Palermo 15 settembre 1993, ore 20:45. In via Hazon, nel quartiere Brancaccio, uno dei più poveri e malfamati della città, un sacerdote di 56 anni sta rientrando a casa. Ha appena finito di celebrare una messa per i giovani della parrocchia, come fa ogni sera. Indossa un vestito scuro, porta una cartella di pelle consumata.
Mentre infila la chiave nella serratura del portone, sente dei passi dietro di sé, si volta, riconosce l’uomo che gli punta una pistola alla tempia e sorride. Le sue ultime parole, prima che il killer prema il grilletto, sono Me l’aspettavo Poi cade a terra, ucciso da un colpo alla nuca proprio nel giorno del suo 57º compleanno.
Don Giuseppe Pulis per tutti don Pino, diventa così il primo sacerdote italiano ucciso dalla mafia. Ma questa non è solo la storia di un omicidio, è la storia di un mistero che per 30 anni è rimasto nascosto, custodito da poche persone che hanno scelto il silenzio. È la storia di un miracolo che è avvenuto 6 mesi prima della morte di Don Pino.
un miracolo che lui stesso ha voluto tenere segreto e è la storia di una lettera sigillata e nascosta che è stata trovata solo 20 anni dopo la sua morte. Una lettera in cui il sacerdote racconta qualcosa che cambierà per sempre la percezione della sua figura. Perché don Pino Pullisi è morto? Cosa aveva fatto di così pericoloso da meritare una condanna a morte? E soprattutto, qual è il segreto che ha custodito fino all’ultimo respiro? quel segreto che persino i suoi parrocchiani più fedeli non hanno mai conosciuto.
Giuseppe Pulis nasce a Palermo il 15 settembre del 1936 in una famiglia modesta del quartiere Brancaccio. Suo padre Gaetano è un calzolaio. Sua madre Giuseppina, una casalinga devota che ogni giorno recita il rosario e sogna che il figlio diventi sacerdote. Pino cresce in un quartiere dove la mafia è parte integrante della vita quotidiana, non è vista come un’organizzazione criminale, ma come un sistema di potere parallelo che governa, protegge, punisce.
I bambini crescono vedendo uomini d’onore rispettati, temuti, serviti, ma Pino è diverso. Ha una sensibilità particolare, una capacità di vedere oltre le apparenze. Suo padre gli racconta sempre: “Figlio mio, non farti mai comprare da nessuno. La dignità è l’unica cosa che nessuno può toglierti, a meno che tu non gliela dia”.
Sono parole che Pino non dimenticherà mai. A 18 anni entra in seminario. È il 1954. L’Italia sta vivendo il boom economico, ma nei quartieri poveri di Palermo il tempo sembra essersi fermato. Le famiglie continuano a essere numerose e affamate. I bambini giocano nelle strade sporche.

La criminalità è l’unica vera industria fiorente. Pino studia compassione, non è brillantissimo, ma è ostinato, metodico. I suoi superiori notano in lui qualcosa di speciale, una fede autentica, priva di ipocrisia. Viene ordinato sacerdote il 2 luglio del 1960. Ha 24 anni e un sogno, cambiare il mondo. Una persona alla volta.
Le sue prime destinazioni sono parrocchie tranquille, quartieri borghesi dove i problemi sono piccoli e gestibili. Ma Don Pino è fatto per la tranquillità. Chiede ripetutamente di essere mandato nei quartieri difficili dove i preti non vogliono andare. Lì c’è più bisogno, dice ai suoi superiori. Lì posso essere veramente utile nel 1970 viene finalmente assegnato a Godrano, un paesino di montagna nell’entroterra palermitano.
È un posto dimenticato da Dio e dagli uomini. dove la mafia controlla tutto, le terre, il bestiame, persino le elezioni. Don Pino arriva pieno di entusiasmo, ma si scontra subito con una realtà dura. I suoi sermoni sulla giustizia, sulla legalità, sulla dignità del lavoro onesto non piacciono ai potenti locali. Riceve le prime minacce.
Padre, qui le cose stanno così da sempre”, gli dice un boss locale durante un incontro casuale. “Non è lei che le cambierà”. Ma Don Pino non si lascia intimorire, continua a predicare, a denunciare, a stare dalla parte dei deboli. E succede qualcosa di straordinario. La gente comincia ad ascoltarlo. Alcuni giovani decidono di non entrare nell’organizzazione mafiosa, scegliendo invece di studiare, di cercare un lavoro onesto.
Sono pochi, ma sono un segno, un segno che il cambiamento è possibile. Negli anni 80 Don Pino viene trasferito più volte. Passa da una parrocchia all’altra, sempre in zone difficili, e ovunque vada porta lo stesso messaggio. La mafia non è invincibile, si può dire no, si può scegliere un’altra strada, ma è un messaggio pericoloso perché la mafia si basa proprio su questo, sulla convinzione che non ci siano alternative, che resistere sia inutile, che il sistema sia eterno e immutabile.
Nel 1990 Don Pino viene nominato parroco di Sangaetano nel quartiere Brancaccio. È un ritorno a casa. Branca è il quartiere dove è nato, dove ha giocato da bambino, dove conosce ogni vicolo, ogni famiglia, ma è anche uno dei quartieri più controllati dalla mafia di Palermo. Il clan dei Graviano, uno dei più feroci di Cosa Nostra, ha qui il suo territorio e non tollera interferenze.
Don Pino trova una situazione disastrosa. La chiesa è semidistrutta, la parrocchia è abbandonata, i fedeli sono pochissimi, ma soprattutto trova una generazione di ragazzi già persi, bambini di 10-1 anni che fanno ivedette per gli spacciatori, che rubano motorini, che imparano a sparare prima ancora di saper leggere.
Sono carne da macello per l’organizzazione mafiosa, destinati a una vita breve e violenta. Ma Don Pino ha un piano, non vuole solo predicare, vuole agire. Comincia a organizzare attività per i ragazzi doposcuola, corsi di teatro, squadre di calcio. Vuole sottrarli alla strada, dare loro un’alternativa e soprattutto vuole insegnare loro che si può vivere senza la mafia.
È un’opera di resistenza silenziosa ma efficace e la mafia se ne accorge. Nel 1992 don Pino viene convocato dal vescovo. Stanno arrivando segnalazioni gli dice il prelato con aria preoccupata. Dicono che stai creando problemi a Brancaccio. Forse dovresti essere più prudente Ma don Pino risponde con fermezza: “Eccellenza, se fare il bene è creare problemi, allora continuerò a crearli.
Non posso voltarmi dall’altra parte mentre questi ragazzi vengono divorati dal male. In quello stesso anno accade qualcosa che cambierà tutto. È il marzo del 1993 quando una ragazzina di 14 anni, Maria, bussa alla porta della canonica. Ha gli occhi rossi di pianto il volto tumefatto.
