Sono nato a Palermo nel 1967 in un quartiere dove le regole della strada valevano più delle leggi dello Stato. Mio padre era un commerciante onesto. Mia madre faceva le pulizie nelle case dei ricchi. Avevamo poco, ma vivevamo con dignità, almeno fino a quando non ho compiuto 17 anni e tutto è cambiato per sempre.
Era una sera di maggio quando Salvatore Riina, un uomo che tutti rispettavano e temevano in egual misura, si presentò alla nostra porta. Aveva sentito parlare di me. Dicevano che ero sveglio, coraggioso e che non avevo paura di niente. Mio padre impallidì quando lo vide. Sapeva cosa significava quella visita.
Tuo figlio ha potenziale, disse Rina, seduto nel nostro piccolo salotto mentre mia madre serviva il caffè con le mani tremule. potrebbe fare strada con noi, avere una vita migliore di quella che voi gli state offrendo. Non era una proposta, era un ordine mascherato da opportunità. E io, giovane e stupido, credetti che fosse davvero la mia occasione per uscire dalla miseria.
Accettai senza capire che stavo vendendo la mia anima al diavolo. I primi mesi furono quasi normali. Mi limitavo a fare commissioni, portare messaggi, stare in guardia durante alcune riunioni. Mi sentivo importante, rispettato. La gente del quartiere mi guardava diversamente. Avevo soldi in tasca, vestiti nuovi, una macchina.
Mia madre piangeva la notte, ma io pensavo che fosse solo preoccupazione da madre. Fu Don Calogero, un vecchio della famiglia, a spiegarmi come funzionavano davvero le cose. Era seduto in una trattoria del centro storico, mangiava pasta con le sarde e mi parlava come se stesse raccontando del tempo. “Vedi, ragazzo” mi disse versando il vino.
“Questa vita ha delle regole precise: omertà, rispetto, onore, ma soprattutto obbedienza assoluta. Quando ti danno un ordine tu lo esegui. Non fai domande, non esiti, non hai dubbi, è così che si sopravvive. Il mio primo omicidio arrivò 6 mesi dopo il mio ingresso nella famiglia. La vittima era Antonino Greco, un commerciante che si era rifiutato di pagare il pizzo e aveva fatto l’errore di denunciare tutto ai carabinieri.
Don Salvatore mi chiamò nel suo ufficio, una stanza buia sopra una macelleria nella cal. È arrivato il momento di dimostrare chi sei veramente”, mi disse senza alzare gli occhi dai documenti che stava leggendo. Antonino Greco deve imparare che certe scelte hanno delle conseguenze. Mi consegnò una pistola, una beretta 92 e mi spiegò nei dettagli come doveva essere fatto.
Doveva sembrare una rapina finita male, niente di personale, solo business. La sua voce era calma, metodica, come se stesse spiegandomi una ricetta di cucina. Quella notte non riusci a dormire. Camminai per ore per le strade di Palermo pensando a quello che dovevo fare. Non era la paura della morte che mi tormentava, ma l’idea di togliere la vita a un altro uomo.
Eppure sapevo che non avevo scelta. Nella cosa nostra il primo omicidio è un battesimo. O lo fai o muori. Antonino, Greco, aveva 52 anni, tre figli e una moglie che lavorava come Sarta. Lo seguì per una settimana studiando le sue abitudini. Ogni mattina usciva di casa alle 7:30 per aprire il negozio.
Ogni sera tornava alle 8:00 per la cena. Era un uomo tranquillo, metodico. Non immaginava che qualcuno stesse pianificando la sua morte. Lo aspettai in un vicolo vicino al suo negozio nascosto dietro un cassonetto dell’immondizia. Quando lo vidi arrivare, il cuore iniziò a battermi così forte che pensai potesse sentirlo. Si fermò davanti alla serranda del negozio, cercando le chiavi nella tasca del cappotto. Era il momento.
