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Il Crollo di Djokovic al Roland Garros: La Sconfitta Bruciante e la Reazione Furiosa alla Domanda su Sinner

Il palcoscenico in terra rossa del Roland Garros ha da sempre l’incredibile potere di esaltare le gesta divine degli dei del tennis e, al contempo, di metterli brutalmente a nudo di fronte alla loro umana vulnerabilità. L’edizione di quest’anno, già orfana di numerosi protagonisti prematuramente usciti di scena in modo inaspettato, ha regalato un nuovo e sconvolgente capitolo destinato a rimanere impresso a fuoco nella memoria sportiva e collettiva degli appassionati di tutto il mondo. Novak Djokovic, un uomo che ha ridefinito radicalmente i limiti della resistenza fisica e della longevità agonistica, ha dovuto piegarsi al cospetto di un destino sportivo spietato, incarnato questa volta dal volto fresco, sfrontato e dalla racchetta implacabile del giovanissimo talento brasiliano Joao Fonseca. Ma se la dolorosa sconfitta sul campo rappresenta già di per sé una notizia di portata globale e in grado di monopolizzare le prime pagine, è stato ciò che si è consumato poco dopo, nei meandri solitamente composti e tesi della sala stampa parigina, a svelare un lato inaspettatamente fragile, suscettibile e profondamente umano del grande campione serbo. Una reazione improvvisa, scatenata dal solo suono del nome di Jannik Sinner, ha squarciato violentemente il leggendario velo di invincibilità che da sempre avvolge l’atleta, mostrando al mondo intero la frustrazione bruciante e silenziosa di chi ha appena visto svanire tra le proprie dita forse l’ultima reale e immensa occasione di gloria della propria inimitabile carriera.

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La complessa cronaca di questa infuocata giornata parigina assume rapidamente i contorni di una vera e propria epopea sportiva d’altri tempi, una maratona sfiancante e logorante durata oltre cinque intense ore, in cui il netto divario generazionale si è manifestato in tutta la sua dirompente e dolorosa evidenza. Djokovic, trovandosi alle soglie dei trentanove anni di età, è inizialmente sceso in campo con la flemma regale, il rigore e la straordinaria lucidità tattica che hanno da sempre contraddistinto e cementato il suo totale dominio assoluto nell’arco dell’ultimo luminoso decennio sportivo. I primi due set del match sono stati una vera e propria lezione magistrale di posizionamento sul terreno di gioco, calcolo degli angoli acuti e gestione chirurgica dell’immane sforzo fisico. Tutto lasciava oggettivamente presagire un esito ampiamente scontato, il classico copione preimpostato in cui il veterano saggio ed esperto doma magistralmente e senza affanni l’entusiasmo grezzo e l’inesperienza della nuova promessa del tennis. Eppure, proprio in quel momento esatto in cui il miraggio del traguardo rassicurante degli ottavi di finale sembrava ormai una pura formalità amministrativa, le complesse dinamiche interiori e le energie esteriori del match hanno subito una silenziosa ma letale mutazione genetica del tutto imprevedibile. Joao Fonseca, anziché cedere mestamente alla rassegnazione di fronte all’insormontabile muro serbo, ha iniziato con coraggio a sciogliere il proprio braccio, sprigionando una potenza esplosiva e una meravigliosa incoscienza giovanile che hanno progressivamente, colpo dopo colpo, scardinato dall’interno le secolari certezze del gigante di Belgrado.

Questo epocale passaggio di consegne, tanto emotivo quanto prettamente fisico, si è concretizzato inesorabilmente e crudelmente tra il quarto e il fatidico, decisivo quinto set. La titanica fatica accumulata senza sosta nei muscoli, nei tendini e nella mente provata di Djokovic ha inziato prepotentemente a palesarsi sotto forma di minuscoli, quasi impercettibili, ma sportivamente fatali passaggi a vuoto. Dall’altra parte della pesante rete, Fonseca sembrava invece magicamente nutrirsi e ricaricarsi dell’energia vitale lasciata sul campo dall’illustre avversario, scovando con naturalezza soluzioni balistiche eccellenti e sfoderando colpi di altissimo livello qualitativo proprio nel bel mezzo dei momenti di maggiore tensione e delicatezza dell’incontro. La morbida terra rossa, per tanto tempo fedele e leale alleata tattica, si è tramutata d’improvviso in una soffocante sabbia mobile per le gambe inevitabilmente stanche e indurite del leggendario campione serbo. Il totale ribaltamento dell’inerzia sportiva è stato assoluto, offrendo al pubblico uno spettacolo crudo, crudele e infinitamente affascinante al tempo stesso, conclusosi in gloria con l’incredibile trionfo del rampante ventenne brasiliano, il quale si guadagna così di diritto un prestigioso accesso alla sfida successiva contro il norvegese Casper Ruud. Per Djokovic, al contrario, questa eliminazione anticipata al terzo turno parigino non si traduce soltanto in uno stop amaro in un torneo prestigioso del circuito del Grande Slam, ma incarna l’apertura di una ferita psicologica assai profonda, un campanello d’allarme incessante che suona inesorabile e minaccioso sull’avanzare implacabile dell’orologio della vita.

