un uomo ferito può parlare, può testimoniare, può vendicarsi. Un uomo morto è solo un problema per il becchino. Dopo un’ora di lezioni teoriche, salimmo sulla sua Fiat Punto e ci dirigemmo verso le colline. Lassù, in mezzo ai castagni e alle ginestre, Carmine aveva allestito un poligono improvvisato.

 Bottiglie di vetro, lattine, sagome di cartone appese ai rami. Inizia con le bottiglie, distanza 10 m. Le prime volte sbagliai tutto. Il rinculo mi sorprese, il rumore mi fece sobalzare, ma Carmine era paziente, metodico, mi correggeva la postura, la presa, la respirazione. Non devi pensare, Antonio, devi solo fare. Il pensiero uccide più della paura.

 Dopo due ore iniziai a centrare qualche bersaglio. Non ero bravo, ma almeno non ero più pericoloso per me stesso. Basta per oggi! disse Carmine mentre raccoglievamo i bossoli. Domani mattina, stessa ora. E Antonio, sì, di quello che abbiamo fatto qui oggi non parli con nessuno, neanche con tua moglie, neanche con tuo fratello.

 Nell’andrangheta i segreti sono come proiettili. Una volta sparati non li puoi più riprendere. I giorni seguenti furono tutti uguali. Mattina presto da Carmine, lezioni di tiro, poi lavoro normale come muratore. La sera tornavo a casa da Maria e dai bambini. Cenavo, guardavo la televisione, facevo finta di essere ancora il marito e il padre di sempre.

Ma dentro di me qualcosa era cambiato. Ogni volta che Giuseppe mi correva incontro gridando: “Papà!”. Ogni volta che Francesca mi arrampicava sulle spalle, io sentivo il peso della pistola nascosta nel cassetto della camera da letto e mi chiedevo che tipo di padre stessi diventando. Dopo due settimane Carmine disse che ero pronto per il test finale.

 Domani sera alle 10:00 ci incontriamo al bar di Touri in paese. Arriva con la macchina e tieni il motore acceso. Io esco, sali e ci andiamo. Dove andiamo? a fare il tuo primo lavoro vero? Quella notte non chiusi occhio. Maria se ne accorse. Antonio, che cosa hai? Da settimane sei strano, nervoso, ti succede qualcosa al lavoro? Niente, amore, è solo che ci sono problemi con la ditta. Potrebbero licenziarmi.

 Era una bugia, ma era più semplice della verità. Come le avrei potuto spiegare che suo marito stava per diventare un killer? Come le avrei potuto dire che l’uomo che lei aveva sposato in chiesa davanti a Dio e ai suoi genitori non esisteva più? Il giorno dopo fu eterno. Lavorai in cantiere come un automa. I mattoni, il cemento, le cazzuole mi sembravano cose di un altro mondo.

L’unica cosa reale era la tensione che mi rodeva lo stomaco e il battito accelerato del cuore ogni volta che pensavo alla sera. Alle 10:00 precise ero davanti al bar di Turi. Il motore della mia Alfa 33 rombava dolcemente, le mani sudate stringevano il volante. 5 minuti dopo Carmine uscì dal bar. Aveva una borsa di pelle in mano e camminava con passo deciso, ma senza fretta.

 Gira a sinistra e vai verso Locri”, disse salendo in macchina. Non fece altre domande durante il viaggio. Io guidavo in silenzio, gli occhi fissi sulla strada, mentre lui controllava qualcosa nella borsa. Alla luce dei lampioni riuscì a intravedere il metallo lucido di una pistola. “Fermati qui” disse dopo 20 minuti indicando una stradina sterrata che si inoltrava tra gli uliveti.

 Spense i fari e imboccai la stradina. Dopo 200 m mi disse di fermarmi dietro un casolare abbandonato. Carmine scese, aprì la borsa e ne tirò fuori due pistole e due passamontagna. “Mettitelo”, disse porgendomi il passamontagna. “e prendi questa”. La pistola era identica a quella con cui mi aveva fatto esercitare. Fredda, pesante, carica. Adesso ascoltami bene Antonio.