Mi avvicinai alle sue spalle e gli puntai la pistola alla nuca. Non ti voltare”, sussurrai. “Dammi tutti i soldi che hai”. Lui alzò le mani tremando. “Per favore”, disse con voce rotta. “Ho una famiglia. Prendi tutto quello che vuoi, ma non farmi del male.” Senti qualcosa spezzarsi dentro di me in quel momento, ma l’addestramento prese il sopravvento.
“Premetti! Il grilletto due volte!” Antonino Greco cadde a terra come un sacco di patate, il sangue che si espandeva lentamente sull’asfalto bagnato dalla pioggia notturna. Rimasi lì per alcuni secondi guardando quello che avevo fatto. Il suo corpo era immobile, gli occhi aperti che fissavano il cielo nero.
Avevo ucciso un uomo innocente, un padre di famiglia, solo perché qualcuno me l’aveva ordinato. Tornai a casa e mi chiusi in camera. Mia madre bussò alla porta chiedendo se stessi bene, ma non risposi. Non riuscivo a parlare. Avevo le mani che puzzavano ancora di polvere da sparo e il rumore del colpo che riecheggiava nelle orecchie.
Alle 5:00 del mattino, quando il sole iniziava a sorgere su Palermo, usci di casa e camminai fino alla chiesa di Santa Maria dell’ammiraglio. Era deserta a quell’ora. Mi inginocchiai davanti all’altare maggiore e iniziai a pregare. Padre nostro che sei nei cieli mormorai con la voce rotta. Santificato sia il tuo nome parole uscivano automaticamente, ma il loro significato mi sembrava vuoto.
Come potevo chiedere perdono per qualcosa che sapevo avrei rifatto? Eppure continuai a pregare. Era l’unica cosa che mi dava un po’ di pace, l’illusione che forse in qualche modo potessi ancora salvarmi. Rimasi lì fino a quando non arrivò don Matteo, il parroco per la messa delle 7:00. “Figlio mio” mi disse, vedendomi ancora inginocchiato.
“Sembri tormentato, vuoi confessarti?” Scossi la testa e me ne andai. Non potevo confessare il mio peccato, non a un prete, non a nessuno. Era un segreto che dovevo portare da solo, come tutti gli altri che sarebbero venuti. Don Salvatore era soddisfatto del mio lavoro. Il giorno dopo mi convocò di nuovo nel suo ufficio e mi consegnò una busta con 50 milioni di lire. Bravo ragazzo disse sorridendo.
Hai dimostrato di avere il carattere giusto. Da oggi fai ufficialmente parte della famiglia. mi fece sedere davanti alla sua scrivania e mi spiegò come sarebbero andate le cose da quel momento in poi. Avrei avuto più responsabilità, più soldi, più rispetto, ma anche più sangue sulle mani.
“Ricordati sempre una cosa” mi disse prima che andassi via. “In questa vita la compassione è una debolezza che può costarti la vita. Tu non sei più Vincenzo Battaglia, il ragazzo del quartiere. Sei un soldato della cosa nostra e i soldati obbediscono senza fare domande. Aveva ragione. Nei mesi successivi gli omicidi si moltiplicarono.
C’era sempre qualcuno che aveva tradito, qualcuno che sapeva troppo, qualcuno che doveva essere eliminato per il bene della famiglia e io ero diventato l’esecutore perfetto, freddo, efficiente, silenzioso. Uccisi un pentito che si era nascosto a Milano. Lo raggiunsi in una pensioncina di periferia e gli sparai mentre dormiva. Non si accorse nemmeno di morire.
Uccisi un giudice che stava indagando troppo da vicino sui nostri affari. Lo aspettai sotto casa sua e gli svuotai addosso un intero caricatore. Sua moglie trovò il corpo la mattina dopo. Uccisi un ragazzino di 19 anni che aveva rubato una partita di droga. Don Salvatore disse che doveva essere un esempio per gli altri.
