Ci sono storie che sfidano la nostra comprensione, vicende talmente dense di crudeltà e degrado da farci dubitare della natura umana. Quella che arriva da Bordighera è una di queste: una cronaca nerissima, un pugno allo stomaco che toglie il respiro e lascia un senso di vuoto e rabbia incolmabile. Al centro di questo orrore c’è una vittima innocente, la piccola Beatrice, una bambina di soli due anni, morta in circostanze che definire tragiche sarebbe un eufemismo. La sua vita è stata spezzata tra l’8 e il 9 febbraio, vittima di maltrattamenti e botte. Ma ciò che sta emergendo ora dalle indagini è un quadro ancora più oscuro, un abisso di abbandono, abusi psicologici e fisici che ha trasformato le mura domestiche in un vero e proprio girone infernale.
Sul banco degli imputati ci sono la madre della bambina, Manuela Iello, e il suo compagno, Emanuel Iannuzzi, accusati di maltrattamenti aggravati dalla morte della piccola. “Non sono stata io, non ho mai fatto male alle mie figlie”, continua a ripetere la donna, nel disperato e freddo tentativo di respingere le accuse. Ma le carte della Procura raccontano una verità diametralmente opposta, una verità fatta di prove schiaccianti, immagini raccapriccianti e intercettazioni che gelano il sangue nelle vene. Non si tratta solo delle testimonianze delle due sorelline più grandi di Beatrice, ma di materiale documentale inequivocabile: fotografie agghiaccianti e quelle che gli inquirenti hanno ribattezzato le “chat dell’orrore”.
Tra le immagini finite agli atti, ce n’è una che da sola basterebbe a descrivere il degrado assoluto in cui queste tre creature erano costrette a vivere. La foto ritrae la piccola Beatrice, a soli due anni, con una sigaretta in bocca, che, secondo gli accertamenti, conterrebbe sostanze stupefacenti. Un’immagine blasfema, la profanazione dell’innocenza, che lascia sgomenti di fronte alla totale mancanza di tutela e amore materno. Come è possibile arrivare a tanto? Come può un genitore permettere o addirittura orchestrare una simile oscenità nei confronti della propria figlia neonata?
La realtà quotidiana ricostruita dagli investigatori è un susseguirsi di omissioni criminali. La madre, Manuela Iello, era spesso assente. E quando diciamo assente, non parliamo di normali impegni lavorativi, ma di un abbandono sistematico. Le tre bambine, di 9, 7 e 2 anni, venivano regolarmente lasciate sole nell’abitazione di Bordighera. Il resoconto degli inquirenti è spietato: dal 14 al 17 gennaio, ad esempio, le tre sorelle sono rimaste completamente sole, in balia di se stesse. In quei tre interminabili giorni, la madre avrebbe trascorso con loro solo “qualche manciata di ore”, rientri fugaci per poi sparire nuovamente. In sua assenza, il peso immenso e inaccettabile della famiglia ricadeva interamente sulle fragili spalle della sorella maggiore, una bambina di soli 9 anni costretta a vestire i panni di una madre che non c’era.

Mentre le bambine affrontavano la solitudine, la fame, la paura e le necessità quotidiane, la madre passava le sue serate e le sue notti a Perinaldo, a casa del compagno Emanuel Iannuzzi. E le bambine cercavano aiuto, lo imploravano. Il telefono della madre riceveva in continuazione chiamate, anche nel cuore della notte, ma quelle disperate richieste d’aiuto cadevano nel vuoto, ignorate da chi preferiva la compagnia del fidanzato ai doveri verso il proprio sangue.