È esattamente portando sulle larghe spalle questo pesante e silenzioso fardello emotivo che Novak Djokovic ha varcato la soglia luminosa della sala conferenze post-partita. L’aria in quell’ambiente chiuso era diventata immediatamente densa, pesante e carica di quell’attesa quasi morbosa che fa da contorno inevitabile e costante alle dichiarazioni ufficiali di un potente sovrano appena detronizzato in modo fragoroso. Nelle prime battute iniziali, il fuoriclasse serbo ha cercato con mestiere di mantenere il suo proverbiale aplomb, preparandosi mentalmente ad affrontare la noiosa liturgia delle solite domande inquisitorie sulla prestazione opaca e sulle oscure cause del suo clamoroso tracollo. Tuttavia, l’insidiosa pressione del circo mediatico sa essere tanto pungente, velenosa e spietata quanto un passante incrociato tirato a velocità folle. Un giornalista presente in sala, nel legittimo tentativo di inquadrare criticamente la sconfitta di giornata in un contesto agonistico e narrativo decisamente più ampio, ha pensato bene di tirare in ballo le eccellenti eliminazioni che avevano già pesantemente decimato il tabellone principale maschile. Nel formulare la propria articolata domanda, il cronista ha nominato in modo esplicito e diretto le deludenti uscite precoci dallo Slam del talento spagnolo Carlos Alcaraz e del nostro amatissimo Jannik Sinner. La genuina intenzione del giornalista mirava chiaramente a esplorare i meandri dell’animo fiero del serbo, chiedendogli in sostanza se, avendo visto casualmente i suoi giovani rivali più temibili abbandonare prematuramente il torneo di Parigi, avesse per un attimo iniziato a cullare dolcemente l’illusione di un percorso in morbida discesa e privo di ostacoli verso l’ennesimo titolo glorioso.

Non c’è stato materialmente nemmeno il tempo di far riecheggiare completamente e civilmente l’intero punto interrogativo sospeso nell’aria viziata della stanza. Al solo e semplice pronunciare l’ingombrante nome del lanciatissimo tennista italiano, figura divenuta ormai una ingombrante ossessione ricorrente nell’intero circuito maschile nonché un termine di paragone inevitabile e ineludibile per chiunque voglia primeggiare, Djokovic ha letteralmente e platealmente perso la sua proverbiale, monastica pazienza. Scuotendo energicamente e stizzosamente la testa con un inequivocabile moto di profonda insofferenza, il fuoriclasse balcanico ha interrotto con foga e in modo brusco il suo disorientato interlocutore. Le sue pochissime parole, scandite a denti stretti, sono cadute nell’aria pesanti e taglienti come pietre acuminate: ti fermo subito, no, ho appena perso al terzo turno, parliamo di qualcos’altro, grazie. Una risposta raggelante, ostile, secca e priva del minimo margine di mediazione, che non ha logicamente lasciato alcun vago spiraglio per una possibile replica, un garbato chiarimento o il prosieguo sereno di un normale contraddittorio professionale. Proprio in quel frangente minuscolo ma così carico di elettricità e concitazione, l’attento pubblico a casa e la stampa esterrefatta hanno potuto scorgere nitidamente le fattezze autentiche e sofferenti dell’uomo che si cela abitualmente dietro la fredda macchina da guerra perfetta. Non vi era della bieca o vile cattiveria gratuita in quell’istintivo gesto stizzito e nervoso, ma piuttosto affiorava un’amarezza talmente densa e dolorosa da poter essere materialmente tagliata con la lama di un coltello. Costituiva la fiera e disperata richiesta estrema di far rispettare religiosamente il proprio lutto sportivo in quel preciso istante buio, opponendo un netto e ostinato rifiuto categorico all’idea di farsi cinicamente trascinare in vuote speculazioni astratte o noiose analisi sui tabelloni sguarniti dei colleghi rivali, specialmente in un momento in cui il proprio universo personale e agonistico era appena collassato fragorosamente sbriciolandosi sulla terra rossa francese.