Lo torturammo per tre giorni prima di finirlo. Ogni volta, dopo ogni omicidio, la mia routine era sempre la stessa. Tornavo a casa, mi lavavo le mani cercando di togliere l’odore della polvere da sparo. Poi andavo in chiesa a pregare. Santa Maria dell’Ammiraglio, San Giuseppe dei Teatini, la cattedrale, San Domenico.
Giravo per le chiese di Palermo come un pellegrino maledetto, in cerca di una redenzione che sapevo di non meritare. Ave Maria. piena di grazia, sussurravo inginocchiato nei banchi vuoti. Il Signore è con te, ma il Signore non era con me. Come poteva esserlo? Ero diventato un mostro, un assassino senza rimorsi apparenti che durante il giorno toglieva la vita e la notte chiedeva perdono.
La contraddizione non mi sfuggiva. Sapevo che era ipocrita, patetico, inutile, ma non riuscivo a smettere. Quelle preghiere erano diventate la mia droga, l’unico modo per sopravvivere al peso di quello che stavo facendo. Mi illudevo che Dio, in qualche modo misterioso, potesse capire la mia situazione e perdonarmi.
Don Matteo, il parroco di Santa Maria dell’ammiraglio, iniziò a notare la mia presenza costante. Un giorno mi si avvicinò mentre stavo uscendo dalla chiesa. Figlio mio mi disse con voce gentile. Ti vedo qui ogni notte. Sembri in cerca di qualcosa, vuoi parlarne?” Lo guardai negli occhi, quegli occhi pieni di bontà e compassione.
E per un momento fui tentato di raccontargli tutto, di confessare i miei peccati, di chiedere aiuto, di trovare una via d’uscita da quell’inferno. Ma poi mi ricordai delle parole di don Salvatore. La compassione è una debolezza. “No, padre”, risposi. “Sto bene, vengo solo a pregare.” Lui annuì. Ma nei suoi occhi lessi che non mi credeva, forse intuiva che sotto la mia apparente tranquillità si nascondeva qualcosa di oscuro, ma non insistette.
I preti a Palermo avevano imparato a non fare troppe domande. Gli anni passavano e io continuavo a uccidere. Diventai il braccio destro di don Salvatore, l’uomo su cui poteva contare per i lavori più delicati. La mia reputazione nella famiglia crebbe, così come il mio conto in banca.
Avevo una villa a Mondello, macchine di lusso, vestiti costosi. Dall’esterno sembravo un uomo di successo, ma dentro stavo marcendo. Ogni notte, dopo le preghiere, tornavo a casa e bevevo fino a perdere i sensi. Era l’unico modo per smettere di pensare, per non vedere i volti di tutti quelli che avevo ucciso, perché i morti non ti abbandonano mai, ti seguono ovunque, ti guardano mentre mangi, mentre dormi, mentre fai l’amore.
Sono sempre lì, muti accusatori della tua dannazione. Il mio 2eso omicidio fu diverso dagli altri. La vittima era Giuseppe Marchese, un ragazzo di 20 anni che aveva fatto l’errore di testimoniare contro uno dei nostri affiliati. Don Salvatore decise che doveva morire, ma volle che fosse un omicidio spettacolare, che mandasse un messaggio chiaro a chiunque pensasse di collaborare con la giustizia.
“Voglio che soffra” mi disse mentre pianificavamo l’operazione. “Voglio che tutti sappiano cosa succede a chi tradisce la famiglia”. Giuseppe Marchese lavorava in un’officina meccanica alla guadagna. era un bravo ragazzo, cresciuto senza padre in una famiglia povera. Aveva fatto quella testimonianza solo perché i carabinieri lo avevano pressato per mesi, minacciandolo di arresto se non avesse collaborato.
Non era un pentito per scelta, era solo un ragazzo spaventato che aveva cercato di fare la cosa giusta. Lo rapimmo di notte mentre tornava a casa dal lavoro. Lo caricammo in macchina e lo portammo in un magazzino abbandonato alla periferia di Palermo. Lì lo torturammo per ore. Don Salvatore voleva che parlasse, che dicesse chi altri collaboravano con i carabinieri, ma Giuseppe continuava a ripetere che non sapeva niente, che aveva testimoniato solo su quello che aveva visto personalmente.
