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Ex Capo della Cosa Nostra SVELA: IL BURATTINAIO NON ERA Leoluca Bagarella

Sono passati 20 anni da quando ho deciso di uscire da quel mondo. 20 anni in cui ogni notte mi sveglio con il sudore freddo, sentendo ancora il peso di quelle decisioni che hanno segnato la mia vita e quella di tanti altri. Mi chiamo Beh, il mio vero nome non ha più importanza. Per tutti ero semplicemente don Salvatore, uno dei capi di una delle famiglie più influenti di Palermo negli anni 90.

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Oggi seduto in questa casa sperduta nelle campagne siciliane con le mani che tremano non per l’età, ma per il peso dei ricordi, ho deciso di rompere il silenzio, non per pentimento, non per vendetta, ma perché la verità deve essere detta prima che io me ne vada per sempre. Tutti credono di conoscere la storia, i giornali, i magistrati, persino i pentiti che hanno parlato nei tribunali.

Tutti hanno raccontato la stessa versione. Dopo la cattura di Totori Ina, il vero capo supremo sarebbe stato Leoluca Bagarella, il cognato del boss dei boss, l’uomo di ferro che dirigeva tutto dall’ombra. Ma questa è solo la verità che volevamo far credere. La verità vera è molto più inquietante.

Ricordo ancora quella sera di novembre del 1993. Ero stato convocato in una villa sulle colline di Monreale, una di quelle case che dall’esterno sembrano normali abitazioni borghesi, ma che nascondono stanze blindate e tunnel sotterranei. Non era la prima volta che ci andavo, ma quella sera c’era qualcosa di diverso nell’aria. Bagarella era già arrivato.

Lo vedo ancora seduto alla tavola di legno massiccio con quei suoi occhi gelidi che non tradivano mai nessuna emozione. Un uomo rispettato, temuto, capace di ordinare una morte con la stessa naturalezza con cui si ordina un caffè. Ma quella sera per la prima volta l’ho visto nervoso. Salvatore mi disse senza alzare lo sguardo, c’è qualcuno che devi incontrare fu allora che sentì dei passi provenire dalla stanza accanto, passi lenti misurati di qualcuno che sa di avere tutto il tempo del mondo perché il mondo aspetta. Lui

non il contrario. La porta si aprì e entrò un uomo di circa 50 anni, vestito con un completo, elegante masobrio, i capelli brizzolati perfettamente pettinati. Aveva l’aspetto di un professionista, un avvocato, forse un medico. Niente che potesse far pensare a “Buonasera, don Salvatore”, mi disse con voce calma, quasi sussurrata.

“Piacere di conoscerla finalmente.” Quello che mi colpì di più non fu la sua cortesia, ma il modo in cui Bagarella si alzò immediatamente in piedi. “Loca!” Bagarella, l’uomo che faceva tremare mezza Sicilia, si era alzato in segno di rispetto per questo sconosciuto. “Lui è il professore”, disse Bagarella, e nella sua voce c’era qualcosa che non avevo mai sentito prima. Defferenza.

Il professore sorrise, un sorriso che non raggiungeva mai gli occhi. Si sedette al posto di Bagarella, che senza una parola si spostò alla sua destra. In quel momento capì che tutto quello che credevo di sapere sulla nostra organizzazione era sbagliato. Don Salvatore disse il professore versandosi un bicchiere di vino.

Lei è un uomo intelligente, sa che i tempi stanno cambiando. Lo Stato si fa sempre più aggressivo. I pentiti parlano, i magistrati non si fermano davanti a niente. Abbiamo bisogno di una nuova strategia. parlava con la calma di un professore universitario che spiega una lezione da cui probabilmente derivava il soprannome, ma dietro quella calma percepis una freddezza che mi mise i brividi. La violenza continuò.