Tra 10 minuti passerà di qui un furgoncino bianco, un fiorino. Dentro c’è un uomo, si chiama Rocco Zito. È uno che faceva affari con noi, poi ha deciso di fare il furbo. Ha rubato 30 kg di coca che dovevano arrivare a Milano e li ha rivenduti per conto suo a Napoli. Il cuore iniziò a battermi così forte che pensai si sentisse da fuori.

 Ma è sicuro che sia lui, Antonio? Disse Carmine con una voce che non ammetteva repliche. Nella nostra famiglia non si fanno domande, si fanno solo ordini. Don Salvatore ha deciso che Rocco Zito deve morire e noi siamo qui per eseguire. Tu gli spari alla testa, io controllo che non ci siano problemi. Tutto qui. E se E se non riesco? Carmine si fermò, mi guardò dritto negli occhi attraverso i fori del passamontagna.

 Allora muori tu al posto suo non disse altro. Non ce n’era bisogno. Ci posizionammo dietro due alberi ai lati della strada. Il silenzio della campagna era rotto solo dal canto dei grilli e dal battito del mio cuore. Guardai l’orologio. Le 10:47 le mie mani trema come foglie al vento. Alle 10:52 vidi due fari in lontananza.

Il furgoncino bianco procedeva lentamente, senza fretta. Quando fu a circa 50 m da noi, Carmine mi fece segno con la mano. Era il momento. Saltai fuori dal nascondiglio e mi misi in mezzo alla strada, la pistola puntata contro il parabrezza. Il furgoncino frenò bruscamente le gomme che stridevano sull’asfalto.

 “Scendi dal furgone subito!” gridai la voce che mi tremava. La portiera si aprì e ne scese un uomo sui 50 anni, basso, grasso, con una camicia a quadri e i jeans sporchi di grasso. I suoi occhi erano pieni di terrore, ma anche di una strana rassegnazione, come se sapesse già come sarebbe andata a finire. “Per favore”, disse con voce rotta.

 “Io ho una famiglia, ho tre figli piccoli.” “Zitto”, gli urlai, anche se le sue parole mi stavano spezzando il cuore. “Tu sei Rocco zitto?” Sì, ma ascoltami. Io posso restituire tutto. Posso? È troppo tardi. Alzai la pistola, il mirino puntato dritto tra i suoi occhi. Lui chiuse le palpebre, iniziò a pregare sotto voce.

 Santa Maria, madre di Dio, prega per noi peccatori adesso e nell’ora della nostra morte. Il dito sul grilletto, un grammo di pressione e tutto sarebbe finito. Ma non riuscivo. La mano mi tremava, il sudore mi accecava, il respiro mi mancava. Antonio, calmine tagliente come una lama. >> Adesso chiusi gli occhi e premetti il grilletto.

 Il colpo echeggiò tra gli ulivi come un tuono. Quando riapersi gli occhi, Rocco Zito era a terra, una macchia scura che si allargava sotto la sua testa. Gli occhi aperti, fissi sul cielo stellato non vedevano più niente. “Bravo”, disse Carmine avvicinandosi. “Il primo è sempre il più difficile, gli altri vengono da soli.

” Tornammo alla macchina in silenzio. Io guidavo come un automa mentre Carmine controllava che non ci stesse seguendo nessuno. Non dissi una parola per tutto il viaggio, non riuscivo. Avevo la gola chiusa e il sapore del ferro in bocca. “Domani mattina” disse Carmine scendendo dalla macchina davanti al bar. Don Salvatore vuole vederti alle 9:00 alla masseria.

Arrivai a casa alle 2:00 del mattino. Maria mi aspettava sveglia, seduta sul letto con la vestaglia. Dove sei stato Antonio? Sono ore che ti aspetto. Lavoro risposi senza guardarla. Dovevamo finire un muro. Ah, quest’ora di notte. Il padrone voleva così. Paga doppio per il lavoro notturno. Un’altra bugia. Un’altra pietra aggiunta al muro che stavo costruendo tra me e la mia famiglia.

