Quando si parla della seconda guerra mondiale sul mare, la storia ufficiale celebra sempre gli stessi nomi: le porte aerei americane, i sottomarini tedeschi, le corazzate britanniche, ma c’è una storia che nessuno racconta, una storia di coraggio disperato e sacrificio dimenticato.
È la storia dei marinai della regia marina italiana che affrontarono quello che loro stessi chiamavano la bestia dell’Atlantico, un incubo d’acciaio che rappresentava tutto ciò contro cui l’Italia combatteva, la schiacciante superiorità industriale alleata, la potenza americana che trasformava l’oceano in una tomba per i nostri convogli, per i nostri sommergibili, per i nostri uomini.
Questa è la storia vera di come i marinai italiani guardarono negli occhi la bestia e combatterono comunque, sapendo che ogni missione poteva essere l’ultima, sapendo che il mondo li avrebbe dimenticati. Oggi finalmente restituiamo dignità a quella lotta impossibile. Se sei stanco di vedere la storia italiana ridotta a macchietta, se vuoi finalmente conoscere la verità sui soldati della regia marina che affrontarono il gigante americano in condizioni impossibili, allora questo canale è casa tua. Qui non
troverai propaganda né revisionismo, ma la storia vera degli uomini del regio esercito, della regia aeronautica. e soprattutto della regia marina, quegli uomini che il mondo ha scelto di dimenticare perché la loro verità è scomoda. Iscriviti ora e unisciti a chi crede che ogni marinaio italiano meritava di essere ricordato per il suo coraggio, non dimenticato per la sconfitta del suo paese.
Era il 23 agosto 1943 quando il tenente di Vascello Marco Bellini, napoletano di Posillipo, 32 anni, comandante del sommergibile Archimede, scrutava attraverso il periscopio le acque plumbe dell’Atlantico a sud delle Azzorre. Aveva già perso sei compagni di equipaggio in due mesi di pattugliamento.
Aveva visto affondare tre navi sorelle. Aveva respirato l’aria fetida e claustrofobica. del suo bartello per 47 giorni consecutivi. Ora, nel mirino del periscopio vedeva qualcosa che gli gelò il sangue nelle vene, una sagoma immensa, accompagnata da uno sciame di caccia torpediniere, una formazione che significava morte certa per qualsiasi sommergibile italiano.
Era lei, la bestia, una delle porta aerei di scorta americane che stavano trasformando l’Atlantico nel cimitero della regia marina. Gli americani e gli inglesi pensavano di conoscere i sommergibili italiani. Nei loro rapporti di intelligence li descrivevano come obsoleti, male equipaggiati, comandati da ufficiali poco addestrati.
Credevano che la regia marina fosse una forza navale di seconda categoria, incapace di minacciare seriamente le loro linee di rifornimento atlantiche. Questa arroganza costò loro care alcune navi mercantili e qualche caccia torpediniere, ma soprattutto impedì loro di comprendere la vera natura di ciò che stavano affrontando.
Non una marina tecnologicamente superiore, ma uomini che sapevano di essere inferiori in tutto tranne che nel coraggio e che proprio per questo combattevano con una disperazione feroce. Quello che il nemico non sapeva era che ogni comandante di sommergibile italiano che partiva per l’Atlantico aveva già fatto pace con la propria morte.
Non sapevano che questi uomini avevano lasciato lettere alle famiglie prima di salpare. Lettere che parlavano di missioni senza ritorno. Non sapevano che la determinazione italiana nasceva proprio dalla consapevolezza dell’inferiorità tecnica. Quando sai di essere il più debole, quando sai che le tue armi sono inadeguate e che il nemico ti è superiore in tutto, allora l’unico modo per combattere è accettare il sacrificio totale.
Quella determinazione silenziosa, quellaaccettazione della morte probabile era l’unica arma vera che i sommergibilisti italiani possedevano contro la bestia dell’Atlantico. Il sommergibile Archimede era un battello della classe Brin, progettato nel 1936 dall’ingegnere Bernardis nei cantieri di Monfalcone.
