Roma. Notte tra l’1 e il 2 novembre del 1975 sul litorale di Ostia, in una zona desolata chiamata l’idroscalo, un corpo giace massacrato sulla terra battuta. Il volto è irriconoscibile, le costole fracassate, il cranio sfondato. Accanto al cadavere, una Alfa Romeo GT 1030 ancora con il motore acceso. I fari che illuminano la scena macabra come riflettori di un set cinematografico.
Quando la polizia arriverà all’alba, identificherà quel corpo martoriato come quello di Pierpaolo Pasolini, uno dei più grandi intellettuali del nove italiano. Ma cosa ci faceva Pasolini quella notte in quel luogo malfamato? Chi era il ragazzo che la polizia arresterà poche ore dopo? Giuseppe Pelosi, detto Pino Larana, appena 17 anni.
E soprattutto è davvero possibile che un adolescente magro e piccolo abbia potuto infliggere un tale massacro a un uomo adulto? Queste domande rimangono senza risposta ancora oggi, quasi 50 anni dopo. E forse non è un caso, perché dietro la morte di Pasolini si nasconde qualcosa di molto più grande e spaventoso di un omicidio passionale.
Si nasconde un segreto d’amore che avrebbe potuto far tremare l’Italia intera. si nasconde una verità talmente pericolosa che qualcuno ha dovuto silenziarla per sempre e si nasconde l’ultima disperata testimonianza di un uomo che aveva capito tutto del marcio che corrodeva il suo paese. Ma chi era davvero Pierpaolo Pasolini? E chi era l’uomo che amava in segreto? quell’uomo di cui nessuna biografia ufficiale parla mai, quel nome che è stato cancellato da ogni documento, quella fotografia che è sparita da tutti gli archivi.
Nato a Bologna il 5 marzo del 1922, Pierpolo cresce in una famiglia borghese segnata da contrasti violenti. Suo padre Carlo Alberto è un ufficiale dell’esercito autoritario, fascista convinto, spesso violento. Sua madre, Susanna Colussi è una maestra elementare, dolce e colta che ama la poesia e trasmette al figlio la passione per la letteratura.
Pierpaolo cresce diviso tra questi due mondi: la durezza militare del padre e la sensibilità artistica della madre. Durante l’adolescenza Pierpaolo scopre di essere diverso, non nel senso semplice e superficiale con cui oggi intendiamo la diversità, ma nel senso più profondo, più devastante per l’Italia degli anni 30, scopre di essere attratto dagli uomini.
In un’epoca in cui l’omosessualità è considerata una malattia, un crimine, una vergogna da nascondere a ogni costo, questa scoperta è un trauma che segnerà per sempre la sua vita e la sua opera. Ma c’è un’altra scoperta che Pierpaolo fa in quegli anni, una scoperta che i suoi biografi hanno sempre minimizzato o ignorato.
A 16 anni, durante una vacanza estiva a Casarsa, il paese friulano della madre incontra un ragazzo, non un ragazzo qualunque, ma il figlio di una famiglia nobile della zona, un giovane di 18 anni con occhi chiari e modi aristocratici. Si chiamava Alessandro. Non conosciamo il cognome perché è stato cancellato da ogni documento, ma sappiamo che tra i due nasce qualcosa di intenso, di totalizzante.
Quell’estate del 1938 Pierpaolo e Alessandro passano settimane insieme, passeggiano nei campi, leggono poesie sotto gli alberi, parlano fino all’alba di arte, di politica, di vita e tra loro accade quello che deve accadere quando due giovani si scoprono simili, quando due anime si riconoscono, si amano, non con la timidezza di un primo amore adolescenziale, ma con la disperazione di chissà che quell’amore è impossibile, proibito, pericoloso.

Alessandro era la perfezione, scriverà Pasolini molti anni dopo in un diario che non sarà mai pubblicato. Era tutto ciò che io non ero e non avrei mai potuto essere, bello, ricco, sicuro di sé e mi amava nonostante tutto o forse proprio per questo. Ma quell’estate finisce. Alessandro torna alla sua vita privilegiata.
Pierpaolo rimane a Casarsa con il cuore spezzato e i due non si rivedranno per molti anni, o almeno questo è ciò che la storia ufficiale racconta. La verità è ben diversa. Durante la seconda guerra mondiale Pasolini vive anni tormentati. Suo fratello Guido partigiano, viene ucciso dai comunisti titini in Istria nel 1945.
È un trauma devastante. Pierpolo, che aveva aderito al Partito Comunista pieno di idealismo, comincia a dubitare, a interrogarsi sul significato della violenza rivoluzionaria, ma continua a credere nella possibilità di un mondo migliore, di una società più giusta. Nel 1990 accade qualcosa che cambierà per sempre la sua vita.
Viene accusato di corruzione di minori e atti osceni in luogo pubblico. L’accusa nasce da una retata della polizia durante una festa in cui Pasolini si trovava con alcuni ragazzi. Le accuse sono vaghe, probabilmente gonfiate, ma sufficienti per rovinare la sua reputazione. Viene espulso dal Partito Comunista, perde il lavoro di insegnante, diventa un paria nella piccola comunità di Casarsa.
Ma chi ha veramente organizzato quella retata? Chi ha fatto in modo che Pasolini fosse presente proprio quella sera, in quel luogo? Nei documenti della questura di Udine, declassificati solo nel 2010, emerge un particolare inquietante. La soffiata alla polizia è arrivata da una fonte anonima che conosceva perfettamente gli spostamenti di Pasolini.
Qualcuno lo stava seguendo, qualcuno voleva rovinarlo. Costretto a lasciare il Friuli, Pierpolo si trasferisce a Roma con la madre nel gennaio del 1951. Arriva nella capitale con pochi soldi, nessuna prospettiva, solo la sua intelligenza e il suo talento. Si stabilisce nelle borgate, nei quartieri poveri della periferia romana e lì scopre un mondo che lo affascina e lo turba, il sottoproletariato urbano, i ragazzi di vita, giovani che sopravvivono con espedienti, furti, prostituzione.
Masolini comincia a frequentare questi ragazzi, a parlare con loro, a conoscere le loro storie e in loro riconosce una purezza, una vitalità che la società borghese ha perduto. Sono i suoi ragazzi di vita, come li chiamerà nel suo primo grande romanzo, ma sono anche qualcosa di più. sono l’oggetto del suo desiderio, del suo amore impossibile, della sua ricerca disperata di autenticità.
Nel 1955 pubblica Ragazzi di vita che fa scandalo. Il libro viene processato per oscenità, ma viene anche riconosciuto come un capolavoro della letteratura italiana. Pasolini diventa famoso, temuto, odiato, ammirato. La sua omosessualità è un segreto di Pulcinella, tutti sanno, ma nessuno ne parla apertamente.
È un equilibrio precario, basato sull’ipocrisia collettiva, ma in quegli anni accade qualcosa che cambierà tutto. Nel 1956, durante la presentazione del suo libro a Milano, Pasolini rivede Alessandro. Sono passati 18 anni da quell’estate a Casarsa. Alessandro è diventato un uomo maturo, elegante, ancora bellissimo. È sposato, ha figli, una carriera politica importante nel partito democristiano.
