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Frate sparì dopo la messa nel 1980 — 40 anni dopo trovano la sua croce dietro l’altare (Parte 1)

Il 12 ottobre 1980 San Gimignano si svegliò avvolto in una nebbia autunnale che rendeva ancora più suggestive le sue torri medievali. Le campane della chiesa di Sant’Andrea iniziarono a suonare alle 7:00 del mattino, chiamando i fedeli alla messa domenicale delle 9:00. Il paese si animò lentamente.

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Le persiane si aprivano con scricchioli familiari. L’odore del caffè appena fatto si mescolava a quello del pane fresco del fornaio Giulio Martinelli e i primi passi risuonavano sui sampietrini lucidi di Rugiada. Frate Lorenzo Benedetti era già sveglio da ore. Nella sua piccola cella del convento annesso alla Chiesa aveva pregato il mattutino, letto le scritture del giorno e scritto alcune righe nel suo diario personale.

42 anni, nato a Perugia, ma trasferitosi a San Gimignano 8 anni prima dal convento di Assisi, era diventato molto più di un semplice religioso per gli abitanti del borgo. era il confidente delle spose ansiose, il consolatore delle vedove, l’amico dei bambini che correvano verso di lui dopo la scuola per sentire le sue storie sui santi.

Ma quella mattina qualcosa turbava la sua solita serenità. Mentre si preparava per la messa, le sue mani trema leggermente mentre piegava la stola. I suoi occhi azzurri, solitamente luminosi e accoglienti, erano velati da una preoccupazione che cercava di nascondere. Alle 8:30 frate Lorenzo attraversò il piccolo chiostro che collegava il convento alla chiesa.

Il rumore dei suoi sandali sui ciottoli risuonava in modo diverso quella mattina, più pesante, più lento. Si fermò davanti alla porta della sacrestia, respirò profondamente e mormorò una preghiera silenziosa prima di entrare. Nella sacrestia lo aspettava padre Antonio Marchetti, il parroco settantaquattrenne che da 6 mesi lottava contro un tumore ai polmoni.

Il vecchio prete, un tempo robusto e dalla voce tonante, era ora ridotto a un’ombra di sé stesso. I suoi capelli bianchi erano diventati radi, il volto scavato dalla malattia, ma i suoi occhi scuri conservavano ancora la saggezza di chi aveva dedicato 50 anni della sua vita al servizio di Dio e della comunità.

Lorenzo, figlio mio, disse padre Antonio mentre si vestiva lentamente per la celebrazione. Ti vedo preoccupato da giorni. Cosa ti turba? Frate Lorenzo esitò, le mani ferme sulla pianeta che stava indossando. Padre, dopo la messa devo parlarle di qualcosa di molto importante, qualcosa che che potrebbe cambiare tutto.

Cambiare tutto? Cosa intendi dire? La prego, aspetti dopo la messa. È è complicato. Padre Antonio studiò il volto del giovane frate. In 8 anni aveva imparato a conoscerlo bene. Lorenzo era un uomo di profonda fede, ma anche di grande umanità. Non era tipo da drammatizzare senza motivo. Va bene, figliolo, ma ora concentriamoci sulla celebrazione.

I nostri fedeli hanno bisogno della nostra presenza spirituale. Alle 9 in punto la chiesa di Sant’Andrea era piena come sempre. L’edificio romanico, con le sue colonne di pietra e gli affreschi quattroeschi, accoglieva circa 150 persone ogni domenica. I banchi di legno scricchiolavano sotto il peso dei fedeli, mentre il profumo dell’incenso si mescolava all’odore di cera delle candele.

Nelle prime file sedevano le famiglie più antiche di San Gimignano. Maria Toriani, settantenne vedova del farmacista, occupava sempre il suo posto alla terza fila a sinistra. Accanto a lei si era seduta Elena Rossi, la giovane maestra di 28 anni arrivata da Firenze 2 anni prima per insegnare nella scuola elementare del paese.

Dietro di loro il dottor Carlo Bianchi, il medico condotto con sua moglie Anna e i loro tre figli. Dall’altra parte della Navata, la famiglia Gerardi, i proprietari del più grande vigneto della zona, occupava l’intera quarta fila. Sergio Gerardi, un uomo di 50 anni dal carattere brusco ma dal cuore d’oro, era accompagnato dalla moglie Giulia e dai loro gemelli quindicenni, Marco e Lucia.

In fondo alla chiesa, vicino alla porta, stavano i giovani del paese Francesco Alberti, il figlio del sindaco Paola Mencacci, la figlia del meccanico e altri ragazzi sui 20 anni che lavoravano nei campi o nelle botteghe artigiane. Quando fratellorenzo salì all’altare per iniziare la celebrazione, un silenzio particolare calò sulla congregazione.

La sua presenza aveva sempre qualcosa di magnetico, ma quella mattina sembrava diverso. I suoi movimenti erano più lenti, più riflessivi. Quando aprì il messale, le sue dita indugiarono più del solito sulle pagine. Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Iniziò con la voce che tutti conoscevano e amavano, ma che quella mattina suonava leggermente roca.

Durante la prima lettura letta da Elena Rossi, frate Lorenzo rimase immobile davanti all’altare, lo sguardo fisso sul crocifisso ligno del X secolo che dominava l’Apside. Maria Torriani, che aveva l’abitudine di osservare attentamente le espressioni del frate durante le celebrazioni, notò che i suoi occhi sembravano lucidi, come se stesse trattenendo le lacrime.

“Seconda lettura dalla lettera di San Paolo ai Romani”, annunciò il dottor Bianchi salendo al lambone. Ma mentre leggeva si accorse che frate Lorenzo non seguiva sul messale, cosa che faceva sempre. Invece il frate aveva chiuso gli occhi e sembrava pregare intensamente. Arrivò il momento dell’omelia. Frate Lorenzo si alzò lentamente dal sedile e si avvicinò ai fedeli.

Di solito parlava senza note, con naturalezza e calore, ma quella mattina estrasse un foglio dalla tasca della tonaca. Fratelli e sorelle carissimi, iniziò la voce che tremava impercettibilmente. Oggi la parola di Dio ci parla del perdono, della misericordia, del coraggio di affrontare la verità anche quando fa male.

Si fermò lo sguardo che spaziava sui volti familiari della sua congregazione. Quando i suoi occhi incontrarono quelli di Maria Torriani, la donna ebbe la sensazione che il frate volesse dirle qualcosa di specifico. Spesso, continuò Lorenzo, pensiamo che la verità sia semplice, che sia facile distinguere il bene dal male, il giusto dall’ingiusto.

Ma la vita ci insegna che a volte la verità è nascosta, sepolta sotto strati di silenzio, di paura, di convenzioni sociali. Padre Antonio, seduto al suo posto accanto all’altare, alzò lo sguardo. Quelle parole suonavano strane, diverse dal solito stile di Lorenzo. La chiesa proseguì il frate, è fatta di uomini e gli uomini possono sbagliare.

Possono nascondere la verità per proteggere istituzioni, per paura dello scandalo, per debolezza umana. Ma Dio vede tutto, fratelli. Dio conosce ogni segreto. Un mormorio appena percettibile attraverso la chiesa. Sergio Gerardi si sporse in avanti aggrottando le sopracciglia. Cosa stava cercando di dire il frate? Oggi continuò Lorenzo, la voce che si faceva più ferma.

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