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Ex Fedelissimo della ’Ndrangheta RIVELA: IL SEGRETO DELLA FIGLIA DI Giuseppe Morabito

Mi chiamo Salvatore Benedetto e per 15 anni sono stato uno dei fedelissimi di Giuseppe Morabito, Utira Drittu, l’uomo dritto, come lo chiamavano con rispetto e terrore in tutta la Locride. Oggi ho 52 anni, i capelli grigi e le mani che ancora tremano quando accendo una sigaretta. Sto parlando per la prima volta di quello che è successo, perché il peso di questo segreto mi ha consumato l’anima per troppi anni.

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Era il 1998 quando entrai nella cosca. Avevo 25 anni, fame di rispetto e una famiglia da sfamare. Mio padre era morto in un incidente sul lavoro, se così si può chiamare quello che succede quando non paghi il pizzo. E mia madre si spegneva lentamente in una casa umida di siderno marina.

Giuseppe Morabito mi notò durante una rissa al bar. Tre calabresi di Crotone avevano pensato bene di mancare di rispetto a mia sorella. Li mandai all’ospedale tutti e tre con le mani nude. Questo ragazzo ha affegato disse tiraditto ai suoi uomini. Portatelo da me. La prima volta che entrai nella sua villa sulle colline di Platì, capi che tipo di uomo era Giuseppe Morabito.

Non alzava mai la voce, non faceva gesti teatrali, parlava piano con quella cadenza calabrese che sembrava una preghiera, ma i suoi occhi, Madonna Santissima, quegli occhi erano ghiaccio puro. Aveva costruito un impero che si estendeva da Reggio Calabria fino alle coste dell’Australia, controllava porti, droga e aveva politici nelle sue tasche come monete spicciole.

Salvatore” mi disse quel giorno seduto dietro una scrivania di Mogan oscuro. “Io non cerco soldati, cerco figli. Un figlio non tradisce mai il padre, un figlio muore per il padre. Sei pronto a essere mio figlio?” Baciai la sua mano destra, quella che aveva un anello d’oro con la croce. In quel momento la mia vita cambiò per sempre.

I primi anni furono di apprendistato brutale. Giuseppe mi insegnò tutto. Come muoversi nel territorio senza farsi notare, come parlare con i commercianti che dovevano pagare la protezione, come far capire a un uomo che era meglio collaborare senza dovergli spezzare le gambe. Ero bravo nel mio lavoro, forse troppo bravo. Utira dritto iniziò a fidarsi di me per le operazioni più delicate.

Tu hai cervello, Salvatore, mi diceva. Non come questi animali che pensano solo a sparare. Tu capisci che questa è un’impresa, non una guerra. Nel 2001 mi affidò la gestione di tre porti tra Gioia Tauro e Reggio Calabria. Tonnellate di cocaina dall’America del Sud Passavano attraverso i container che controllavamo. Io coordinavo tutto.

I doganieri comprati, i camionisti che trasportavano la merce, i magazzini dove veniva stoccata prima della distribuzione nel nord Europa. Giuseppe mi trattava come il figlio che non aveva mai avuto maschio perché Giuseppe Morabito aveva solo una figlia. Si chiamava Francesca. La prima volta che la vidi aveva 19 anni ed era appena tornata da Milano, dove aveva studiato economia alla Bocconi.

Era il 2003 durante un pranzo domenicale nella villa. Giuseppe teneva sempre questi pranzi familiari dove invitava i suoi uomini più fidati. Era il suo modo di mostrare che eravamo una famiglia, non solo una cosca. Francesca entrò nella sala da pranzo come un vento di primavera in mezzo a un cimitero. Aveva i capelli castani che le cadevano sulle spalle, gli occhi verdi come il mare di Tropea e un sorriso che ti faceva dimenticare dove ti trovavi.