Lungo 73 m dislocava 1800 tonnellate in immersione, raggiungeva 17 nodi in superficie e otto in immersione. Armato con otto tubi lanciailuri e due cannoni da 100 mm. Sulla carta sembrava rispettabile, ma la realtà operativa era brutale. I sommergibili italiani erano rumorosi rispetto agli Ubut tedeschi.
I loro sistemi sonar erano primitivi. La loro autonomia in immersione era ridotta. Le loro batterie si esaurivano rapidamente. Mentre i sommergibili americani potevano immergersi a oltre 150 m, l’archimedia iniziava a gemere pericolosamente oltre i 90. Mentre le navi da guerra alleate disponevano di radar e sonar avanzati, capaci di individuare un periscopio a chilometri di distanza, i sommergibilisti italiani facevano affidamento su occhi stanchi e istinto. Il comandante Bellini lo sapeva
bene. Ogni volta che emergeva per ricaricare le batterie stava giocando alla roulette russa con aerei da pattugliamento nemici che potevano avvistarlo prima ancora che lui vedesse loro. La storia dei sommergibili italiani nell’Atlantico iniziò nel 1940, quando Mussolini, nella sua infinita illusione di potenza, decise di inviare una flottiglia di Betom, base atlantica sommergibili a Bordeaux, nella Francia occupata dai tedeschi.
Era un tentativo disperato di dimostrare che l’Italia poteva combattere alla pari con la Germania nella guerra sottomarina contro la Gran Bretagna. 32 sommergibili italiani furono inviati a Bordeaux tra il 1940 e il 1943 e di questi solo 17 tornarono in patria. 15 furono affondati nell’Atlantico insieme a 700 marinai.
Ma in quegli anni terribili i sommergibili italiani affondarono oltre 110 navi mercantili alleate per un totale di 600.000 tonnellate. Una cifra che nessuna narrazione storica mainstream ama ricordare perché contraddice lo stereotipo dell’italiano incapace di combattere. Gli ingegneri italiani sapevano benissimo che i loro battelli erano inferiori, ma lavoravano con quello che avevano.
Acciaio di qualità mediocre perché l’Italia non aveva le risorse della Germania, motori diesel, tosi e Fiat che erano affidabili ma meno potenti di quelli tedeschi. Sistemi elettrici che si guastavano nelle lunghe immersioni. Eppure, con queste armi imperfette, i comandanti della regia marina svilupparono tattiche audaci, attacchi notturni in superficie sfruttando la velocità, agguati pazienti lungo le rotte mercantili, uso massiccio dei cannoni di coperta per risparmiare i preziosi siluri. Il capitano di fregata Carlo
Fecia di Cossato, comandante del Tazzoli, divenne una leggenda affondando 18 navi in sei missioni, guadagnandosi il rispetto anche degli ufficiali tedeschi che lo consideravano uno dei migliori comandanti di sommergibili della guerra. Il battesimo del fuoco dell’Archimede avvenne il 14 novembre 1941 al largo delle coste del Portogallo.
Il tenente Bellini, allora giovane secondo ufficiale sotto il comando del capitano Saccardo, vide per la prima volta cosa significava combattere contro la superiorità alleata. Il sommergibile aveva individuato un convoglio mercantile scortato da due corvette britanniche. L’attacco fu rapido e preciso. Due siluri lanciati.
Uno colpì un mercantile da 5.000 tonnellate che affondò in 8 minuti. Ma la rappresaglia fu spietata. Le corvette si avventarono sulla posizione stimata dell’Archimede e per 7 ore martellarono l’acqua con bombe di profondità. 162 cariche esplosive caddero intorno al sommergibile che si era portato a 95 m di profondità.
Al limite della sua resistenza lo scafo gemeva, rivetti saltavano, marinai pregavano sottovoce, l’aria si faceva irrespirabile per l’anidride carbonica. Bellini ricordò per sempre gli occhi terrorizzati del Marò Gennaro Esposito, un ragazzo di Napoli di appena 19 anni che stringeva la foto della madre mentre il sommergibile tremava a ogni esplosione.