È uno strumento necessario ma primitivo. Il vero potere non si conquista con le lupare, si conquista con l’intelligenza e l’intelligenza sa quando è il momento di restare nell’ombra. Quella sera scoprì che Cosa Nostra non era quello che pensavo. Non era solo un’organizzazione criminale fatta di famiglia in guerra tra loro per il controllo del territorio.

Era qualcosa di molto più sofisticato, con tentacoli che si estendevano fino al cuore dello Stato, dell’economia, della società civile. E al centro di questa ragnatela non c’era Bagarella, c’era lui, il professore, l’uomo di cui nessuno avrebbe mai sospettato, l’uomo che aveva trasformato Cosa Nostra da banda di criminali violenti a sistema di potere invisibile.

Da domani mi disse prima di andarsene quella sera, lei riferirà direttamente a me. Bagarella continuerà a essere il volto pubblico della nostra organizzazione, l’uomo che tutti temono e di cui tutti parlano. Ma le decisioni vere le prenderemo noi nell’ombra. senza lasciare tracce. Quando la porta si chiuse alle sue spalle, Bagarella mi guardò e disse: “Salvatore, quello che hai sentito stanotte non deve uscire mai da questa stanza. Mai.

Se dovessi anche solo pensare di parlare, non finì la frase, ma non ne aveva bisogno. Conoscevo bene quel tono. Uscì dalla villa quella sera con la consapevolezza che la mia vita era appena cambiata per sempre. Non sapevo ancora quanto e non sapevo ancora che quel cambiamento mi avrebbe portato a vivere 20 anni nel terrore, sempre guardandomi le spalle, sempre sapendo che un giorno o l’altro avrei dovuto pagare il prezzo di quello che avevo scoperto.

Ma questa è solo la prima parte della storia. Il peggio doveva ancora arrivare. I mesi successivi a quell’incontro furono i più strani della mia vita criminale. All’esterno tutto sembrava continuare come prima. Bagarella dava gli ordini, le famiglie obbedivano, il sangue continuava a scorrere per le strade di Palermo, ma dietro le quinte qualcosa era cambiato radicalmente.

Il professore non si faceva mai vedere nelle riunioni tradizionali, non partecipava alle commissioni, non presenziava i summit tra le famiglie. La sua presenza si sentiva solo attraverso messaggi che arrivavano tramite Bagarella, ma che chiaramente non erano suoi. “Il professore dice che dobbiamo sospendere l’operazione al porto”, mi riferiva Leoluca durante una delle nostre riunioni settimanali.

Dice che c’è troppa attenzione dei carabinieri oppure il professore ha deciso che la famiglia Guttadauro deve lasciare libero il territorio di Brancaccio. Ci sono altre priorità. All’inizio pensavo che fosse solo paranoia. l’ossessione di un vecchio boss che voleva controllare tutto restando nascosto, ma poi cominciai a capire la vera genialità del suo sistema.

Mi ricordo di una sera di marzo del 1994. Ero stato convocato non nella solita villa, ma in un appartamento elegante nel centro di Palermo in via Libertà, un appartamento che dall’esterno sembrava quello di un qualsiasi professionista benestante. Libri sugli scaffali, quadri alle pareti, mobili di buon gusto, niente che potesse far pensare a un covo mafioso.

Il professore mi aspettava in salotto, seduto dietro una scrivania di Mogano, con alcuni fascicoli aperti davanti a lui. Fascicoli che scoprì poi contenevano informazioni dettagliate su magistrati, politici, imprenditori, funzionari pubblici. Don Salvatore mi disse senza alzare gli occhi dai documenti, “Lei sa cosa sta succedendo a Milano in questi giorni? Le indagini di mani pulite, professor”. Esatto.

“E sa cosa significa questo per noi?” Non risposi perché non ne avevo idea. Significa, continuò voltando una pagina del fascicolo, che il sistema politico italiano si sta sgretolando, i vecchi equilibri stanno saltando e quando un sistema collassa si aprono opportunità per chissà come approfittarne. Alzò finalmente gli occhi verso di me.

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