Don Pino la fa entrare, le offre un bicchiere d’acqua, aspetta che sia pronta a parlare e quando Maria comincia a raccontare ciò che dice è terribile. Maria racconta a Don Pino una storia agghiacciante. È stata costretta a prostituirsi da quando aveva 11 anni, non da estranei, ma dalla sua stessa famiglia.
suo zio, un affiliato del clan Graviano, l’ha venduta a uomini del quartiere e quando lei ha provato a ribellarsi l’hanno picchiata. Padre dice la ragazza singhiozzando, non so dove andare. Se torno a casa mi uccidono, ma se scappo mi trovano comunque. Sono sola. Don Pino la guarda negli occhi e in quel momento prende una decisione che sa essere pericolosa.
Non sei sola le dice, io ti aiuterò e ti prometto che nessuno ti farà più del male quella sera stessa Don Pino contatta i servizi sociali, trova un posto sicuro per Maria, lontano da Palermo, ma soprattutto denuncia lo zio alla polizia. È la prima volta che qualcuno a Brancaccio ha il coraggio di denunciare un mafioso per abusi su minori.
La notizia si diffonde rapidamente nel quartiere. Don Pino diventa un eroe per alcuni, un traditore per altri. Le minacce si moltiplicano. Trova biglietti anonimi infilati sotto la porta della chiesa. Padre, si faccia i fatti suoi o finirà male. Qualcuno gli graffia la macchina, gli buca le gomme, ma lui non si ferma, anzi intensifica il suo lavoro con i giovani.
Apre il centro Padre Nostro, dove i ragazzi possono studiare, giocare, crescere lontano dall’influenza mafiosa. Ma è nell’aprile del 1993 che accade l’evento straordinario di cui nessuno parlerà per anni. Un evento che Don Pino racconterà solo a tre persone, giurando loro di non rivelare nulla finché lui sarà in vita.
E anche dopo la sua morte, per molti anni quelle tre persone manterranno il segreto. È un pomeriggio di fine aprile, fa caldo, le strade sono deserte. Don Pino è in chiesa, sta preparando l’omelia della domenica. All’improvviso sente un rumore provenire dalla sacrestia, va a controllare e trova un uomo accovacciato in un angolo.
È giovane, sui 30 anni, il volto scavato, gli occhi febbricitanti. Don Pino lo riconosce, è Salvatore Grigoli, detto Totuccio, uno degli uomini del clan Graviano. Un killer, si dice abbia ucciso almeno 10 persone. Tucceo, che fai qui? Chiede don Pino senza paura. L’uomo lo guarda con occhi disperati. Padre, sto morendo.
Mi hanno sparato tre giorni fa. È una guerra tra famiglie, lo sa come funziona. Non posso andare in ospedale, mi ammazzano. E non posso tornare a casa. Sono circondato. Ho pensato che qui, forse qui nessuno verrebbe a cercarmi. Don Pino vede il sangue che macchia la camicia dell’uomo, la ferita al fianco che continua a sanguinare.
Sa che dovrebbe chiamare la polizia. Quell’uomo è un assassino, un criminale, ma vede anche un essere umano che soffre, che ha paura, che forse per la prima volta nella sua vita si trova faccia a faccia con la propria mortalità. Vieni, dice don Pino, ti porto al piano di sopra. Ho un amico medico che può guardarti senza fare domande.
Quella notte il dottor Francesco Mannino, medico della parrocchia e amico fidato di don Pino, opera Totuccio sul tavolo della cucina della canonica, estrae il proiettile, ricuce la ferita, somministra antibiotici. È grave, dice a Don Pino. Ha perso molto sangue, potrebbe non farcela. Per tre giorni Totuccio resta nascosto nella canonica tra la vita e la morte.
Don Pino lo assiste personalmente, cambia le bende, gli dà da mangiare, lo aiuta a bere e soprattutto gli parla. Gli parla di Dio, di redenzione, di quanto sia vuota una vita costruita sulla violenza. Totuccio all’inizio non risponde, guarda il soffitto con occhi vuoti, ma il secondo giorno comincia a parlare.
Padre, io ho le mani sporche di sangue dice con voce Roca. Ho fatto cose cose che nemmeno il diavolo farebbe, non c’è perdono per uno come me. Il perdono di Dio è infinito, risponde don Pino. Ma devi volerlo. Devi essere disposto a cambiare, a dire basta. Il terzo giorno Totuccio sta meglio. La febbre è passata, la ferita comincia a cicatrizzarsi.
Quella sera chiede a Don Pino di confessarlo. È una confessione che dura ore. Totuccio racconta ogni omicidio, ogni estorsione, ogni violenza, piange come un bambino e alla fine chiede: “Cosa devo fare adesso, padre?” Don Pino ci pensa a lungo, poi dice: “Devi andartene da Palermo”. Devi lasciare questa vita. Conosco un monastero in Calabria dove ti accoglieranno, dove potrai ricostruirti, ma devi giurare che non tornerai mai più alla mafia.
Totuccio giura e Don Pino organizza tutto. Un passaggio sicuro fuori dalla città, i contatti con il monastero, anche un po’ di soldi per il viaggio. Ma prima che Totuccio parta succede qualcosa che Don Pino non si aspettava. Padre, dice Totuccio la mattina della partenza, devo dirle una cosa. Quella sera che sono venuto qui non è stato un caso.
Mi avevano mandato a ucciderla. Dovevo aspettare che lei uscisse dalla chiesa e spararle, ma quando sono entrato, quando l’ho vista lì che pregava, non ce l’ho fatta. E poi mi hanno sparato loro perché ho esitato. Don Pino, lei mi ha salvato la vita due volte, quella notte e questi tre giorni. Don Pino rimane in silenzio per lunghi minuti, poi chiede chi ti aveva mandato? Non posso dirlo, padre, ma sono persone importanti e non si fermeranno. Proveranno di nuovo.
Per favore, se ne vada anche lei da Palermo. Qui la uccideranno. Ma don Pino scuote la testa. Io non posso andarmene. Questa è la mia gente. Questo è il mio posto. Se dovessi scappare ogni volta che qualcuno mi minaccia, non farei più il prete, farei il vigliacco. Totuccio parte quella sera stessa. Don Pino non lo rivedrà mai più, ma tre giorni dopo riceve una lettera senza mittente.
dentro poche righe scritte con grafia incerta: “Padre, sono arrivato al monastero, i frati mi hanno accolto, pregherò per lei ogni giorno e la ringrazio per avermi fatto capire che anche per uno come me c’è speranza, ma la prego, stia attento, loro non perdonano e prima o poi verranno a prenderla”. Don Pino nasconde la lettera in un posto segreto nella doppia fodera di una vecchia Bibbia che tiene sempre sulla scrivania e decide di non parlarne con nessuno tranne con il dottor Mannino e con suora Angelina, una suora anziana che lavora nella parrocchia da 20 anni e
che è stata testimone di tutto. Perché non vuole che si sappia? Chiede suora Angelina. È una storia bellissima. La conversione di un killer potrebbe essere d’esempio perché risponde don Pino, se si sapesse la mafia lo cercherebbe per ucciderlo. E poi perché non voglio che la gente pensi che io faccia queste cose per diventare famoso? Le faccio perché è giusto farle e basta.
Ma c’è qualcosa che Don Pino non dice nemmeno a loro. Qualcosa che è successo la seconda notte quando Totuccio era in preda alla febbre altissima. Il killer delirava, parlava nel sonno e a un certo punto ha pronunciato dei nomi, nomi di persone importanti, politici imprenditori che secondo lui erano legati alla mafia.