Io ero quello che doveva spezzargli le dita, bruciarlo con le sigarette, strappargli le unghie. E mentre lo facevo, Giuseppe mi guardava negli occhi, non gridava, non implorava pietà, mi guardava e basta, con quegli occhi pieni di dolore, ma anche di una dignità che non riuscivo a spezzare. “Perché lo fai?”, mi chiese a un certo punto, con la voce rotta dal dolore.
“Che male ti ho fatto! Non seppi cosa rispondere? Continuai a torturarlo meccanicamente, ma le sue parole mi risuonavano nella testa. Che male mi aveva fatto! Nessuno. Era solo un ragazzo che si era trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato e ora stava pagando il prezzo della sua sfortuna.
Quando don Salvatore si convinse che Giuseppe non sapeva davvero niente, mi ordinò di finirlo. “Ma fallo soffrire”, aggiunse. “Voglio che ci metta un po’ a morire”. Presi il coltello e mi avvicinai a Giuseppe. Era legato a una sedia, il viso tumefatto, il corpo coperto di lividi e bruciature, eppure mi guardava ancora con quegli occhi.
Non c’era odio, non c’era rabbia, solo una tristezza infinita. “Ti perdono”, sussurrò prima che gli tagliassi la gola. Quelle due parole mi colpirono come un pugno nello stomaco. “Ti perdono, come poteva perdonarmi? Come poteva un ragazzo di 20 anni torturato e sul punto di morire trovare la forza di perdonare il suo assassino? Affondai la lama nella sua gola e guardai la vita spegnersi nei suoi occhi.
Ma questa volta qualcosa fu diverso, invece della solita routine meccanica senti qualcosa rompersi definitivamente dentro di me. Era come se l’anima di Giuseppe, nel perdonarmi avesse acceso una luce nella mia oscurità. Quella notte non andai in chiesa, tornai a casa e mi chiusi in camera. Presi una bottiglia di whisky e iniziai a bere, ma l’alcol non riusciva più a spegnere i pensieri.
Vedevo il volto di Giuseppe, sentivo la sua voce. Ti perdono. Come poteva un ragazzo innocente perdonare quello che io non riuscivo nemmeno a perdonare a me stesso? Che tipo di uomo ero diventato? Che senso aveva la mia vita se l’unica cosa che sapevo fare era portare morte e dolore? Per la prima volta da anni piansi, piansi per Giuseppe, per Antonino Greco, per tutti gli altri che avevo ucciso.
Piansi per i miei genitori che avevano cresciuto un figlio onesto e si erano ritrovati con un assassino. Piansi per me stesso, per l’uomo che avrei potuto essere e che non sarei mai diventato. Il giorno dopo don Salvatore mi convocò per un nuovo incarico. C’era un commerciante che si rifiutava di pagare il pizzo e doveva essere convinto.
Annui come sempre, presi l’arma, studiai il bersaglio, ma quando arrivò il momento di agire non riuscìi a premere il grilletto. Rimasi lì, nascosto in macchina davanti al negozio del commerciante con la pistola in mano per oltre un’ora. Vedevo l’uomo servire i clienti, sorridere, scherzare con i bambini che entravano a comprare le caramelle.
era un uomo normale che lavorava onestamente per mantenere la famiglia e io dovevo ucciderlo perché si rifiutava di sottomettersi al nostro ricatto. Non ci riuscii. Per la prima volta in 10 anni non riuscii a uccidere. Tornai da don Salvatore e gli dissi che c’erano stati degli imprevisti, che avremmo dovuto rimandare l’operazione.
Lui mi guardò con sospetto, ma non disse niente. I giorni seguenti furono un tormento. Sapevo che don Salvatore si stava insospettendo, che prima o poi avrebbe capito che qualcosa era cambiato in me. Nella cosa nostra i dubbi sono pericolosi quanto i tradimenti. Un soldato che inizia a esitare diventa un rischio per tutta la famiglia.
