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In segreto montarono il muso di un Macchi C.202 su una piccola barca, i britannici la chiamarono…

Nel cuore della notte mediterranea del 1942, mentre le onde lambivano dolcemente una piccola barca da pesca ancorata al largo della costa siciliana. Tre uomini stavano compiendo quello che gli storici avrebbero poi definito uno degli inganni più audaci e geniali della Seconda Guerra Mondiale, con mani tremanti non per paura, ma per l’adrenalina pura di chissà di star scrivendo la storia.

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stavano montando qualcosa di impossibile, il muso completo di un Macchic U02 Folgore, il caccia più temuto del Mediterraneo, su quella fragile imbarcazione di legno, il metallo freddo del velivolo italiano brillava sotto la luna e in quel momento preciso, mentre i bulloni venivano serrati uno ad uno nel silenzio più assoluto, nasceva una leggenda che avrebbe fatto tremare la Royal Navy è cambiato per sempre le regole della guerra navale.

I britannici, quando finalmente scoprirono cosa stava accadendo nelle acque italiane, le diedero un nome che mescolava terrore e ammirazione, la chimera del Mediterraneo. Ma questa storia, questa incredibile storia di coraggio, ingegno e determinazione italiana, inizia mesi prima, in un bunker sotterraneo dove un giovane ingegnere aeronautico stava per presentare un’idea così folle che avrebbe potuto costargli la carriera o renderlo immortale.

Se vuoi scoprire come l’ingegno italiano ha trasformato una semplice barca da pesca in un’arma letale che ha terrorizzato la flotta più potente del mondo. Se vuoi conoscere i nomi degli eroi che hanno rischiato tutto per la gloria dell’Italia, allora non puoi perderti un solo secondo di questa storia. Iscriviti al canale adesso, attiva la campanella perché quello che stai per ascoltare non lo troverai in nessun libro di storia ufficiale.

È troppo incredibile, troppo audace, troppo italiano per essere stato raccontato fino ad oggi, marzo 1942, la base aerea di Gela, Sicilia orientale. Il tenente ingegnere Marco Santini aveva 32 anni, occhi scuri che brillavano di intelligenza febrile e una reputazione di visionario che spesso rasentava la follia. Quella mattina, entrando nella sala riunioni, dove lo aspettavano tre ufficiali della regia aeronautica e due della Marina, sapeva che i prossimi 20 minuti avrebbero deciso non solo il suo futuro, ma forse le sorti della guerra nel Mediterraneo.

Posò sul tavolo un modellino che aveva costruito personalmente, lavorando notte dopo notte nel suo alloggio. Gli ufficiali si avvicinarono, incuriositi. Era una barca da pesca, niente di speciale, ma sulla prúa, montato con precisione maniacale, c’era il muso inconfondibile di un Mai C 202 folgore. Il silenzio nella stanza era così denso che si poteva tagliare con un coltello.

Il colonnello Vittorio Bandini, un veterano della Grande Guerra con più medaglie che capelli, fu il primo a parlare. è impazzito, vuole mettere un aereo su una barca. La voce era dura, ma negli occhi c’era qualcosa di diverso, una scintilla di curiosità che Marco aveva imparato a riconoscere. Era il momento.

Prese un respiro profondo e iniziò a spiegare: “Signori, i britannici controllano il Mediterraneo con i loro radar, rilevano i nostri aerei a chilometri di distanza. Ma cosa succederebbe se vedessero sui loro schermi quello che sembra un normale peschereccio e solo all’ultimo momento scoprero che ha la potenza di fuoco di un caccia da combattimento? L’idea era nata tre mesi prima, durante un bombardamento notturno, Marco si era rifugiato in un bunker vicino al porto e, attraverso una fessura nel cemento aveva osservato i pescatori che,

incuranti del pericolo, continuavano a lavorare. I britannici non li attaccavano, erano civili, bersagli, non militari. E in quel momento, mentre le bombe cadevano tutti intorno, nella mente di Marco era esplosa un’intuizione. E se potessimo nasconderci in piena vista? Il capitano di Marina, Giuseppe Torrisi, si alzò, circondò il tavolo, studiò il modellino da ogni angolazione.

