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L’invenzione a specchi di un mitragliere italiano che triplicò la letalità del Piaggio P.108

È il marzo del 1943 e sopra il Mediterraneo, a 7.000 m di quota, un bombardiere quadrimotore Piaggio P108 sta per essere intercettato da tre caccia britannici Speedfire. Il piloto italiano, il tenente Giuseppe Mancini, sa che ha forse 60 secondi prima che i proiettili inizino a squarciare la fusoliera, ma questa volta qualcosa è diverso.

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Nella torretta dorsale il sergente mitragliere Franco Bellini non sta guardando direttamente i caccia nemici attraverso il mirino tradizionale. Sta guardando il loro riflesso. Un sistema di specchi angolati installato appena tre giorni prima gli permette di vedere simultaneamente tre diverse zone del cielo, senza muovere la testa, senza perdere nemmeno un istante prezioso.

Quando il primo Speedfire entra in traiettoria di tiro, Bellini non deve cercare, non deve aggiustare, non deve indovinare, vede tutto e in quel momento la guerra aerea italiana sta per cambiare per sempre. Ma come è possibile che un’invenzione così semplice nata dalla disperazione di un singolo uomo abbia potuto trasformare uno dei bombardieri più vulnerabili della regia aeronautica in una fortezza volante temuta dagli stessi piloti alleati che solo settimane prima lo consideravano una preda facile.

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Il piaggio P18 è l’orgoglio dell’industria aeronautica italiana, un bombardiere pesante quadrimotore progettato per competere con le fortezze volanti americane, con un’apertura aare di oltre 32 m e la capacità di trasportare fino a 3500 kg di bombe. Sulla carta è un colosso, ma sulla carta non si combattono le guerre.

E il sergente Franco Bellini, 26 anni, ex meccanico di Torino, arruolato nel 1940, lo sa meglio di chiunque altro. Bellini è uno dei mitraglieri assegnati al 108 gruppo bombardamento terrestre, l’unità d’elite che opera con i Pibli 108. ha già volato in 17 missioni e in ogni singola missione ha visto morire compagni, non per mancanza di coraggio, non per errori tattici, ma per un problema tecnico devastante.

I mitraglieri del Piaggio P108 sono praticamente ciechi. Le torrette difensive del bombardiere, sia quella dorsale che quella ventrale, sono equipaggiate con mitragliatrici Breda Safat da 12,7 mm, armi eccellenti. Ma il sistema di mira è primitivo, arcaico, inadeguato. Il mitragliere deve sporgersi, ruotare completamente il busto, cercare visivamente i caccia nemici in un cielo vasto e in continuo movimento, mentre il bombardiere stesso oscilla, vira, sale e scende per evitare il fuoco contraereo.

Ogni secondo perso a cercare il bersaglio è un secondo in cui il nemico si avvicina, in cui la morte si fa più probabile. Durante una missione su Algeri il 12 agosto del 1942 Bellini vive l’esperienza che cambierà tutto. Il suo P 108 pilotato dal capitano Renato Fiore viene attaccato da quattro caccia Harurryane britannici. Bellini è nella torretta dorsale.

Le mani aggrappate alle impugnature della Breda Safat, gli occhi che bruciano per il vento gelido che entra dalle fessure. Vede un Harryen sulla sinistra, ruota la torretta, prende la mira, ma quando sta per premere il grilletto, un secondo Arriquein appare sulla destra e apre il fuoco.

I proiettili trapassano l’ala destra del piaggio, uccidendo istantaneamente il motorista. Bellini ruota disperatamente verso destra, ma ora un terzo Hurricane attacca da dietro. È un incubo, non riesce a vedere tutto, non riesce a coprire tutti gli angoli. Si sente come un pugile bendato che sente i colpi arrivare, ma non sa da dove.

Il piaggio riesce miracolosamente a rientrare alla base, ma è gravemente danneggiato. Tre uomini morti, due feriti. Quella notte Bellini non dorme. Nella sua branda, nella baracca umida e fredda, continua a rivedere quei momenti, continua a sentire quella frustrazione bruciante, quella sensazione di impotenza. È un soldato, è addestrato, è coraggioso, ma il suo equipaggiamento lo tradisce.

C’è un problema e nessuno sembra volerlo risolvere. I comandanti parlano di tattiche, di formazioni più strette, di scorta caccia, ma Bellini sa che il problema è più semplice e più fondamentale. Non riesce a vedere i nemici abbastanza velocemente. Il giorno dopo inizia a sperimentare, non ha autorizzazioni ufficiali, non ha fondi, non ha supporto ingegneristico, ha solo la sua determinazione e le sue mani da meccanico.

Nella rimessa degli attrezzi della base trova pezzi di specchi rotti utilizzati per ispezionare le parti inferiori degli aerei. Sono specchi semplici, non ottici, ma riflettono. E Bellini inizia a chiedersi: “E se potessi usare gli specchi per vedere dietro di me senza girarmi? È un’idea così semplice che sembra stupida, ma forse è proprio la sua semplicità a renderla geniale.

Passa le notti successive a costruire un prototipo rudimentale. Usa filo di ferro, pezzi di alluminio recuperati da un fusoliera danneggiata e tre piccoli specchi rettangolari. li posiziona con angolazioni precise, calcolate attraverso tentativi ed errori, in modo che riflettano tre diverse zone del cielo, sinistra, destra e posteriore.

Li monta su un supporto flessibile che può essere fissato davanti al mirino della torretta. Il risultato è grezzo, artigianale, quasi comico nella sua imperfezione, ma quando Bellini siede nella torretta e guarda attraverso il sistema, rimane senza fiato, funziona. Riesce a vedere contemporaneamente tre direzioni. Non deve più girare la testa completamente, non deve più perdere secondi preziosi.

È come se avesse acquisito una visione periferica sovrumana. mostra l’invenzione al suo pilota, il capitano Fiore, un veterano trentquattrenne di Napoli con 150 ore di volo sul pippé 108. Fiore è scettico inizialmente, guarda quell’ammasso di specchi e filo di ferro con una smorfia divertita, ma è anche un uomo pratico, un soldato che ha visto troppi compagni morire.

Accetta di testare il sistema durante un volo di addestramento. È il 28 agosto del 1942, un pomeriggio caldo e limpido sulla Toscana. Il P 108 decolla con il sistema di specchi di Bellini installato nella torretta dorsale. A bordo, oltre all’equipaggio normale, c’è anche il maggiore Enrico Ka, comandante del 108 gruppo, un uomo severo e tradizionalista che ha accettato di assistere al test solo per far contento Fiore.

Durante il volo simulano un attacco nemico utilizzando un cacciamacchi MC202 della loro stessa base come avversario. Il caccia attacca da diverse angolazioni, mentre Bellini nella torretta deve simulare di ingaggiarlo. I risultati sono immediati e sorprendenti. Con il sistema di specchi, Bellini individua il Macchi in media 3 secondi prima rispetto al metodo tradizionale.

3 secondi che in combattimento aereo sono un’eternità. Tre secondi che significano la differenza tra abbattere un nemico ed essere abbattuti. Quando atterrano, il maggiore K è ancora scettico, ma non può negare i numeri. Ordina ulteriori test, questa volta con criteri più rigorosi. Nei giorni successivi Bellini e altri mitraglieri testano il sistema in diverse condizioni, con sole diretto, con nuvole, all’alba, al tramonto, durante manovre evasive. violente.

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