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LA TERRIBILE INEFFICIENZA DELL’M15/42 – Analisi tecnica

Ancora oggi, a distanza di oltre 80 anni, basta  fare un semplice giro su internet per imbattersi   in discussioni accese su un tema molto preciso,  quanto fosse davvero forte l’Italia tra il 1942   e il 1943. Tra commenti, forum e video, non  è raro infatti leggere o sentire che i mezzi   italiani fossero sottovalutati o addirittura che  in condizioni diverse avrebbero potuto competere   alla pari con quelli alleati.

Ma quanto c’è di  concreto in queste affermazioni? Per rispondere   in modo serio a questa domanda, dovrò perciò  mettere da parte opinioni e generalizzazioni   e tornare ai dati, parlando quindi di cose  come progettazione, caratteristiche tecniche,   contesto industriale e confronto diretto con  i mezzi pari classe dell’epoca. Ed è proprio   qui che entra in gioco un carro spesso citato in  queste discussioni, ovvero il carro armato M1542.

Considerato da alcuni come il miglior carro medio  italiano della guerra, anche perché fu l’ultimo   modello di carro M prodotto prima dell’armistizio.  L’M15 rappresenta in realtà un caso perfetto per   capire i limiti strutturali dell’industria della  progettazione italiana nel piano del conflitto.

Ed in questo video analizzeremo nel dettaglio  il mezzo, mettendolo a confronto sia con i suoi   predecessori diretti sia con i carri stranieri  della stessa classe, per capire il perché,   al di là delle percezioni, non fu mai realmente  all’altezza delle controparti alleate,   senza retorica, senza pregiudizi, ma basandoci  esclusivamente su fatti e numeri.

Quando si   analizza nel dettaglio carry come questo,  emerge in modo ancora più evidente come i   suoi limiti non siano infatti riconducibili a un  singolo fattore, ma un insieme coerente di scelte   progettuali ormai superate già al momento della  sua entrata in servizio. Fatta questa premessa,   dunque, vi invito a sedervi, a mettervi  comodi, a cliccare il tasto iscriviti se   non lo avete ancora fatto e ad affrontare  insieme a me questo spinoso argomento,   grazie al quale forse verrò ditato da alcuni  come antiitaliano, non patriottico, m comunista,

perché no? complottista o semplicemente stronzo,  ma che tengo comunque a trattare pur sapendo di   non essere la bocca della verità assoluta, ma solo  un appassionato che quindi può commettere errori,   ma che è pronto a ricevere critiche qualora  siano costruttive, educate e soprattutto   argomentate. Chiudete dunque le botole,  caricate il cannone e accendete i motori.

Iniziamo col dire che l’M1542 nasce come  evoluzione diretta dei precedenti e famosi M1340   ed M1441, mantenendone non solo l’impostazione  generale. I tre carri sono infatti molto simili,   se non addirittura quasi uguali ad una prima  occhiata, ma anche gran parte delle soluzioni   tecniche.

Questo significa che pur introducendo  miglioramenti puntuali, il mezzo resta vincolato   ad una filosofia progettuale concepita alla  fine degli anni 30, in un contesto completamente   diverso da quello del 1942-1943. Uno degli  aspetti più significativi riguarda indubbiamente   l’armamento, parte fondamentale di un qualsiasi  carro armato. Il cannone da 4740 modello 1938 di   cui l’M15 era dotato, rappresenta effettivamente  un miglioramento rispetto al precedente 4732,   grazie ad una velocità iniziale molto più elevata,  si parla di circa 900 m/s e una maggiore capacità   di penetrazione. Ciò derivava anche dal calibro  proprio del della canna più lungo, tant’è vero

che 4740 significa letteralmente cannone da 47  mm lungo 40 calibri, più lungo dunque del 4732,   laddove il 32 significa 32 calibri. Con il suo  particolare munizionamento il pezzo era inoltre   teoricamente in grado di perforare fino a circa  112 mm di corazza a distanza ravvicinata e circa   43 mm a più o meno 1000 m. Tuttavia, questo dato  va ovviamente contestualizzato.

