Posted in

Finalmente, a 48 anni, Giuseppe Salvatore Riina dice quello che molti hanno evitato di dire…

Giuseppe Salvatore Riina, noto anche come Salvuccio, non è un nome qualsiasi, non è soltanto il figlio biologico del boss di Cosa Nostra, Totoriina, ma anche l’uomo che, crescendo all’ombra di uno dei criminali più temuti del 9, ha incarnato il peso di un cognome che porta con sé un’intera epoca di violenza, silenzi e segreti.

"
"

Nato a Corleone nel gennaio del 1977, Giuseppe Salvatore Riina ha vissuto fin dalla nascita una realtà che pochi riescono a immaginare. Una vita scandita da sguardi sospettosi, parole non dette e un’aura di timore che si trasmetteva anche tra chi lo conosceva solo di nome. Ma negli ultimi anni, soprattutto dopo aver compiuto 48 anni, Salvuccio, ha iniziato a parlare, non in modo esplosivo, non con le modalità teatrali di chi cerca ribalta o vendetta.

Le sue parole, spesso meditate, filtrate dai contesti e da interviste rare, sono state tuttavia sufficienti per sollevare interrogativi profondi su ciò che da sempre si sospettava. La consapevolezza che il sistema mafioso, ben oltre l’arresto di Totò Riina, continuava ad avere radici culturali, sociali e psicologiche difficili da estirpare.

Nel comprendere il significato delle dichiarazioni e degli atteggiamenti di Giuseppe Salvatore Rina, è necessario partire dal contesto storico e familiare in cui è cresciuto. Padre Salvatore Rina è stato catturato nel 1993 dopo oltre 20 anni di latitanza. Fino a quel momento la famiglia aveva vissuto tra Palermo e Corleone sotto costante copertura.

Giuseppe era appena un adolescente quando il padre venne arrestato, ma sapeva già, come lui stesso ha fatto intendere in più occasioni, qual era la posizione del genitore nella scala gerarchica di Cosa Nostra. La madre Ninetta Bagarella, sorella di un altro noto esponente mafioso, Leoluca Bagarella, ha sempre mantenuto un silenzio assoluto, rimanendo nella penombra, accudendo i figli, ma senza mai allontanarsi realmente dall’ambiente.

In questo clima Giuseppe ha sviluppato una doppia coscienza. Da un lato la consapevolezza di essere figlio del capo dei capi, dall’altro l’apparente volontà di affrancarsi da quel destino già scritto. Nel 2012 Giuseppe Rina è stato condannato per associazione mafiosa. Aveva cercato di riprendere i contatti con la vecchia guardia, si diceva, per conto del padre che nel frattempo era in carcere sotto regime di 41 bis.

Fu condannato a 8 anni di reclusione e dopo aver scontato la pena ha scelto una strada diversa, quella della parola. Ha pubblicato un libro Rina Family Life in cui raccontava la propria infanzia cercando di normalizzare, almeno in apparenza, quella quotidianità fatta di fughe, bunker e pranzi interrotti da messaggi criptati.

La pubblicazione del libro ha suscitato un’ondata di indignazione. Molti hanno ritenuto inaccettabile che un membro della famiglia Rina potesse lucrare sulla propria storia familiare. Le librerie lo hanno boicottato, il pubblico lo ha ignorato o contestato. Eppure, per chi sa leggere tra le righe, quel libro è stato qualcosa di più, una forma indiretta di conferma, un’apertura involontaria su dinamiche che fino a quel momento erano rimaste chiuse nei verbali dei magistrati o nei codici omertosi di chi non parla mai. Giuseppe

non ha mai rinnegato il padre, lo ha sempre definito un uomo d’onore, ma ha anche affermato che non si sarebbe mai aspettato che la sua famiglia diventasse un caso mediatico. In un’intervista rilasciata anni dopo ha detto una frase che ha colpito molti osservatori: “Noi siamo cresciuti nel rispetto, non nella violenza.