Sopravvissero, ma quando emersero quella notte, tre uomini dovettero essere trattenuti perché volevano gettarsi in mare. La mente spezzata dal terrore. Questa era la realtà della guerra sottomarina italiana. Uomini normali, spesso giovanissimi, chiusi in tubi di acciaio obsoleti, mandati a combattere contro una macchina da guerra industriale che produceva navi più velocemente di quanto loro potessero affondarle.
Ora lascia un commento e dimmi com’è possibile che la storia ufficiale abbia cancellato il sacrificio di questi marinai? Come può il mondo ricordare ogni singolo pilota della RAF, ma dimenticare i 700 sommergibilisti italiani morti nell’Atlantico? Scrivi nei commenti: “I marinai della regia marina meritano di essere ricordati e aiutaci a diffondere questa verità.
Ogni commento è un atto di giustizia storica verso uomini che combatterono, sapendo che nessuno li avrebbe celebrati. La loro memoria è nelle tue mani, non lasciarla morire. Il punto di svolta per Marco Bellini arrivò quel agosto 1943, quando si trovò faccia a faccia con la bestia. Ora era lui il comandante.
Saccardo era morto 6 mesi prima, quando il suo nuovo comando, il Da Vinci, era stato affondato a nord delle Azzorre con tutto l’equipaggio. Bellini aveva giurato sulla tomba ideale del suo capitano che avrebbe continuato a combattere finché le batterie dell’Archimede avessero avuto un briciolo di energia e ora, attraverso il periscopio, vedeva la sua occasione o la sua fine.
La USS Card, portaerei di scorta, classe BOG, 500 piedi di acciaio americano, circondata da quattro caccia torpediniere, classe Fletcher. La card era il simbolo perfetto della potenza industriale americana, costruita in appena 6 mesi, equipaggiata con 28 aerei, radar di superficie e aereo, sonar avanzato, capacità di operare in qualsiasi condizione meteorologica.
Era stata varata nel 1942 e in un solo anno aveva già contribuito all’affondamento di otto ubut tedeschi per i sommergibili italiani. Le porta aerei di scorta americane erano diventate l’incubo peggiore. Non potevi vederle arrivare perché i loro aerei ti avvistavano prima. Non potevi sfuggire perché erano sempre scortate, non potevi combattere perché un siluro solo non bastava a fermare quel mostro.
Bellini sapeva tutto questo. Sapeva che attaccare significava morte quasi certa, ma sapeva anche che se non avesse tentato quegli aerei avrebbero continuato a massacrare i suoi compagni sommergibilisti per mesi. Guardò i suoi uomini nel quadrato ufficiali. Il secondo Rossi, milanese, ingegnere navale, 31 anni, il nostro Esposito, lo stesso ragazzo che aveva tenuto la foto della madre durante il bombardamento del 41, ora sergente, il marconista Bianchi, romano, 26 anni, sempre con la foto
della fidanzata nel taschino. Nessuno disse nulla quando Bellini ordinò di prepararsi all’attacco. Sapevano. La tattica italiana contro le porta aerei era nata dalla disperazione e dall’esperienza tragica. Dopo che i primi sommergibili avevano tentato attacchi diurni ed erano stati massacrati dagli aerei antisommergibile Avenger imbarcati sulle porte aerei di scorta, i comandanti sopravvissuti avevano sviluppato una tecnica, attacco crepuscolare, quando la visibilità diminuiva, ma c’era
ancora luce sufficiente per l’avvistamento col periscopio, restare alla massima profondità possibile fino all’ultimo momento, poi emergere a quota periscopica, calcolare la soluzione di tiro in meno di 2 minuti, lanciare tutti i siluri disponibili in salva per massimizzare la probabilità di colpire, immergersi immediatamente alla massima profondità e allontanarsi a tutta forza.
Era una tattica suicida, ma era l’unica che dava una minima possibilità di successo. Bellini aspettò che il sole iniziasse a calare, poi diede l’ordine. L’archimede emerse lentamente a quota periscopica. Lo scafo vibrò quando i motori elettrici spinsero al massimo. Attraverso il periscopio la card si stagliava enorme a 3000 m.