Fu in quel periodo che conobbi padre Antonio, un giovane prete appena arrivato nella parrocchia di San Giuseppe dei Teatini. Era diverso dagli altri preti che avevo incontrato. Aveva occhi attenti, uno sguardo che sembrava vedere oltre le apparenze e non aveva paura di fare domande scomode. Figlio mio, mi disse una sera mentre uscivo dalla chiesa dopo l’ennesima preghiera.
Inutile! Vedo che porti un peso molto grande nel cuore. Forse è arrivato il momento di condividerlo con qualcuno. Lo guardai diffidente. Non so di cosa sta parlando, padre. Credo di sì, invece”, replicò sorridendo tristemente. “Ho imparato a riconoscere i segni della colpa negli uomini e tu, figlio mio, ne porti una molto pesante.
Per la prima volta da anni qualcuno mi stava offrendo davvero la possibilità di confessarmi, di liberarmi del peso che mi stava schiacciando, ma sapevo anche che confessare significava tradire la famiglia e nella cosa nostra il tradimento si paga con la morte.” Non posso risposi. Non può capire. Prova a spiegarmi”, disse padre Antonio.
“Sono qui per questo”. Lo guardai a lungo, combattuto tra il desiderio di raccontare tutto e la paura delle conseguenze. Alla fine scossi la testa e me ne andai, ma le sue parole continuavano a risuonarmi nella mente. Sono qui per questo. Il mio mondo iniziò a crollare definitivamente quando don Salvatore mi affidò quello che doveva essere il mio ultimo incarico.
Il bersaglio era Marco Sant’Angelo, un imprenditore che aveva denunciato i suoi estorsori e stava collaborando con la magistratura. Ma c’era un particolare che rendeva tutto più complicato. Marco Sant’Angelo era il marito di Giulia, una ragazza con cui ero andato a scuola da bambino.
Giulia Rossi era stata la mia prima cotta a 13 anni, una ragazza dolce con i capelli biondi e gli occhi azzurri che mi sorrideva sempre quando ci incontravamo per strada. Avevamo anche parlato qualche volta prima che io entrassi nella cosa nostra e la mia vita prendesse una direzione completamente diversa.
Ora dovevo uccidere suo marito, dovevo rendere vedova la ragazza di cui ero stato innamorato da bambino, lasciare senza padre i suoi due figli piccoli era troppo. Non riuscivo nemmeno a immaginare di guardare negli occhi Giulia dopo aver ucciso Marco. Iniziai a pedinare Marco Sant’Angelo, studiando le sue abitudini, come avevo fatto centinaia di volte prima.
Era un uomo sui 40, proprietario di una piccola ditta di trasporti. Ogni mattina accompagnava i figli a scuola. Poi andava in ufficio. Ogni sera tornava a casa per la cena con la famiglia. Una vita normale, serena, che io dovevo distruggere. Una sera lo seguì fino a casa sua, una villetta alla periferia di Palermo.
Attraverso la finestra illuminata del salotto potei vedere la famiglia riunita per la cena. Marco sedeva a Capotavola sorridendo mentre raccontava qualcosa ai bambini. Giulia serviva la pasta, bella come la ricordavo, anche se gli anni avevano segnato il suo viso con qualche ruga di preoccupazione. Era la vita che anch’io avrei potuto avere se avessi fatto scelte diverse.
Una moglie che mi amava, dei figli che mi aspettavano a casa, la serenità di chi dorme con la coscienza pulita. Invece ero lì fuori nel buio, con una pistola in tasca e l’ordine di distruggere tutto questo. Non riusci a farlo. Rimasi in macchina per ore, guardando quella finestra illuminata, incapace di muovermi.
Quando le luci si spensero e la famiglia andò a dormire, tornai a casa senza aver fatto niente. Il giorno dopo don Salvatore mi convocò. era furioso. Aveva saputo che non avevo portato a termine l’incarico e voleva spiegazioni. “Cosa ti sta succedendo, Vincenzo?”, mi chiese con voce tagliente. “Negli ultimi tempi sei diventato diverso, inaffidabile, non è successo niente, don Salvatore”, mentì.