Se poi mio padre ha fatto cose che io non sapevo, è una questione sua e della giustizia”. Ma questa dichiarazione, apparentemente neutra nasconde un’implicita ammissione. Le cose di cui parlava non erano semplici trasgressioni, ma atti di una portata tale da segnare intere generazioni. Il fatto stesso che Giuseppe Riina non abbia mai voluto entrare nel programma di protezione testimoni, ne abbia collaborato con la giustizia, nonostante la sua condanna, rafforza l’idea che il silenzio per lui sia parte integrante dell’identità familiare. Ma ciò che

rende significativa la figura di Giuseppe Salvatore Riina non è soltanto il suo passato, bensì il modo in cui ha deciso di comunicare il presente. Attraverso interviste, commenti pubblici e alcuni interventi mirati, ha lanciato messaggi ambigui, ma profondamente indicativi. criticato la spettacolarizzazione dell’antimafia, affermando che molti parlano di mafia senza conoscerla e che la mafia non è solo quella dei film.

In queste parole si legge un risentimento, forse, ma anche un tentativo, consapevole o meno, di riportare l’attenzione sulla complessità del fenomeno mafioso, ben lontano dalle semplificazioni. E proprio in questi tentativi, in queste mezze ammissioni e in questi silenzi sta la forza delle sue conferme. Non servono proclami per confermare ciò che molti sospettavano.

Basta il contesto, il non detto, l’atteggiamento. Il peso del nome Riina è un fardello che Giuseppe porta ancora oggi e che ha influenzato non solo la sua vita personale, ma anche quella dei suoi figli. In più di un’occasione ha parlato della difficoltà di essere padre con quel cognome, di dover spiegare a scuola chi fosse nonno Totò, di affrontare i pregiudizi e gli sguardi.

Eppure non ha mai mostrato reale intenzione di cambiare identità, di recidere quel legame simbolico con la propria famiglia. Questa scelta è già una dichiarazione. In Italia, dove la mafia è stata a lungo una realtà culturale oltre che criminale, l’identità familiare ha un valore che va ben oltre i vincoli di sangue.

Rimanere riina per Giuseppe è al tempo stesso una sfida e una forma di lealtà. Non lo dice apertamente, ma lo dimostra nei gesti, nelle parole centellinate, nei contesti in cui decide di intervenire. Il capitolo che si apre con Giuseppe Salvatore Riina a 48 anni è quello di una narrazione più sottile. Non ci sono più latitanze, né piani segreti, né omicidi da pianificare, ma ci sono memorie da gestire, silenzi decodificare, eredità morali da rifiutare o confermare.

E in questo spazio ambiguo, fatto di mezze, verità e confessioni filtrate, risiede l’inquietudine collettiva. che ci spinge a voler ascoltare, a cercare tra le sue parole una conferma, una frase, un gesto che ci dica ciò che in fondo abbiamo sempre sospettato, che la mafia non finisce con l’arresto di un boss, ma continua, muta, si trasforma e sopravvive nei legami familiari, nei codici culturali, nelle identità che non si possono cancellare.

L’infanzia di Giuseppe Salvatore Riina si svolge in un tempo e in uno spazio, segnati da tensioni profonde, invisibili all’esterno, ma potentemente presenti nella quotidianità familiare. Crescere a Corleone durante gli anni 70 e 80 non era un’esperienza come le altre, soprattutto se si portava un cognome che cominciava già a far tremare le istituzioni e la società civile.

La figura del padre Totò Riina era allora avvolta da un’aura di mistero e terrore, ufficialmente latitante, ma in realtà presente e operativo sul territorio, nascosto tra rifugi sicuri, protetto da una rete capillare di complicità. Giuseppe nasce e cresce dentro questo contesto in una casa dove la normalità apparente mascherava regole non scritte, imposizioni invisibili e una presenza paterna che, pur fisicamente distante per lunghi periodi, si faceva sentire in ogni gesto, parola e silenzio.

Dalle ricostruzioni giudiziarie e dalle indagini successive si è appreso che l’ambiente in cui il piccolo Salvuccio cresceva era fortemente condizionato dalla necessità di mantenere la segretezza assoluta. Non esistevano foto pubbliche della famiglia, né uscite comuni o frequentazioni scolastiche regolari.

Read More