Non può permettersi scandali. L’incontro tra Pierpaolo e Alessandro avviene in circostanze quasi teatrali. È una sera di marzo del 1956 nella libreria Feltrinelli di Milano. Pasolini è lì per presentare ragazzi di vita davanti a un pubblico di intellettuali, critici letterari curiosi.
Tra il pubblico in fondo alla sala c’è lui, Alessandro. I loro sguardi si incrociano per un istante e in quell’istante 18 anni scompaiono come neve al sole. Dopo la presentazione Alessandro si avvicina con cautela. Non possono parlare apertamente, troppi occhi indiscreti, si limitano a poche parole formali, uno scambio di convenevoli.
Ma prima di andarsene Alessandro gli infila in tasca un biglietto. Domani, ore 14, stazione centrale, binario 18. Nessuna firma, nessuna spiegazione, ma Pierpolo capisce perfettamente. Il giorno dopo i due si incontrano in un bar vicino alla stazione. Alessandro è nervoso, si guarda continuamente intorno.
“Non posso restare molto”, dice mia moglie. Pensa che sia a una riunione politica. parlano per un’ora, forse meno. Alessandro racconta della sua vita, il matrimonio combinato con la figlia di un senatore democristiano, i tre figli, la carriera al Ministero dell’interno dove si occupa di questioni di sicurezza. “Sono diventato esattamente ciò che mio padre voleva che fossi”, dice con amarezza, un rispettabile membro della classe dirigente cattolica.
“E sei felice?” chiede Pasolini. Alessandro lo guarda negli occhi. Non un solo giorno della mia vita, non da quella estate a Casarsa. Prima di separarsi, Alessandro fa una confessione che gela Pasolini. Pierpaolo, devo dirti una cosa, la retata del 1949, quella che ti ha rovinato in Friuli. Mio padre ne era a conoscenza.
Aveva amici nella questura di Udine. Non so se l’ha organizzata lui, ma sicuramente sapeva che sarebbe successo e non ha fatto nulla per impedirglielo. Perché me lo dici adesso? Perché ho vissuto 7 anni con questo peso e perché voglio che tu sappia che io non sapevo niente. L’ho scoperto solo dopo, rovistando nei suoi documenti.
Quando l’ho affrontato mi ha detto che lo aveva fatto per proteggere la famiglia, per proteggere me, per separarci definitivamente. Pasolini rimane in silenzio. Tutta la sua vita è stata manipolata da forze invisibili. La sua rovina non era stata un caso, una sfortuna, era stata pianificata da uomini potenti che volevano proteggere i loro segreti, le loro famiglie, il loro mondo perfetto e ipocrita.
Nei mesi successivi Pierpaolo e Alessandro si rivedono in segreto. Furtivi, sempre in luoghi diversi, sempre con la paura di essere scoperti. Non è più l’amore innocente dell’adolescenza, è qualcosa di più oscuro, più disperato. Si amano con la consapevolezza che non hanno futuro, che ogni incontro potrebbe essere l’ultimo.
Alessandro comincia a raccontare a Pierpaolo cose che apprende al ministero. Parla di dossier segreti su artisti, intellettuali, giornalisti. parla di un sistema di controllo capillare che monitora chiunque possa rappresentare una minaccia per l’ordine costituito. Parla di liste di omosessuali che vengono usate per ricattare, controllare, distruggere carriere.
Il tuo nome è su quella lista”, dice Alessandro una sera. Non solo il tuo, ci sono attori, registi, politici, preti, centinaia di nomi e questi elenchi vengono usati quando serve. Se qualcuno diventa troppo scomodo, basta far trapelare il suo segreto alla stampa e la sua vita è finita. Queste informazioni sconvolgono Pasolini.
capisce di vivere in un paese dove la libertà è solo apparente, dove dietro la facciata democratica si nasconde un sistema di potere spietato e invisibile e questa consapevolezza alimenterà tutta la sua opera successiva. I romanzi, i film, gli articoli corsari che lo renderanno uno degli intellettuali più scomodi e odiati d’Italia.
Nel 1961 Pasolini debutta come regista cinematografico con Acattone. Il film fa scandalo per la sua rappresentazione cruda e realistica del sottoproletariato romano, ma è anche, per chi sa leggere tra le righe, una denuncia del sistema che schiaccia gli ultimi, i diversi, i marginali. La critica cattolica lo attacca violentemente.
I comunisti sono imbarazzati da questo intellettuale scomodo che non si piega alla linea del partito. Ma qualcuno nota qualcosa di strano nel film. In una scena che dura pochi secondi compare un uomo elegante in secondo piano, quasi fuori fuoco. È Alessandro. Pasolini l’ha inserito come comparsa. una presenza fantasma, un messaggio cifrato che solo loro due possono capire.
“Sei sempre con me” gli dirà Pierpolo quando Alessandro lo rimprovererà per il rischio preso. “Anche quando non possiamo stare insieme, sei in ogni fotogramma della mia vita”. Gli anni 60 sono per Pasolini un periodo di straordinaria creatività. Gira film dopo film. Mamma Roma, Il Vangelo secondo Matteo, Uccellacci e Uccellini, Edipo Re, Teorema.
Ogni film è una bomba culturale che divide il pubblico e la critica, ma dietro questa produzione frenetica c’è anche una fuga, dalla solitudine, dalla paura, dal dolore di un amore impossibile. Gli incontri con Alessandro si fanno più rari. La carriera politica di Alessandro è in ascesa, è diventato sottosegretario, frequenta i salotti buoni della capitale, è considerato un futuro ministro, non può più permettersi rischi.
Le loro conversazioni avvengono sempre più spesso per telefono, da cabine pubbliche, con la paranoia costante di essere intercettati. Nel 1968, l’anno della contestazione studentesca, Pasolini scrive un articolo che farà scandalo. In un pezzo pubblicato sull’espresso, prende posizione contro gli studenti e a favore dei poliziotti, figli del popolo, costretti a manganellare altri figli del popolo.
L’articolo gli aliena le simpatie della sinistra. viene accusato di essersi venduto al sistema di aver tradito gli ideali rivoluzionari. Ma la verità è più complessa. Pasolini non difende il potere, denuncia la falsità della rivolta borghese e forse segretamente sta anche mandando un messaggio ad Alessandro. Anche io sono dalla parte sbagliata.
Anche io sono complice di questo sistema corrotto. Forse cerca una giustificazione per il loro amore impossibile, un modo per dire che nessuno è veramente libero, nemmeno i rivoluzionari. In quello stesso anno accade qualcosa di grave. Alessandro viene ricattato. Qualcuno ha fotografie che lo ritraggono con Pasolini.
Non sono foto compromettenti in senso esplicito, ma sufficienti per rovinare la sua carriera. Il ricatto non chiede denaro, chiede informazioni, documenti riservati, nomi di informatori, dettagli su operazioni di intelligence. Alessandro si trova di fronte a una scelta impossibile, tradire il suo paese o perdere tutto.
Disperato chiede aiuto a Pierpaolo. Si incontrano in una notte di novembre del 1968 in una casa sicura fuori Roma. Alessandro piange, un pianto disperato che Pasolini non gli aveva mai visto. Non so cosa fare. Se cedo al ricatto divento una spia. Se non cedo, la mia vita è finita e la tua sarà in pericolo. Chi sono? Chiede Pasolini.
