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L’Orrore di Bordighera: “Testa Sott’Acqua per Farla Riprendere”. Arrestato il Compagno della Madre, Svelati i Raccapriccianti Retroscena sulla Morte della Bimba di 2 Anni

Ci sono notizie di cronaca che oltrepassano il confine della semplice narrazione giornalistica per trasformarsi in veri e propri incubi a occhi aperti, abissi di crudeltà umana in cui è difficile, se non impossibile, addentrarsi senza provare un senso di profonda nausea e indicibile dolore. La vicenda che arriva da Bordighera, ridente e tranquilla località ligure balzata tristemente agli onori della cronaca nera, rientra senza alcun dubbio in questa agghiacciante categoria. Quella che inizialmente era stata presentata come una fatalità, una tragica disgrazia domestica culminata con la morte di una bambina di appena due anni il 9 febbraio 2026, si sta rivelando ora, pezzo dopo pezzo, come il capitolo finale di un sadico film dell’orrore. Una casa che doveva rappresentare il nido sicuro per una creatura innocente si era tramutata in un vero e proprio teatro di indicibili torture quotidiane.

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Oggi, l’inchiesta ha registrato una svolta clamorosa e shockante. Nelle scorse ore, i Carabinieri hanno fatto scattare le manette ai polsi di Manuel Iannuzzi, 42 anni, compagno della madre della piccola vittima. L’accusa formulata a suo carico dalla Procura è di quelle che fanno tremare i polsi: maltrattamenti aggravati dalla morte della bambina. Le spaventose ricostruzioni investigative che hanno portato all’arresto dell’uomo sono state illustrate in modo dettagliato questa mattina, durante una densa conferenza stampa indetta dal Procuratore della Repubblica di Imperia, Alberto Lari, il quale ha coordinato instancabilmente le complesse e delicate indagini fin dalle primissime ore successive al dramma.

A scoperchiare il vaso di Pandora di questa mostruosa dinamica familiare sono state le voci di chi, pur essendo poco più che una bambina, ha vissuto quell’inferno in prima persona: le due sorelline maggiori della vittima. Immediatamente dopo la tragedia del 9 febbraio, le autorità competenti avevano disposto il tempestivo allontanamento delle due minori da quel nucleo familiare palesemente compromesso, inserendole all’interno di una struttura protetta. Qui, circondate da un ambiente finalmente sicuro, privo di minacce e manipolazioni, le due bambine hanno intrapreso un delicatissimo percorso psicologico e terapeutico. Le relazioni degli specialisti acquisite agli atti dell’indagine documentano un “miglioramento incredibile” e una maturata, quanto dolorosa, consapevolezza di ciò che avevano vissuto e visto.

Sentendosi protette, le sorelline hanno iniziato a parlare, prima con gli psicologi e successivamente con il Pubblico Ministero, fornendo una versione dei fatti diametralmente opposta a quella raccontata nelle prime ore. Una versione iniziale che, secondo gli inquirenti, era stata freddamente concordata, confezionata su misura e suggerita alle bambine dalla madre e dal suo compagno per deviare i sospetti. Grazie al coraggio di queste giovani testimoni, il castello di menzogne è crollato, portando alla luce dettagli che superano la più morbosa immaginazione.

I racconti emersi delineano un quadro di abusi sistematici. Agli atti dell’inchiesta sono finite fotografie agghiaccianti della bambina di due anni con il volto tumefatto, immagini che la ritraggono dopo quelli che gli inquirenti classificano come presunti, brutali pestaggi. Ma c’è un reperto in particolare che descrive, più di mille parole, la depravazione morale in cui la piccola era costretta a vivere: un video, registrato all’interno delle mura domestiche, in cui alla bambina di appena 24 mesi viene barbaramente imposto di fumare una sigaretta. Nelle immagini, mentre la piccola, palesemente spaventata e disorientata, scoppia in un pianto disperato, si sentono distintamente le risate sguaiate e sadiche degli adulti presenti. Un gioco perverso sulla pelle di una neonata.