 Mi infilai sotto la doccia e rimasi lì per un’ora. L’acqua bollente che mi colpiva la schiena mentre cercavo di lavare via l’odore di polvere da sparo e l’immagine di quegli occhi spenti per sempre. Ma sapevo che non ci sarei mai riuscito. Quello era solo il primo. E nell’andrangheta il primo morto non è mai l’ultimo. Due anni erano passati da quella prima notte di sangue.

Due anni in cui avevo imparato che uccidere diventa facile, come respirare quando lo fai abbastanza spesso. Otto uomini morti per mano mia, traditori, infiltrati, debitori che non pagavano. Semplici scocciatori che avevano pestato i piedi sbagliati. Otto famiglie distrutte, otto madri che piangevano, otto bare chiuse per sempre.

 Ma nell’andrangheta non si conta i morti, si contano solo i vivi che rimangono fedeli. Don Salvatore mi convocò una sera di novembre del 1989. Pioveva di rotto e il vento dell’aspromonte ululava tra i tetti di Platì come un lamento di fantasmi. Questa volta l’incontro non era alla massia, ma in un posto che non avevo mai visto, una villa isolata sopra le colline di Bovalino, nascosta tra i pini marittimi e protetta da mura alte 3 m.

Antonio mi disse quando entrai nel salone principale. Sei diventato un uomo di cui mi posso fidare. Hai dimostrato di saper obbedire senza fare domande e di saper tenere la bocca chiusa anche sotto pressione. Era vero. 6 mesi prima i carabinieri mi avevano fermato per un controllo dopo l’omicidio di un commerciante di Siderno che non voleva pagare la tangente.

 Mi avevano interrogato per 12 ore. Mi avevano minacciato, promesso immunità, mostrato foto dei miei figli davanti a scuola. Io non avevo detto una parola, neanche il mio nome. Per questo motivo, continuò don Salvatore versandomi un bicchiere di whisky. Ho deciso che è arrivato il momento di farti conoscere la vera struttura della nostra organizzazione.

Mi condusse attraverso un corridoio lungo e stretto, le pareti coperte di quadri antichi e specchi che riflettevano la luce fioca delle lampade. Alla fine del corridoio, una porta blindata con una serratura elettronica. Don Salvatore digitò un codice a otto cifre e la porta si aprì con un sibilo metallico.

 La stanza oltre la soglia mi tolse il respiro. Era enorme, circolare, con una cupola di vetro che lasciava vedere le stelle. Al centro un tavolo rotondo in mogano scuro attorno al quale sedevano sei uomini, tutti vestiti in abiti scuri, tutti con l’aria di chi comanda senza mai alzare la voce.

 Antonio, disse don Salvatore a voce bassa, “ti presento i muti”. L’uomo più anziano, sui 70, con i capelli completamente bianchi e gli occhi azzurri come ghiaccio, alzò lo sguardo su di me. Avvicinati, figliolo. Mi avvicinai, le gambe che mi tremavano. Quello che avevo davanti non era un semplice boss mafioso, era qualcosa di diverso, di più grande, di più pericoloso.

 Si capiva dalla postura, dal modo di guardare, dal silenzio rispettoso degli altri. Io sono quello che voi chiamate numero uno”, disse con una voce educata da professore universitario. “Non ho nome, non ho cognome, non esisto sui documenti dello Stato italiano, ma sono io che decido chi deve morire e chi deve vivere dal Brennero a Pantelleria.

” Si alzò dalla sedia e camminò lentamente attorno al tavolo. “Ti stai chiedendo chi siamo, vero Antonio? Ti stai chiedendo come sia possibile che sette uomini possano controllare un’organizzazione di 30.000 affiliati sparsi per il mondo?” Era esattamente quello che stavo pensando. La risposta è semplice. Noi non controlliamo l’andrangheta.

