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Il giudice che sfidò la mafia e gli amici che gli voltarono le spalle

Palermo, 23 maggio 1992, ore 17:58. Un Fiat Croma Bianca viaggia sull’autostrada A29 verso Palermo. All’interno ci sono tre persone: Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e l’autista Giuseppe Costanza. Dietro di loro seguono due auto di scorta con agenti della polizia. È una giornata di sole.

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Il mare brilla alla loro destra. Nessuno sa che sotto l’asfalto a Capaci c’è mezza tonnellata di esplosivo collegato a un telecomando. Nessuno sa che tra pochi secondi quella strada diventerà una tomba. Ma qualcuno lo sapeva. Qualcuno aveva passato l’informazione precisa. Falcone arriverà oggi a quell’ora esatta su quella strada.

Negli archivi del processo che seguì c’è un dettaglio inquietante. L’esplosivo fu posizionato con una precisione millimetrica. Non fu fatto esplodere quando passò la prima auto di scorta, non quando passò la seconda, ma esattamente quando passò l’auto di Falcone. Come potevano saperlo con tale precisione? Chi aveva accesso all’agenda riservata del giudice? chi conosceva ogni suo movimento, ogni suo spostamento, ogni dettaglio della sua vita.

Esiste una lista mai resa pubblica completamente di telefonate fatte nei giorni precedenti l’attentato. Telefonate da Roma a Palermo, da uffici governativi a numeri mai identificati, conversazioni brevi, criptiche che i magistrati non hanno mai potuto decifrare completamente. E c’è un nome ripetuto più volte nei verbali riservati, un nome che nessuno ha mai avuto il coraggio di pronunciare pubblicamente, un nome di qualcuno vicino a Falcone, qualcuno che lui considerava amico.

“Se vuoi uccidere un leone” disse una volta un boss mafioso pentito, “devi aspettare che abbandoni la guardia.” E un leone abbandona la guardia solo quando si fida. Per questo abbiamo bisogno di qualcuno di cui lui si fida. Chi era quella persona? Chi tra le persone che Falcone considerava alleati lo tradì consegnandolo alla morte? E perché nessuno ha mai pagato per quel tradimento più grande dell’attentato stesso? Giovanni Falcone nasce il 18 maggio 1939 a Palermo, nel quartiere popolare della Calsa. Suo padre Arturo è

il direttore di un laboratorio chimico provinciale, un uomo onesto in una città dove l’onestà è quasi un difetto. Sua madre Luisa Cresce Giovanni e le sue due sorelle con severità, ma anche con affetto. È una famiglia normale, rispettabile, molto lontana dal mondo criminale che domina Palermo. Ma Palermo negli anni 40 e 50 è una città divisa.

C’è la Palermo della gente normale che lavora, che sogna, che cerca di vivere onestamente e c’è l’altra Palermo, quella della mafia, che controlla tutto, il porto, i mercati, l’edilizia, la politica. Queste due città coesistono, si sfiorano, a volte si scontrano. E il giovane Giovanni cresce vedendo questa doppia realtà.

Un episodio della sua infanzia lo segnerà per sempre. Ha 12 anni quando vede dalla finestra di casa sua un omicidio di mafia. Un uomo viene inseguito da due killer in motorino, viene raggiunto, crivellato di colpi proprio sotto i suoi occhi. Il corpo resta lì sull’asfalto per ore perché nessuno osa chiamare la polizia, nessuno vuole essere testimone e Giovanni capisce qualcosa di fondamentale.

La mafia regna non solo con la violenza, ma con la paura, con l’omertà, con il silenzio complice di tutti. Quel giorno decisi cosa volevo fare da grande, racconterà Falcone decenni dopo. Volevo combattere quella cosa che faceva abbassare lo sguardo a tutti, che trasformava persone normali in complici silenziosi.