Era un uomo pratico che aveva passato 20 anni in mare. L’idea è geniale, Santini, folle, ma geniale. Però ci sono mille problemi. Il peso del muso di un folgore affonderà qualsiasi barca normale. Le vibrazioni delle armi distruggeranno lo scafo. Come diavolo pensate di mirare con precisione da una piattaforma che ondeggia? Marco sorrise.

Aveva previsto ogni obiezione. Aprì la sua cartella e tirò fuori progetti dettagliati, calcoli matematici, schemi strutturali. aveva pensato a tutto. Lo scafo andava rinforzato con travi d’acciaio nascoste sotto il legno. Il muso del Machi sarebbe stato alleggerito, mantenendo solo l’armamento essenziale. Due mitragliatrici, Breda Safat da 12,7 mm e un cannone MG151 da 20 mm.

Un sistema giroscopico preso in prestito dalla tecnologia navale dei siluri, avrebbe compensato il movimento delle onde. E per quanto riguarda il mirare, signori, non dobbiamo mirare con precisione da lontano. La nostra arma è l’inganno. Ci avviciniamo come un innocuo peschereccio. Quando siamo a distanza ravvicinata, scopriamo il muso e facciamo fuoco prima che possano reagire.

Il colonnello Bandini si accese una sigaretta. i suoi occhi fissi su Marco. Sa quante vite di piloti abbiamo perso cercando di attaccare i convogli britannici. Sa quanto costa ogni Machi C202 che viene abbattuto. Marco annuì la voce ferma. Proprio per questo, signore, questa barca costerà una frazione di un aereo e non rischieremo piloti addestrati.

Useremo marinai volontari che conoscono queste acque come le loro tasche. Il silenzio tornò a calare nella stanza. Gli ufficiali si scambiarono sguardi. Poi lentamente il colonnello Bandini schiacciò la sigaretta e disse le parole che avrebbero cambiato tutto. A due mesi santini, due mesi per costruire questa sua chimera e dimostrarmi che funziona.

Se fallisce la rimando a progettare portamatite a Roma, se ha successo. Beh, potrebbe aver appena vinto la guerra nel Mediterraneo. Quella sera stessa Marco iniziò a reclutare la sua squadra. Aveva bisogno dei migliori, uomini che capissero sia gli aerei che le barche, che sapessero saldare l’acciaio e lavorare in legno, che avessero il coraggio di credere nell’impossibile.

Il primo fu Aldo Ferretti, un meccanico di Bologna con mani così abili che dicevano potesse riparare un motore bendato. Poi venne Pietro Maresca, un falegname napoletano che aveva costruito barche per tre generazioni della sua famiglia. E infine Franco Rinaldi, un elettricista milanese che aveva installato sistemi radio su metà dei caccia della regia aeronautica.

Insieme questi quattro uomini si chiusero in un hangar isolato alla periferia di Gela, lontano da occhi indiscreti. Il primo problema fu trovare la barca giusta. Marco aveva bisogno di un’imbarcazione abbastanza grande da sopportare il peso del muso del Macchi, ma abbastanza piccola da sembrare innocua.

Dopo giorni di ricerche Pietro tornò con una notizia. Ho trovato quella che fa per noi. Un vecchio peschereccio a Pozzallo. Il proprietario è morto 6 mesi fa. I figli sono tutti al fronte. La vedova vuole venderla. Andarono a vederla al tramonto. Era perfetta. 12 m di lunghezza, scafo in legno di quercia rinforzato, già provata da anni di mare in tempesta.

Marco pagò in contanti senza fare domande e quella notte stessa la trainarono all’hangar. Il lavoro iniziò all’alba del giorno successivo. Aldo smontò personalmente un MACI C202 che era stato danneggiato durante un atterraggio di emergenza. Il motore era distrutto, ma il muso era intatto. Usarono seghe speciali per tagliare esattamente dove serviva, preservando l’integrità strutturale delle armi.

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