 Noi siamo l’andrangheta. I capi bastone, i padrini, i boss che finiscono sui giornali sono tutti pedine sulla nostra scacchiera. Pezzi importanti, ma pur sempre pezzi. Un altro uomo si alzò più giovane, sui 50, con un completo grigio perfetto e una cravatta di seta blu. Io sono il numero due. Il mio compito è la politica.

 Senatori, deputati, ministri, presidenti di regione, tutti hanno un prezzo, Antonio, e io conosco il prezzo di ognuno di loro. Aprì una cartellina di pelle e ne tirò fuori una fotografia. La riconobbi subito, un politico famoso, uno di quelli che parlava sempre di legalità in televisione, ritratto mentre stringeva la mano a un uomo che sapeva essere un grosso trafficante di droga.

Questa foto è stata scattata 3 anni fa in Svizzera. Il nostro paladino della giustizia stava ricevendo 2 milioni di dollari per far deragliare un’inchiesta sui nostri affari in Germania. Abbiamo centinaia di foto come questa, ore di registrazioni, documenti bancari. L’Italia non sa di essere governata da noi, ma è così dal 1946.

Il numero tre era un uomo tarchiato, con le mani grosse da operaio e una cicatrice che gli attraversava il collo. Io mi occupo del sindacato e dell’economia, appalti pubblici, costruzioni, trasporti. Tutto quello che muove denaro in Italia passa attraverso le mie mani. Quando decide il governo di costruire un’autostrada, io so già quale ditta vincerà l’appalto.

 Quando scelgono dove aprire un nuovo ospedale, io ho già comprato i terreni due anni prima. Mi stava girando la testa. Quello che stavo sentendo era troppo grande per essere compreso tutto insieme. Il numero 4 era il più giovane del gruppo sui 40, elegante come un modello di moda. Io gestisco i rapporti con l’estero. Colombia, Messico, Afghanistan, Turchia, ogni chilo di cocaina che arriva in Europa, ogni grammo di eroina che entra a Milano, ogni dollaro falso che circola a Napoli, tutto haa mia firma.

 Ho uffici a Bogotà, case a Miami, conti in banche che neanche la CIA riesce a controllare. Il numero cinque era un uomo sui 60, magro come un chiodo, con gli occhi neri e penetranti. Magistratura, il mio settore è il più delicato. Procuratori, giudici, questori, commissari. Alcuni li compriamo, altri li eliminiamo, tutti li controlliamo.

 Ogni inchiesta che parte contro di noi, io lo so prima che arrivi sulla scrivania del magistrato. Ogni pentito che decide di parlare, io lo so prima che apra bocca. Il numero se non parlò, si limitò a guardarmi con un sorrisetto che mi gelò il sangue. Era sui 55 anni, completamente calvo, vestito come un prete. “Lui è il nostro specialista in problemi speciali”, disse il numero uno.

 Quando qualcuno diventa troppo pericoloso per essere semplicemente corrotto o minacciato, interviene lui. Ha un talento naturale per far sembrare gli omicidi dei suicidi. Infine il numero 7. Un uomo sui 60 con la barba grigia e gli occhi stanchi. Io sono quello che potresti chiamare il nostro filosofo. Studio le persone, capisco le loro debolezze, trovo il modo di farle fare quello che vogliamo.

 Ogni essere umano ha un punto di rottura, Antonio. Tutti, anche tu. Mi guardò fisso negli occhi e io sentìi un brivido freddo lungo la schiena. Il numero uno tornò a sedersi e accese una sigaretta. Ora ti starai chiedendo perché ti stiamo mostrando tutto questo, vero Antonio? Sì, signore, perché abbiamo un lavoro per te, un lavoro molto particolare che richiede un uomo di cui possiamo fidarci completamente.

Aprì un cassetto del tavolo e ne tirò fuori una busta sigillata. Dentro questa busta ci sono i nomi di tre persone: un giudice di Milano, un commissario di polizia di Roma e un giornalista di Palermo. Tutti e tre stanno indagando su cose che non dovrebbero indagare. Tutti e tre devono sparire nei prossimi tre mesi. Mi porse la busta.

