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Ex membro della Cosa Nostra REVELA: Dopo Ogni ASSASSINIO Andavo in Chiesa a Pregare

Sono nato a Palermo nel 1967 in un quartiere dove le regole della strada valevano più delle leggi dello Stato. Mio padre era un commerciante onesto. Mia madre faceva le pulizie nelle case dei ricchi. Avevamo poco, ma vivevamo con dignità, almeno fino a quando non ho compiuto 17 anni e tutto è cambiato per sempre.

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Era una sera di maggio quando Salvatore Riina, un uomo che tutti rispettavano e temevano in egual misura, si presentò alla nostra porta. Aveva sentito parlare di me. Dicevano che ero sveglio, coraggioso e che non avevo paura di niente. Mio padre impallidì quando lo vide. Sapeva cosa significava quella visita.

Tuo figlio ha potenziale, disse Rina, seduto nel nostro piccolo salotto mentre mia madre serviva il caffè con le mani tremule. potrebbe fare strada con noi, avere una vita migliore di quella che voi gli state offrendo. Non era una proposta, era un ordine mascherato da opportunità. E io, giovane e stupido, credetti che fosse davvero la mia occasione per uscire dalla miseria.

Accettai senza capire che stavo vendendo la mia anima al diavolo. I primi mesi furono quasi normali. Mi limitavo a fare commissioni, portare messaggi, stare in guardia durante alcune riunioni. Mi sentivo importante, rispettato. La gente del quartiere mi guardava diversamente. Avevo soldi in tasca, vestiti nuovi, una macchina.

Mia madre piangeva la notte, ma io pensavo che fosse solo preoccupazione da madre. Fu Don Calogero, un vecchio della famiglia, a spiegarmi come funzionavano davvero le cose. Era seduto in una trattoria del centro storico, mangiava pasta con le sarde e mi parlava come se stesse raccontando del tempo. “Vedi, ragazzo” mi disse versando il vino.

“Questa vita ha delle regole precise: omertà, rispetto, onore, ma soprattutto obbedienza assoluta. Quando ti danno un ordine tu lo esegui. Non fai domande, non esiti, non hai dubbi, è così che si sopravvive. Il mio primo omicidio arrivò 6 mesi dopo il mio ingresso nella famiglia. La vittima era Antonino Greco, un commerciante che si era rifiutato di pagare il pizzo e aveva fatto l’errore di denunciare tutto ai carabinieri.

Don Salvatore mi chiamò nel suo ufficio, una stanza buia sopra una macelleria nella cal. È arrivato il momento di dimostrare chi sei veramente”, mi disse senza alzare gli occhi dai documenti che stava leggendo. Antonino Greco deve imparare che certe scelte hanno delle conseguenze. Mi consegnò una pistola, una beretta 92 e mi spiegò nei dettagli come doveva essere fatto.

Doveva sembrare una rapina finita male, niente di personale, solo business. La sua voce era calma, metodica, come se stesse spiegandomi una ricetta di cucina. Quella notte non riusci a dormire. Camminai per ore per le strade di Palermo pensando a quello che dovevo fare. Non era la paura della morte che mi tormentava, ma l’idea di togliere la vita a un altro uomo.

Eppure sapevo che non avevo scelta. Nella cosa nostra il primo omicidio è un battesimo. O lo fai o muori. Antonino, Greco, aveva 52 anni, tre figli e una moglie che lavorava come Sarta. Lo seguì per una settimana studiando le sue abitudini. Ogni mattina usciva di casa alle 7:30 per aprire il negozio.

Ogni sera tornava alle 8:00 per la cena. Era un uomo tranquillo, metodico. Non immaginava che qualcuno stesse pianificando la sua morte. Lo aspettai in un vicolo vicino al suo negozio nascosto dietro un cassonetto dell’immondizia. Quando lo vidi arrivare, il cuore iniziò a battermi così forte che pensai potesse sentirlo. Si fermò davanti alla serranda del negozio, cercando le chiavi nella tasca del cappotto. Era il momento.

Mi avvicinai alle sue spalle e gli puntai la pistola alla nuca. Non ti voltare”, sussurrai. “Dammi tutti i soldi che hai”. Lui alzò le mani tremando. “Per favore”, disse con voce rotta. “Ho una famiglia. Prendi tutto quello che vuoi, ma non farmi del male.” Senti qualcosa spezzarsi dentro di me in quel momento, ma l’addestramento prese il sopravvento.

“Premetti! Il grilletto due volte!” Antonino Greco cadde a terra come un sacco di patate, il sangue che si espandeva lentamente sull’asfalto bagnato dalla pioggia notturna. Rimasi lì per alcuni secondi guardando quello che avevo fatto. Il suo corpo era immobile, gli occhi aperti che fissavano il cielo nero.

Avevo ucciso un uomo innocente, un padre di famiglia, solo perché qualcuno me l’aveva ordinato. Tornai a casa e mi chiusi in camera. Mia madre bussò alla porta chiedendo se stessi bene, ma non risposi. Non riuscivo a parlare. Avevo le mani che puzzavano ancora di polvere da sparo e il rumore del colpo che riecheggiava nelle orecchie.

Alle 5:00 del mattino, quando il sole iniziava a sorgere su Palermo, usci di casa e camminai fino alla chiesa di Santa Maria dell’ammiraglio. Era deserta a quell’ora. Mi inginocchiai davanti all’altare maggiore e iniziai a pregare. Padre nostro che sei nei cieli mormorai con la voce rotta. Santificato sia il tuo nome parole uscivano automaticamente, ma il loro significato mi sembrava vuoto.

Come potevo chiedere perdono per qualcosa che sapevo avrei rifatto? Eppure continuai a pregare. Era l’unica cosa che mi dava un po’ di pace, l’illusione che forse in qualche modo potessi ancora salvarmi. Rimasi lì fino a quando non arrivò don Matteo, il parroco per la messa delle 7:00. “Figlio mio” mi disse, vedendomi ancora inginocchiato.

“Sembri tormentato, vuoi confessarti?” Scossi la testa e me ne andai. Non potevo confessare il mio peccato, non a un prete, non a nessuno. Era un segreto che dovevo portare da solo, come tutti gli altri che sarebbero venuti. Don Salvatore era soddisfatto del mio lavoro. Il giorno dopo mi convocò di nuovo nel suo ufficio e mi consegnò una busta con 50 milioni di lire. Bravo ragazzo disse sorridendo.

Hai dimostrato di avere il carattere giusto. Da oggi fai ufficialmente parte della famiglia. mi fece sedere davanti alla sua scrivania e mi spiegò come sarebbero andate le cose da quel momento in poi. Avrei avuto più responsabilità, più soldi, più rispetto, ma anche più sangue sulle mani.

“Ricordati sempre una cosa” mi disse prima che andassi via. “In questa vita la compassione è una debolezza che può costarti la vita. Tu non sei più Vincenzo Battaglia, il ragazzo del quartiere. Sei un soldato della cosa nostra e i soldati obbediscono senza fare domande. Aveva ragione. Nei mesi successivi gli omicidi si moltiplicarono.

C’era sempre qualcuno che aveva tradito, qualcuno che sapeva troppo, qualcuno che doveva essere eliminato per il bene della famiglia e io ero diventato l’esecutore perfetto, freddo, efficiente, silenzioso. Uccisi un pentito che si era nascosto a Milano. Lo raggiunsi in una pensioncina di periferia e gli sparai mentre dormiva. Non si accorse nemmeno di morire.

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