Questa complessa reazione psicologica e comportamentale scaturita da Djokovic ci narra volumi immensi e dettagliati riguardo alla fragile impalcatura emotiva che sorregge i miti dei grandi atleti globali. Essere costretti, in un momento di acuta disfatta e scoramento personale, ad ascoltare discorsi riguardanti i successi o i fallimenti di Sinner e a dover disegnare ipotetici scenari trionfali futuri che non si realizzeranno mai, equivale sportivamente a vedersi gettare vagonate di sale grosso su una profonda e dolorosa ferita aperta e sanguinante. Jannik Sinner rappresenta, nel subconscio collettivo e nell’ecosistema tennistico attuale, la dirompente e inarrestabile ascesa impetuosa di una nuova, formidabile e irriverente generazione, un’onda anomala che sta progressivamente ma inesorabilmente confinando ai margini oscuri della storia i fieri ma stanchi leoni della vecchia guardia. Per interi lustri, Novak Djokovic ha respinto con veemenza e maestria inarrivabile i continui assalti dei giovani pretendenti al trono, ergendosi statuariamente a barriera invalicabile e spietato frantumatore di sogni altrui. Ma in questo frangente storico, messo bruscamente con le spalle al muro di fronte alla durissima e cruda realtà oggettiva dei fatti e scontrandosi con la drammatica consapevolezza interiore di un corpo logorato che non risponde fedelmente più ai lucidi comandi inviati dalla mente con l’atletismo prorompente tipico dei felici vent’anni, la minima allusione verbale allo sconfinato talento altrui risulta semplicemente e umanamente intollerabile. L’evidente frustrazione esibita platealmente e senza filtri in sala stampa costituisce il giustificabile e umanissimo sfogo liberatorio di un genio del gesto atletico che fatica immensamente ad elaborare e ad accettare serenamente l’avvicinarsi implacabile dell’inevitabile e malinconico crepuscolo sportivo, traducendo un intimo e lancinante dolore in uno spesso e invalicabile muro di ghiaccio protettivo, eretto frettolosamente allo scopo disperato di preservare e difendere quel poco di amor proprio e orgoglio professionale rimasto eroicamente intatto e in piedi dopo una disastrosa e deludente maratona tennistica con esito perdente.

Eppure, a lampante e luminosa dimostrazione della statura morale, dell’etica sportiva superiore e della immensa caratura intrinseca del celebre personaggio, Novak Djokovic ha saputo con consumato e sapiente mestiere riprendere saldamente in mano le delicate redini del turbolento momento dedicato alle interviste, provvedendo a deviare e spostare saggiamente, con astuzia e grande intelligenza, il nocciolo dell’attenzione generale sui meriti limpidi e oggettivi riguardanti le performance di chi aveva appena compiuto l’impresa di batterlo in singolar tenzone. Rifiutandosi categoricamente di cercare vili alibi prettamente fisici o di trovare comode, quanto poco credibili, scuse aggrappandosi disperatamente a improbabili fattori climatici o ambientali avversi, l’esperto fuoriclasse nativo della nazione serba ha preferito elargire pubblicamente parole di profonda, matura e sincera ammirazione nei confronti del giovane talento brasiliano Joao Fonseca. Con ammirevole schiettezza, ha riconosciuto palesemente e ad alta voce davanti ai giornalisti accreditati il fatto insindacabile che lo sfidante ha, molto semplicemente e per tutto l’arco dell’impegnativa durata del confronto, espresso ed esibito un tennis tatticamente e qualitativamente superiore alla media, riuscendo con disarmante efficacia ad innalzare in modo clamoroso, e senza apparente difficoltà alcuna, la personale asticella della propria concentrazione e del proprio ineguagliabile livello di gioco esattamente in quegli attimi fugaci e tremendi in cui l’importanza dei punti conquistati faceva tremare i polsi, assumendo il peso mortale di tanti inamovibili macigni. Spingendosi coerentemente a definire, senza alcun timore referenziale di sorta, l’intera entusiasmante sfida sportiva andata in scena come nulla di meno che straordinaria, Novak Djokovic ha a tutti gli effetti pratici ammesso senza vergogna che, tralasciando