 Le mie mani trema quando la presi. Ma questa volta non sarà come gli altri lavori che hai fatto finora, Antonio. Questi tre omicidi devono sembrare accidentali. Il giudice deve morire in un incidente stradale, il commissario deve avere un infarto. Il giornalista deve cadere dal balcone di casa sua. Ma come posso? Non devi preoccuparti dei dettagli tecnici.

Il numero sei ti spiegherà tutto quello che devi sapere. Tu devi solo eseguire. Il numero se si alzò e mi si avvicinò. Da vicino era ancora più inquietante. I suoi occhi sembravano due pozzi neri senza fondo. Domani mattina alle 7:00 ci incontriamo alla stazione ferroviaria di Reggio Calabria.

 Prendi il treno per Milano. Ti raggiungerò in treno e durante il viaggio ti spiegherò tutto. E la mia famiglia? Mia moglie si accorgerà che non sono a casa. Direi che devi andare al nord per lavoro, che c’è un cantiere importante e la mia famiglia, mia moglie si accorgerà che non sono a casa. Drai che devi andare al nord per lavoro, che c’è un cantiere importante a Milano e che sarai via per due settimane”, rispose il numero uno.

 Don Salvatore si occuperà di preparare tutti i documenti necessari. Mi sentivo come se stessi cadendo in un pozzo senza fondo. Tre omicidi, tre persone innocenti che stavano solo facendo il loro dovere e io dovevo ucciderle per far contenti sette uomini che non esistevano ufficialmente. “C’è un compenso per questo lavoro”, aggiunse il numero uno.

 500 milioni di lire cash e quando tornerai avrai una promozione nella famiglia. 500 milioni. Una fortuna per un uomo come me. Abbastanza per comprare una casa nuova, mandare i miei figli alle scuole migliori, far smettere di lavorare mia moglie. Accetti? Nell’andrangheta non si dice mai no quando ti fanno una domanda del genere. Non se vuoi continuare a respirare, accetto. Il numero uno sorrise.

 Era un sorriso freddo, di soddisfazione. Bene, ora una cosa importante, Antonio, quello che hai visto e sentito questa sera non deve mai uscire da questa stanza. Se anche solo pensi di tradirci, se anche solo sogni di parlare con i carabinieri o con i magistrati, non sarai tu a morire.

 Sarà prima tua moglie, poi i tuoi figli, poi tutti i tuoi parenti fino al quarto grado e tu dovrai guardare. Non era una minaccia, era una promessa. Ho capito, Signore. Perfetto. Ora don Salvatore ti riaccompagnerà a casa. Domani inizia la tua nuova vita. Il viaggio di ritorno fu silenzioso. Don Salvatore guidava con calma, fischiettando una canzone che non riconoscevo.

 Io guardavo fuori dal finestrino le luci del paese che si avvicinavano e pensavo a quello che avevo visto. Sette uomini che controllavano l’Italia intera. Sette fantasmi che muovevano i fili di un teatrino dove tutti pensavano di essere liberi, ma dove tutto era già deciso da loro. Bon Salvatore”, dissi alla fine, “quei sette esistono davvero o è tutto un’invenzione per impressionarmi?” Si fermò a un semaforo rosso e mi guardò.

 I suoi occhi erano seri, più seri di quanto li avessi mai visti. Antonio, quello che hai visto stasera è più reale della terra che calpesti. Quei sette uomini sono più potenti del Papa, del Presidente della Repubblica e di tutti i ministri messi insieme. Sono loro che decidono se l’Italia va in guerra o rimane in pace, se l’economia va bene o va male, se un politico vince le elezioni o le perde.

 Ma come è possibile? Come possono sette persone? Perché hanno capito una cosa che gli altri non capiscono. Il potere vero non è quello che si vede, è quello che rimane nascosto. Un presidente può governare per 5 anni, poi viene sostituito. Un generale può comandare per una guerra, poi viene pensionato. Ma loro governano da 40 anni e governeranno per altri 40. Arrivammo sotto casa mia.