Bellini calcolò velocità, rotta, angolo di tiro. I suoi uomini ai tubi lanciasuri erano pronti. Quattro siluri, tutto quello che avevano rimasto. La soluzione di tiro era impostata. Poi, nel momento esatto in cui stava per dare l’ordine di lancio, il marconista urlò: “Contatto Sonar! Caccia torpediniere a dritta 1000 m sta venendo verso di noi.
Lo avevano individuato. La Card aveva Sonar e aveva sentito l’Archimede emergere. Bellini ebbe 3 secondi per decidere, abortire l’attacco e immergersi, forse sopravvivere o lanciare i siluri e morire quasi certamente sotto le bombe di profondità. guardò la foto sul cruscotto, sua moglie Teresa e i figli Luca e Anna a Napoli.
Poi disse: “Lanciate tutto, tutti i tubi adesso”. Quattro siluri partirono in sequenza, quattro scie bianche nella luce del tramonto. Immersione d’emergenza, 120 m, tutta forza. L’Archimede affondò come un sasso, mentre il cronometrista contava 30 secondi al bersaglio, 40 50. All’80o secondo una esplosione sorda fece tremare lo scafo.
Avevano colpito, ma non c’era tempo per festeggiare. Il cacciator pediniere era sopra di loro e il primo pattern di bombe di profondità arrivò 15 secondi dopo. L’evoluzione tattica della regia marina nell’Atlantico fu una storia di adattamento tragico. All’inizio della guerra i comandanti italiani tentavano di replicare le tattiche tedesche del branco di lupi, ma insommergibili italiani erano troppo lenti e rumorosi per coordinarsi efficacemente.
Poi, dopo le prime perdite catastrofiche, l’ammiraglio Parona, comandante di Betasom, emanò nuove direttive: operare individualmente, sfruttare l’audacia personale dei comandanti, privilegiare gli attacchi notturni in superficie, usando i cannoni invece dei siluri, quando possibile, evitare i convogli fortemente scortati e puntare sui mercantili isolati, come disse il capitano di corvetta longanesi Cattani.
comandante del Torelli in un rapporto del 1942. Non possiamo vincere questa guerra con la tecnologia perché non l’abbiamo. Non possiamo vincerla con i numeri perché siamo troppo pochi. L’unica vittoria possibile è quella del singolo comandante che accetta il rischio assoluto e colpisce dove il nemico non si aspetta di essere colpito.
Questa filosofia produsse alcuni dei più audaci attacchi della guerra. Il Cappellini che affondò quattro navi in una sola notte al largo di Freetown, il Calvi che danneggiò un incrociatore britannico prima di essere affondato, il Giuliani che resistette per 12 ore a un bombardamento continuo prima di riemergere e affondare la corvetta che lo aveva attaccato, ma produsse anche un tasso di perdite spaventoso.
Il 50% dei sommergibili italiani in Atlantico non tornò mai a casa. Dal punto di vista nemico, i sommergibilisti italiani erano un enigma frustrante. I rapporti britannici del Costal Command sono pieni di note che esprimono sorpresa. Un rapporto del febbraio 1943 stilato dopo l’affondamento del sommergibile Morosini diceva testualmente: “Il comandante italiano ha dimostrato una determinazione che rasenta l’incoscienza dopo essere stato attaccato da un nostro aereo Wellington e gravemente danneggiato,
invece di arrendersi ha tentato di emergere completamente e ingaggiare l’aereo con i cannoni di coperta. è stato necessario sganciare altre due bombe per fermarlo definitivamente. Questo tipo di resistenza fanatica non è quello che ci aspettavamo da equipaggi italiani.
Un altro rapporto dell’US Navy datato agosto 1943, dopo una battaglia tra il sommergibile italiano bronzo e un cacciator pediniere americano, notava il sommergibile nemico ha continuato a manovrare tatticamente anche dopo aver subito danni critici. L’equipaggio ha rifiutato di evacuare fino a quando il comandante non ha dato l’ordine finale.
uomini sono morti mentre tentavano di salvare i compagni feriti. Questo livello di disciplina e coraggio contrasta fortemente con le valutazioni di intelligence sulla morale italiana. Questi rapporti venivano sistematicamente ignorati dai comandi superiori alleati perché contraddicevano la narrazione ufficiale dell’italiano codardo e inefficiente.