momentaneamente ma non dimenticando il proprio intimo e cocente rammarico scaturito dall’aver purtroppo ed incredibilmente dissipato un doppio e considerevole set di puro e rassicurante vantaggio iniziale che pareva potesse regalargli un viatico tranquillo per gli ottavi, interiormente non avvertiva affatto la spiacevole sensazione o il pesante tarlo psicologico di aver disputato in prima persona e messo agli atti una cattiva o deludente e rinunciataria partita di tennis. Il cruciale, definitivo spartiacque tecnico della complessa contesa agonistica è risieduto per intero nella straordinaria, irripetibile e superba interpretazione scenica e prestazione balistica garantita senza soste dal giovanissimo giocatore emergente nato in terra sudamericana, una constatazione lucida, chirurgica e intellettualmente corretta che da un lato rende il dovuto, doveroso e meritato onore cavalleresco all’illustre campione duramente sconfitto, mentre contemporaneamente erge un monumento incrollabile che consacra ufficialmente tra i grandissimi interpreti del gioco il tenace e fenomenale atleta fresco di gloria e di vittoria, ribadendo e confermando ai puristi e agli amanti delle antiche e intramontabili tradizioni del fair play che il sentimento di profondo rispetto verso la sublimità del gioco e della feroce competizione ad armi pari si mantiene sempre ostinatamente sacrosanto, puro e inattaccabile perfino in quegli ingrati istanti neri in cui l’oscura morsa opprimente e fredda dell’insuccesso finisce purtroppo per avvelenare lo spirito e obnubilare, accecandola dolorosamente, l’affilata e perfetta mente lucida e analitica che anima e tormenta il cuore battente del lottatore vero.

Tuttavia, la vera gigantesca e inquietante ombra scura, minacciosa e incombente, che questa animata, ruvida e tesa conferenza stampa abbandona nell’aria, lasciandola fluttuare pesantemente e mestamente come l’anticipazione di un piovoso temporale imminente pronto ad abbattersi violentemente sull’immediato e nebuloso destino e sviluppo futuro dell’intero palcoscenico del glorioso tennis mondiale, si ritrova tutta interamente e sinistramente raggruppata, sintetizzata e dolorosamente condensata nella secca, disarmante ed elusiva risposta laconica ed ermetica fornita dall’interessato all’ultima, pungente e assai cruciale, profonda domanda scoccata come una metaforica e insidiosa freccia da parte della schiera inclemente dei giornalisti curiosi. A chi garbatamente, ma con malcelata insistenza, indagava provando ad interrogare sagacemente e senza remore la disillusa fantasia e gli intenti logici dell’esperto ex dominatore del circuito, domandandogli espressamente di sbilanciarsi e di palesare la chiara, ferma e definitiva prospettiva sportiva nonché l’intenzione pratica e programmatica riguardante l’idea suggestiva ed eroica di calcificare e rimettere coraggiosamente e nuovamente in gioco il proprio immenso orgoglio agonistico sui campi incantati del torneo del Roland Garros il fatidico e misterioso prossimo imminente anno a venire, coincidente proprio con il giro di boa anagrafico per il quale egli giungerà inesorabilmente ed irrevocabilmente a scavalcare, in modo tanto definitivo quanto emotivamente molto provante, l’altissimo e delicatissimo ostacolo e formidabile crinale invisibile e psicologico sancito inevitabilmente dall’inesorabile arrivo del compimento del proprio temuto quarantesimo anno d’età, il fuoriclasse serbo tanto imbattibile, tanto ferocemente competitivo ma stavolta così vulnerabile e ferito, Novak Djokovic si è repentinamente trincerato ergendo difese alte, nascondendosi dietro le sembianze sfuggenti, ambigue e oscure e chiudendosi ermeticamente e misteriosamente all’interno della prigione dorata creata appositamente da un singolo, brevissimo, laconico e francamente assai assordante quanto sconfortante “non lo so”. Soltanto tre misere, sfuggenti ma oltremodo pesanti e semplicissime parole, composte in rapida successione senza preavviso e pronunciate sfuggentemente con un timbro arreso e afflitto ma sufficienti per svelare l’arcano e gettare un bagliore