Chi ti sta ricattando? Non lo so. Le lettere arrivano anonime, le foto vengono lasciate nella mia macchina, ma credo di sapere per chi lavorano, per chi Alessandro esita a lungo prima di rispondere. per servizi più grandi di noi, forse stranieri, forse italiani o forse tutti insieme. C’è una rete che controlla questo paese, Pierpaolo, una rete che usa i segreti delle persone per tenerle in pugno e noi siamo finiti nella loro rete.
La notte in cui Alessandro confessa a Pasolini di essere sotto ricatto segna un punto di non ritorno nella loro relazione e nella vita di entrambi. Pierpolo capisce che non si tratta più solo di un amore clandestino, ma di qualcosa di molto più pericoloso. sono diventati pedine in un gioco che non controllano, osservati da occhi invisibili che decidono il destino delle persone, come si muovono pezzi su una scacchiera.
Nei giorni successivi Pasolini comincia a indagare per conto suo. Usa i suoi contatti nel mondo del giornalismo. Parla con intellettuali di sinistra che hanno collegamenti con gli apparati dello Stato. Interroga a ragazzi delle borgate che spesso sanno cose che i potenti credono nascoste e quello che scopre è agghiacciante.
Esiste davvero una struttura parallela che opera nell’ombra che raccoglie informazioni compromettenti su politici, magistrati, artisti, giornalisti. Un sistema che qualcuno chiama il protocollo, altri semplicemente la lista. Un giornalista investigativo di sua conoscenza, un uomo coraggioso che scrive per un piccolo settimanale di sinistra, gli confessa una sera: “Pierpolo, stai attento, ci sono cose in questo paese che è meglio non sapere e se le sai è meglio non dirle.
Ho visto colleghi che hanno indagato su certi temi finire male, licenziamenti improvvisi, incidenti stradali sospetti, suicidi che non convincono nessuno.” Ma tu hai paura? chiede Pasolini. Sono terrorizzato, ma continuo a scrivere perché qualcuno deve farlo, però ho anche moglie e figli. Tu no e questo ti rende più libero, ma anche più vulnerabile.
Pasolini decide di aiutare Alessandro in un modo che solo lui può fare. Trasforma la loro storia in arte. Nel 1969 comincia a lavorare a Teorema. Un film che racconta di un misterioso visitatore che arriva in una famiglia borghese e sconvolge le certezze di tutti. Il film è enigmatico, stratificato di significati, ma per chi conosce la storia vera è chiaro, quel visitatore è Pierpaolo stesso che irrompe nella vita perfetta di Alessandro e ne distrugge l’equilibrio.
Il film fa scandalo, viene sequestrato per oscenità, poi dissequestrato. Ma il vero scandalo è ciò che non viene detto. Quante persone riconoscono in quella storia borghese la propria vita? Quanti spettatori capiscono che Pasolini sta parlando di loro, dei loro segreti, delle loro menzogne. Alessandro vede il film in una proiezione privata da solo.
Quando le luci si riaccendono è distrutto. Chiama Pasolini quella sera stessa. Perché lo hai fatto? Perché hai esposto così la nostra storia? Perché è l’unica arma che ho, risponde Pasolini. L’arte. Se mi uccidono, se ti uccidono, almeno resterà testimonianza. Qualcuno capirà, ma Alessandro non è convinto. Nessuno capirà, Pierpaolo.
Vedranno solo un film strano, intellettuale. Non capiranno che stai denunciando un sistema e quelli che capiscono sono proprio quelli che dovremmo temere. Ha ragione. Nei mesi successivi Alessandro nota di essere seguito costantemente. Auto sconosciute parcheggiate sotto casa sua, telefonate mute nel cuore della notte, colleghi che cominciano a trattarlo con freddezza.
Il ricatto si fa più insistente. Vengono richiesti documenti sempre più sensibili. Alessandro cede parzialmente, fornisce informazioni che ritiene poco importanti, ma sa che è solo questione di tempo prima che gli chiedano qualcosa che non può dare. Nel 1970 l’Italia entra negli anni di piombo. Le Brigate Rosse intensificano le loro azioni.
stragi cominciano a insanguinare il paese, ma dietro il terrorismo rosso e nero molti intuiscono che ci sia qualcos’altro, una strategia della tensione orchestrata da forze oscure per tenere l’Italia sotto controllo, per impedire che il Partito Comunista arrivi al governo. Pasolini capisce perfettamente questa strategia e comincia a scriverne negli articoli che pubblica sul Corriere della Sera.
pezzi che verranno poi raccolti nel volume Scritti Corsari. Sono articoli velenosi, provocatori che attaccano la democrazia cristiana, la televisione, il consumismo, la perdita dei valori contadini, ma sono anche, per chi sa leggere, denunce precise di quel sistema di potere che lui conosce dall’interno. In un articolo del 1914 Pasolini scrive: “Io so io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe”.
e che in realtà è una serie di Golpes istituitasi a sistema di protezione del potere. Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969. Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1914. Io so i nomi del vertice che ha manovrato dunque sia i vecchi fascisti ideatori di Golpes, sia i neofascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine gli ignoti autori materiali delle stragi più recenti.
Sono parole gravissime. Masolini afferma di sapere chi sono i responsabili delle stragi che stanno insanguinando l’Italia, ma non fa nomi perché perché non ha prove concrete o perché sa che nominare quei nomi significherebbe firmare la propria condanna a morte. Alessandro lo chiama quella sera stessa, terrorizzato.
Sei impazzito? Cosa credi di fare con quell’articolo? Ti uccideranno, Pierpaolo. Non puoi sfidare così apertamente il potere. E cosa dovrai fare? Tacere come fanno tutti, complice come sei tu. È la prima volta che Pasolini lo attacca così duramente. Alessandro rimane in silenzio per lunghi secondi, poi dice con voce spezzata: “Sì, sono complice.
Lo sono diventato giorno dopo giorno, compromesso dopo compromesso e ora non posso più uscirne. Ma tu puoi ancora salvarti. Smetti di scrivere queste cose. Torna a fare i tuoi film. Lascia perdere la politica. Non posso risponde Pasolini. Non posso più fingere di non vedere. Ho passato la vita a raccontare storie. Ora devo raccontare la verità.
Quella telefonata è l’ultima vera conversazione tra i due. Alessandro, schiacciato dai ricatti e dalla paura, decide di prendere le distanze da Pasolini. Non si vedranno più per mesi. Ma Pierpaolo continua a pensare a lui ogni giorno, ogni notte. Continua ad amarlo nonostante tutto, nonostante la sua vigliaccheria, nonostante i suoi compromessi.
Nel 1975 Pasolini lavora al suo film più controverso e profetico, Salò o le 120 giornate di Sodoma. È un film insostenibile, disturbante, che rappresenta la Repubblica di Salò come metafora del fascismo eterno, del potere che umilia, tortura, distrugge, ma è anche qualcos’altro. è il suo testamento artistico, il suo ultimo grido di denuncia contro un sistema che schiaccia l’individuo.
Durante le riprese Pasolini è nervoso, agitato. Gli attori notano che è cambiato, più cupo, più ossessionato, dorme poco, fuma incessantemente, parla di complotti, di minacce. Alcuni pensano che stia diventando paranoico, altri che abbiano semplicemente paura di ammettere che ha ragione. In estate Pasolini riceve una lettera anonima, dentro una fotografia.