Indossava un vestito bianco semplice, senza gioielli, senza trucco, pesante. Era bella in un modo che ti tagliava il respiro. Papà disse baciando Giuseppe sulla fronte. Scusa il ritardo, c’era traffico sull’autostrada. Giuseppe sorrise. Una cosa rara, rarissima. Francesca, tesoro mio, vieni, ti presento Salvatore Benedetto, il mio braccio destro.

Lei si avvicinò e mi tese la mano. Quando le nostre dita si toccarono, sentì una scossa elettrica che mi attraversò tutto il corpo. I suoi occhi si posarono sui miei per un secondo di troppo e in quel secondo capì che anche lei aveva sentito qualcosa. Piacere di conoscerla, signor Benedetto, disse con una voce bassa, quasi sussurrata.

Il piacere è mio, signorina Morabito”, riuscì a rispondere cercando di non far trasparire lo sconvolgimento che provavo. Durante tutto il pranzo cercai di non guardarla, ma era impossibile. Lei sedeva di fronte a me, parlava di università, di libri, di viaggi che aveva fatto in Europa. Era intelligente, colta, aveva una risata che sembrava musica e ogni tanto in suoi occhi incontravano i miei attraverso il tavolo.

Giuseppe la guardava con un amore totale, assoluto. “Francesca è la mia vita” disse a un certo punto. “È l’unica cosa pura che ho in questo mondo di merda. Nessuno, e dico nessuno, potrà mai farle del male finché avrò un respiro nel corpo.” Le sue parole erano un avvertimento rivolto a tutti noi. Francesca Morabito era intocabile, era sacra.

Chiunque avesse anche solo pensato di avvicinarsi a lei in modo inappropriato, avrebbe firmato la sua condanna a morte. Quella notte nel mio appartamento di Reggio Calabria non riusci a chiudere occhio. Il viso di Francesca mi tormentava. Sapevo che quello che stavo provando era pericoloso, forse mortale. Ma il cuore, Madonna mia, il cuore non ascolta la ragione.

Passarono le settimane, poi i mesi. Francesca tornava spesso a casa dal padre e ogni volta che la vedevo questo sentimento cresceva dentro di me come un cancro. Lei era gentile, sempre educata, ma iniziai a notare piccoli segnali. Un sorriso che durava un secondo di troppo, una mano che sfiorava la mia quando mi passava il sale, uno sguardo che sembrava dire cose che non poteva pronunciare.

Era l’autunno del 2003 quando successe l’inevitabile. Giuseppe mi aveva mandato alla villa per controllare i nuovi sistemi di sicurezza che stavamo installando. Pensavo che fosse in riunione a Platì con gli altri capi e che Francesca fosse a Milano. Invece quando arrivai la trovai sola in giardino, seduta sotto il pergolato dove crescevano i gelsomini.

Stava leggendo un libro e quando mi vide sorrise. Ciao Salvatore, papà non c’è. Lo so dissi. Sono qui per i sistemi di sicurezza. Non volevo disturbare. “Non disturbi mai”, disse. E nella sua voce c’era qualcosa di diverso, qualcosa che mi fece battere il cuore come un martello pneumatico. Si alzò e si avvicinò a me.

Potevo sentire il profumo dei suoi capelli, vedere le piccole macchie dorate nei suoi occhi verdi. “Salvatore”, disse piano, “osso confessarti una cosa?” Non riuscì a rispondere. Lei continuò: “Da mesi penso a te. So che è sbagliato, so che è impossibile, ma non riesco a toglierti dalla testa. Il mondo mi crollò addosso in quel momento.

La figlia del mio capo, la persona più importante della mia vita dopo mia madre, mi stava confessando quello che anch’io provavo da mesi. Francesca sussurrai. Lo so disse avvicinandosi ancora di più. Lo so che è follia, ma dimmi che anche tu senti qualcosa. La baciai. Dio mi perdoni. La baciai sotto il pergolato di Gelsomini nel giardino di suo padre, sapendo che se Giuseppe ci avesse visti avrebbe fatto fare a pezzi il mio corpo e avrebbe dato da mangiare i resti ai maiali.

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