torbido sull’oscura verità sotterranea, che difatti nascondono tra i loro microscopici meandri infiniti e bui abissi silenti stracolmi dell’inquietudine più cieca di immensa e paralizzante incertezza cosmica, paure represse, tormentate disamine intime solitarie e notturne, indicibili sofferenze emotive e complesse, amare e viscerali riflessioni interiori ricolme e gonfie di tormenti sportivi lancinanti e dolorosamente senza via d’uscita apparentemente limpida o consolatoria. Sostanzialmente e per una infinita, apparentemente immortale parentesi ininterrotta durata fin quasi a un recente momento storico appena trascorso e temporalmente ravvicinato ai giorni nostri, l’impensabile ed amara idea tangibile dell’abbandono al ruolo di re incontrastato, e l’effettivo, drammatico spettro minaccioso derivante dall’incombente ipotesi tangibile legata concettualmente a un inevitabile definitivo passaggio al pensionamento atletico o un definitivo straziante commiato formale per un titanico immortale del tracciato, come e qualmente è ed ha ampiamente dimostrato al cosmo di essere a suon di record proprio la fiera statua balcanica di classe finissima in questione, assumeva e rappresentava in tutti i contesti per chiunque i tipici labili contorni evanescenti propriamente caratteristici unicamente della più debole e improbabile e folle delle ipotesi da scartare, ovvero nient’altro che un ingenuo e fugace baluginare o uno scarso astratto teorema logico vago spazzato, debellato e sonoramente nonché regolarmente surclassato ed azzerato per un infinito numero strabiliante di volte ed epiche occasioni con estrema metodica tenacia disarmante tramite il rigido e ammirevole inossidabile contributo dell’impiego massiccio ed alienante dedito all’applicazione ascetica maniacale ad una scrupolosa astinenza di tipo strettamente ed incredibilmente curativa, abbinata fedelmente ad un impatto costante orientato verso la spinta derivante dalla totale venerazione ascetica propensa all’instancabile cura sacrificale offerta fedelmente ed inossidabilmente in dono all’infinito altare dello sfiancante e dolorosissimo sforzo ginnico e al costante, brutale potenziamento intensivo, ma soprattutto, sopra ed oltre ogni qualsivoglia dubbio concepibile o possibile, era l’estrinsecazione incommensurabile forgiata, trainata ed eternamente sospinta come il folle vento vorticoso generato grazie ad una divorante furia animalesca, fame cieca ed ingordigia cannibale votata incessantemente ad accumulare, incamerare, fagocitare con voracità impareggiabile successi leggendari epici trionfali e coppe scintillanti senza freno e all’apparenza indomita, atavica, primordiale ed orgogliosamente inesauribile o scevra da usura. Adesso, le ingenti crudeli, affannose, disperate pesanti ed inutili e stancanti prolungate durissime fatiche transalpine riversatesi violentemente quest’oggi ad abbattersi fisicamente nella malinconica, struggente cornice malinconica dal vago ed umido sentore crepuscolare ed inaspettato odore inconfondibile di disfatta dolorosa parigina, e il crollo verticale rapido disarmante subìto d’improvviso manifestando le incomprensibili debolezze patite crollando sotto gli strali assai feroci avversi scagliati dal precoce impeto acerbo sbarrato dinnanzi alla rete ostinatamente eretto improvvidamente da uno sconosciuto giovanotto di primo pelo al cui indubbio estro promettente un futuro radioso sorride gaio e che incarna la superba spensieratezza e l’arroganza beata riservata quale dote genetica donata al fiore prezioso sbocciante dell’invincibile età fiorente e spavalda, parrebbero concretamente ora e in modo incontrovertibilmente reale e tragico, aver intaccato scalfendo con una violenza sotterranea subdola o sfregiando e compromettendo a fondo irreparabilmente le intime, salde colonne portanti e l’architettura granitica maestosa e massiccia che fonda questo credo vitale ostinato, e incrinato per un’amara e fatale irrimediabilità questo orgoglioso convincimento estremo, solido rifugio che sino ad ore prima teneva il dominatore serbo immune e a distanza di sicurezza schermata.