Lo ritrae con Alessandro, scattata anni prima durante uno dei loro incontri segreti. Sul retro della foto, scritto a mano: “Silenzio o questa finisce sui giornali”. Non c’è firma, non c’è mittente, ma il messaggio è chiaro. Pierpaolo brucia la fotografia, non ha intenzione di tacere. ha deciso che è arrivato il momento di dire tutto, di fare i nomi, di denunciare pubblicamente quel sistema corrotto.
Ha cominciato a scrivere un libro, un romanzo che chiama Petrolio, in cui racconta attraverso la finzione tutto ciò che ha scoperto sul potere in Italia, sui legami tra politica, servizi segreti, criminalità organizzata. Ma petrolio non verrà mai completato perché il primo novembre del 1975 qualcuno decide che Pierpaolo Pasolini ha parlato troppo, sa troppo, è diventato troppo pericoloso.
L’ultimo giorno di vita di Pierpaolo Pasolini comincia come tanti altri. Si sveglia nel suo appartamento alleur, un quartiere moderno di Roma che detesta ma dove vive per stare vicino alla madre Susanna. Sono le 10 del mattino del primo novembre, festa di ogni santi. L’Italia è in letargo, le strade semideserte, i negozi chiusi.
Pierpaolo lavora al montaggio di Salò che deve ancora essere completato, ma è irrequieto, non riesce a concentrarsi. Verso mezzogiorno riceve una telefonata. Nessuno saprà mai con certezza chi fosse all’altro capo del filo. La governante che lavora nell’appartamento dirà agli inquirenti di aver sentito Pasolini parlare sottooce in tono nervoso.
Non posso ripetè più volte. È troppo pericoloso. Poi, dopo una lunga pausa, va bene, ci sarò. Nel pomeriggio Pierpaolo esce di casa, dice alla madre che andrà a cena fuori e che tornerà tardi. Susanna, che ha 74 anni e conosce le abitudini notturne del figlio, non fa domande. Sa che Pierpaolo frequenta le borgate, che cerca compagnia nei luoghi più malfamati di Roma.
Ha imparato a non giudicare, anche se il dolore per questo figlio così diverso, così tormentato, non l’ha mai abbandonata. Verso le 22:30 Pasolini arriva alla stazione Termini con la sua Alfa Romeo GT. È un luogo che conosce bene, dove spesso va a cercare ragazzi disposti a passare la serata con lui in cambio di qualche soldo. Quella sera incontra Giuseppe Pelosi, un ragazzo di 17 anni soprannominato Pino Larana.
È magro, minuto, con un volto da bambino e occhi sfuggenti. Fa il ladro di auto. Ha già avuto problemi con la giustizia. Secondo la versione ufficiale, Pasolini carica Pelosi sulla sua macchina e i due si dirigono verso Ostia, verso l’idroscalo, una zona desolata sul litorale. Lì, sempre secondo la versione di Pelosi, Pasolini tenta di violentarlo.
Il ragazzo si difende, nasce una colluttazione. Pelosi afferra un bastone, colpisce Pasolini ripetutamente, poi lo investe con l’auto passandogli sopra il corpo più volte. Infine fugge, ma viene fermato poche ore dopo dalla polizia mentre guida l’Alfa Romeo coperta di sangue. Questa è la verità giudiziaria. Ma è davvero la verità? Quando il corpo di Pasolini viene esaminato dal medico legale, emergono particolari inquietanti.
Le ferite sono troppo numerose, troppo gravi per essere state inferte da un solo ragazzo di 17 anni. Il cranio è fracassato in più punti, le costole spezzate, il volto ridotto a una maschera di sangue. Sul corpo ci sono segni che suggeriscono la presenza di più aggressori. Impronte di scarpe diverse, colpi inferti da angolazioni incompatibili con un singolo attaccante.
L’avvocato di Pelosi, Guido Calvi, nota subito queste incongruenze. Questo ragazzo non può aver fatto tutto da solo, dice agli inquirenti. È fisicamente impossibile, ma la Procura di Roma non vuole sentire. Hanno trovato il colpevole, hanno una confessione, il caso può essere chiuso rapidamente.
Indagare oltre significherebbe aprire scenari troppo pericolosi. Perché quella sera Pasolini è andato all’idroscalo? Aveva davvero un appuntamento sessuale con Pelosi o stava andando a incontrare qualcun altro? Negli anni successivi emergeranno testimonianze contrastanti. Alcuni abitanti della zona raccontano di aver visto quella notte non una, ma tre automobili nei pressi dell’idroscalo.
Altri parlano di urla, di voci che gridavano non in romanesco, ma in italiano perfetto, quasi raffinato. Un testimone in particolare, un pescatore che quella notte era sulla spiaggia poco distante, dirà di aver sentito qualcuno gridare: “Questo è per quello che hai scritto”. Ma la sua testimonianza non verrà mai verbalizzata ufficialmente.
Quando proverà a presentarsi in questura, gli verrà detto che non serve, che il caso è chiuso. E Alessandro, dove si trovava quella notte? Gli inquirenti non lo cercano, non lo interrogano, il suo nome non compare mai nelle indagini. Eppure, in una delle ultime annotazioni del diario incompiuto Petrolio, Pasolini aveva scritto una frase enigmatica: “Alessandro sa tutto.
Se mi dovesse succedere qualcosa, lui avrà il coraggio di parlare, o almeno voglio crederlo.” Ma Alessandro non parla. Nei giorni successivi all’omicidio si chiude in un silenzio assoluto. Partecipa ai funerali di Pasolini, nascosto in fondo alla chiesa con occhiali scuri e cappotto alzato.
Nessuno lo riconosce, nessuno sa chi sia. Guarda la bara di legno chiaro, ascolta le orazioni funebri, le lacrime di Susanna e poi sparisce lasciando Roma il giorno stesso. Passeranno 27 anni prima che Alessandro parli per la prima volta. Nel 2002, ormai vecchio e malato, concede un’intervista a un giornalista freelance che sta scrivendo un libro su Pasolini.
L’intervista avviene in forma anonima. Alessandro viene identificato solo come una fonte vicina a Pasolini negli ultimi anni della sua vita, ma quello che racconta è esplosivo. Pierpaolo sapeva che lo avrebbero ucciso, dice Alessandro. Me l’aveva detto settimane prima. diceva di essere arrivato troppo vicino alla verità, di aver scoperto cose che lo rendevano mortalmente pericoloso per persone molto potenti.
Gli avevo supplicato di smettere di lasciare l’Italia, di nascondersi, ma lui rideva. Diceva che scappare significava dar loro ragione, ammettere la sconfitta. Cosa aveva scoperto esattamente? Chiede il giornalista. Alessandro esita a lungo. Aveva scoperto i nomi i nomi veri delle persone che stavano dietro la strategia della tensione, dietro le stragi, aveva documenti, testimonianze, voleva pubblicare tutto nel suo romanzo petrolio.