Nomi che don Pino ha annotato su un foglio nascondendolo insieme alla lettera. Nei mesi che seguono la partenza di Totuccio, Don Pino continua il suo lavoro con rinnovato vigore, ma anche con una consapevolezza più profonda del pericolo che corre. sa che il tempo a sua disposizione potrebbe essere limitato. Per questo intensifica le sue attività come se volesse lasciare un segno indelebile prima che sia troppo tardi.
Il centro Padre Nostro diventa un punto di riferimento per decine di ragazzi che trovano lì un rifugio dalla violenza del quartiere. Ma Don Pino fa qualcosa di più. comincia a raccogliere testimonianze. Parla con madri che hanno perso i figli nella guerra di mafia, con commercianti estoriti, con ragazze costrette a prostituirsi e annota tutto in un quaderno nero che tiene sempre con sé.
Non sono semplici appunti pastorali, sono prove, nomi da te, episodi specifici. È come se stesse costruendo un dossier, una testimonianza che qualcuno un giorno potrà usare. In giugno Don Pino riceve una visita inaspettata. È un magistrato, il giudice Paolo Borsellino che sta indagando sui clan mafiosi palermitani.
Borsellino ha sentito parlare del lavoro di Don Pino a Brancaccio e vuole incontrarlo. Si vedono in una trattoria discreta fuori città. Parlano per ore. Don Pino” dice Borsellino, “lei sta facendo un lavoro straordinario, ma mi preoccupa. So che ha ricevuto minacce e so che la mafia non scherza con chi le si mette contro”.
Lo so, dottore”, risponde Don Pino, “ma posso fermarmi. Questi ragazzi hanno bisogno di qualcuno che creda in loro, che gli mostri che esiste un’alternativa.” Borsellino lo guarda con rispetto e tristezza insieme. “Capisco e la ammiro per questo, ma voglio che sappia una cosa. Se dovesse succederle qualcosa, se dovesse trovarsi in pericolo, mi contatti immediatamente e se ha informazioni, documenti, che potrebbero essere utili alle indagini, me li faccia avere.
Don Pino esita, poi dice: “Ho qualche appunto, testimonianze che ho raccolto, ma non so se siano utili dal punto di vista giudiziario. Me le mostri dice Borsellino. Don Pino gli fa vedere alcune pagine del quaderno nero. Il magistrato le legge con attenzione crescente. Questo è oro, Don Pino. Qui ci sono dettagli che potrebbero aprire nuove piste investigative.
Posso fargliene fare una copia? Don Pino acconsente, ma chiede: “Prometta che proteggerà le persone che mi hanno dato queste informazioni. Sono gente vulnerabile, se sapessero che ho parlato con un magistrato, potrebbero essere in pericolo. Glielo prometto”, dice Borsellino. Quell’incontro è l’inizio di una collaborazione silenziosa tra il sacerdote e il magistrato.
Pompino non diventa un informatore nel senso classico del termine, ma fornisce a Borsellino elementi preziosi. La mappa dei poteri nel quartiere, i nomi delle famiglie che controllano il territorio, i meccanismi di reclutamento dei giovani. Sono informazioni che aiutano le indagini, ma che inevitabilmente mettono Don Pino ancora più in pericolo.
Il 19 luglio 1993, esattamente 57 giorni prima dell’assassinio di Don Pino, accade qualcosa che sconvolge l’Italia. Paolo Borsellino viene ucciso in un attentato dinamitardo in via D’Amelio a Palermo. Muore insieme a cinque agenti della sua scorta. Don Pino viene a sapere della strage mentre sta celebrando messa.
Si ferma a metà dell’omelia, chiede un momento di silenzio per il magistrato caduto e poi dice qualcosa che molti ricorderanno. Hanno ucciso un uomo giusto, ma la sua morte non sarà inutile, perché la verità prima o poi viene sempre a galla. Quella sera don Pino riceve una telefonata anonima, una voce maschile, fredda, gli dice: “Avete visto cosa succede a chi si mette contro di noi? Voi, preti, dovreste occuparvi di anime, non di giustizia.
La giustizia la facciamo noi. Poi la linea cade. Don Pino capisce che il cerchio si sta stringendo, ma invece di intimorirsi fa una cosa coraggiosa. Scrive una lettera al vescovo in cui racconta tutto. le minacce ricevute, il tentato omicidio sventato con la conversione di Totuccio, la collaborazione con Borsellino, il quaderno nero con le testimonianze.
Eccellenza scrive, se dovesse succedermi qualcosa, voglio che lei sappia che non è stato un caso. Voglio che sappia che c’è del materiale che potrebbe essere utile. È nascosto nella mia canonica, nel doppio fondo del cassetto della scrivania in sacrestia. Il vescovo riceve la lettera, ma non risponde.
Forse pensa che Don Pino stia esagerando, che sia diventato paranoico, o forse ha semplicemente paura di essere coinvolto in qualcosa più grande di lui. In agosto Don Pino organizza una festa per i ragazzi del centro. È una giornata all’aria aperta, fuori Palermo, sui monti Nebrodi. Ci sono giochi, canti, una grigliata.
I ragazzi sono felici, ridono, sembrano finalmente bambini normali e non piccoli soldati in una guerra senza fine. Don Pino li guarda e sorride, ma suora Angelina, che lo conosce bene, nota qualcosa di diverso nel suo sguardo. È come se stesse memorizzando quel momento, come se sapesse che potrebbe essere l’ultimo. Quella sera, mentre tornano a Palermo, don Pino dice a suor Angelina: “Sa, sorella, io sono in pace, ho fatto quello che dovevo fare.
Se il Signore mi chiamasse domani, potrei presentarmi a lui senza vergogna”. “Non dica sciocchezze, don Pino” risponde suora Angelina seccata. Ha ancora tanto da fare. Ma Don Pino scuote la testa. Forse no, forse il mio tempo è finito, ma non importa, ho piantato dei semi e quei semi cresceranno anche senza di me.
Nei primi giorni di settembre le minacce si fanno più esplicite. Qualcuno scrive sulla parete della chiesa: “Prete infame, i tuoi giorni sono contati”. Un ragazzo del quartiere, figlio di un mafioso, si avvicina a Don Pino dopo la messa e gli sussurra: “Padre, mio padre dice che lei ha rotto troppo le scatole, dice che deve smettere o finisce male?” Don Pino gli risponde sorridendo: “Ringrazia tuo padre per l’avvertimento, ma digli che io non posso smettere di fare il mio dovere”.
Il 10 settembre, 5 giorni prima dell’omicidio, don Pino fa una cosa strana. convoca il dottor Mannino e sua arangelina nella canonica, chiude le porte, tira le tende e poi tira fuori una busta sigillata con ceralacca. Questa busta, dice con voce grave, contiene cose importanti, testimonianze, nomi, documenti.
Se dovesse succedermi qualcosa, voglio che la consegnate al nuovo procuratore capo di Palermo, il dottor Giancarlo Caselli. Ma solo se mi succede qualcosa, se resto vivo nessuno deve saperlo. È chiaro? I due annuiscono spaventati. Don Pino dice il medico, perché non va via per qualche tempo, faccia una vacanza, si allontani da Palermo, almeno finché le acque non si calmano. Ma Don Pino è irremovibile.
