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Il prete ucciso dalla mafia e il miracolo che i parrocchiani non conoscevano

Palermo 15 settembre 1993, ore 20:45. In via Hazon, nel quartiere Brancaccio, uno dei più poveri e malfamati della città, un sacerdote di 56 anni sta rientrando a casa. Ha appena finito di celebrare una messa per i giovani della parrocchia, come fa ogni sera. Indossa un vestito scuro, porta una cartella di pelle consumata.

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Mentre infila la chiave nella serratura del portone, sente dei passi dietro di sé, si volta, riconosce l’uomo che gli punta una pistola alla tempia e sorride. Le sue ultime parole, prima che il killer prema il grilletto, sono Me l’aspettavo Poi cade a terra, ucciso da un colpo alla nuca proprio nel giorno del suo 57º compleanno.

Don Giuseppe Pulis per tutti don Pino, diventa così il primo sacerdote italiano ucciso dalla mafia. Ma questa non è solo la storia di un omicidio, è la storia di un mistero che per 30 anni è rimasto nascosto, custodito da poche persone che hanno scelto il silenzio. È la storia di un miracolo che è avvenuto 6 mesi prima della morte di Don Pino.

un miracolo che lui stesso ha voluto tenere segreto e è la storia di una lettera sigillata e nascosta che è stata trovata solo 20 anni dopo la sua morte. Una lettera in cui il sacerdote racconta qualcosa che cambierà per sempre la percezione della sua figura. Perché don Pino Pullisi è morto? Cosa aveva fatto di così pericoloso da meritare una condanna a morte? E soprattutto, qual è il segreto che ha custodito fino all’ultimo respiro? quel segreto che persino i suoi parrocchiani più fedeli non hanno mai conosciuto.

Giuseppe Pulis nasce a Palermo il 15 settembre del 1936 in una famiglia modesta del quartiere Brancaccio. Suo padre Gaetano è un calzolaio. Sua madre Giuseppina, una casalinga devota che ogni giorno recita il rosario e sogna che il figlio diventi sacerdote. Pino cresce in un quartiere dove la mafia è parte integrante della vita quotidiana, non è vista come un’organizzazione criminale, ma come un sistema di potere parallelo che governa, protegge, punisce.

I bambini crescono vedendo uomini d’onore rispettati, temuti, serviti, ma Pino è diverso. Ha una sensibilità particolare, una capacità di vedere oltre le apparenze. Suo padre gli racconta sempre: “Figlio mio, non farti mai comprare da nessuno. La dignità è l’unica cosa che nessuno può toglierti, a meno che tu non gliela dia”.

Sono parole che Pino non dimenticherà mai. A 18 anni entra in seminario. È il 1954. L’Italia sta vivendo il boom economico, ma nei quartieri poveri di Palermo il tempo sembra essersi fermato. Le famiglie continuano a essere numerose e affamate. I bambini giocano nelle strade sporche.

La criminalità è l’unica vera industria fiorente. Pino studia compassione, non è brillantissimo, ma è ostinato, metodico. I suoi superiori notano in lui qualcosa di speciale, una fede autentica, priva di ipocrisia. Viene ordinato sacerdote il 2 luglio del 1960. Ha 24 anni e un sogno, cambiare il mondo. Una persona alla volta.

Le sue prime destinazioni sono parrocchie tranquille, quartieri borghesi dove i problemi sono piccoli e gestibili. Ma Don Pino è fatto per la tranquillità. Chiede ripetutamente di essere mandato nei quartieri difficili dove i preti non vogliono andare. Lì c’è più bisogno, dice ai suoi superiori. Lì posso essere veramente utile nel 1970 viene finalmente assegnato a Godrano, un paesino di montagna nell’entroterra palermitano.

È un posto dimenticato da Dio e dagli uomini. dove la mafia controlla tutto, le terre, il bestiame, persino le elezioni. Don Pino arriva pieno di entusiasmo, ma si scontra subito con una realtà dura. I suoi sermoni sulla giustizia, sulla legalità, sulla dignità del lavoro onesto non piacciono ai potenti locali. Riceve le prime minacce.

Padre, qui le cose stanno così da sempre”, gli dice un boss locale durante un incontro casuale. “Non è lei che le cambierà”. Ma Don Pino non si lascia intimorire, continua a predicare, a denunciare, a stare dalla parte dei deboli. E succede qualcosa di straordinario. La gente comincia ad ascoltarlo. Alcuni giovani decidono di non entrare nell’organizzazione mafiosa, scegliendo invece di studiare, di cercare un lavoro onesto.

Sono pochi, ma sono un segno, un segno che il cambiamento è possibile. Negli anni 80 Don Pino viene trasferito più volte. Passa da una parrocchia all’altra, sempre in zone difficili, e ovunque vada porta lo stesso messaggio. La mafia non è invincibile, si può dire no, si può scegliere un’altra strada, ma è un messaggio pericoloso perché la mafia si basa proprio su questo, sulla convinzione che non ci siano alternative, che resistere sia inutile, che il sistema sia eterno e immutabile.

Nel 1990 Don Pino viene nominato parroco di Sangaetano nel quartiere Brancaccio. È un ritorno a casa. Branca è il quartiere dove è nato, dove ha giocato da bambino, dove conosce ogni vicolo, ogni famiglia, ma è anche uno dei quartieri più controllati dalla mafia di Palermo. Il clan dei Graviano, uno dei più feroci di Cosa Nostra, ha qui il suo territorio e non tollera interferenze.

Don Pino trova una situazione disastrosa. La chiesa è semidistrutta, la parrocchia è abbandonata, i fedeli sono pochissimi, ma soprattutto trova una generazione di ragazzi già persi, bambini di 10-1 anni che fanno ivedette per gli spacciatori, che rubano motorini, che imparano a sparare prima ancora di saper leggere.

Sono carne da macello per l’organizzazione mafiosa, destinati a una vita breve e violenta. Ma Don Pino ha un piano, non vuole solo predicare, vuole agire. Comincia a organizzare attività per i ragazzi doposcuola, corsi di teatro, squadre di calcio. Vuole sottrarli alla strada, dare loro un’alternativa e soprattutto vuole insegnare loro che si può vivere senza la mafia.

È un’opera di resistenza silenziosa ma efficace e la mafia se ne accorge. Nel 1992 don Pino viene convocato dal vescovo. Stanno arrivando segnalazioni gli dice il prelato con aria preoccupata. Dicono che stai creando problemi a Brancaccio. Forse dovresti essere più prudente Ma don Pino risponde con fermezza: “Eccellenza, se fare il bene è creare problemi, allora continuerò a crearli.

Non posso voltarmi dall’altra parte mentre questi ragazzi vengono divorati dal male. In quello stesso anno accade qualcosa che cambierà tutto. È il marzo del 1993 quando una ragazzina di 14 anni, Maria, bussa alla porta della canonica. Ha gli occhi rossi di pianto il volto tumefatto.

Don Pino la fa entrare, le offre un bicchiere d’acqua, aspetta che sia pronta a parlare e quando Maria comincia a raccontare ciò che dice è terribile. Maria racconta a Don Pino una storia agghiacciante. È stata costretta a prostituirsi da quando aveva 11 anni, non da estranei, ma dalla sua stessa famiglia.

suo zio, un affiliato del clan Graviano, l’ha venduta a uomini del quartiere e quando lei ha provato a ribellarsi l’hanno picchiata. Padre dice la ragazza singhiozzando, non so dove andare. Se torno a casa mi uccidono, ma se scappo mi trovano comunque. Sono sola. Don Pino la guarda negli occhi e in quel momento prende una decisione che sa essere pericolosa.

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