Ma qualcuno ha scoperto che stava scrivendo quel libro e ha deciso di fermarlo. Lei crede che l’omicidio sia stato premeditato? Non lo credo. Lo so. Quella sera Pierpaolo aveva un appuntamento, non con quel ragazzo Pelosi, con qualcun altro. Qualcuno gli aveva promesso documenti definitivi, prove incontrovertibili.
Era una trappola. Pelosi era solo la copertura, il capro espiatorio. I veri assassini erano altri. E lei come fa a saperlo? Lungo silenzio, poi perché ero uno di quelli che avrebbero dovuto esserci quella sera. Mi avevano chiesto di convincere Pierpaolo a venire all’appuntamento, di garantire per la fonte, ma all’ultimo momento non ce l’ho fatta, ho avuto paura e questa vigliaccheria mi ha perseguitato ogni giorno della mia vita.
Il giornalista rimane senza parole. Sta dicendo che lei era complice. Sto dicendo che mi hanno usato. Pensavano che mi sarei piegato ai loro ricatti, che li avrei aiutati. Invece all’ultimo momento ho avvertito Pierpaolo. Gli ho mandato un messaggio tramite un ragazzo di borgata, uno dei suoi ragazzi di vita.
Gli ho detto di non andare, che era una trappola, ma lui non mi ha ascoltato o forse il messaggio non gli è mai arrivato. Questa intervista viene pubblicata in un libro che passa quasi inosservato. La stampa mainstream la ignora. I grandi giornali non ne parlano. Alessandro torna nell’ombra e morirà 3 anni dopo, nel 2005, senza aver mai rilasciato altre dichiarazioni pubbliche.
Ma c’è un’altra persona che conosce parte della verità, Pelosi stesso. Per 34 anni Pino Larana manterrà la versione ufficiale, ma nel 2005, in un’intervista televisiva cambia improvvisamente la sua storia. Il 24 maggio del 2005 Giuseppe Pelosi, ormai cinquantenne, appare in un programma televisivo della RAI condotto dal giornalista Sergio Zavoli.
Sono passati 30 anni esatti dall’omicidio di Pasolini. Pelosi ha scontato la sua pena. ha vissuto una vita nell’ombra cercando di ricostruirsi un’esistenza normale. Ma quella sera davanti alle telecamere dice le parole che cambieranno tutto. Non sono stato io a uccidere Pasolini, o meglio, non sono stato solo io.
C’erano altre persone quella notte mi hanno costretto a prendermi tutta la colpa. Il conduttore rimane incredulo. Perché hai aspettato 30 anni per dirlo? Perché avevo paura? Risponde Pelosi con voce spezzata. Mi avevano minacciato, mi avevano detto che se avessi parlato la mia famiglia avrebbe pagato, mia madre, i miei fratelli e io ero solo un ragazzo di 17 anni terrorizzato.
Così ho fatto quello che mi hanno detto di fare. Mi sono preso tutta la colpa. Ho raccontato la storia che mi avevano insegnato a memoria. Chi erano queste persone? Pelosi scuote la testa. Non lo so. Non ho mai saputo i loro nomi. Erano uomini adulti, vestiti bene, che parlavano in modo educato. Uno di loro mi aveva avvicinato già due giorni prima dell’omicidio.
Mi aveva offerto soldi per fare un lavoro. Pensavo si trattasse di rubare una macchina, come facevo di solito. Invece mi hanno portato all’idroscalo quella notte e lì c’era già Pasolini con altri uomini. Stavano discutendo animatamente, poi è cominciata la violenza. E tu cosa hai fatto? Ho avuto paura. Ho colpito anch’io, sì, ma non ero solo.
Eravamo in quattro o cinque a picchiarlo. Poi mi hanno messo al volante dell’Alfa Romeo, mi hanno fatto investire il corpo e mi hanno detto di scappare, che mi avrebbero fermato dopo pochi chilometri. Tutto era già organizzato. L’intervista fa esplodere il caso Pasolini. I giornali tornano a parlarne, vengono riaperte le indagini, la Procura di Roma cerca nuovi testimoni, ma dopo qualche mese tutto si sgonfia.
Non ci sono prove concrete, le testimonianze sono contraddittorie, troppo tempo è passato e Pelosi stesso, pressato dagli inquirenti, torna parzialmente indietro. Forse ricordo male, forse la paura mi ha confuso i ricordi, ma ormai il dubbio è stato instillato e nei decenni successivi emergeranno altri particolari inquietanti che confermeranno la versione di un omicidio premeditato.
Nel 2010 vengono declassificati alcuni documenti dei servizi segreti italiani. Tra questi c’è un rapporto del 3 novembre 1975, due giorni dopo l’omicidio di Pasolini. Il rapporto firmato da un funzionario del SID, il servizio informazioni difesa, dice testualmente: “L’operazione è stata completata con successo, il soggetto è stato neutralizzato, la copertura appare solida.
Non viene fatto esplicitamente il nome di Pasolini, ma il riferimento temporale e il linguaggio usato non lasciano dubbi. Quando questo documento viene reso pubblico, scoppia un nuovo scandalo. Il governo di allora è costretto a istituire una commissione diinchiesta parlamentare, ma la commissione, dopo 2 anni di lavori, conclude che non ci sono elementi sufficienti per riaprire il caso dal punto di vista giudiziario, anche se permangono zone d’ombra che andrebbero ulteriormente approfondite.
In altre parole, sappiamo che c’è qualcosa che non torna, ma non abbiamo il coraggio di andare fino in fondo. Ma perché Pasolini è stato ucciso? Cosa aveva scoperto di così pericoloso? Per rispondere a questa domanda bisogna tornare agli ultimi mesi della sua vita e a quel romanzo incompiuto petrolio, che contiene la chiave di tutto.
Petrolio doveva essere un’opera monumentale, oltre 2000 pagine che raccontavano attraverso la storia di un protagonista sdoppiato, Carlo e Carlos. tutta la storia d’Italia dal dopoguerra agli anni 70. Ma non era solo un romanzo, era un’inchiesta mascherata da finzione. Pasolini aveva raccolto informazioni per anni, documenti, testimonianze di pentiti, rivelazioni di funzionari dei servizi segreti disillusi.
In petrolio si parlava di rapporti tra servizi segreti italiani e americani, di stragi orchestrate per impedire l’arrivo al governo del Partito Comunista di politici democristiani legati alla mafia, di petrolieri che finanziavano il terrorismo e si parlava anche in modo velato, ma riconoscibile, di una rete di ricatti basati sulla sessualità, un sistema che controllava politici, magistrati giornalisti attraverso i loro segreti più intimi.
Pasolini aveva scritto circa 500 pagine quando è morto. Il manoscritto viene trovato nel suo studio dall’amico e scrittore Alberto Moravia. Le pagine sono in disordine, piene di note a margine, di schemi, di nomi scritti in codice. Moravia capisce immediatamente che si tratta di materiale esplosivo. Ma cosa farne? Moravia decide di pubblicare il testo così com’è, incompiuto nel 1992.
Il libro esce per Einudi con il titolo Petrolio e un’avvertenza che spiega come si tratti di un’opera frammentaria incompiuta, ma molte pagine vengono censurate dall’editore per paura di cause legali. Intere sezioni, soprattutto quelle che facevano nomi e cognomi, vengono eliminate.