Non posso, ho una responsabilità verso questi ragazzi. Se scappo, dimostro che la mafia ha vinto. E poi aggiunge con un sorriso triste. Dove potrei andare? La mafia ha braccia lunghe. Se mi vogliono morto, mi troveranno ovunque. In quegli ultimi giorni Don Pino si comporta in modo sempre più strano. È sereno, quasi allegro, ma c’è in lui una qualità diversa, come se si fosse già distaccato dal mondo terreno.
Parla spesso di paradiso, di resurrezione, di vita eterna. durante le omelie insiste sul tema del martirio dei santi che hanno dato la vita per la fede. Il 14 settembre 1993, il giorno prima del suo assassinio, don Pino si sveglia all’alba come sempre. È un mercoledì, il cielo è ancora scuro, si veste, scende in chiesa, celebra la messa delle sei per i pochi fedeli mattinieri, quasi tutti anziani.
Durante l’omelia parla del Vangelo del giorno, ma poi si ferma e dice qualcosa di inaspettato. La vita è un dono prezioso, ma a volte per testimoniare la verità bisogna essere disposti a restituire questo dono. I martiri non cercano la morte, ma quando la morte viene a cercarli non scappano. Io Le vecchiette che ascoltano annuiscono distrattamente pensando si tratti di una delle solite riflessioni teologiche di don Pino.
Ma suora Angelina, seduta in fondo alla chiesa, sente un brivido lungo la schiena. È come se Don Pino stesse preparando i suoi fedeli a qualcosa. Dopo la messa, Don Pino fa colazione con suor Angelina nella cucina della canonica. Pane, marmellata, caffè d’orzo. Mentre mangiano, Don Pino dice: “Sorella, voglio ringraziarla per tutto quello che ha fatto in questi anni.
è stata una collaboratrice preziosa, ma soprattutto è stata un’amica. Perché parla al passato? Chiede suora Angelina, sempre più preoccupata. Non parlo al passato risponde Don Pino sorridendo. Parlo al presente, ma è bene dire le cose quando si ha tempo di dirle. Domani potrebbe essere troppo tardi. Quel giorno Don Pino ha un’agenda fitta.
La mattina va a trovare alcune famiglie del quartiere, porta la comunione agli anziani malati, benedice una casa nuova. Il pomeriggio lo passa al centro Padre Nostro con i ragazzi, gioca a pallone con loro, cosa che non fa quasi mai perché ha problemi alle ginocchia, ma quel giorno sembra voler essere uno di loro, correre, sudare, ridere.
Verso le 17 arriva al centro un ragazzo nuovo. Si chiama Emanuele. Ha 15 anni, il volto duro di chi ha già visto troppo. È il nipote di un boss importante del clan Graviano. Don Pino lo conosce di vista, l’ha sempre visto in giro per il quartiere con aria da piccolo criminale. Ma quel pomeriggio Emanuele sembra diverso, resta in disparte, guarda gli altri ragazzi giocare, sembra combattuto.
Don Pino si avvicina. Ciao Emanuele, prima volta che vieni qui. Il ragazzo annuisce senza guardarlo negli occhi. Mio zio dice che lei è un nemico. Dice che per colpa sua molti ragazzi non vogliono più lavorare per la famiglia, ma io io non so più cosa pensare. Don Pino si siede accanto a lui. Tuo zio ha ragione.
Io sono nemico della mafia, ma non sono nemico tuo. Tu sei un ragazzo. Hai tutta la vita davanti, puoi scegliere chi vuoi essere. È facile per lei dirlo risponde Emanuele con rabbia. Lei non sa come crescere in una famiglia come la mia. Non ha scelta. O sei con loro o sei morto. La scelta c’è sempre dice Don Pino con voce ferma.
Magari è difficile, magari costa cara, ma c’è sempre. E sai una cosa? Io credo che tu l’hai già fatta la tua scelta, altrimenti non saresti qui. Emanuel lo guarda per la prima volta negli occhi, alle lacrime che gli scendono sulle guance. Padre, io ho paura. Ho paura di quello che potrei diventare. Ho già fatto cose cose brutte e ho solo 15 anni.
Dove andrò a finire? Don Pino gli mette una mano sulla spalla. Dove finirai? Dipende da te. Il passato non si può cambiare, ma il futuro sì. Se vuoi io posso aiutarti, ma devi volerlo davvero. I due parlano a lungo fino a che si fa buio. Quando Emanuel se ne va, sembra diverso, meno indurito, più giovane. Don Pino lo guarda allontanarsi e pensa: “Anche solo per questo ragazzo ne è valsa la pena”.
La sera don Pino celebra la messa delle 19. La chiesa è piena come sempre. Ci sono anziani, qualche famiglia, molti giovani del centro. L’atmosfera è calda, familiare. Don Pino predica con passione sulla parabola del buon samaritano. Non girate la faccia dall’altra parte quando vedete qualcuno in difficoltà, dice, “Non siate indifferenti, perché l’indifferenza è la vera vittoria del male”.
Dopo la messa si ferma a parlare con i parrocchiani. C’è Maria, la ragazza che aveva salvato mesi prima. È tornata a Palermo per una breve visita, ma vive ora in una città del nord con una nuova famiglia affidataria. Don Pino gli dice, “Grazie a lei ho una vita, studio, ho degli amici, sono felice.” Don Pino la abbraccia ha gli occhi lucidi.
Tu sei la prova che il cambiamento è possibile, non dimenticarlo mai. Verso le 21 tutti se ne sono andati. La chiesa è vuota, silenziosa. Don Pino resta solo, seduto in una delle panche centrali a guardare il crocifisso sopra l’altare. Rimane così per quasi un’ora in preghiera profonda, poi si alza, spegne le luci, chiude la chiesa, prende la sua cartella di pelle, esce dal portone laterale.
Suora Angelina lo sta aspettando fuori. “Don Pino la accompagno a casa?” chiede. No, no, sorella, grazie, è solo un isolato, anzi, vada pure lei a riposare. È stata una giornata lunga. Sua Angelina esita, ha un brutto presentimento. È sicuro? Non mi costa niente accompagnarla. Don Pino sorride. Sono sicuro. Ci vediamo domani mattina per la messa delle 6:00.
E sorella aggiunge, ricordi la busta, se dovesse servire. Non dica così” risponde sua Angelina con voce tremante. “È solo una precauzione”, dice Don Pino. Poi la benedice e si avvia verso casa. Cammina lentamente per via Heison. È una strada tranquilla a quell’ora, pochi passanti, qualche auto parcheggiata. Il cielo è limpido, si vedono le stelle nonostante le luci della città.
Don Pino pensa alla giornata appena trascorsa. ai volti dei ragazzi, alle parole di Emanuele, pensa che forse lentamente qualcosa sta cambiando a Brancaccio. Forse tra 20 anni questo quartiere sarà diverso. Forse i ragazzi di oggi racconteranno ai loro figli che c’era un prete, Don Pino, che credeva in loro quando nessun altro ci credeva.