In conclusione e tirando le fila oggettive ineccepibili tratte dallo stordente resoconto narrato e derivate da quel coacervo drammatico emotivo e sportivo di grande spessore romanzesco andato incredibilmente e sorprendentemente consumandosi repentinamente alla luce tiepida e sotto un cielo stranito sopra gli attoniti palchi della capitale transalpina di Parigi, l’assunto che logicamente affiora è che le memorie tramandate storiograficamente dalle pagine vergari di quest’ultima incredibile, turbolenta partita persa con tanta sofferenza d’animo da un mito contemporaneo in difficoltà immensa, non rappresentino ed esplichino lecitamente solo uno statico dato di fatto marginale coincidente banalmente allo shock, momentaneo per quanto sbalordente, imputabile con ridotta precisione unicamente ad una inattesa deblacle agonistica o sbrigativa, sensazionale infausta eliminazione a dispetto dei pronostici dal novero dell’agone della sfida tra racchette del turno fatale, piuttosto il lascito più greve, vero e sostanzioso incida solennemente innalzandosi allo spessore introspettivo grandioso definibile e sovrapponibile a una radiografia chiarissima e lucida capace brutalmente d’inquadrare svelando, tracciandone intimamente senza riserve alcunché o segreti occultati, uno sbalorditivo ed intimo spaccato dolorante abissale spingendosi vertiginosamente fino alle recondite fondamenta più misteriose scavate profondamente e a nudo entro gli inesplorati recessi oscuri abitanti l’intricata conformazione celata tipica che inabissa la fiera ma vulnerata psiche di un ex colosso e tiranno trionfante spinto oramai inevitabilmente a indietreggiare alle corde strette sottomesso per la crudele, subdola azione esercitata incessantemente contro di lui dal logorio sfibrante scandito costantemente dall’inesorabile scorrere sordo imposto dell’invisibile e feroce, insindacabile, disumano orologio biologico vitale il quale scorre sordo piegando imperiosamente con indomabile sadismo tutte indistintamente le fragili cose terrene create in dono dal fiato degli dèi e le magnificenze e velleità mortali d’ogni animata virtù. Quel palese astio, inequivocabilmente palpabile se non apertamente insofferente provato, emerso in maniera tanto ruvida, cruda, quasi infastidita fino alle soglie di un rancore stizzoso sfociante nell’intolleranza platealmente subita nell’udire il fastidioso rimbombo o il riverbero, sgradito ad ore buie d’ansia mortificata, dello squillante ed ingombrante rintocco sonoro originato dalla cadenza che scandiva il fastidioso eco causato dalla vociferazione evocativa del promettente nominativo recante gli emblemi esuberanti del fiorente astro giovanile nascente dei prepotenti vigorosi novelli padroni designati per successione del frenetico e spietato circuito mondiale delle classifiche del gioco racchettato, la lampante pesante spossatezza mentale unita parossisticamente e stretta disperatamente ed indissolubilmente, all’abbandono fisico mostrati con fragilità desolante dinanzi al faro inquisitorio implacabile dettato e proiettato da decine, dozzine assillanti schiere agguerrite rappresentate dalla giungla di cavi e teste munite a folla gremita con l’ardore di irriverenti invadenti impietosi, ronzanti ed indagatori microfoni protesi pronti all’agguato cinico del divo umiliato vacillante, senza assolutamente poter tacere l’importanza basilare essenziale, l’enigmatico peso ed il sentore gravoso angosciante di commiato insito nell’alone nebbioso e mesto aleggiante cupamente all’interno dello scenario prospettato da quello straziante, incerto finale amaro lasciato sospeso nel fiato stanco in esalazione faticata d’un secco arreso incognito raggelante disperato “non lo so” mormorato come sentenza ultimativa senza appello ed abbandonato come fiato estremo sul tavolaccio funereo, finiscono alla resa globale dei tragici computi totalitari complessivi della giornata ed interpretano recitandole impietosamente in primo piano le avvisaglie rivelatrici degli unanimi indicatori incontrovertibili presaghi d’imminenti nubi rivoluzionarie o mutamenti irreversibili i quali identificano chiari indizi incontrovertibili i sintomi dolorosi manifesti indici di un epocale sconquassante travolgente rivoluzione, prodromica per preludio del fatidico rassegnato irreversibile addio abdicante con effettivo