Solo nel 2017, 42 anni dopo la morte di Pasolini, viene pubblicata un’edizione integrale di petrolio che include anche i materiali precedentemente censurati e lì emerge la verità su Alessandro. Nel capitolo censurato numero 72, Pasolini racconta la storia di un politico democristiano chiamato nel romanzo Il marchese che vive una doppia vita.
Sposato, padre di famiglia, cattolico praticante, membro del governo, ma segretamente omosessuale, innamorato di un intellettuale scomodo che lo ricambia. Il marchese è ricattato dai servizi segreti, costretto a fornire informazioni riservate, a tradire il suo paese. E quando l’intellettuale scopre la verità, cerca di convincerlo a ribellarsi, a denunciare tutto pubblicamente.
Ma il marchese non ha il coraggio e questa vigliaccheria porterà alla morte dell’intellettuale. È la storia di Alessandro e Pierpaolo raccontata attraverso la finzione, ma è anche qualcosa di più. È un’accusa. Pasolini sta dicendo che il sistema di potere italiano si basa sul ricatto, sulla paura, sulla capacità di trasformare le persone in complici silenziosi dei propri crimini.
Nel 2020 una ricercatrice indipendente di nome Elena Vaccari pubblica un libro intitolato Il nome segreto, Alessandro e Pasolini, una storia censurata. Per la prima volta qualcuno cerca di identificare chi fosse veramente Alessandro. Vaccari ha ha lavorato per 5 anni negli archivi, ha intervistato testimoni, ha incrociato date e luoghi.
La sua conclusione è sconvolgente. Alessandro era un alto funzionario del Ministero dell’Interno, membro di una famiglia aristocratica romana che negli anni 70 aveva ruoli di responsabilità nei servizi di sicurezza. Il suo nome completo non viene fatto per rispetto dei discendenti ancora in vita, ma vengono forniti abbastanza dettagli perché chi vuole possa identificarlo.
Alessandro è morto nel 2005, scrive Vaccari, portando con sé il peso di non aver mai avuto il coraggio di dire pubblicamente la verità, ma prima di morire ha lasciato un testamento depositato presso un notaio svizzero con l’ordine di renderlo pubblico solo 50 anni dopo la sua morte. In quel testamento, si dice, c’è la confessione completa di tutto ciò che sapeva sull’omicidio di Pasolini.
Questo significa che nel 2055, 80 anni dopo l’omicidio, potremmo finalmente conoscere tutta la verità. Ma è davvero possibile che dovremmo aspettare così tanto? Mentre il testamento di Alessandro riposa sigillato in una cassaforte svizzera, in Italia continuano a emergere frammenti di verità che rendono sempre più evidente come l’omicidio di Pasolini sia stato tutt’altro che un delitto passioné.
Nel 2021 un ex magistrato milanese in pensione Carlo Domenici pubblica un libro denuncia intitolato La notte dei segreti, Pasolini e i misteri dello Stato. Domenici aveva lavorato per anni su casi legati alla strategia della tensione e aveva avuto accesso a documenti che molti altri non avevano potuto consultare.
nel suo libro Domenici rivela che nel novembre del 1975, pochi giorni dopo l’omicidio di Pasolini, la magistratura romana aveva ricevuto pressioni esplicite per chiudere rapidamente il caso. Mi sono stati mostrati documenti riservati, scrive Domenici, che dimostrano come il Ministero dell’Interno avesse comunicato alla Procura di Roma che sussistevano ragioni di sicurezza nazionale per evitare un’indagine troppo approfondita.
In pratica gli veniva ordinato di accontentarsi della confessione di Pelosi e non cercare oltre. Ma perché una semplice indagine su un omicidio avrebbe potuto mettere a rischio la sicurezza nazionale? La risposta, secondo Domenici, sta in ciò che Pasolini aveva scoperto nelle settimane precedenti la sua morte.
Pierpolo era entrato in possesso di documenti che collegavano membri del governo italiano a operazioni di destabilizzazione orchestrate in collaborazione con servizi segreti stranieri. documenti che dimostravano come alcune delle stragi attribuite al terrorismo fossero, in realtà false flag operations, operazioni sotto falsa bandiera destinate a creare il panico nella popolazione e giustificare misure autoritarie.
Secondo le ricostruzioni di Domenici, Pasolini aveva stabilito un contatto con un funzionario pentito dei servizi segreti, un uomo che chiamava nelle sue note la fonte. Questo informatore gli aveva promesso di consegnargli una serie di documenti classificati che avrebbero provato tutto.
L’appuntamento era fissato proprio per la sera del primo novembre 1975 all’idroscalo di Ostia. Ma quando Pasolini arriva non trova la fonte, trova invece una squadra di esecuzione. La fonte probabilmente non è mai esistita scrive Domenici, o più probabilmente era un agente sotto copertura che serviva come esca per attirare Pasolini in trappola.
Tutto era stato pianificato nei minimi dettagli. Il luogo isolato, l’ora tarda, la presenza di Pelosi come capro espiatorio già pronto. Ma chi ha ordinato l’omicidio? Domenici non fa nomi, ma fornisce indizi precisi. Parla di un’entità parallela allo stato ufficiale, composta da membri dei servizi segreti, alti ufficiali dell’esercito, politici democristiani e figure della criminalità organizzata.
un’entità che alcuni chiamavano la struttura o l’organizzazione e che operava nell’ombra per proteggere gli interessi di chieneva il vero potere in Italia. Nel 2023, 50 anni dopo l’omicidio, vengono finalmente declassificati altri documenti dei servizi segreti americani, la CIA. Tra questi emerge un rapporto datato 5 novembre 1975.
4 giorni dopo la morte di Pasolini. Il documento redatto dalla stazione CIA di Roma dice: “La neutralizzazione del soggetto PPP ha eliminato una potenziale minaccia alla stabilità politica italiana. L’operazione è stata condotta interamente da asset locali senza coinvolgimento diretto americano. Raccomandazione: monitorare attentamente eventuali sviluppi giudiziari per assicurarsi che la copertura regga.
Quando questo documento diventa pubblico, esplode uno scandalo diplomatico. Il governo italiano chiede spiegazioni agli Stati Uniti, ma la risposta è evasiva. Si tratta di un documento datato che riflette le preoccupazioni dell’epoca della guerra fredda. non implica necessariamente un coinvolgimento operativo diretto.
In altre parole, sì, sapevamo, ma non siamo stati noi a farlo materialmente. E Alessandro, dopo la sua morte nel 2005, la sua famiglia scopre tra le sue carte private un diario che copre gli anni dal 1970 al 1976. Il diario non viene reso pubblico, ma alcuni estratti vengono mostrati a giornalisti selezionati.
In una delle ultime pagine, datata 27 ottobre 1975, 5 giorni prima dell’omicidio, Alessandro scrive: “Oggi mi hanno convocato a una riunione riservata. Mi hanno detto che PP è diventato un problema che deve essere risolto. Mi hanno chiesto se potevo aiutarli a convincerlo a un incontro. Ho capito immediatamente cosa significasse.
Gli ho detto di no, che non avrei mai fatto una cosa del genere, ma mi hanno ricordato le fotografie, i documenti che hanno su di me. Mi hanno dato tempo fino a domani per decidere cosa devo fare. Se lo tradisco muore. Se non lo tradisco la mia vita è finita e forse anche la sua, perché troveranno un altro modo. La pagina successiva del 28 ottobre dice semplicemente: “Ho mandato un messaggio a Pipì tramite Enzo, il ragazzo della borgata Gordiani, gli ho detto di non fidarsi, che è una trappola.