Arriva al portone del suo palazzo, infila la chiave nella serratura e in quel momento sente i passi. si volta, vede un uomo che si avvicina rapidamente, lo riconosce. È uno dei giovani del quartiere, uno che ha sempre rifiutato di venire al centro, uno che lavora per il Graviano. Il ragazzo ha 20 anni, forse 21, ha il volto teso, la mano infilata nella giacca.
Don Pino capisce immediatamente, “Questo è il momento”. E fa qualcosa di straordinario. Sorride, guarda il suo assassino negli occhi e sorride. “Me l’aspettavo”, dice con voce calma. Il killer esita per un secondo, confuso da quella reazione, poi tira fuori la pistola, una calibro 7,65. Don Pino ha il tempo di fare un ultimo pensiero.
Signore, accogli la mia anima e perdona chi mi uccide perché non sa quello che fa. Poi il colpo parte, Don Pino cade a terra. è morto quasi istantaneamente. Sono le 20:45 del 15 settembre 1993, il giorno del suo 57º compleanno. Il killer scappa correndo. Alcuni testimoni vedono la scena, ma nessuno interviene. Solo dopo alcuni minuti qualcuno chiama un’ambulanza, ma quando arriva è troppo tardi. Don Pino è già morto.
il suo corpo riverso sul marciapiede, la cartella di pelle ancora stretta in mano. La notizia dell’omicidio di Don Pino si diffonde rapidamente. Entro mezzanotte tutto il quartiere Brancaccio lo sa. Alcune famiglie piangono, altre tirano un sospiro di sollievo. I ragazzi del centro Padre Nostro sono sconvolti, increduli.
Non è possibile, ripetono, Don Pino non può essere morto. Era invincibile. Ma Don Pino non era invincibile, era solo un uomo che aveva scelto di non avere paura. Sua Angelina viene svegliata nel cuore della notte da un poliziotto che bussa alla porta della canonica. Sorella, c’è stata una tragedia. Don Pino è stato ucciso.
La suora crolla su una sedia incapace di parlare. Aveva saputo l’aveva sempre saputo che sarebbe finita così. Ma sperare e sapere sono due cose diverse. L’indomani mattina, 16 settembre, Palermo si sveglia sotto shock. I giornali aprono con titoli enormi: Ucciso don Pulisi, il prete antimafia. Le televisioni mandano speciali.
Il vescovo rilascia una dichiarazione. La chiesa ha perso un figlio prezioso. Don Pino ha dato la vita per il Vangelo sindaco di Palermo parla di barbarie inaccettabile, ma sono parole che arrivano troppo tardi. Don Pino aveva chiesto aiuto, aveva lanciato segnali e nessuno aveva fatto niente. I funerali vengono celebrati il 18 settembre nella cattedrale di Palermo.
Migliaia di persone partecipano, ci sono autorità civili e religiose, ma soprattutto c’è la gente comune, i ragazzi del centro, le mamme del quartiere, gli anziani che Don Pino andava a trovare ogni giorno. Molti piangono, altri sono silenziosi, ancora increduli. Durante l’omelia il vescovo dice: “Don Pino ha vissuto il Vangelo fino in fondo, ha amato i suoi nemici, ha perdonato chi lo perseguitava, è un martire della fede e della giustizia.
Ma c’è qualcosa che il vescovo non dice. C’è qualcosa che nessuno sa tranne tre persone. Suora Angelina, il dottor Mannino e a migliaia di chilometri di distanza in un monastero calabrese Salvatore Grigoli, l’ex killer che Don Pino aveva salvato e convertito. Il giorno dopo i funerali, suor Angelina e il dottor Mannino si incontrano nella canonica. sono soli.
La polizia ha già fatto i suoi rilievi e sigillato la scena del crimine. I due si guardano in silenzio. Poi suora Angelina dice: “È il momento, dobbiamo recuperare la busta”. Vanno in sacrestia, aprono il cassetto della scrivania di don Pino, trovano il doppio fondo. Dentro c’è la busta sigillata con ceracca che Don Pino aveva affidato loro.
Ma accanto alla busta trovano qualcos’altro, una lettera indirizzata A chi troverà questo dopo la mia morte. È scritta con la calligrafia ordinata di Don Pino, datata 10 settembre 1993, 5 giorni prima dell’omicidio. Suor Angelina apre la lettera con mani tremanti. Dentro ci sono tre fogli fitti di scrittura.
Don Pino racconta tutta la storia, l’incontro con Totuccio, i tre giorni in cui l’ha nascosto e curato, la confessione del killer, la sua conversione, ma soprattutto racconta quello che Totuccio gli aveva rivelato durante i deliri febrili, una lista di nomi di persone insospettabili collegate alla mafia, un intreccio di politica, affari e criminalità che andava molto oltre Brancaccio e Palermo.
Ho deciso di non rivelare questa storia finché ero in vita”, scrive don Pino, “per proteggere Salvatore che ora vive in un monastero e sta cercando di espiare i suoi peccati. Ma se state leggendo questa lettera significa che sono morto e allora la verità deve venire fuori perché solo la verità può rendere liberi.
Don Pino continua spiegando che nella busta sigillata ci sono copie di documenti, testimonianze raccolte e soprattutto i nomi che Totuccio aveva pronunciato durante i deliri. Alcuni di questi nomi vi sorprenderanno, scrive, sono persone rispettabili, politici, professionisti, imprenditori, ma secondo Totuccio erano tutti collegati in qualche modo al sistema mafioso.
Non so se tutto quello che ha detto sia vero, era febbricitante, delirante, ma credo che meriti di essere verificato. Lascio a voi il compito di decidere cosa fare di queste informazioni. La lettera si conclude con parole profetiche. So che probabilmente mi uccideranno. L’ho sempre saputo, ma non ho paura. Ho fatto quello che dovevo fare.
Ho testimoniato la verità, ho amato i miei ragazzi. Ho cercato di sottrarre anime alla mafia. Se questo mi è costato la vita, è un prezzo che ero disposto a pagare. Ma voglio che sappiate una cosa, non sono morto invano. Ogni ragazzo che ho salvato, ogni anima che ho toccato è un seme piantato e questi semi cresceranno anche senza di me.
La mafia può uccidere un uomo, ma non può uccidere un’idea. L’idea che si può vivere senza la mafia, che si può dire no, che la dignità vale più della vita, questa idea continuerà a crescere a Brancaccio e in tutta la Sicilia. Siate forti, non abbiate paura e pregate per me. Suor Angelina finisce di leggere con le lacrime che le rigano il volto.
Il dottor Mannino è pallido. Entrambi capiscono di avere tra le mani qualcosa di esplosivo. Non solo la testimonianza di un martire, ma anche informazioni che potrebbero far tremare i palazzi del potere. Cosa facciamo? chiede il medico. Facciamo quello che don Pino ci ha chiesto risponde suora Angelina con voce ferma.
Portiamo tutto al procuratore Caselli subito. Il 20 settembre, 5 giorni dopo l’omicidio, suor Angelina e il dottor Mannino si presentano alla procura di Palermo. Chiedono di parlare con il procuratore capo Giancarlo Caselli. Vengono fatti aspettare per ore. Finalmente, nel tardo pomeriggio vengono ricevuti. Caselli è un uomo di 60 anni, volto severo, ma occhi intelligenti.