luttuoso struggente passaggio per cambio della dorata contesa di gloriose consegne per supremazia globale il quale giace sornione appollaiato minaccioso a incombere pesantemente ormai quasi e palesemente alle porte dello sport. L’estesa galassia eterogenea, affezionata ma crudele del variopinto vasto mondo popolato freneticamente dagli insaziabili estasiati ferventi e plaudenti estasiati ammiratori e spettatori feticisti fanatici dell’antica epica nobile sacra arte agonistica espressa sul terreno recintato del rettangolo del gioco del nobile tennis attoniti in fervore ed osservazione silenziosa, atterriti impotenti e basiti presenziano come affranti a questa liturgia e partecipano ammutoliti con spirito compunto assistendo oramai pietrificati nell’ansia palpabile restando bloccati trattenendo con il gelo infreddolito ed impaurito col fiato mozzato interamente sospeso all’altezza stordita dei tesi polmoni compressi in ammutolito religioso, commosso devoto dolore per lo spettacolo tetro d’agonia offerto impietosamente dall’ipotetico lento macabro decadente incedere potenziale incedente tramonto mortificante ed ultimo straziante e disilluso del grande eroe e indiscusso mito titanico dominatore egemone tirannico ed assoluto redivivo di gloriose ere sfumate ed annali e del cui sfolgorante imbattibile mito incantato un eco lontanissimo e dorato sopravviveva immacolato sin qui, ed il cui cuore palpitante disperato rintocca ora coscienziosamente allarmato e sgomento ma saldamente conscio per certezza ontologica che qualsiasi leggendaria irripetibile stratosferica epocale mastodontica memorabile e sfavillante epica era di vittorie incrollabili è prima oppur inesorabilmente spietatamente ed alla fine crudelmente destinata tristemente ma invariabilmente a soccombere piegandosi con mestizia arrendendosi cedendo alla tirannia incombente ed implacabile spietata scure del letale esiziale fato a compiersi e dunque è tragicamente ed irreparabilmente destinata senza salvazione a doversi necessariamente prima o poi in modo malinconico ad esaurirsi per terminare il proprio ciclo solare radioso dissolvendosi definitivamente svuotata del linfa preziosa e in sostanza, amaramente per fatalità chiudersi ripiegata tragicamente accartocciandosi morente su stessa per tramontare chiudendo per calo sipario polveroso il proprio corso e spegnendosi mestamente, per lasciare solamente sbiadendo poi per dissolversi nei grigi fumi della lontana nebbiosa posterità, e donando per via ereditaria e successione in solenne, commosso patrimonio ed in intoccabile testamento magico di sacra mistica eredità futura epocale solamente gli ineguagliabili ed insondabili irripetibili bagliori epici scintillanti e sterminati riverberi sfolgoranti di passate imprese ciclopiche vittoriose ed eroicamente impresse per fama, gloria di gesta e ricordi titanici stratosferici e fieri, unicamente e memorabilmente da imprimere nelle immortali lastre della memoria per fama incrollabile ma pure offrendo tristemente alla luce sole le sue spoglie mortali ferite, l’impietoso affanno e l’enorme solitudine angosciante, rivelandosi crudamente fragile e smascherato impotente di fronte all’immensità ed e come di fatto a testimonianza solenne ne ha indiscutibilmente tracciato l’impietosa scia esplicita fornita limpidamente svelandosi crudelmente con un clamore deflagrante fragoroso tramite l’ostentazione scenica drammaturgica sfavillante a tratti epici messa crudamente in esecuzione nel corso sbalorditivo ed al termine turbolento emotivamente disastrato fornito durante questa dolorosa amara, rovente infuocata memorabile ed imprevedibile giornata tragica in un torneo, portando finalmente fuori rivelandone l’essenza all’aperto l’intricata, oscura angosciante disperata debolezza, e l’ombra e disillusa disperazione celata ed anche l’intera ed immensa debole e dolente nuda commovente umanissima ed incredibilmente complessa straziante e tanto affascinante commovente fragilità caduca spaventata ma bellissima, propria di tutti quanti indistintamente nel mondo gli immortali giganti d’argilla sofferenti e piangenti degli assoluti e celebrati eterni e luminosi adorati intoccabili ed abbattuti miti ed idoli dello scenario in competizione del ring sportivo globale e di vita.

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