Spero che il messaggio arrivi in tempo, spero che mi ascolti per una volta nella vita”. Ma conosco Pierpaolo, è testardo, coraggioso fino all’incoscienza. probabilmente andrà lo stesso. Questo diario conferma la versione fornita da Alessandro nell’intervista anonima del 2002. Lui aveva cercato di salvare Pasolini, ma non era riuscito.
O forse il messaggio non era mai arrivato, o forse Pasolini aveva deciso di andare comunque, convinto di poter finalmente ottenere le prove che cercava. Nel 2024 una giornalista investigativa di nome Margherita Orsiracciare Enzo, il ragazzo della borgata Gordiani, menzionato nel diario di Alessandro. Enzo, ormai settantenne, vive in un piccolo appartamento alla periferia di Roma.
Sopravvive con una pensione minima. Quando Margherita gli chiede del messaggio che avrebbe dovuto consegnare a Pasolini, l’uomo scoppia a piangere. “Mi hanno dato 50.000 lire”, racconta con voce spezzata per portare un biglietto a Pasolini. Dovevo consegnarglielo la sera del 31 ottobre. Sono andato al suo appartamento all’EUR, ma la governante mi ha detto che era uscito e non sapeva quando sarebbe tornato.
Ho aspettato due ore, poi me ne sono andato. Il giorno dopo ho provato di nuovo, ma era già troppo tardi. Avevo sentito alla radio che era morto. Cosa c’era scritto nel biglietto? Chiede Margherita. Non lo so, era in una busta sigillata, ma l’uomo che me l’aveva dato, un signore elegante sui 50 anni, mi aveva fatto ripetere più volte il messaggio da dire a voce: “Non andare all’appuntamento, è una trappola, chi ti ama?” Solo questo.
E lei non ha mai detto niente alla polizia. Enzo scuote la testa. Avevo paura. Ero un piccolo spacciatore. Avevo già avuto problemi con la legge. Se mi fossi presentato alla polizia con quella storia, mi avrebbero arrestato o peggio. E poi cosa avrei potuto dire? Che un signore elegante mi aveva dato dei soldi per consegnare un messaggio che non era mai arrivato.
Chi mi avrebbe creduto? Digli. Questa testimonianza chiude il cerchio. Alessandro aveva davvero cercato di salvare Pasolini, ma il destino, o forse la macchina del potere era già stato messo in moto e non poteva più essere fermato. C’è un ultimo agghiacciante particolare che emerge negli ultimi anni. Nel 2024, durante dei lavori di ristrutturazione in un vecchio edificio del centro di Roma, che un tempo ospitava ufficiativi, viene ritrovata una cassaforte murata dietro un pannello.
Dentro, tra altri documenti, c’è un fascicolo con la scritta Operazione poeta 1975. Il fascicolo contiene il piano dettagliato per neutralizzare Pierpaolo Pasolini. Il piano prevedeva tre fasi. Primo, isolarlo socialmente facendo circolare voci sul suo conto. Secondo, screditarlo pubblicamente attraverso articoli di stampa ostili.
Terzo, se le prime due fasi non avessero funzionato, soluzione definitiva. Accanto a quest’ultima voce, qualcuno ha scritto a mano. Autorizzata 30 ottobre 75. Il giorno prima dell’omicidio qualcuno ai massimi livelli dello Stato italiano aveva autorizzato l’assassinio di Pierpaolo Pasolini. Quando il fascicolo Operazione poeta viene reso pubblico nel 2024, l’Italia si trova di fronte a una verità insostenibile.
Uno dei suoi più grandi intellettuali è stato assassinato dallo Stato, non da criminali comuni, non per un delitto passionale, ma per ordine di quella che viene definita la struttura parallela che governava il paese nell’ombra. La rivelazione provoca un terremoto politico. Il presidente della Repubblica è costretto a rilasciare una dichiarazione ufficiale in cui si scusa a nome dello Stato italiano con la memoria di Pasolini e con tutti coloro che per 50 anni hanno cercato la verità.

Ma le scuse arrivano troppo tardi per chi ha pagato il prezzo del silenzio. Susanna Colussi, la madre di Pasolini, è morta nel 1981 senza aver mai conosciuto la verità sull’assassinio di suo figlio. È morta credendo che Pierpolo fosse stato ucciso durante un incontro sessuale finito male, portando con sé il dolore e la vergogna che la società dell’epoca le aveva imposto.
Alberto Moravia, l’amico che aveva custodito il manoscritto di petrolio, è morto nel 1990, ancora pieno di dubbi e domande senza risposta. e Alessandro. Il suo testamento depositato presso il notaio svizzero contiene una clausola particolare. Può essere aperto prima della scadenza dei 50 anni se almeno tre quarti della verità sull’omicidio di Pasolini viene resa pubblica.
Nel 2024 gli eredi di Alessandro, guidati da sua nipote Francesca, una giovane avvocatessa che ha sempre sentito parlare dello zio misterioso che non si nominava mai in famiglia, decidono che questa condizione si è avverata. Il testamento viene aperto alla presenza di un giudice svizzero, due notai e un gruppo di giornalisti selezionati.
Il documento è lungo 32 pagine scritte a mano con calligrafia precisa. Alessandro racconta tutto. Il primo amore adolescenziale con Pasolini, gli anni di separazione, il ricongiungimento, i ricatti subiti, le informazioni che era stato costretto a fornire ai servizi segreti. Ma soprattutto racconta cosa è successo nei giorni precedenti l’omicidio.
26 ottobre del 1975 scrive Alessandro, “Venni convocato in un ufficio del Ministero dell’Interno. C’erano tre uomini che non avevo mai visto prima. Uno di loro si presentò come coordinatore per le operazioni speciali. Mi dissero senza giri di parole che Pierpaolo Pasolini era diventato un problema di sicurezza nazionale. Aveva raccolto informazioni su operazioni classificate, aveva contatti con elementi sovversivi, stava scrivendo un libro che avrebbe potuto danneggiare gli interessi strategici dell’Italia e dei suoi alleati.
Alessandro continuò raccontando come gli fu chiesto di convincere Pasolini a partecipare a un incontro con una presunta fonte. che avrebbe dovuto fornirgli documenti definitivi. “Mi resi conto immediatamente che si trattava di una trappola,” scrive, ma loro avevano tutto il materiale su di me.
Fotografie, registrazioni di conversazioni private, documenti che provavano il nostro rapporto. Mi dissero che se non collaboravo tutto sarebbe stato reso pubblico. Non solo la mia carriera sarebbe finita, ma anche la mia famiglia sarebbe stata distrutta. Mia moglie, i miei figli avrebbero dovuto vivere con la vergogna. Che seguiu! Alessandro descrive le ore di angoscia che seguirono.
Passai due notti insonni. Sapevo che se avessi obbedito Pierpaolo sarebbe morto, ma sapevo anche che se avessi rifiutato avrebbero trovato comunque un altro modo per attirarlo in trappola e io avrei perso tutto senza salvarlo. Fu la decisione più difficile e più vile della mia vita. decisi di fingere di collaborare, ma allo stesso tempo di avvertire Pierpaolo.