Nella pratica   operativa l’efficacia contro carri lo Sherman,  il Chromwell o i Churchill risultava limitata,   molto limitata, soprattutto dalle  distanze tipiche di combattimento,   dove la penetrazione reale scendeva rapidamente.  Ciò costringeva gli equipaggi italiani a cercare   ingaggi ravvicinati o posizioni favorevoli,  riducendo drasticamente la flessibilità tattica.

Ancora più critico è poi il discorso relativo alla  protezione. La corazza dell’M15, realizzata ancora   in acciaio rivettato, raggiungeva uno spessore  massimo di circa 42/50 mm nelle zone frontali,   cioè quelle più soggette a colpi nemici  e presentava due problemi fondamentali.   Il primo è sicuramente la qualità del materiale.

L’industria italiana sotto pressione non era in   grado di garantire acciai balistici di alto  livello in grandi quantità, con conseguente   riduzione dell’efficacia reale della protezione.  Il secondo problema riguarda poi la sua   configurazione generale. Come si vede anche ad una  prima occhiata, le piastre erano prevalentemente   verticali o con inclinazioni minime, il che  riduceva drasticamente la capacità di deviare   i colpi. A differenza di carri più moderni.

Quindi  l’M1542 non sfruttava appieno il principio della   corazza inclinata, ormai fondamentale nella  progettazione dei mezzi corazzati. Inoltre,   la scelta della costruzione rivettata introduceva  un ulteriore rischio, ovvero il famoso fenomeno di   spolling. In caso di impatto, infatti, i rivetti  potevano tranquillamente staccarsi e trasformarsi   in scheggia all’interno dell’abitacolo,  aumentando di molto la pericolosità, anche   senza perforazione diretta.

Dal punto di vista  della mobilità, il passaggio al motore a benzina   Fiat spa da circa 170-190 cavalli migliorava  sì alcune criticità dei modelli precedenti,   i quali montavano vecchi motori diesel  non particolarmente performanti. Tuttavia,   CEO non rappresentava un salto qualitativo netto.  Il velo limite era altrove, ovvero il sistema di   sospensioni.

L’M15 continuava a utilizzare infatti  sospensioni a balestra semielittica con carrelli   accoppiati, una soluzione ormai superata nel  42. Questo tipo di sospensione adeguato per   mezzi più leggeri e meno potenti, faticava infatti  a gestire l’aumento di peso e prestazioni causando   problemi di stabilità e affidabilità, soprattutto  su terreni accidentati. Non a caso si registravano   anche problemi ai cingoli che tendevano ad uscire  dalla sede durante la marcia ad alta velocità.

Tuttavia, se si confronta l’M1542 con i  carri precedenti della stessa famiglia,   emerge chiaramente il carattere incrementale  del progetto. Dobbiamo ammettere, infatti,   che con tutti i suoi problemi, rispetto all’  M1340 e all M1441 si ottengono effettivamente   miglioramenti nella mobilità, nell’armamento e  in parte nella protezione, ma senza risolvere   i limiti strutturali.

La torretta banalmente  rimaneva a biposto, l’ergonomia interna era   sacrificata, la corazza rivettata e le sospensioni  obsolete restano invariate. In altre parole,   questo mezzo è l’apice di una linea progettuale  già superata, purtroppo, non un nuovo inizio.   Il confronto con i carri stranieri della stessa  classe rende il divario ancora più evidente. Carri   come gli M3 Le e gli M4 Sherman statunitensi, ad  esempio, non solo disponevano di un armamento più   potente e versatile, ma beneficiavano di una  migliore ergonomia interna e una produzione   industriale massiccia. Dall’altra parte del  fronte invece il T34 sovietico, nonostante i

numerosi problemi da cui anche esso era afflitto,  soprattutto nelle prime versioni, introduceva una   combinazione rivoluzionaria di corazza inclinata,  mobilità e potenza di fuoco, rendendo obsoleti   molti carri coevi. Ma il confronto non si limita a  queste due piattaforme.

Anche i carri britannici,   come il Crusider Tank e soprattutto il  Chromwell, pur con filosofie diverse,   offrivano prestazioni superiori in termini di  velocità, affidabilità e capacità anticarro.   Il Chromwell in particolare rappresenta una  generazione successiva con sospezioni più avanzate   e una mobilità nettamente superiore.

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