Ma gli uomini che combattevano in mare sapevano la verità. I sommergibilisti italiani erano avversari tenaci, disperati e proprio per questo estremamente pericolosi. L’apice dell’impatto italiano nell’Atlantico si verificò tra l’estate del 1941 e l’inverno del 1942, quando i sommergibili di Betom affondarono una media di otto navi mercantili al mese.
In quel periodo il comandante Grossi sul barbarigo affondò 11 navi in 4 mesi. Il Da Vinci di Gazzana, Priaroggia, stabilì il record italiano affondando 17 navi mercantili prima di essere lui stesso affondato nel maggio 1943 con tutto l’equipaggio. Il Tazzoli di Fecia di Cossato condusse la missione più lunga della regia marina, 142 giorni in mare, affondando cinque navi e danneggiandone altre tre prima di scomparire nel nulla durante il viaggio di ritorno, probabilmente vittima di un attacco aereo di cui non
rimase traccia. Queste operazioni costrinsero gli alleati a dirottare risorse considerevoli per proteggere le rotte atlantiche meridionali. Risorse che altrimenti sarebbero state usate contro i tedeschi nel nord Atlantico. Ma il prezzo fu tremendo. Dai 32 sommergibili italiani che operarono da Bordeaux, 15 furono affondati, tre catturati dopo gravi danni, quattro dovettero rientrare per danni irreparabili.
700 uomini non tornarono mai a casa. 700 marinai che partirono da Napoli, la Spezia, Taranto, Augusta, giovani di 20 anni e uomini di 40, settentrionali e meridionali, operai e studenti, tutti uniti dalla stessa divisa e dallo stesso destino. Il loro sacrificio permise all’Italia di affondare un tonnellaggio considerevole, ma non fu mai sufficiente a cambiare l’esito della guerra, perché l’America produceva navi liberty più velocemente di quanto qualsiasi sommergibile potesse
affondarle. La realtà logistica e industriale italiana era brutale e onesta. Mentre la Germania produceva 1500 ubut durante la guerra, l’Italia ne costruì appena 116 sommergibili tra il 1935 e il 1943. Mentre gli Stati Uniti producevano centinaia di navi scorta equipaggiate con i radar e sonar più avanzati, l’Italia faceva fatica a fornire batterie di ricambio per i suoi sommergibili.
I cantieri navali italiani lavoravano al limite delle loro capacità, ma mancavano di tutto. Acciaio di qualità, ottone per i tubi lanciasuri, batterie elettriche affidabili, motori diesel potenti, sistemi radio avanzati. Gli operai di Monfalcone, la Spezia e Taranto lavoravano turni di 12 ore cercando di tenere il passo con le richieste della Marina, ma era come svuotare l’oceano con un cucchiaio.
Il paradosso era che gli ingegneri italiani erano eccellenti. Il progetto della classe Marconi era considerato tra i migliori al mondo per sommergibili oceanici e i siluri italiani erano tecnicamente superiori a quelli tedeschi per affidabilità, ma l’industria italiana non poteva produrre abbastanza e non poteva produrre i sistemi elettronici avanzati che stavano diventando decisivi.
Ogni sommergibile che usciva da un cantiere italiano era tecnologicamente obsoleto rispetto ai nuovi standard alleati prima ancora di entrare in servizio. E questo gli equipaggi lo sapevano, ma partivano comunque perché erano marinai e quella era la loro missione. Le testimonianze dei sopravvissuti sono il documento più potente di quella guerra dimenticata.
Il maresciallo Luigi Longanesi, motorista sull’Archimede, sopravvissuto all’attacco del 23 agosto 1943, disse in un’intervista del 1968: “Quando le bombe di profondità iniziavano a cadere, pregavi che la prossima non fosse quella che ti spaccava in due.” Ogni esplosione era come un martello che colpiva lo scafo.