Ma è il racconto degli ultimi istanti di vita della piccola a raggelare il sangue. Secondo le testimonianze e le risultanze investigative, quella maledetta mattina, nel tentativo disperato e rudimentale di far “riprendere” la bambina che stava palesemente male, gli adulti avrebbero compiuto un gesto folle: l’hanno tenuta con la testa sott’acqua. Successivamente, sempre in un goffo quanto inutile tentativo di rianimazione domestica, le avrebbero somministrato dello zucchero. Tutto questo in totale autonomia, senza mai comporre il numero delle emergenze, senza mai rivolgersi ai medici professionisti che avrebbero potuto, forse, strapparla alla morte. Privata delle cure necessarie, la piccola non si è mai più ripresa, chiudendo i suoi occhi per sempre nel più completo abbandono.

La cronaca di quel funesto 9 febbraio era iniziata con una chiamata ai soccorritori. Era stata la madre stessa a richiedere l’intervento dell’ambulanza, sostenendo che la figlioletta manifestasse improvvise difficoltà respiratorie all’interno della sua abitazione. Tuttavia, fin dal loro ingresso in casa, i paramedici del 118 si erano trovati di fronte a una scena che non collimava minimamente con il racconto della donna. Sul corpicino esanime della bambina erano evidenti numerosi lividi, ecchimosi e macchie sospette, segni inequivocabili di traumi pregressi che li convinsero immediatamente ad allertare i Carabinieri. Anche il medico legale, intervenuto tempestivamente sul posto per un primo esame esterno della salma, smentì clamorosamente la madre: la morte non era sopraggiunta in quegli istanti, ma risaliva a diverse ore prima, con ogni probabilità nel cuore della notte.

Interrogata in caserma, la madre aveva provato a giustificare l’inguistificabile. Aveva raccontato che quegli inquietanti lividi sul corpo della figlia erano semplicemente il risultato di una banale caduta dalle scale avvenuta qualche giorno prima. Aveva inoltre dichiarato di aver trascorso la nottata tra l’8 e il 9 febbraio insieme alle tre figlie a Perinaldo, nell’abitazione del suo nuovo compagno (l’odierno arrestato Manuel Iannuzzi). Secondo la sua versione, al risveglio avrebbe caricato le tre bambine in macchina per fare ritorno alla propria abitazione a Bordighera, accorgendosi del malore solo successivamente.

Le clamorose contraddizioni emerse durante gli estenuanti interrogatori, unite alla minuziosa comparazione dei suoi racconti con i freddi ma inconfutabili frame delle telecamere di sorveglianza cittadine e con le dichiarazioni fornite da alcuni testimoni chiave, spinsero i Carabinieri, in un primo momento, ad arrestare proprio la madre. Nonostante il Giudice per le Indagini Preliminari (GIP) non avesse convalidato l’arresto immediato, emise comunque una durissima ordinanza di custodia cautelare in carcere. La donna venne così trasferita dietro le sbarre della casa circondariale di Genova Pontedecimo, dove si trova rinchiusa tutt’ora in attesa di giudizio.

Mentre la madre finiva in cella, l’indagine scientifica proseguiva a ritmo serrato per chiudere il cerchio attorno alle responsabilità degli adulti. L’esame autoptico, eseguito sul piccolo corpo martoriato, spazzò via una volta per tutte la ridicola tesi della caduta accidentale: il referto rivelò la presenza di innumerevoli lesioni sparse, indicando chiaramente in un severo trauma cranico la causa primaria del decesso. Nel frattempo, i temutissimi Carabinieri del RIS (Reparto Investigazioni Scientifiche) di Parma, incaricati dalla Procura di eseguire rilievi tecnici irripetibili e sequestri mirati, portarono alla luce ulteriori elementi compromettenti: furono rinvenute inequivocabili tracce di sangue sia all’interno dell’automobile della madre, sia nell’abitazione del compagno situata a Perinaldo.

Di fronte a questa montagna di prove schiaccianti, Manuel Iannuzzi, che fino a questo momento risultava indagato a piede libero, è stato raggiunto stamani dal provvedimento restrittivo della libertà personale. La rete della giustizia si sta stringendo inesorabilmente attorno a chi, invece di dispensare amore e protezione a una vita appena sbocciata, ha scelto di trasformarsi in carnefice, macchiandosi di colpe incancellabili. L’Italia intera, sgomenta e attonita di fronte a un tale concentrato di malvagità, chiede a gran voce che venga fatta piena luce e che i responsabili paghino il conto salatissimo di questo orrore, per restituire, almeno in parte, un po’ di pace all’anima pura e violata della piccola vittima di Bordighera.

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