Non sapevo ancora che si chiamava mafia, ma sapevo che era il male. Giovanni studia con diligenza, è un ragazzo serio, introverso che legge molto e parla poco. si iscrive alla facoltà di giurisprudenza dell’Università di Palermo. È lì che incontra un altro studente destinato a diventare importante nella sua vita, Paolo Borsellino. I due diventano amici, studiano insieme, discutono di diritto e giustizia fino a notte fonda. Sono diversi.

Giovanni è metodico e riflessivo, Paolo è impulsivo e passionale, ma condividono una cosa, la convinzione che il diritto possa essere un’arma per cambiare la società. Nel 1964, a 25 anni Giovanni Falcone diventa magistrato. Viene assegnato al Tribunale di Trapani, una città siciliana dove la presenza mafiosa è forte ma meno violenta che a Palermo.

Sono anni di apprendistato, anni in cui Falcone impara le basi del mestiere, ma anche qualcosa di più importante. impara a vedere ciò che gli altri non vedono, a leggere tra le righe, a capire che dietro ogni omicidio, ogni estorsione, ogni atto criminale c’è un sistema, una rete, una organizzazione. La mafia non è un insieme di criminali che agiscono isolatamente, scrive in quegli anni nei suoi appunti privati.

È un’organizzazione complessa, con regole precise, con una gerarchia, con connessioni internazionali. È un antistato dentro lo Stato e per combatterla bisogna usare le stesse armi che useremmo contro uno stato nemico. È un’intuizione rivoluzionaria per quegli anni. La maggior parte dei magistrati ancora pensa alla mafia come a un fenomeno folkloristico, quasi pittoresco.

“Sono solo criminali locali, dicono, basta arrestare i boss e il problema si risolve”. Ma Falcone sa che è molto più complicato. Sa che la mafia ha ramificazioni ovunque, nella politica, nell’economia, persino nella magistratura stessa. Nel 1980 Falcone viene trasferito a Palermo all’ufficio istruzione del tribunale. È l’inizio della sua guerra vera contro la mafia, ma è anche l’inizio del suo calvario personale.

Perché combattere la mafia non significa solo rischiare la vita, significa anche essere isolati, boottati, traditi da chi dovrebbe essere dalla tua parte. Il primo tradimento arriva subito. Falcone inizia a indagare su alcuni omicidi mafiosi e chiede l’accesso a certi fascicoli. Il suo superiore glieli nega. Non sono di tua competenza, dice ma Falcone scopre che quei fascicoli vengono passati a un altro magistrato, noto per essere vicino a certi ambienti politici collusi con la mafia.

È la prima volta che capisce che il nemico non è solo fuori nelle strade di Palermo, ma anche dentro il palazzo di giustizia. Chi erano davvero i nemici di Falcone e quando iniziarono a tramare per fermarlo? Palermo, 1981. Giovanni Falcone ha 42 anni e ha appena ricevuto il fascicolo che cambierà la sua vita e senza che lui lo sappia ancora, la condannerà a morte.

È l’inchiesta sull’omicidio del capitano dei Carabinieri Emanuele Basile, ucciso dalla mafia mentre passeggiava con la moglie e la figlia piccola. Un omicidio che ha sconvolto l’Italia, che ha fatto gridare allo scandalo. Ma Falcone, leggendo gli atti capisce che c’è molto di più.

Quell’omicidio è collegato a una rete enorme di traffici, di connivenze, di segreti che nessuno vuole vengano scoperti. In quegli mesi succede qualcosa di straordinario. Un mafioso, Tommaso Buscetta, arrestato in Brasile e estradato in Italia, decide di parlare, di tradire l’organizzazione, di rivelare tutto quello che sa. È la prima vera grande collaborazione con la giustizia nella storia della lotta alla mafia.

Ma Buscetta non vuole parlare con tutti, vuole parlare solo con un magistrato in cui può avere fiducia e sceglie Giovanni Falcone. Quando Falcone entra nel carcere dell’Asinara per il primo colloquio con Buscetta nell’estate del 1984, sa che la sua vita sta per cambiare per sempre. Buscetta lo guarda con occhi che hanno visto troppo.

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