Le lampadine si rompevano, le tubature perdevano, l’acqua di mare iniziava a filtrare e tu restavi lì in silenzio assoluto, perché ogni rumore poteva farci individuare dal sonar nemico. Vedevi i tuoi compagni piangere in silenzio. Vedevi ragazzi di 19 anni che si pisciavano addosso dalla paura e non potevi biasimarli perché anche tu avevi paura.
Ma quando il comandante Bellini ci guardava e diceva: “Restiamo in immersione, ce la faremo”. Tu gli credevi perché quello sguardo ti diceva che lui sarebbe morto per portarti a casa. E infatti morì due mesi dopo, quando l’Archimede fu affondato al largo di Capoverde. Io mi salvai perché ero in licenza.
Tutti gli altri 37 uomini dell’equipaggio morirono con lui. Non passa giorno che io non pensi a loro, non passa notte che io non li sogni. Quelle facce giovani che il mare si è preso e che nessuno ricorda. Queste parole valgono più di 1000 libri di storia ufficiale. I numeri finali della guerra sottomarina italiana nell’Atlantico sono un monumento di sangue e acciaio.
116 sommergibili costruiti, 85 persi in azione, 32 operativi in Atlantico da Betom, 15 affondati, 700 marinai morti, 117 navi mercantili alleate affondate per oltre 600.000 tonnellate, 40 navi danneggiate. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, i sommergibili italiani in Atlantico si trovarono di fronte a una scelta tragica, unirsi agli alleati, arrendersi ai tedeschi o autoaffondarsi.
Il Barbarigo e il Giuliani scelsero di arrendersi ai tedeschi e furono incorporati nella Crigsmarine con equipaggi tedeschi. Il Cappellini e il Torelli raggiunsero Singapore e continuarono a operare sotto bandiera italiana fino al 1945. Il Bagnolini e altri tre sommergibili riuscirono a raggiungere porti alleati e furono incorporati nella marina cobelligerante italiana, ma la maggior parte semplicemente scomparve, affondata in battaglie di cui non rimase traccia, inghiottita dall’oceano

insieme ai loro equipaggi. L’Italia perse più marinai sommergibilisti in proporzione alla sua flotta di qualsiasi altra nazione, inclusa la Germania. E quando la guerra finì, nessuno commemorò questi uomini, nessun monumento fu eretto per i 700 caduti dell’Atlantico, nessuna medaglia fu assegnata postuma alle famiglie.
era come se non fossero mai esistiti. Ma oggi, 80 anni dopo, mentre raccontiamo la storia del tenente di Vascello Marco Bellini e dell’Archimede, mentre parliamo di Feccia di Cossato e del Tazzoli, di Gazzana Priaroggia e del Da Vinci, di tutti quegli uomini che affrontarono la bestia dell’Atlantico, sapendo di essere inferiori in tutto, tranne che nel coraggio, oggi finalmente restituiamo loro la dignità che meritano.
Non erano eroi romantici, non erano guerrieri invincibili, erano uomini normali mandati a combattere una guerra impossibile con armi inadeguate contro un nemico infinitamente più potente, ma combatterono comunque, morirono comunque e il loro sacrificio non fu meno reale perché la loro causa era perduta. Ogni marinaio che scese nella pancia di un sommergibile italiano, sapendo che forse non sarebbe più risalito, merita di essere ricordato non per la bandiera sotto cui combatteva, ma per il coraggio con cui affrontò la morte.
Questa è la verità che il mondo ha cercato di seppellire, ma che oggi riportiamo alla luce. Se questa storia ti ha toccato il cuore, se credi che questi uomini meritino di essere ricordati, allora aiutaci a diffondere la verità. Iscriviti al canale, attiva la campanella, condividi questo video con chiunque ami la storia vera e non le favole propagandistiche.
Qui continueremo a raccontare le storie dimenticate del regio esercito, della regia aeronautica e della regia marina. Le storie di italiani che combatterono contro ogni probabilità e che il mondo ha scelto di cancellare. La loro memoria vive solo se noi la teniamo viva.
Non lasciarli morire una seconda volta. Grazie per aver guardato. E ricorda sempre, dietro ogni battaglia dimenticata c’erano uomini veri che meritano di essere onorati.
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