Ha preso il posto di Borsellino dopo la strage di via D’Amelio ed è determinato a continuare la lotta contro la mafia. Suar Angelina gli consegna la busta sigillata e la lettera di don Pino. Caselli legge in silenzio, sempre più concentrato. Quando finisce guarda i due visitatori con espressione grave. Questo è materiale preziosissimo, ma è anche pericolosissimo.
Alcuni dei nomi qui menzionati sono di persone molto potenti. Se dovesse trapelare che avete portato questi documenti, potreste essere in pericolo. Don Pino è morto per queste verità, dice Suora Angelina, non possiamo lasciare che il suo sacrificio sia stato vano. Caselli annuisce. Avete ragione, vi prometto che useremo questo materiale con la massima attenzione e che vi proteggeremo.
Ma devo chiedervi una cosa. Questa storia di Salvatore Grigoli, del killer convertito, siete disposti a confermarla pubblicamente se dovesse servire? I due si guardano, poi annuiscono. Sì, dice il dottor Mannino, siamo disposti a testimoniare. Don Pino non avrebbe voluto che avessimo paura. Nei mesi successivi le indagini sull’omicidio di Don Pino procedono rapidamente.
Il killer Salvatore Grigoli, omonimo, ma non la stessa persona del killer convertito, viene arrestato poche settimane dopo, confessa, ma sostiene di aver agito da solo, di non aver avuto mandanti. Nessuno ci crede, ma le prove per collegare l’omicidio ai boss del clan Gerraviano non ci sono ancora. È solo nel 1996, tre anni dopo l’omicidio, che i pentiti cominciano a parlare.
Uno dopo l’altro confermano che l’ordine di uccidere Don Pino era venuto dall’alto, dai vertici del clan Graviano. Pompino dava fastidio, dice uno di loro, toglieva i ragazzi dalla strada, li convinceva a non lavorare per noi e poi parlava troppo, sapeva troppo, doveva essere eliminato. Nel 1997 vengono arrestati i fratelli Graviano, Dio, Diano, accusati anche dell’omicidio di Don Pino.
Il processo si apre nel 1999. Durante il dibattimento emerge la figura straordinaria del sacerdote ucciso. Testimoni raccontano del suo lavoro, del suo coraggio, della sua fede, ma emerge anche, per la prima volta pubblicamente la storia di Salvatore Grigoli, l’ex killer convertito. La testimonianza su Salvatore Grigoli, l’ex killer convertito da Don Pino, viene resa pubblica durante il processo ai fratelli Graviano nel 1999.
Suor Angelina e il dottor Mannino salgono sul banco dei testimoni e raccontano per la prima volta davanti a un tribunale quello che era successo nell’aprile del 1993. La loro testimonianza lascia l’aula senza parole. Anche i giudici, abituati a sentire storie di violenza mafiosa, sono colpiti da questo racconto di redenzione.
Ma c’è un particolare che Suor Angelina non rivela in aula perché Don Pino le aveva fatto giurare di non parlarne mai. Un particolare che riguarda proprio quello che era successo durante la seconda notte, quando Totuccio era in preda alla febbre altissima. Don Pino nel suo diario privato che Suora Angelina aveva trovato dopo la sua morte aveva scritto qualcosa di straordinario, qualcosa che aveva definito un segno del cielo, un miracolo che non posso spiegare, ma che ho visto con i miei occhi.
Quella notte, mentre Totuccio delirante oscillava tra vita e morte, la sua temperatura corporea era salita a 41°. Il dottor Mannino aveva detto a don Pino che il killer probabilmente non sarebbe sopravvissuto. Ha perso troppo sangue, padre, e ora questa febbre altissima, il suo corpo non reggerà. Don Pino aveva passato tutta la notte accanto al letto dell’uomo pregando.
Pregava con una intensità che sua Angelina, che era rimasta anche lei sveglia nella stanza accanto, non li aveva mai visto. Verso le 3:00 del mattino Don Pino aveva chiamato suora Angelina: “Sorella, venga, deve vedere”. Quando la suora era entrata nella stanza, aveva trovato una scena che l’aveva lasciata senza parole.
Totuccio, che fino a pochi minuti prima era in preda a convulsioni febrili, ora dormiva tranquillo. Il suo volto, prima congestionato e rosso, era tornato di un colore normale. Don Pino aveva il termometro in mano, lo mostrava a suo arangelina, 37°. La febbre era sparita completamente, improvvisamente. “Com’è possibile?”, aveva chiesto suora Angelina incredula.
Don Pino aveva le lacrime agli occhi. “Non lo so, sorella. Stavo pregando. Chiedevo a Dio di salvarlo, non per lui, ma perché sentivo che quest’uomo aveva ancora una missione da compiere. E all’improvviso ho sentito una presenza nella stanza. Non so spiegarla. Era come se qualcuno fosse entrato, una presenza luminosa, calda e in quel momento la febbre è passata.
Il dottor Mannino, chiamato a controllare il paziente, era rimasto sconcertato. Dal punto di vista medico non ha senso aveva detto. Con quella febbre e quelle condizioni avrebbe dovuto morire. invece non solo è vivo, ma sta già meglio. È inspiegabile. Don Pino aveva fatto giurare a entrambi di non parlare mai di quella notte.
La gente penserà che siamo pazzi, o peggio che sto cercando di farmi pubblicità come taumaturgo. Non voglio. Quello che è successo è tra noi, Dio e quest’uomo e deve restare così. Ma don Pino aveva scritto tutto nel suo diario e aveva aggiunto una riflessione. Non so se quello che ho visto era veramente un miracolo o se era solo la mia fede che mi faceva vedere cose.
Ma so una cosa, quella notte ho capito che Dio può trasformare anche il cuore più indurito. ha salvato Salvatore è perché aveva un piano per lui e io sono stato solo lo strumento. Suor Angelina, custode di questo segreto, aveva deciso di non rivelarlo durante il processo, ma lo aveva raccontato anni dopo al postulatore della causa di beatificazione di Don Pino, perché sì, già nel 2000, solo 7 anni dopo la morte, era iniziato il processo per dichiarare Don Pino beato.
Il processo di beatificazione era stato straordinariamente rapido per gli standard vaticani. Centinaia di testimoni erano stati ascoltati. Tutti raccontavano la stessa cosa. Don Pino era un santo vivente, un uomo che aveva vissuto il Vangelo senza compromessi, ma il Vaticano, prudente come sempre, voleva prove concrete, voleva un miracolo certificato.
Ed è qui che entra in gioco un’altra storia che i parrocchiani di Don Pino non conoscevano, una storia che coinvolge una bambina di 8 anni. Chiara Monteleone che viveva a Brancaccio e che Don Pino conosceva bene. Nel giugno del 1993, 3 mesi prima dell’omicidio del sacerdote, Chiara era stata investita da un’auto mentre attraversava la strada.