Ho solo avuto alcuni contrattempi. Marco, Sant’Angelo morirà, glielo prometto. Ma lui non sembrò convinto. Mi guardò a lungo con quegli occhi freddi che avevano terrorizzato centinaia di persone. “Spero per te che sia così”, disse infine, “perché nella nostra famiglia chi non è più utile diventa un problema e i problemi, lo sai bene, si eliminano.” Il messaggio era chiaro.
O uccidevo Marco Sant’Angelo o sarei stato io il prossimo a morire. Ma ormai qualcosa dentro di me si era rotto definitivamente. Non riuscivo più a uccidere, non riuscivo più a essere il soldato perfetto che ero stato per tutti quegli anni. Quella sera andai in chiesa come sempre, ma questa volta non pregai.
Mi sedetti in un banco e rimasi lì in silenzio a pensare alla mia vita, ai morti che avevo sulla coscienza, alle famiglie distrutte, al dolore che avevo seminato e a Giuseppe Marchese che mi aveva perdonato prima di morire. Ti perdono. Quelle parole continuavano a risuonarmi nella mente. Giuseppe, un ragazzo innocente, aveva trovato la forza di perdonare il suo assassino.
Forse anche Dio poteva perdonarmi se avessi trovato il coraggio di cambiare. Fu allora che vidi padre Antonio avvicinarsi. si sedette accanto a me senza dire niente. Rimase lì in silenzio per diversi minuti, come se aspettasse che fossi io a parlare per primo. “Padre” dissi infine, “cosa succede a un uomo che ha fatto cose terribili? Può ancora salvarsi?” “Dio perdona sempre”, rispose, “A chi è sinceramente pentito e disposto a cambiare vita? Non importa quanto gravi siano i peccati commessi, anche se ha ucciso persone innocenti,
padre Antonio mi guardò negli occhi anche allora. Ma il perdono divino richiede il pentimento umano e il pentimento vero non è solo dispiacere per quello che si è fatto, ma anche la volontà di riparare al male commesso. E se riparare significasse morire, allora forse vale la pena morire”, disse semplicemente.
Quelle parole mi diedero una forza che non credevo di avere più. Uscì dalla chiesa con le idee finalmente chiare. Non potevo continuare a uccidere. Non potevo più essere complice di quella macchina di morte. Dovevo trovare il coraggio di dire basta, qualunque fosse il prezzo. Il giorno dopo andai dai carabinieri e chiesi di parlare con il capitano Riccardo Fontana, l’ufficiale che si occupava della lotta alla mafia.
Era un uomo sulla cinquantina, con i capelli grigi e occhi stanchi ma determinati. Quando gli dissi chi ero e cosa volevo fare, non nascose la sua sorpresa. Vincenzo Battaglia disse, leggendo il mio fascicolo, il braccio destro di Salvatore Riina. Sai cosa significa collaborare con la giustizia? Significa morire, risposi, ma ho già smesso di vivere da molto tempo.
Mi spiegò come funzionava il programma di protezione per i collaboratori di giustizia, ma io lo fermai. Capitano dissi, “Io non voglio protezione, voglio solo confessare tutto quello che ho fatto e aiutarvi a fermare gli altri. Poi quello che mi succederà mi succederà.” Iniziai a raccontare, confessai. tutti gli omicidi uno per uno.
Feci nomi, date, luoghi, rivelai i segreti della famiglia, le strategie, i piani futuri. Parlai per ore, giorni, settimane. Era come se si fosse aperta una diga e tutto il veleno accumulato negli anni stesse, finalmente uscendo. Il capitano Fontana registrava tutto, prendeva appunti, faceva domande, non mi giudicava, non commentava, faceva solo il suo lavoro, ma nei suoi occhi leggevo qualcosa che assomigliava al rispetto, forse perché capiva che quello che stavo facendo richiedeva più coraggio che uccidere.