Ma il vero orrore si materializza ascoltando i messaggi vocali e leggendo le chat finite nell’ordinanza. A rispondere alle chiamate disperate della bambina di 9 anni era spesso il compagno della madre, Iannuzzi, con parole che trasudano odio e cinismo inaudito. In un audio, rivolgendosi alla piccola, l’uomo dice con tono glaciale: “Ascolta, la mamma sta guidando. Secondo te è normale fare la videochiamata mentre la mamma guida? È normale chiamare tre volte? Tanto non è che sei così bella che la mamma si emoziona”. Una violenza psicologica devastante inflitta a una bambina che cercava solo un contatto rassicurante.
In un altro vocale, la crudeltà raggiunge vette inesplorate. Si sente distintamente l’uomo urlare: “Vai a dormire, non rompere i c…! Ancora Beatrice, vai a nanna! Ora me la porto via, la mamma non torna più! Che faccia da m… che ha tua sorella, non la lanci dalla finestra?”. Frasi agghiaccianti, pronunciate contro bambine indifese. Il disprezzo verso la vita di quelle piccole è totale, come dimostra un altro messaggio del 15 gennaio indirizzato alla sorella maggiore: “Perché non ti trovi il fidanzato, almeno non rompi più la mattina e la sera?”. E il 20 gennaio, riferendosi alla piccola Beatrice, che di lì a poco avrebbe trovato la morte, Iannuzzi pronuncia una frase che gli investigatori hanno ritenuto di dover trascrivere integralmente per la sua ferocia: “Sta pezza di m…, speriamo che non si sveglierà 6 mesi”. Parole profetiche e agghiaccianti che oggi suonano come una macabra condanna a morte.
Di fronte a tanta barbarie, qual era la reazione della madre? Il vuoto assoluto, l’insofferenza più sprezzante. La figlia maggiore la cercava fin dalle prime ore dell’alba, la contattava durante il giorno, la implorava la sera. Il 13 gennaio, la ragazzina comunica alla madre di essere stata male e di aver vomitato. La risposta che riceve è un capolavoro di aridità emotiva: “Ma scusa amore, da quando sono arrivata a casa però non hai vomitato neanche una volta. Adesso vado via e vomiti? Ma stiamo giocando qua? Mi volete veramente far andare fuori di testa”. Nessuna preoccupazione per la salute della figlia, solo rabbia per essere stata disturbata.

Il 20 gennaio, la situazione precipita. Nelle prime ore del mattino, la sorella maggiore, disperata, contatta nuovamente la madre: la piccola Beatrice è in preda a una crisi di pianto inarrestabile e lei, una bambina di 9 anni, non sa più cosa fare per calmarla. Ha provato ogni soluzione, ma senza successo. La risposta della madre arriva rapida, ma non è il soccorso atteso. Attraverso messaggi farciti di insulti e bestemmie, la donna ordina alla figlia di sbrigarsela da sola, abbandonandola ancora una volta al suo destino.
Questa è la fotografia del degrado morale e umano in cui è maturata la fine della piccola Beatrice. Una morte che non è stata una fatalità, ma il tragico e quasi inevitabile epilogo di una spirale di violenze, incuria e totale mancanza di amore. Qualche settimana dopo quell’ultimo, disperato pianto, Beatrice è morta, vittima delle percosse. Un angelo volato via troppo presto da un mondo che per lei è stato solo un inferno in terra.
Mentre le indagini proseguono per inchiodare i responsabili alle loro gravissime colpe, la società civile rimane attonita a interrogarsi su come una tragedia simile possa essersi consumata sotto gli occhi distratti di tutti. Come hanno potuto tre bambine vivere in simili condizioni senza che nessuno intervenisse prima? La morte di Beatrice è una ferita aperta nel cuore della comunità, un monito doloroso che ci ricorda quanto i bambini siano fragili e quanto sia fondamentale alzare sempre l’asticella dell’attenzione per intercettare il disagio prima che si trasformi in dramma irreversibile. Non possiamo restituire a Beatrice la vita che le è stata brutalmente negata, ma abbiamo il dovere morale di pretendere giustizia, una giustizia severa e inesorabile, per lei e per le sue sorelline sopravvissute a quell’incubo senza fine.
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