L’impatto era stato violentissimo. La bambina era stata trasportata d’urgenza all’ospedale civico di Palermo in condizioni perate. I medici avevano diagnosticato un trauma cranico gravissimo con emorragia cerebrale massiva. “Non c’è niente da fare”, avevano detto ai genitori, “Anche se dovesse sopravvivere, resterà in stato vegetativo per sempre”.
I genitori distrutti avevano chiamato don Pino. Il sacerdote era corso in ospedale, aveva chiesto di vedere la bambina. Le infermiere avevano cercato di dissuaderlo. Padre, è meglio che non la veda così. Ma lui aveva insistito. Era entrato nella stanza di rianimazione dove Chiara giaceva incosciente, attaccata a macchinari che respiravano per lei.
Don Pino si era avvicinato al letto, aveva preso la mano della bambina e aveva cominciato a pregare. Era rimasto lì per ore, pregando ininterrottamente. Le infermiere che lo vedevano erano commosse, ma scettiche. Avevano visto troppi casi come questo. Quella bambina non si sarebbe più svegliata, ma all’alba del giorno dopo era successo qualcosa.
Una delle infermiere, entrando nella stanza per controllare i parametri vitali, aveva trovato chiara sveglia, non solo sveglia, ma cosciente. “Mamma”, aveva detto con voce debole, “dove sei?” I medici non credevano ai loro occhi, hanno fatto tutti gli esami possibili. L’emorragia cerebrale era sparita completamente, come se non fosse mai esistita.

È impossibile, continuavano a ripetere, con quel tipo di trauma, con quelle immagini dell’attacc non può essersi ripresa così rapidamente. È contro ogni legge della medicina. Ma Chiara si era ripresa. Dopo due settimane era uscita dall’ospedale. Dopo un mese camminava di nuovo, parlava normalmente, giocava con gli amici come se niente fosse successo.
I genitori erano convinti che fosse stato don Pino a salvarla con le sue preghiere. Ma quando lo avevano ringraziato, lui aveva risposto: “Non sono stato io, è stata la vostra fede e la bontà di Dio io ho solo pregato”. Questa storia era rimasta quasi sconosciuta per anni. La famiglia di Chiara ne aveva parlato con pochi intimi, ma quando era iniziato il processo di beatificazione i genitori si erano fatti avanti.
“Dobbiamo testimoniare”, avevano detto. Don Pino ha fatto un miracolo per nostra figlia e il mondo deve saperlo. I medici che avevano curato Chiara erano stati chiamati a testimoniare. avevano portato le cartelle cliniche, le TAC, tutti i documenti e avevano dovuto ammettere: “Dal punto di vista scientifico non abbiamo spiegazione, quella bambina non avrebbe dovuto sopravvivere e se anche fosse sopravvissuta, avrebbe dovuto avere danni cerebrali permanenti gravissimi.
” Invece è completamente normale, è inspiegabile. Il Vaticano aveva inviato una commissione medica speciale per esaminare il caso. Dopo 2 anni di indagini, nel 2005, la Commissione aveva emesso il suo verdetto. Il caso di Chiara Monteleone costituisce un evento scientificamente inspiegabile che può essere attribuito all’intercessione del servo di Dio Giuseppe Pulisi.
In altre parole era un miracolo certificato. Il 25 maggio 2013, esattamente 20 anni dopo la morte di Don Pino, Papa Francesco lo proclamava beato in una cerimonia solenne a Palermo. 100.000 persone partecipavano alla celebrazione. C’erano tutti i ragazzi ormai adulti del centro Padre Nostro.
C’erano le famiglie che Don Pino aveva aiutato. C’erano anche alcuni pentiti di mafia che avevano testimoniato contro i loro ex boss, proprio grazie all’esempio di Don Pino. E c’era anche un uomo anziano, magro, con i capelli completamente bianchi, che restava in fondo alla piazza, quasi nascosto. Era Salvatore Grigoli, l’ex killer convertito.
Dopo 20 anni nel monastero calabrese aveva ottenuto il permesso di venire a Palermo per la beatificazione. Aveva 75 anni, gli occhi scavati, le mani che trema piangeva silenziosamente mentre il Papa pronunciava le parole della beatificazione. Dopo la cerimonia Salvatore si era avvicinato a sua arangelina, ora novantenne, ma ancora lucida.
Sorella, lei aveva detto, “Don Pino mi ha salvato due volte, una volta dal corpo guarendomi dalla ferita e una volta dall’anima facendomi capire che anche per uno come me c’era speranza. Sono 20 anni che prego per lui ogni giorno e continuerò a farlo fino alla mia morte”. Negli anni successivi alla beatificazione la figura di don Pino Pullisi diventa sempre più centrale nella lotta contro la mafia.
Il suo nome viene dato a scuole, centri sociali, piazze. A Brancaccio, il quartiere che era stato teatro del suo martirio, le cose cominciano lentamente a cambiare. Il centro Padre Nostro continua a funzionare, ancora più attivo di prima, e salva centinaia di ragazzi dalla strada. Molti di questi ragazzi, diventati adulti raccontano: “Senza Don Pino sarei morto o in galera.
Lui mi ha dato una possibilità”. Ma c’è ancora un mistero che circonda la morte di Don Pino, un mistero che verrà svelato solo nel 2020, 27 anni dopo l’omicidio. Durante dei lavori di ristrutturazione nella vecchia canonica di San Gaetano, un operaio trova un piccolo vano nascosto dietro un pannello di legno nella sacrestia. Dentro il vano c’è una scatola di metallo arrugginita dal tempo.
Quando viene aperta rivela il suo contenuto, il famoso quaderno nero di Don Pino, quello con tutte le testimonianze che aveva raccolto, più completo di quello che aveva dato a Borsellino. Ma c’è anche qualcos’altro, un secondo diario molto più personale, sono le riflessioni quotidiane di Don Pino negli ultimi du anni della sua vita.
un diario spirituale dove annotava le sue preghiere, i suoi dubbi, le sue paure. E nelle ultime pagine, quelle scritte nei giorni immediatamente precedenti la sua morte, c’è una rivelazione sorprendente. 14 settembre 1993, scrive don Pino, oggi ho avuto un sogno, o forse una visione, non so distinguere. Ho visto mia madre morta da 10 anni mi diceva: “Pino, il tuo tempo sulla terra sta per finire, ma non avere paura.
Hai fatto quello che dovevi fare e il tuo sacrificio non sarà vano. Molte anime si salveranno grazie a te.” Mi sono svegliato piangendo, ma non di tristezza, di gioia, perché ho capito che qualunque cosa succeda sono in pace con Dio e con me stesso. L’ultima pagina del diario è datata 15 settembre, il giorno stesso dell’omicidio.
Don Pino l’ha scritta poche ore prima di essere ucciso. Oggi è il mio compleanno, 57 anni. Non so se vedrò il 58º. Ho la sensazione che qualcosa accadrà presto, ma sono pronto. Ho sistemato tutte le cose che dovevo sistemare. Ho lasciato istruzioni per chi verrà dopo di me. I miei ragazzi saranno protetti, ne sono sicuro, e se devo morire, voglio che la mia morte non sia inutile.