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Le mie confessioni portarono all’arresto di decine di affiliati, allo smantellamento di interi settori della famiglia. Don Salvatore fu catturato mentre cercava di fuggire in Tunisia. Durante l’interrogatorio, quando gli chiesero chi lo avesse tradito, sorrise amaramente. Vincenzo Battaglia disse, il mio miglior soldato chi l’avrebbe mai detto, “Sapevo che la mia vita era finita nel momento in cui avevo varcato la soglia della caserma dei carabinieri.
La cosa nostra non perdona mai i traditori e io ero il peggiore di tutti, quello che conosceva tutti i segreti, che poteva far crollare l’intera organizzazione. Gli attentati iniziarono subito. Saltò la macchina di mio fratello, per fortuna senza ferirlo. Incendiarono il negozio di mio cognato, minacciarono di morte chiunque mi fosse vicino.
Era la strategia del terrore per convincermi a ritrattare le mie dichiarazioni. Ma io continuai a collaborare perché ogni nome che facevo, ogni segreto che rivelavo significava una famiglia che poteva dormire sonni tranquilli, un commerciante che non doveva più pagare il pizzo, un innocente che non sarebbe morto. Una sera, mentre ero sotto scorta in una località segreta, ricevetti una telefonata.
Era don Calogero, il vecchio della famiglia che mi aveva accolto da ragazzo. Vincenzo disse con voce stanca, “Perché hai fatto questo? Eravamo la tua famiglia?” “No, don Calogero”, risposi. “Voi eravate la mia maledizione, la mia famiglia sono tutti quelli che ho ucciso e a loro devo chiedere perdono.” “Non c’è perdono per i traditori”, replicò.
“Lo sai bene?” Forse no, dissi, ma io ci devo provare. Il processo iniziò due anni dopo le mie prime confessioni. L’aula del tribunale era blindata, circondata da centinaia di carabinieri. Quando entrai per testimoniare, vidi negli occhi degli imputati tutto l’odio del mondo. Erano i miei ex compagni, le persone con cui avevo condiviso anni di crimini e violenze.
Ora mi guardavano come si guarda il diavolo, ma vidi anche altro. Nel pubblico c’erano i parenti delle vittime, le mogli, i figli, i genitori di tutti quelli che avevamo ucciso. E nei loro occhi non c’era odio, c’era dolore, sì, ma anche una speranza che finalmente la verità venisse a galla. Parlai per giorni, ricostruìi ogni omicidio, spiegai i moventi, rivelai i mandanti, guardai negli occhi le vedove degli uomini che avevo ucciso e chiesi loro perdono.
Alcune piansero, altre mi voltarono le spalle, ma una, la moglie di Antonino Greco, il mio primo omicidio, si alzò in piedi e disse: “Ti perdono, ma ora aiuta la giustizia a fare il suo corso.” erano le stesse parole di Giuseppe Marchese. Ti perdono, forse era questo che cercavo da tutti quegli anni, non la soluzione di Dio, ma il perdono di chi avevo ferito.
E paradossalmente lo stavo trovando proprio nel momento in cui rischiavo di perdere la vita. Il processo si concluse con condanne pesantissime per tutti gli imputati. Don Salvatore prese l’ergastolo come molti altri boss. La famiglia Rina fu praticamente smantellata. Le mie confessioni avevano contribuito a infliggere un colpo mortale a una delle organizzazioni criminali più potenti del mondo, ma sapevo che il prezzo da pagare stava arrivando.
I killer della Cosa Nostra mi stavano cercando in tutto il mondo e prima o poi mi avrebbero trovato. Non era questione di sé, ma di quando. Quella notte avvenne tre mesi dopo la fine del processo. Stavo rientrando nella casa sicura dove mi avevano sistemato quando notai un’auto sospetta parcheggiata dall’altra parte della strada.
Capì immediatamente che erano loro. Non scappai. Non chiamai la scorta. M.
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