Prima di scendere don Salvatore mi mise una mano sulla spalla. Ricordati Antonio, da domani non sei più un semplice soldato dell’andrangheta. Sei diventato parte del livello più alto dell’organizzazione, ma con i grandi privilegi vengono anche le grandi responsabilità, un errore, una parola di troppo, un momento di debolezza e non ci sarà posto nel mondo dove tu possa nasconderti.

Rocco Morabito: Fugitive mobster handed over to Italy - BBC News

 Entra in casa alle 3:00 del mattino. Maria mi aspettava al solito, preoccupata. Antonio, ma che lavoro è questo che ti tiene fuori fino a quest’ora? E perché torni sempre con questa faccia strana? La guardai negli occhi. I suoi occhi puliti, innocenti, pieni di amore e di fiducia. Come le avrei potuto spiegare che suo marito era diventato un killer al servizio di un’organizzazione che controllava l’Italia intera? Amore! Le disse abbracciandola, domani devo partire per Milano.

 C’è un grosso cantiere, mi tengono via due settimane, ma quando torno avremo soldi a sufficienza per comprare una casa nuova. Davvero? Ma come mai pagano così tanto? È un lavoro particolare, molto particolare. La baciai e andai a dare un’occhiata ai bambini. Giuseppe e Francesca dormivano nei loro lettini, sereni come angeli. Li guardai a lungo, memorizzando i loro visi, i loro respiri tranquilli, le loro manine serrate a pugno.

 Fra poche ore sarei partito per uccidere tre persone innocenti e quando sarei tornato sarei stato per sempre un uomo diverso. La mattina dopo, alla stazione di Reggio Calabria, il numero 6 mi aspettava con due biglietti per Milano, vestito come un normale viaggiatore con una giacca blu e un borsello di pelle. Nessuno avrebbe mai sospettato che fosse uno degli uomini più pericolosi d’Italia.

“Prendi posto in prima classe, carrozza 3, posto 15A”, mi disse senza guardarmi. “Io sono al posto 15b”. Durante il viaggio non mi parlare, non mi guardare. Fai finta di non conoscermi. Quando saremo vicini a Milano ti dirò tutto quello che devi sapere. Il treno partì puntuale alle 8:30. Per 7 ore rimasi seduto accanto all’uomo che mi doveva insegnare a uccidere senza lasciare tracce e non ci scambiammo neanche uno sguardo.

 Lui leggeva la Gazzetta dello sport. Io guardavo il paesaggio che scorreva fuori dal finestrino. Solo quando il treno iniziò a rallentare per entrare nella stazione di Milano Centrale, il numero 6 aprì bocca. Il primo è il giudice Giuliano Maretti. Abita in via Brera 23, quarto piano. Esce di casa tutte le mattine alle 7:45 per andare al tribunale.

 Guida una BMW serie 5 blu. Mercoledì prossimo deve morire in un incidente stradale lungo la tangenziale ovest. Mi passò una busta sottile. Dentro ci sono le chiavi di un furgone rubato, i documenti falsi che ti serviranno e 10.000 lire per le spese. Il furgone è parcheggiato in via Padova 156.

 Mercoledì mattina lo prendi, ti posizioni al kilometro 12 della tangenziale e aspetti che passi la BMW del giudice. Tamponamento frontale a 90 km/h. Lui muore sul colpo. Tu esci dal furgone e scappi. A piedi c’è una stazione della metropolitana a 300 m e se sopravvive non sopravviverà. Il furgone è stato modificato. Il motore è stato spostato all’indietro di 30 cm per aumentare l’impatto.

 La BMW avrà la peggio. Mi sentì gelare il sangue. Quella gente non lasciava niente al caso. Il secondo è il commissario Mario Sant’Angelo di Roma. Problemi cardiaci familiari. Già due infarti leggeri negli ultimi 3 anni. Venerdì prossimo morirà di infarto mentre fa jogging a Villa Borghese. Mi passò un’altra busta. siringa veleno e istruzioni per l’uso.

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