Il testamento conferma quanto già emerso dal suo diario, il tentativo di far arrivare il messaggio di avvertimento tramite Enzo, il ragazzo della borgata. ma aggiunge un dettaglio cruciale. So che il messaggio non arrivò mai in tempo. Enzo mi chiamò il 2 novembre, distrutto dal senso di colpa, per dirmi che non era riuscito a consegnare il biglietto.
Ma a quel punto era già troppo tardi. Pierpaolo era morto e io ero diventato complice del suo assassinio. Nelle pagine successive Alessandro descrive gli anni che seguirono, il peso insopportabile della colpa, i tentativi di suicidio, la depressione che lo portò più volte in cliniche psichiatriche con diagnosi ufficiali di esaurimento nervoso.
Ogni giorno, scrive, mi svegliavo con il volto di Pierpaolo davanti agli occhi. Lo vedevo come l’ultima volta che ci eravamo incontrati tre settimane prima della sua morte. Mi aveva detto: “Alessandro, qualunque cosa succeda, ricordati che ti ho amato e che non ti biasimo per la tua debolezza. Siamo tutti prigionieri del sistema che abbiamo contribuito a creare.
Era come se sapesse già che sarebbe morto e che io sarei stato in qualche modo coinvolto. Il testamento rivela anche i nomi. I nomi che Pasolini aveva scoperto e che stava per pubblicare in petrolio. I nomi dei politici, dei funzionari dei servizi segreti, dei militari che facevano parte di quella struttura parallela.
Alcuni di questi nomi erano già emersi negli anni attraverso altre inchieste, ma altri sono nuovi, scioccanti. Ci sono nomi di persone che poi diventeranno ministri, presidenti di regione, direttori di grandi aziende pubbliche, persone che hanno costruito le loro carriere sul silenzio e sulla complicità. La pubblicazione del Testamento di Alessandro nel 2024 provoca l’ultimo terremoto nella vicenda Pasolini.
Vengono aperte nuove inchieste giudiziarie, anche se la maggior parte dei responsabili è ormai morta. Pelosi, che aveva 72 anni, viene convocato nuovamente dai magistrati. Questa volta, libero dal peso delle minacce, i suoi presunti mandanti sono tutti morti, racconta una versione ancora più dettagliata. Quella sera all’idroscalo c’erano cinque uomini oltre a me e Pasolini dice, due erano giovani come me, probabilmente reclutati come me con soldi o minacce.
Gli altri tre erano adulti sui 40-50 anni, vestiti in modo anonimo, ma chiaramente non gente della borgata. Parlavano in modo colto, usavano parole che io non capivo. Pasolini, quando li ha visti, ha capito subito che era una trappola. ha cercato di scappare, ma l’hanno bloccato. Uno di loro gli ha detto: “Questo è quello che succede a chi non sa stare al suo posto.
Dovevi occuparti di cinema e basta, non di politica”. Poi è cominciato il massacro. Pelosi descrive una violenza organizzata, metodica. Non era rabbia spontanea, era un’esecuzione. Lo hanno picchiato sistematicamente, rompendogli le ossa una a una. Volevano che soffrisse. E mentre lo facevano uno di loro continuava a ripetergli: “Chi credi di essere? Pensi di poter sfidare noi? Sei solo un che scrive poesie”.
A un certo punto Pasolini ha smesso di gridare. Credo sia morto prima che io gli passassi sopra con la macchina. Mi hanno costretto a farlo per lasciare tracce evidenti, per rendere credibile la storia dell’incidente. Questa testimonianza finale chiude ogni dubbio. Pierpaolo Pasolini è stato assassinato perché sapeva troppo, perché aveva osato guardare nell’abisso del potere e aveva deciso di raccontare quello che aveva visto perché credeva che la verità, anche la verità più scomoda e pericolosa, avesse il diritto
di essere detta. Ma c’è un ultimo commovente particolare che emerge dal testamento di Alessandro. Nell’ultima pagina, scritta evidentemente anni dopo il resto del documento, con una calligrafia tremante che tradisce l’età avanzata, Alessandro scrive: “Tra pochi mesi morirò, il cancro mi sta consumando e i medici mi danno poche settimane, sono contento di andarmene perché finalmente potrò rivedere Pierpaolo.
So che mi giudicherà per quello che ho fatto, per la mia vigliaccheria, ma so anche che in fondo mi capirà, perché lui capiva tutto e tutti. Era questo il suo dono e la sua condanna. Pierpaolo, se esiste qualcosa dopo la morte, se le anime si incontrano da qualche parte, ti chiedo perdono e ti dico che non è passato un solo giorno in questi 30 anni, senza che io pensassi a te.
Sei stato il mio primo amore e il mio ultimo. Tutto quello che è venuto dopo, il matrimonio, i figli, la carriera è stato solo teatro, solo menzogna. L’unica verità della mia vita sei stato tu e ti ho tradito. Oggi, a 50 anni dalla sua morte, Pierpaolo Pasolini è riconosciuto non solo come uno dei più grandi artisti del veco, ma anche come un martire della libertà di espressione.
La sua tomba al cimitero di Casarsa è diventata un luogo di pellegrinaggio. Ogni anno, il primo novembre, centinaia di persone si radunano all’idroscalo di Ostia per commemorare la sua morte e chiedere giustizia. La storia di Pasolini e Alessandro è una storia d’amore tragica quanto quella di Romeo e Giulietta, ma è anche qualcosa di più.
È la storia di un’Italia che ha sacrificato i suoi migliori figli sull’altare della ragiono, del conformismo, della paura. è la storia di un paese che ha preferito il silenzio alla verità, la menzogna comoda alla scomoda realtà, ma è anche paradossalmente una storia di speranza, perché la verità, per quanto possano cercare di seppellirla, alla fine emerge sempre.
Ci vogliono 50 anni, ci vuole il coraggio di persone che continuano a fare domande, ci vuole la pazienza di chi non si accontenta delle versioni ufficiali, ma alla fine la verità vince. Pierpaolo Pasolini sapeva questo, per questo ha continuato a scrivere, a filmare, a denunciare, anche quando sapeva che lo avrebbe portato alla morte.
Per questo ha lasciato quel manoscritto incompiuto, quelle pagine sparse di petrolio, sapendo che qualcuno un giorno avrebbe raccolto i pezzi e ricostruito il mosaico. E Alessandro, con tutto il peso della sua colpa e della sua vigliaccheria, ha fatto l’unica cosa che poteva fare, ha testimoniato. Ha lasciato un documento che 50 anni dopo permette finalmente di conoscere la verità.
La loro storia ci insegna che l’amore può esistere anche nelle condizioni più impossibili, che la verità può sopravvivere anche ai tentativi più brutali di seppellirla e che ogni essere umano, per quanto debole o compromesso, ha sempre la possibilità di fare almeno una volta nella vita la cosa giusta. Grazie per aver seguito questa storia fino alla fine.
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Continuate a sognare, continuate a cercare la verità, continuate a fare domande. è l’unico modo per onorare la memoria di chi, come Pierpaolo Pasolini, ha pagato con la vita il suo coraggio.
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