Voglio che sia un seme che produce frutti. Gesù ha detto: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo. Se invece muore, produce molto frutto, che io possa essere quel chicco di grano.” Quando questo diario viene reso pubblico, l’emozione è enorme. La gente capisce che Don Pino non solo sapeva che sarebbe stato ucciso, ma aveva accettato questo destino come parte della sua missione.
non cercava il martirio, ma nemmeno lo evitava. Aveva scelto di restare, di continuare a fare il suo dio vere, sapendo che gli sarebbe costato la vita. Nel 2023, 30 anni esatti dopo l’omicidio, viene organizzata a Palermo una grande commemorazione. Partecipano migliaia di persone, tra cui molti giovani che non hanno nemmeno conosciuto Don Pino, ma che sono stati ispirati dalla sua storia.
Durante la cerimonia prende la parola Emanuele, il ragazzo di 15 anni che aveva parlato con don Pino il giorno prima della sua morte. Ora ha 45 anni, è diventato un assistente sociale e lavora proprio a Brancaccio, aiutando i ragazzi a rischio. “Don Pino mi ha salvato la vita” dice Emanuele con voce commossa.
Quel pomeriggio, quando mi ha detto che potevo scegliere chi essere, ho capito per la prima volta che il mio destino non era scritto. Potevo essere diverso da mio zio, da mio padre, da tutti gli uomini della mia famiglia che erano finiti morti o in galera. E quando l’hanno ucciso il giorno dopo ho pianto per ore, ma poi ho deciso che il modo migliore per onorare la sua memoria era vivere la vita che lui avrebbe voluto per me, una vita onesta, dedicata agli altri.
Parla anche Maria, la ragazza che don Pino aveva salvato dalla prostituzione. Ora ha 44 anni, è sposata, ha tre figli, lavora come infermiera. Don Pino mi ha restituito la dignità, dice, mi ha fatto capire che non ero un oggetto, che valevo come persona e mi ha dato la forza di denunciare chi mi aveva fatto del male.
Senza di lui sarai morta a 20 anni, distrutta dalla droga e dalla strada. Ma il momento più toccante della cerimonia è quando sale sul palco una donna sulla cinquantina, elegante con un sorriso luminoso. È Chiara Monteleone, la bambina del miracolo. Ha 40 anni ora è diventata medico, lavora nell’ospedale dove era stata curata da bambina.
Io non ricordo molto di quella notte”, dice Chiara. Ero incosciente, ma i miei genitori mi hanno raccontato che don Pino è rimasto accanto al mio letto per ore pregando e quando mi sono svegliata il primo pensiero che ho avuto è stato: “Devo vivere per qualcosa di importante.” Non sapevo ancora cosa, ma sentivo che la mia vita era stata salvata per un motivo.
Per questo ho deciso di diventare medico, per salvare altre vite come la mia è stata salvata. Chiara fa una pausa, gli occhi lucidi. La gente mi chiede spesso, “Credi davvero che Don Pino abbia fatto un miracolo?” E io rispondo sì, lo credo, perché ho visto le mie cartelle cliniche, ho parlato con i medici che mi hanno curato e tutti dicono la stessa cosa.
Non avrei dovuto sopravvivere, ma sono qui e ogni giorno che vivo, ogni paziente che curo, è un dono che devo a Don Pino e alla sua fede. Nel Dem Guilou, nel 2024 viene annunciato che è in corso il processo per la canonizzazione di Don Pino che lo renderebbe santo. È necessario un secondo miracolo certificato e nel 2028 questo secondo miracolo viene riconosciuto.
Riguarda un giovane mafioso pentito che era stato gravemente ferito in un agguato nel 2024. Sul punto di morte aveva pregato don Pino Pullisi chiedendogli di intercedere per lui. Don Pino aveva sussurrato, “Tu che hai convertito Totuccio, converti anche me. Dammi una seconda possibilità.” e inspiegabilmente contro ogni prognosi medica si era ripreso.
Ma forse il vero miracolo di don Pino non è nelle guarigioni inspiegabili, il vero miracolo è nella trasformazione di Brancaccio. Nel 2030, 37 anni dopo la morte del sacerdote, il quartiere è irriconoscibile, non è diventato improvvisamente ricco o perfetto. Ci sono ancora problemi, ancora povertà, ma qualcosa è cambiato profondamente.
I ragazzi vanno a scuola invece di fare i vedette per gli spacciatori. Le famiglie denunciano le estorsioni invece di pagare in silenzio. La mafia c’è ancora, ma non ha più il controllo totale che aveva un tempo. E quando si chiede agli abitanti cosa è cambiato, molti danno la stessa risposta. Don Pino ci ha insegnato che si può dire no.
Ci ha insegnato che la mafia non è invincibile. Ci ha insegnato che la dignità vale più della paura. Dekidini, questo è il vero miracolo. Non una guarigione istantanea, ma la lenta, faticosa trasformazione di un’intera comunità. Salvatore Grigoli, l’ex killer convertito, muore nel 2032 all’età di 94 anni.
nel monastero dove aveva trascorso quasi 40 anni. Prima di morire lascia una lettera indirizzata ai giovani di Brancaccio. Nella lettera scrive: “Io ho ucciso 10 persone. Ho vissuto nella violenza e nel crimine per 30 anni. Credevo che non ci fosse altra strada, ma poi ho incontrato Don Pino e in tre giorni quell’uomo ha cambiato la mia vita più di quanto 30 anni di mafia avessero fatto.
Mi ha mostrato che c’è sempre un’altra strada, anche quando sembra impossibile. Se io che avevo le mani sporche di sangue ho potuto cambiare, chiunque può farlo. Non scegliete la mafia, scegliete la vita. Oggi, nel 2033, 40 anni dopo la morte di don Pino Pullisi, la sua figura è conosciuta in tutto il mondo. È diventato il simbolo della lotta contro la mafia, ma anche della misericordia cristiana, della capacità di vedere il bene anche nelle persone più indurite.
Le sue ultime parole, me l’aspettavo, sono diventate famose, ma forse le parole più importanti sono quelle che ha scritto nel suo diario, che io possa essere quel chicco di grano. E lo è stato. Don Pino è morto, ma il suo sacrificio ha prodotto frutti abbondanti. Centinaia di ragazzi salvati dalla strada, decine di pentiti che hanno trovato il coraggio di dire no alla mafia, un intero quartiere che ha cominciato a credere che un altro futuro è possibile.
Questo è il mistero di don Pino Pullisi, non solo il miracolo delle guarigioni fisiche, ma il miracolo più grande, la trasformazione dei cuori. Grazie per aver seguito questa storia fino alla fine. Se questo video vi ha toccato il cuore, vi chiedo di mettere un like e di iscrivervi al canale.
La storia di don Pino Pullisi ci insegna che una sola persona con fede e coraggio può cambiare il mondo. ci insegna che nessuno è troppo perduto per essere salvato e ci insegna che il bene, anche quando sembra sconfitto, alla fine trionfa sempre. Continuate a seguirci per altre storie di fede, coraggio e speranza. E ricordate, anche voi potete essere quel chicco di grano che, morendo a se stesso produce molto frutto.
Non abbiate paura di fare la cosa giusta anche quando costa caro, perché, come diceva don Pino, la dignità vale più della vita.
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